Il cocchio dove Giulia stava assisa proseguì la via. Il fanciullo

Augusto, dalle guancie rosate e paffutelle e dagli occhi azzurri,

colle manine a pozzette, gettava baci al giovinetto Antonio assai più

che a Cesare (oh rose e pozzette bugiarde!). E Cesare lo inseguiva con

lento e meditante sguardo. Pareva che qualche Sibilla vaticinante lo

commovesse in quel punto; chè quel lungo inseguimento degli occhi non

potea derivare che da un’ispirazione arcana. E Antonio, raccogliendo

indifferente quei baci, non guardava che al cavallo di Cesare con

attenzione innamorata, e:

— Se tu mi concedi di ascendere questo poledro, mi parrà di essere un

dio; e per la prima volta un dio ti adorerà. Codesto non avvenne mai,

da che Giove tiene l’Olimpo in governo.

— Ed io tel lascio ascendere. Ma bada che è men trattabile dello stesso

Bucefalo d’Alessandro. Però, se riesci a dominarlo, te lo dono.

E Cesare balzò a terra d’un salto, e prendendo il cavallo pel freno,

si accostò, seguito da Antonio e da Sceva, alle taberne dove stavano

Pompeo e Cicerone, dove tutti potevano ascoltarlo, e:

— Te lo dono, continuò; ma devi anche volare a Interamna ad avvisar

Clodio, il quale dimora là da più giorni, che una tremenda calunnia lo

perseguita in Roma.

Cesare, non a caso, parlò con voce oltre il consueto sonora; onde

s’accrebbe il silenzio intorno a lui, e Cicerone lo guatò tra

attonito e beffardo; e Pompeo chinò il grave capo, non sapendo che mai

congetturare. E Cesare guardava, ascoltava, scrutava tutto, sempre,

in apparenza, intento al frigio cavallo che Antonio aveva preso per

le briglie, come se fosse già suo, e Sceva severissimo e già virile

guardava disattento; il giovinetto Sceva, che non avendo di poi saputo

congiungere vizio nessuno a virtù stragrandi, lasciò indifferente la

fama, e quantunque destinato, come già fu detto, ad essere l’eroe primo

di Farsaglia, non sarebbe giunto fino a noi, se Lucano non lo avesse

vendicato dell’ingratitudine di Cesare.

XV.

CICERONE E MARC’ANTONIO.

Cicerone, la vigilia del giorno decretato dal Senato per il giudizio

del misfatto di Clodio, sedeva nella sua biblioteca che, al pari

di tutte le biblioteche romane, era volta a levante, come punto più

adatto per difendere i volumi dalle offese dell’atmosfera (_usus enim

matutinum postulat lumen_). Intorno intorno alle pareti di quella

stanza quadrata erano tante casse o _armaria_ contenenti i volumi

o rotoli; ciascun _armario_ portava il suo numero d’ordine, ed era

riposto nei _foruli_ o _nidi_. Di questo tempo la biblioteca di

Cicerone, sebbene non ancora aumentata da quella ereditata da Attico,

era la prima di Roma, superiore persino a quella di Cesare; ma questi

non aveva ancor potuto colle gloriose rapine ajutare splendidamente

la sapienza. Però sono a riputare quasi sincere le parole di Marco

Tullio quando ebbe a dire ch’egli anteponeva la propria a tutti i

tesori di Creso. Cicerone, per qualche ora, stette leggendo solo;

poi il _librario_, il quale era uno schiavo custode della biblioteca,

gli annunciò che veniva Marc’Antonio insieme col fanciullo Pollione.

Cicerone chinò il capo; entrò l’adolescente Antonio, che della mano

destra cingeva il collo al fanciullo.

Il sedicenne Marc’Antonio soleva un giorno per settimana, quasi

sempre _in die Jovis_, recarsi da Cicerone, per apprendervi l’arte

oratoria, non l’eloquenza propriamente detta, ma la parte materiale di

essa; le pôse, vale a dire, il gesto, il modo di inflettere la voce.

