quello dei cavalieri, non coperto da graticcio. Dal pavimento del
tempio, sorgeva in semicerchio elittico una gradinata di tre alti
piani, sui quali eran disposti, a breve distanza l’un dall’altro, gli
stalli dei senatori. Di contro a questi, sovra una base più giù della
gradinata senatoria, eran le sedie dei consoli, innanzi alle quali
stava una gran tavola di porfido egiziaco, meraviglia anche allora, per
l’ampiezza eccezionale del monolito. Su quella tavola s’accumulavan
tabelle cerate d’ogni maniera e d’ogni misura, e volumi e rotuli e
stili di ferro. Tra la gradinata senatoria e le sedie consolari, quasi
sotto al _podium_ dei cavalieri, stavan le sedie dei tribuni della
plebe.
I senatori erano tutti entrati nel tempio, e passeggiavano, in
attesa dei consoli, nei vuoti spazj, ostentando la larga striscia
di porpora, e il metallico C (_cento_) che brillava presso la punta
dello stivaletto nero che saliva a sorpassar la noce del piede. Quel
C significava il numero originario dei senatori al tempo dei re;
ma l’ampia striscia purpurea e il nero stivaletto e il C lucente,
significavano altresì che ciascun senatore possedeva ottocento mila
sesterzj di rendita (centomila delle odierne lire). Essi, a gruppi
di vario numero, parlavano, discutevano ed empivano il tempio di
frastuono, accresciuto dal bisbiglio incessante del popolo minuto,
salito in alto, e dalle voci delle vestali e da quelle dei cavalieri.
Entrarono finalmente i consoli Pisone e Messala, pei quali si fe’
gran silenzio nel vasto recinto. Ed entrò il tribuno Quinto Fufio
Caleno, che, attraversando il tempio, si recò difilato al suo stallo. I
senatori tutti, gravi e taciti, ascesero la gradinata, e sedettero.
Cesare e Cicerone, quali esaminandi, stettero in disparte insieme coi
testimonj. Il console Pisone alzossi, e:
— Padri coscritti, prese a dire, a noi consoli, con decreto che già
tutta Roma ha letto, e che, ad ingiuria della sapienza vostra, reputo
sia stato intempestivo, avete ordinato di fare una legge che sottomette
Clodio ad un giudizio davanti al popolo. Ora, quand’anche io e il mio
collega dividessimo la sentenza vostra, venne a noi il tribuno Caleno
qui presente, ad opporre il _veto_. Parli or dunque il tribuno.
Fufio Caleno si alzò, e con voce chiara e sonora così parlò:
— Padri coscritti, soltanto ad impedire si sparga sangue cittadino,
io opposi il _veto_ al vostro decreto. Clodio è amato e sostenuto dal
suo numeroso partito, il quale è disposto a far tutto per lui. Egli
ha partigiani perfino negli adolescenti e nei fanciulli. Fuori di
questo tempio, credo bene ve ne siate accorti, o senatori, giovinetti
a migliaia, armati di daghe e pili, capitanati dal giovinetto
Marc’Antonio, assai noto in Roma — il quale è di sì gran forza che a
sedici anni nel ginnasio atterrò un gladiatore, e nelle esercitazioni
che tiene il greco Apollonio improvvisò orazioni che fanno presentire
in esso un agitatore d’uomini, fatale — mandano grida furibonde al
cielo, pel timore che non siasi per far giustizia in codesto sacro
tempio; ma Clodio è anche odiato....
A queste parole, un — _no no_ — ripetuto da centinaja di bocche,
risuonò dal _podium_ dove stava affollato il popolo minuto. Cesare
e Pompeo aveano sparpagliato numerosi clienti colassù, perchè
distribuissero danari, onde a tempo opportuno far nascere un tumulto
che lasciasse in tronco e giudizio e sentenza.
Il senatore seniore, che era Marco Scauro, e per il diritto dell’età
presiedeva alle assemblee, si alzò e fe’ cenno ai tubatori, che diedero
fiato alle trombe. Era quello il primo segno col quale s’intimava
silenzio al popolo che, gridando, mostrava di non rispettare la maestà
del Senato. Al terzo segno le guardie del tempio solevano ascendere a
far sgombrare il _podium_.
— Ma Clodio è anche odiato, continuava ad alta voce il tribuno Caleno,
nè saprei se in Roma, in suo cospetto, sia prevalente l’odio o l’amore;
onde, o padri, non essendovi partito soverchiante, ma sembrando
invece troppo eguale la violenza delle forze in conflitto, la zuffa
sarà lunga, sanguinosa, orrenda, esiziale a Roma. Padri coscritti,
per l’amore sacro che voi portate a questa patria, io vi supplico:
_scancellate il decreto_.
Per verità che queste brevi parole del tribuno Caleno furono
sapientemente astute; non potevasi trovar ragione più forte e più santa
per respingere qualunque obiezione; ma il Senato sapeva che Caleno era
grande sostenitore della fazione Clodiana. Però il seniore Marco Scauro
si alzò di nuovo, e:
— Metto ai voti la proposta Caleno. Chi l’accetta si alzi; chi la
respinge rimanga seduto.
— Propongo invece, disse alto un altro senatore, che i voti siano
segreti. Così nessuno avrà taccia d’essere stato intimidito o
consigliato da fini obliqui.
Intanto che stavasi apprestando la votazione segreta, il console Pisone
ascese la gradinata dei senatori, e passò di fila in fila, parlando
con gran calore a ciascuno di essi. Ei li andava sconsigliando dal
mantenere il primo decreto, come racconta Cicerone nella sua epistola
ad Attico. E in questo punto istesso Cesare si alzò, recossi vicino a
Clodio, che in piedi e fremente guatava intorno intorno i congregati
nel tempio, e:
— Ascolta un mio consiglio, gli disse.
— Quale?
— Tu fremi; ma ora convien smettere l’ira. Percorri tu pure quelle
file, e umilmente raccomandati a ciascun senatore.
— Io?
— Tu — se non sei ascoltato, guai! — la rogazione ti è fatale. Il
terribile Clodio che per un istante si umilia, protestando pur sempre
la propria innocenza, li piegherà tutti al più mite consiglio.
Clodio guardò Cesare a lungo, e la fierezza gli perdurava nel marmoreo
volto, e, sebbene di dentro fosse tutto sgomentato, le linee e i
piani di quello eran fatti così stabili all’espressione dell’ira,
che questa appariva pur sempre, anche allorquando nell’animo stava il
timore. Il quinquennio nel carcere Mamertino, e l’esiglio perpetuo,
anche per riguardo a’ suoi pazzi disegni di conquiste, di gloria,
d’impero, gli davan troppo a pensare perchè non ascoltasse il consiglio
di Cesare, quantunque indicibilmente gli ripugnasse — e s’avviò, e
ascese le gradinate, e, come racconta ancora Cicerone, in modo umile
e sottomesso, si gettò, con grande meraviglia di tutti, ai piedi di
ciascun senatore.
Cesare non avrebbe mai fatto questo, in qualunque orrenda circostanza
si fosse trovato; ma l’animo suo non era putrido della malvagità di
Clodio; e se, qual mezzo indispensabile, poteva usufruttare la viltà
segreta, il fortissimo intelletto gli sconsigliava la viltà palese, e
l’alta ambizione gli avrebbe fatto preferire la morte più dolorosa al
vergognoso atto di piegar le ginocchia davanti a dei mortali. E intanto
gioiva nel veder Clodio umiliato a quel modo; e pensava che, siccome la
verga ardente dell’Indo ammansa anche il tigre, così, dopo quel fatto,
Clodio sarebbe divenuto strumento assai più duttile nelle mani di chi
avrebbe voluto farne uso.