Il giovinetto aveva una prodigiosa attitudine a questo; e Cicerone

si dilettava nell’ammaestrarlo. Ma Pollione era scolaro quotidiano

di Tullio, sempre che questi non fosse assorbito dal Senato, dai

Comizj, dal Pretorio. Il più grande degli oratori latini idolatrava

quel fanciullo, d’ingegno prodigiosamente precoce, e che già era la

meraviglia di tutta Roma. Cicerone predisse quel che poi si avverò,

che quel fanciullo di appena otto anni sarebbe stato oratore come

Demostene, poeta più di Ennio, storico come Erodoto. Or, per tornare al

giovinetto Antonio, non era Giove che presiedeva a quel giorno in cui

venne a Cicerone, era Marte; ma non a caso il _Padre della Patria_ lo

aveva fatto chiamare due giorni prima.

Cicerone sorrise quando vide Antonio, e fece seder Pollione e gli diede

un rotolo greco perchè tentasse di farlo latino. Disse poi ad Antonio:

— La prima filippica di Demostene la sai tu?

— Sì, tutta.

— Sei parato a declamarla? Io ascolto.... Ma in prima disponi meglio le

pieghe della toga. Un occhio di piega che venga a cader male in qualche

parte del corpo può provocare il riso in tutto l’uditorio, tradir la

causa del tuo cliente, e mandarlo desolato al carcere. Tutta la potenza

del mio amicissimo Ortensio consiste nel preparar bene la toga. La

plebe e la non plebe si pasce di nuge. Non comprende un detto sublime,

ma ride e sibila e imperversa se una piega è fuor di posto.

Dopo queste parole pronunciate incidentemente dal grande oratore,

Antonio s’accinse a declamare la prima filippica di Demostene; e

Marco Tullio in prima si alzò e, quasi fosse Fidia o Prassitele, venne

acconciando alcune pieghe della toga, ancora pretestata, del giovinetto

che non toccava i diciassette anni. La pretesta aveva alcuni ornamenti

di porpora, ed un fregio speciale d’oro o d’argento chiamato _bolla_.

E Antonio declamò. Lo sviluppo fisico in lui era completo; ampio già

di spalle, rotondo di membra, sebbene asciutte, siccome avviene della

prima giovinezza; fittissimi aveva e ricciuti i capelli, romanamente

ricciuti; l’occhio nero, lucente, saettante, già pieno di terribilità;

tuttavia, negli istanti della calma e dei tenui abbandoni, pareva di

vedere in esso la voluttà che nuotasse nell’intelligenza. Aveva voce

sonora, metallica, estesa sì che agli acuti, quando s’investiva di

Demostene (chè era colmo d’ingegno e d’ardore e d’onda drammatica),

nella calma notturna la sua voce avrebbe potuto percorrere un mezzo

miliario; tuonò dunque nell’idioma greco. Lo stesso Cicerone, maestro

sommo, gioiva a sentire la foga del giovinetto, quando sul labbro

di lui quella lingua inimitabile diventava tempesta tutta irta di

consonanti, nei punti che il greco autore aveva voluto soffiare la

procella nella congregata Atene; e, negli istanti che s’era proposto

di commuovere e cavar lagrime anche dalle più aride palpebre, aveva

chiamato in soccorso le vocali onde, abbisognando, quell’idioma è

tutto soave. Intanto che Antonio recitava, e Cicerone ascoltava, in

un canto della biblioteca, il fanciullo Pollione traduceva dal greco,

sospendendo di tant’in tanto quel lavoro, e prestando anch’esso

attenzione alle parole di Antonio. Ma questi non era stato chiamato

da Cicerone presso di sè per la lezione di declamazione. Essa in quel

giorno non era che un pretesto. Però come ebbe finito, e Cicerone

l’ebbe lodato:

— Or dimmi, Antonio, gli chiese Tullio, come ti si prestò in una lunga

corsa il cavallo di Cesare?

— Nemmen uno dei cavalli che Febo aggioga alla quadriga può eguagliar

questo di Giulio. È onda marina quando invade la riva; è saetta che

scatta, è luce, è lampo. Nè altri che Giulio ed io potrebbe governare

questo divino alipede. Cesare temeva per me. Ma io gli mostrai che ben

ero degno del suo generoso dono.

— E chi hai trovato ad Interamna?

— Clodio, che vi dimorava da quattro giorni.

— Parlasti seco?

— Sì.

— E ti disse?

— Nulla; e non sapeva nulla. Sì l’ho avvisato io della tremenda

calunnia che lo aveva assalito in Roma.

— A che ora giungesti ad Interamna?

— A mezzo il giorno.

— Bene è. Clodio poteva essere già arrivato là prima di te, partendo al

primo diluculo, quando, flagellato, fuggì dal recinto della oltraggiata

Bona. Tu partisti due ore dopo.