Intanto che i senatori discendevano nel mezzo del tempio a deporre
le palle nella divisa urna, Cesare, per involarsi al tedio di quella
sfilata di laticlavj che, essendo più di quattrocento, doveva consumare
assai tempo, pensò di ascendere a fare una visita gentile alle donne,
matrone e fanciulle patrizie, che sedevano nello scompartimento del
_podium_ a loro assegnato, e che le divideva dalle vestali. Uscì dunque
dal tempio, perchè l’accesso a quel luogo era esterno, e salì.
Che i senatori e i cavalieri si recassero a visitar le donne colà
nei giorni d’assemblea, non era vietato; questo tuttavia non soleva
avvenire quasi mai, o ben di rado; onde l’apparizione di Cesare provocò
in quasi tutte una sensazione di meraviglia, e, in talune anche, di
vivissimo piacere.
Egli s’intrattenne innanzi a ciascuna, dicendo parole eleganti e
lusinghiere. Quando venne a Terenzia:
— E dunque, le disse, pare a te, o la più avventurata tra le consorti,
chè è una gloria appartenere a Cicerone, pare a te Clodio uscirà
assolto da questa votazione, e la sua innocenza sarà vivamente
rischiarata dal sole di Roma?
— Se il sole di Roma rischiarerà le menti di coloro che laggiù stanno
ora votando, mi confido che l’empio misfatto sarà punito come la legge
impone.
— Male pensi, o Terenzia; gli occhi tuoi, la notte dei riti, erano
fatti torbidi e falsoveggenti dal consacrato lieo. Però nella sorella
di Clodio vedesti il fratello che abborri. Io so tutto.
— Quadrantaria?
— Sì, Quadrantaria — che voi tutte spose e matrone e viragini, insigni
di virtù e di quella castità onde la Diana Efesia provoca i dispetti di
Febo, respingeste dalle vostre adunanze.
— E adunque quante siam qui eravamo losche allora?
— Tutte, o Terenzia.
— Non esclusa la madre tua?
— Non esclusa.
E Cesare procedette innanzi, e interrogò amabilmente e astutamente
ed epigrammaticamente altre donne, delle quali non era alcuna che non
fosse iraconda contro di Clodio, e:
— Guarda, o Cesare, gli dissero a più voci, guarda che fa Clodio
adesso. Chi è innocente è imperterrito, e si conforta di generoso
disprezzo. Ma l’indomabile belva sanguinaria or lambisce finalmente con
lingua di coniglio.
— A lui importa che la sua innocenza trionfi. Gli riuscirebbe più
tetro il carcere, pensando che lo si volle in ogni modo vedere in Roma
contaminatore di castissime donne (e fece un’appoggiatura forte su quel
superlativo), mentre villeggiava in Interamna.
E passò alla madre, che lo guardò severissima e taciturna.
— Prendi, o madre, le inspirazioni da Minerva, e lascia che Nemesi
avveleni altro sangue.
E passò a Servilia.
— E tu che pensi di Clodio?
— Nulla io penso, io non lo vidi ai riti.
Servilia portava tale e tanto amore a Cesare, che, sapendo l’amicizia
di lui per Clodio, non aveva voluto deporre ai danni di lui,
protestando di essersi intrattenuta innanzi all’ara della dea, quando
le altre donne vestite da baccanti e armate di tirsi erano uscite per
vendicare non sapeva quale ingiuria.
La votazione era finita, Cesare discese. Si contaron le palle.
L’umiliazione di Clodio, e le insinuazioni del console Pisone, e le
astutissime parole di Caleno, per allora, non valsero nulla. Quindici
senatori votarono a favore di Clodio: quattrocento contro di lui. —
E passò il decreto che ordinava ai consoli: inculcassero la rogazione
con tutta la loro autorità, e niun altro affare si trattasse prima che
questo non fosse esaurito.