— Clodio non aveva il mio cavallo.

— Ha bighe ed ha quadriglie Clodio. Ed ha cavalli romani velocissimi.

Quattro fan sempre maggior via di uno solo.

— Tu sei oratore grande, o Tullio, e filosofo sommo, e sedesti nella

sedia consolare in modo da esser chiamato _Padre della Patria_: ma

questo non ti dà il diritto di sentenziar di cavalli e di velocità.

— Ma perchè ti recasti a Interamna?

— Per veder Clodio.

— E a che?

— Per ammonirlo della calunnia che lo perseguiva.

— E che te ne importava?

— Clodio è giovane ch’io prediligo. Me fanciullo, presso ad affogar nel

Tevere, egli salvò.

— Dunque tu credi che nel dì dei riti della dea, egli stesse fuori di

Roma?

— Non lo credo; lo so.

— Ed io so invece ch’egli era in Roma, perchè io stesso lo vidi.

— Alla tua età, cogli occhi quasi abbacinati dalle continue veglie e

da tutti i volumi greci e latini che stanno in quelle casse, è assai

facile prendersi abbaglio.

— Non ho tocco ancora il mezzo secolo e la notturna lucerna e i

caratteri latini e greci mi lasciarono ancor potente la pupilla. Ma

fossi stato anche cieco, nel dì dei riti ho parlato a Clodio che mi

rispose. Però tu hai detto mendacio.

— Non dirò ingiuria al mio maestro; ma respingendo l’ingiuria tua, sto

e starò fermo nel mio asserto, e sarò testimonio validissimo contro le

accusatrici e gli accusatori.

— La porpora e l’oro della tua pretesta ancora infantile t’interdicono,

o Antonio, d’esser testimonio.

— E allora sarò ancora più terribile.

— Che vuoi dire tu?

— Tutti i giovinetti miei colleghi nei ginnasj e nelle accademie,

tutti io condurrò, armati, a spaventare il Senato, quando mai facesse

ingiustizia. Non son necessari i _Viri_, no, nè i veterani, nè i

gladiatori a mettere Roma sottosopra. Ma noi dalla pretesta infantile

basteremo. Vedranno allora i Romani qual cosa potrà o saprà fare il

_Padre della Patria_.

Così dicendo il giovinetto Antonio uscì precipitoso e Cicerone

meditabondo gli tenne dietro collo sguardo.

— Io gli insegno oratoria, pensò o proferì poi sommesso, ma Cesare

insegna a costui l’arte degli ambidestri intrighi e delle fallacie

indegne di così giovane età, e nel petto gli va già condensando l’ira

ai futuri danni della patria. Oh Cesare! Silla ti avea conosciuto.

XVI.

TERENZIA.

Uscito Antonio, entrò Terenzia, la famosissima Terenzia, perchè

Cicerone volente o nolente, la tramandò ai posteri. Era donna di

belle forme e forti; ma le linee del volto, sebbene giuste, non erano

attraenti; e l’occhio rivelava intelligenza di donna volgare, e assai

più fatta di malignità che d’acutezza. Sentivasi la vanitosa gloria

di essere la moglie del grande oratore, del quale era fieramente

gelosa, onde gli stava sempre presso e lo importunava, e guai se nei

triclinii promiscui ei mostrasse alcuna deferenza per qualche altra

donna romana. Nè solo era gelosa delle donne, per sè; ma era gelosa

anche degli uomini, per Cicerone. Non trovava virtù nessuna in nessuno.

Guai se alcuno le lodasse Ortensio o Crasso, ch’erano eloquentissimi.

Allorchè Cicerone, il quale era davvero un _vir bonus_, e, purchè a

lui si concedesse il primo posto, era facilmente liberale di lodi,

dopo l’orazione di Cesare contro Dolabella, in un istante d’entusiasmo

sincero, proclamò ad Apollodoro e al giureconsulto Scevola e al rètore

Diodato che Cesare col tempo e persistendo sarebbe diventato il primo

oratore di Roma, ella salì in tanto furore che gli astanti ne risero.