Cesare, in presenza di un decreto tanto severo, quantunque volesse
tener celati i proprj intendimenti, già s’era mosso per recarsi
alla tribuna; ma sorse Ortensio, il decoroso ed artistico Ortensio,
l’oratore a nessuno secondo, e che Cicerone, pure invidiando, amava. E
prima di parlare s’acconciò magistralmente le pieghe, e con voce atta
all’espressione musicale (dono che Cicerone non aveva, tenendo una voce
sonora sì, ma aspra),
— Senatori colleghi, esclamò. Non vi dirò che il mio voto fu per
respingere la rogazione. Caleno ha parlato con gran senno. Gravi
disordini saranno certissimamente per nascere da questa violenta
risoluzione. Però vi faccio una proposta conciliatrice, che spero sarà
da voi benignamente accolta. Il tribuno Caleno pubblichi dunque _una
legge per la quale si debba giudicare la causa di Clodio innanzi al
pretore con giudici eletti_.
Per deferenza ad Ortensio, che era altamente rispettato ed amato
in Roma, e quasi sempre interpellato ed ascoltato in Senato, quella
proposta fu accolta per acclamazione, e così pochi minuti distrussero
la votazione di due ore.
XIX.
LE TRE GRAZIE E I TRE FAUNI.
Se non che, portata la causa davanti al pretore, Cesare, Crasso e
Clodio videro essere stato inutile tutto il denaro profuso tra i
senatori ghiottoni, e i testimonj bugiardi, e il tribuno ambidestro; e
pensarono che tutto riusciva a capo, che i maneggi erano divenuti assai
più difficili, perchè era necessità brogliare in prima per la scelta
dei giudici, poi con altro oro disarmarli d’onestà e di giustizia.
Quella scelta per Clodio andò tra bene e male. Cinquantasei furono i
giudici; di questi varj erano i temperamenti, le tendenze, le amicizie,
le inimicizie, le virtù, i vizj. Tuttavia, l’oro onnipotente riescì a
fare della maggior parte di quei molteplici elementi una pasta unica
ed avvelenata. Alcuni però resistettero, rispondendo con insulti alle
tentazioni; ed erano i più potenti, i più influenti e i più ricchi,
come naturalmente doveva essere. L’oro per essi non poteva aver la
forza dell’esca. Ma Cesare tanto almanaccò, che riuscì a cavarne più
che un costrutto. Tra quei giudici v’era un _Contatore_, un _Ceva_,
un _Furio_, di sfondate ricchezze, come fu detto, amanti della
repubblica, onestissimi nella trattazione degli affari proprj e degli
altrui; ma protagonisti in Roma di strani e non casti racconti, per
l’effeminatezza dei loro costumi e per libidine delira.
— Però, disse Cesare a Crasso — in un punto che stavano tormentandosi
per diradare le difficoltà — se io avessi le tre Grazie che vive e
vere tu recasti a Roma da Atene, certo che costoro sarebbero presti a
giurare anche il falso.
— Anch’io ho pensato a questo, rispose Crasso; non veramente alle tre
mie Grazie incomparabili, ma ad altre fanciulle che tengo nel gineceo;
e ti giuro pei numi ch’io sono talmente arso di puntiglio per riuscire
in questo affare, che per appagarmi darei fondo a tutti i miei tesori,
non che alle tre Grazie.
E Crasso fece in modo di trovarsi con quei tre onestissimi Fauni
togati; e, parlando con essi delle più belle donne di Roma, venne a
proclamare la preminenza delle greche.
— Ed io ne tengo di tali, soggiunse poi, che le più famose fanciulle
romane parrebbero laide al loro confronto. Tra le altre, son tre
ateniesi, insigni di così attraente perfezione, che tutte le statue
d’oro degli dei che hanno are in Roma non varrebbero a compensarle. Ma
tu non credi, o Furio. Ebbene, tutti e tre v’invito a cena; e intorno
al triclinio, dopo l’inspiratore Falerno, gireranno liberali della loro
scoperta beltà le sedicenni, coronate di fiori, che, al pari delle ore,
mi segnano i passatempi del giorno.