Codesto amore fatto di ammirazione che essa portava a Cicerone,

siccome non aveva nè modo, nè misura, nè buon giudizio, recava al

grande oratore un tedio orrendo; chè ella codiava agli ingressi delle

camere dove si raccoglievano i clienti, e ascoltava attenta tutto

quello che dicevano gli amici che recavansi a visitar Cicerone,

e poscia tempestava di rimproveri e di consigli e talora anche di

minaccie il filosofo infelice, che calmo ascoltava e rado rispondeva;

e per comprimere la tentazione di salire in furore, pensava intanto

a qualcuna delle sue opere. Quante volte il _De Oratore_ e il _De

Officiis_ lo salvarono dalle battaglie domestiche!

— Voglio credere, o Marco, che tu non vorrai ascoltare questo

sfacciatissimo fanciullo.

Cicerone girò la testa, guardò Terenzia, e, continuando essa a parlare

e a gridare, egli piegò il collo e volse gli occhi a terra, come chi è

disposto a ricevere intero un acquazzone che imperversa.

— Io stessa percossi l’infame Clodio e con me donne più di cento,

tanto che a lui convenne partire, anzi fuggire; fuggir scornato,

flagellato, insanguinato. Non poteva ei dunque trovarsi in Interamna

quando ciò avvenne. Però, se io fossi Cicerone, il grande oratore, il

_Padre della Patria_, vorrei davanti alla maestà del Senato, domandare

all’empio da chi tenne tante ferite. Ben dovrà egli saper rispondere,

perchè di quelle un uomo non può sanare in tre dì. E come hai tu

sterminato i Catilinarj, devi sterminare così tutta la casa Clodia,

e salvar Roma da questo giovane, che è il disonore dei patrizj, dei

cavalieri, della toga e delle armi, perchè, appena ventenne, vi tien

tutti in isgomento. Pompeo gli s’invola innanzi, Cesare gli è amico e

lo lusinga e lo difende, Crasso gli dà danaro, tu tentenni al solito

e più quando sei al suo cospetto, e non sopporti la luce di quel suo

sguardo inesplicabile. O è un dio costui, un dio più in su di Giove,

onnipotente come il fato, o non so più chi mai egli possa essere. E

c’è la impudentissima Quadrantaria, la sorella; quella che ti sobillò

a ripudiarmi per diventare la moglie tua; Quadrantaria, più impudente

ancora del fratello, e per la quale si dovranno un giorno purgare le

aure romane, e aspergere d’onda lustrale le donne tutte e le fanciulle

di Roma, contaminate come furono dalla sola sua presenza.

Come quando per comprimere un dolore fisico, si sospinge il pensiero

a sprofondarsi in quei subbietti che per consueto lo rapiscono,

così Cicerone, intento com’era in quei giorni a dettare il _Sogno

di Scipione_, intorno al quale ei voleva sfoggiare tutta l’altezza e

l’eleganza dello stile latino, riandava colla memoria quello che già

aveva scritto, affannandosi nello studio di una perfezione che al suo

gusto non mai contentabile pareva refrattaria. Però, risolvendosi per

lui le parole di Terenzia in un rumore quasi privo di senso, riuscì

anche questa volta a scansare un fracassoso diverbio.

E, come terminando di ripetere a memoria un brano del suo lavoro

sublime, si alzò, e rivoltosi a Terenzia, ripetè con voce sonora quelle

parole che stanno nel Sogno istesso: _Ade animo et omitte timorem._ E

così detto, uscì, lasciando Terenzia nel colmo dell’ira, che in lei

quasi sempre, anzichè venir placata, si esacerbava pel silenzio di

Cicerone.

Il più grande oratore e il più gran filosofo di Roma antica era uomo

d’indole mite: la efferatezza romana ei non la sentiva; pensatore

multilatere, considerando gli uomini e gli eventi dalle faccie

molteplici che gli si svolgevano innanzi, non stava mai fermo al suo

proposito.

Nel personaggio il più tristo e crudele, essendo gran scrutatore di

caratteri, sapeva scoprir la vena dolce; però era incapace di odio.

Negli uomini temperati alla più solida virtù, ei pur sapeva intravedere

le occulte mire, e della virtù medesima sospettava la vanità. Catone,

l’incorruttibile, l’inesorabile Catone era segno alle sue perpetue

celie. Bensì era devotissimo dell’amicizia, purchè la simpatia

dell’ingegno e la scienza ne fossero il cemento. Cicerone è stato forse

il primo gran personaggio dell’antichità che preannunciasse il tipo

degli uomini moderni.

I Romani eran fatti di un metallo solo e fusi in un pezzo solo.

Cicerone invece era metallo di Corinto, preziosissimo, ma di varia

lega, e la sua statua era contesta di pezzi diversi.

XVII.

CESARE, CRASSO E CICERONE.

Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque fosse certissimo

della colpa di Clodio, sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo.

In primo luogo, come filosofo e pensatore, non essendo quel che

potrebbe dirsi, un bigotto di Roma antica, in faccia alla giustizia

assoluta, non dava grande importanza all’insulto fatto ai riti della

dea Bona; dea di terzo ordine, la quale era piuttosto complice dei

disordini delle matrone e delle donne romane, che inspiratrice e

custode della loro virtù. Facendo la via, crollava dunque la testa,

pensando all’importanza smodata che davasi alla colpa di Clodio. In

secondo luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente terribile

a tutti, e non sapeva risolversi a farselo nemico, e facendosi nemico

lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. Procedette così fino

al tempio, dove il Senato doveva congregarsi. Innanzi al limitare di

esso vide Cesare e Crasso circondati da una fitta di cittadini d’ogni

classe. V’erano patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè

Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, e:

— Credo bene che tu avrai divisa la tua colla mia sentenza?

— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà sentir l’accusa, i testimoni,

la difesa, tutto quello che è necessario a pronunciare una sentenza.

Del rimanente, che Clodio abbia contaminato i riti della dea come lo

ha giurato la madre tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, o

Cesare, che non dirò e non farò cosa che sia contro alla giustizia.

L’ambizione, che era la sola eccitatrice del coraggio di Cicerone, e

che già lo aveva reso imperterrito e inesorabile nella condanna dei

catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche questa volta. Non

voleva mettere in pericolo il predicato di _Padre della Patria_, che

lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli giunse all’orecchio

pronunciato dalla gran voce del popolo romano.

Così insieme con Cesare e con Crasso ei mise piede nel vasto pronao

del tempio. Quanti stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso

recinto, dove tutta Roma era affollata, tanta era l’importanza che

davasi a Clodio e al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che il

Senato avrebbe pronunciato.

E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante nell’incesso,

infiammato negli occhi: e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco

suonante vibrava saette pestifere a contaminare il campo argivo.

Il frastuono era al sommo. Cesare parlava ora all’uno, ora all’altro,

ora all’altro. Crasso faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan

teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, come in atto di promessa

e di giuramento. Solo a un certo punto nacque diverbio tra Cesare e un

tal Trebonio.

— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli questi, e farò a tuo senno.

— Non li ho meco, Trebonio. Domani li avrai.

— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. Trenta clienti stanno

agli ordini miei.

— Ebbene, attendi.

Passeggiava tra quella folla, circondato dai suoi pari, un tale Assio,

celebre usuraio di quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli,

e in tutti i giorni d’assemblea venivano nel pronao a mercanteggiar di

danaro. Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in Asia portando

in Roma, insieme con alquanti de’ suoi commilitoni, assai danaro. La

sua schiera chiamavasi l’_Acies Asiatica_.

Cesare gli si avvicinò e gli disse:

— Dammi cinquanta talenti.

— Non li ho meco.

— Valli a prendere sull’istante.

— Se Crasso ti fa garanzia, vado.

Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il fatto:

— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va.

Assio partì.

Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao. La varia folla, dove

tutte le classi si mescevano, era fondo cupamente agitato, quasi fosse

onda acherontea, sul quale staccavano a grande rilievo gli antichi

illustri scellerati.

XVIII.

CLODIO.

Chi s’addentrò nella storia romana con istudio più che mediocre, e,

com’è naturale, per l’invito del soggetto stragrande, s’intrattenne

più a lungo coi personaggi onde gli ultimi cento anni della repubblica

sono in vario modo famosissimi, avrà dovuto pensare che Clodio non

ha nulla di comune cogli altri celebri, e nello stesso tempo farsi la

quistione del perchè, senza nessuna precedenza di guerra, di conquiste,

di gloria, senza nessun prestigio eccezionale di quella eloquenza colla

quale si esaltano ad ingiuste predilezioni le facili plebi, colui abbia

potuto diventare così invadente, tremendo, invincibile, pur nel fitto

di tante strenue figure, e tra quei colossi di Cesare e Pompeo. Ma,

ad una malvagità che passava la misura, ad un temperamento di belva

indomabile, congiungeva una forza di volontà tale che non lo faceva

mai dubitante in faccia a qualunque ostacolo. Doni naturali e fortune

spontanee aveva avuto nella beltà fisica e nella ricchezza; ma questi

doni divideva con altri molti; e se la ricchezza gli aveva giovato

per tenere una schiera numerosissima di schiavi e gladiatori, della

bellezza non aveva saputo far uso se non se per rendersi odiosissimo

alle donne, che egli disprezzava e insultava appena che, attirate dalle

fallaci apparenze, gli si abbandonavano inconscie.