— E noi verremo, o Crasso, e ammireremo anche gli altri tesori da te
accumulati nelle tue conquiste.
E venne l’ora della cena; sedettero al triclinio i tre invitati;
vi sedettero Cesare, Crasso e Lucullo. Fu lenta quella cena, lieta,
briosa, lucente oltre il consueto.
I tre Fauni stavano tracannando Falerno, quando, a un tal punto,
vennero introdotte sette fanciulle delle più belle, comperate già, col
più squisito intendimento dell’arte, nelle varie provincie d’Italia; e
tutte nel costume delle sette _eterie_ che furon messe innanzi a Fidia,
perchè delle parziali e diverse loro bellezze ne plasmasse un insieme
unico di non raggiungibile perfezione.
E quelle fanciulle, a un cenno, quasi trasvolarono innanzi ai tre
invitati attoniti e acutamente concitati; e uscirono dal triclinio.
— Ebbene, amici, disse allora Crasso, codeste che avete vedute, son
bellissime figlie della terra; ma or vedrete le Grazie immortali, le
tergemini di Citerea, le sorelle d’Amore. Sorgete ed adorate! — E diè
un cenno.
Entrarono le tre Grazie, pudibonde, raccolte, chinati e timidi gli
sguardi.
Erano inver beltà tutta divina.
Anche i volti di Lucullo e Crasso lucevano arrubinati di Falerno, e
il raggio dell’occhio, male affratellandosi coi raggi delle fiamme che
splendevano nel triclinio, raddoppiava loro il numero delle tre dive;
e le giudicavano con entusiasmo, ma senza quel discernimento che vede
il casto nel perfetto nudo. Ma a Cesare, il quale non beveva mai vino,
guardando quelle fanciulle, non pareva più impossibile che la greca
Elena avesse potuto esser cagione di una guerra decenne; e, dopo averle
osservate senza turbarsi, pur in mezzo a quel presente tutto pregno di
voluttà, volse il pensiero al futuro.
E il futuro consigliò Cesare ad alzarsi, e a guardar Crasso con occhio
sì parlante, che quegli, sebbene esaltatissimo, comprese; e ammiccato
alle schiave custodi, le tre dive, comperate da un mercante di Atene
a un prezzo minore di quello ch’era stato offerto pei tre poledri
celeberrimi, involati alle stalle di Mitridate, uscirono di là — e poco
dopo usciron tutti — Crasso trasse in disparte Furio, e:
— Voglio che tu parta soddisfattissimo di me; ho in pensiero di farti
un dono; ma a un patto.
— Qual dono e qual patto?
— Ti concedo Aglaja, la più bella delle tre Grazie; ma tu devi operare
in modo che per tua parte Clodio sia rimandato assolto.
Al Fauno patrizio parve incredibile e insperabile il dono; onde
conchiuse coll’accettare e coll’obbedire e col promettere e col
giurare.
Gli altri due fecero il medesimo.
Nè qui terminarono le vittoriose insidie tese da Cesare e Crasso; ma
altre più turpi e più inaudite ne ordirono, e molti stetter conficcati
all’amo.
E venne il giorno che al Pretorio si radunarono i giudici per emettere
l’ultima sentenza. Essi, come fu detto, erano cinquantasei. Venticinque
condannarono Clodio, trentuno lo assolsero.
Così nei tempi corrottissimi si vende e si compera la giustizia, e non
è mezzo, per quanto osceno, a cui non si ricorra.
E in proposito del fatto di Clodio e dell’oro profuso e delle fanciulle
offerte e accettate, e d’altre turpitudini ancor peggiori, così
prorompe Cicerone: — _Giammai una più scandalosa compagnia di ribaldi
si assise innanzi alle tavole del giuoco assassino. Fra senatori infami
e cavalieri cenciosi, sedettero pochi uomini onorati, coi volti mesti,
quasi tementi di esser guasti dal contagio di quegli scellerati._
Ma chi era lo scellerato primo e massimo?
XX.
POMPEO E CESARE.
L’assoluzione di Clodio, che siccome altamente se ne querelavano i
savj, aveva per la prima in Roma, con sì palese scandalo, rovesciata
l’ara della giustizia, mentre mostrò quanto fosse prepotente la
volontà di Cesare, a lui tuttavia non avea recato nessun giovamento.
Dipendeva solo dalla fortuna e dagli eventi e dall’incerto avvenire
s’egli avrebbe potuto trarne un prezzo che fosse pari all’enormezza
del turpissimo broglio. E fino a quel momento, di tutto quello
che egli avea fatto per aprirsi una via alla potenza, alla gloria
all’immortalità, non aveva raccolto frutto nessuno. Dei numerati eroi,
che sono gli atleti nella palestra dell’azione, e, quasi miliarj,
segnan le distanze e i caratteristici mutamenti della storia, Cesare
è il solo che abbia dovuto o voluto attendere gli anni della gioventù
più matura per salire al primato, e far convergere a sè gli sguardi
dell’umanità.
Correva l’anno 692 di Roma. Cesare aveva trentott’anni; se allora fosse
morto, l’oscurità avrebbe circondato il suo nome, perchè nulla ancora
avea fatto di grandissimo, e le fatiche di una insistente preparazione
erano segreti affanni della sua mente e della sua ambizione. Ma
quell’anno doveva segnare il suo momento critico.
Sul principio di quello, Pompeo era tornato a Roma dalla guerra
mitridatica. Aveva dilatate le frontiere dell’impero: il Ponto, la
Siria, la Bitinia aveva ridotte a provincie romane; lasciando infino al
Tigri tributarj della repubblica tutti gli altri re e popoli orientali.
Aveva preso la città e la fortezza di Gerusalemme, entrando nel vietato
_Sancta Sanctorum_ del famosissimo tempio. Aveva condotto Aristobulo e
i suoi figli prigionieri in Roma, fatto tributario Ircano, date leggi
ai popoli conquistati, fabbricate trenta città, fatto il dono di cento
milioni italici alle licenziate legioni. Però dal Senato gli era stato
accordato il privilegio di portare nei dì festivi una corona d’alloro
e la generalizia veste e l’abito trionfale nei giuochi equestri.
Tutti lo proclamavano _il primo cittadino di Roma senza rivali_; e
i prudentissimi di Roma, a stornare i crescenti disordini, già lo
desideravano e proclamavano _Dittatore_.
Primo ed unico era dunque nella città dominatrice: a lui privilegi,
a lui corone, quasi re, quasi dio, e, per di più, era tornato a Roma
coi carri di guerra colmi di tanto oro ed argento e gemme, che il
medesimo Crasso non poteva più vantarsi d’essere il più ricco Romano.
Ed era stata sì vasta e immensurabile la rapina, che Demetrio liberto
di lui e maggiordomo, e ladrone come sappiamo, aveva raccolto per sè
più di venti milioni; onde, a mostrare gratitudine verso l’indulgente
padrone, gli fece erigere a proprie spese quel primo teatro di pietra
che s’intitolò da Pompeo appunto. E nel tempo stesso in cui sorse il
teatro monumentale, Pompeo edificò un tempio a Minerva, che fu celebre,
più che per la sontuosa architettura, per l’iscrizione tanto laudatrice
del Magno eroe, che l’orgoglio umano nè prima nè dopo non ebbe mai
esaltazione maggiore.