Codesto fenomeno umano di Roma antica lo si spiega adunque col solo

fatto della forza della volontà. E codesta forza a Clodio derivava

dalla efferatezza e dal men che mediocre ingegno, che gl’impediva di

vedere i pericoli; il che spiega altresì come Cesare, l’idolatrato,

palpasse la groppa di quel cavallo selvaggio. Ma se si spiega la

cagione della deferenza di Cesare, non si può scusare l’uomo che palpa

adulatore e mendace, potendo flagellare a sangue e punire. Se non

che, Cesare intendeva valersi di Clodio in quella guisa onde l’indiano

sguinzaglia il leopardo a cacciare le antilopi. Viltà però era questa,

della quale nessun panegirista saprebbe salvarlo, e che mostra davvero

come nessuna faccia dell’umano poliedro mancasse a Cesare, nemmeno la

viltà, e come tutte le sue doti incomparabili e pressochè sovrumane,

egli governasse con una prudenza longanime e fredda, che pareva scaglia

di serpente attorta ai generosi fianchi del leone.

Intanto che i senatori, tenendo dietro ai consoli Pisone e Messala,

entravano nel tempio, Cesare diceva a Clodio:

— Male fu, o Clodio, che siasi pubblicato questo decreto — _a

Pontificibus factum Clodii nefas esse decretum_. — E, come il leggi su

questa colonna, non è cantonata in Roma dove esso non si veda.

— Ridicola cosa è questa, o Cesare, che il Senato siasi rivolto al

collegio dei pontefici, perchè sentenziassero se il fatto onde sono

imputato sia un delitto. Se il fatto fosse, il delitto esiste, la

legge non fu abrogata. Se io vengo accusato d’aver congiurato a’ danni

della repubblica, non occorrono pontefici per sentenziare se questo sia

delitto. Occorre sentenziare se l’accusa sia vera o falsa.

— _Macte animo_, o Clodio, sebbene la parte più formidabile del decreto

sia questa. Leggi.

— Ho letto; il so.

— _Ex_ S. C. _consules ad rogationem promulgandam vocati_. Quasi tutti

i senatori ti sono avversi. Con questo decreto intesero alla rovina

tua.

La faccia tremenda di Clodio e invariabile, parve impensierirsi.

Cesare lo guardava e rideva nell’animo.

— _Macte animo_, ripetè poscia. Il tribuno Fufio Caleno mi obbedirà.

Esso è già entrato, e siede nel suo stallo. Egli farà obbiezione al

decreto.

Così dicendo, entrò nel tempio insieme a Clodio.

Eretto espressamente vicino alla Curia, e dedicato a Giove, quel tempio

era costrutto in forma di elissi, a guisa di circo; aperto nella vôlta,

sotto a quella, rigirava un _podium_ su cui si affollavano i Romani

che vestivano il sajo o la cinerea toga, e che, da quell’altezza,

seppure vedevan muoversi le bocche senatorie, ben rare volte dall’onda

sonora era ad essi fatto dono delle orazioni declamate. A loro pareva

di sentire ed eran paghi; e, ad ogni modo, si godevano ad ammirare

la maestà dei padri della patria, e i non sperati laticlavj. Assai

più sotto, e quasi presso alla statua d’oro di Giove, che sorgeva

al disopra degli stalli dove sedevano i consoli, girava, soltanto la

terza parte della vasta elissi, un altro _podium_, coperto da un aureo

graticcio, dietro al quale ascoltavano, non vedute, le vestali e le

cospicue matrone romane. Raro era che quello fosse occupato; ma in

quel giorno appena bastava per contenere tutte le intervenute. Oltre le

vestali, la maggior parte aveva sacrificato alla dea, e taluna di esse

sapeva che i mariti avrebbero deposto Clodio non esser penetrato.

La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2) · 第 4 / 9 段