Cesare, che disprezzava Pompeo, e lo credeva indegno di tanta fortuna,
e lo chiamava ladro della gloria altrui nella guerra spartacica e dei
Pirati, e diceva sì agevoli le vittorie sue, che anche un pretestato
avrebbe saputo compirle, e lo chiamava il più ignorante dei Romani, e
il meno atto a concionare, e il più intricato nei colloquj dove l’arte
e la scienza e la filosofia avevano parte, guardava e fremeva a tanto
sperpero di gloria e fortuna e potenza e ricchezza, e, ritorcendo
sopra di sè lo sguardo, pensava di aver dato fondo a tutte le ricchezze
avite; chè il sommo pontificato, l’edilità, il pretoriato, lo avevan
lasciato così sprofondato nei debiti, che oramai gli mancavano duemila
talenti (dodici milioni di lire italiche) a non posseder nulla. E
codesta frase, ch’ei trovò per la prima volta in uno di quei momenti
nei quali l’ira si converte in facezia, per la prima volta fece il giro
di Roma, e provocò il riso dei ricchi e dei poveri, e fu poi ripetuta
per lungo ordine di secoli dagli indebitati di tutte le classi.
Esso era anche uscito dalla carica di pretore, influentissima in
Roma, perchè tutte le contese relative alle cose dell’amministrazione
pubblica e privata, e alquante che riguardavano la giustizia e
l’osservanza delle leggi, dovevano passare per le aule pretorie.
Era dunque ridotto alla condizione di un semplice cittadino privato;
sempre il primo tuttavia nei consorzj geniali, alla palestra,
all’ippodromo, nelle disputazioni legali col giureconsulto Scevola
e le tre sue figlie bellissime, sfoggianti muliebre sapienza pei
riverberi della luce paterna; ascoltato nelle questioni d’arte da
Arcesilao, da Postumio, da Ermodoro, architetti insigni; vincitore
sovente di Varrone in questioni d’archeologia; insegnatore a Pompeo di
più esatta geografia de’ paesi che colui aveva conquistato; meraviglia
all’astronomo Posidonio, che da lui scolaro tenne lampi rischiaratori
nelle ricerche intorno al flusso e riflusso; e meraviglia a Sosigene,
ch’ei già preparava alla riforma del calendario. Ma codesti primati,
sebbene costituissero tanti diritti, pur lo mantenevano inerte nel
campo de’ grandi fatti.
Sebbene però guardasse a Pompeo ed alla sua immensa fortuna con
disdegno sprezzatore, e l’ambizione, come già era avvenuto al Magno
Alessandro, nei momenti della massima esaltazione gli avesse già fatto
parere angusta la terra, e si fosse affannato per ottenere il governo
della Spagna, statogli finalmente assegnato, pure da qualche giorno non
desiderava di lasciar Roma.
XXI.
L’IMPERIOSA.
Cesare, il profumato libertino, il desiderato da tutte le donne, l’odio
occulto di tutti i mariti, il rivale sospettato da tutti gli amanti,
non era mai stato preso da un vero, profondo, violento amore. Troppe
donne, troppe giovinette gli avevano aliato intorno più chiedenti che
chieste. Servilia istessa, alla quale ei professava una gratitudine
schiettamente sentita, e per la quale ebbe una singolare preferenza,
non lo aveva mai saputo esaltare a quell’entusiasmo onnipotente
dell’amore, che, allorquando invade e conflagra un’anima, si accampa
sovrano e prima di tutte le umane cose. Servilia erasene accorta, ma
non per questo potè mai tralasciar d’amarlo. L’amore di lei era quello
di una schiava africana, ardente, capace d’immergere il ferro in petto
all’uomo idolatrato, o di obbedirlo, come la belva domata, atterrita
pur nella ferocia, e governata da un fascino arcano.
Il sentimento pareva al tutto incompatibile colla forza e la vastità
della mente di Cesare, a guisa di un arbusto gentile che non può
tallire sulla eccelsa vetta di una roccia granitica. Ma Cesare era
l’uomo onnilatere, e nulla cosa a lui aveva a rimaner straniera; e però
doveva attraversare, prima che la sua gioventù si chiudesse, una di
quelle fasi della vita, che transitoriamente sembrano mandar naufraghe
nel mare agitato del cuore, le più rigide facoltà della mente.