Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva sul Palatino. Era

di costruzione etrusca; veduto all’esterno pareva una dimora cadente

in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a ripararlo; l’avrebbe anzi

smantellato in guisa da farlo parere una rovina ancor più illustre,

assidua commemoratrice ai Romani della vetustà del suo casato. Ma

varcato il pronao, anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi,

tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva, diremo, la luce della pompa

orientale e meridionale. La madre Grecia, e la Grecia grande, e l’Asia,

e l’alto Egitto, quasi a rappresentare là dentro l’assorbimento romano,

e la divoratrice conquista, sfoggiavano tutto quello che l’arte, e il

lusso, e la corruzione avevano trovato nelle patrie dell’alloro e del

non ancora rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio spazio che

divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava

delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di

ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati

i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde

luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro in cerchio; a

quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali

rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti

in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano serpentino

con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento,

nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva

fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari; ma

l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là

dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.

Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano

aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con

frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che

pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano

alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto.

Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le

fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il

cuore dai desiderj tentatori.

Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di

pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’

suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo

di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava

essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno

l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo

dei doni immortali della divinità.

Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi

latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che

produceva, e _Mellario_ il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare

che quelle donne stessero innanzi alla dea, _velate di devota

incontinenza_, preparando così la frase al poeta futuro.

Quando la vestale _damiatrice_ s’inginocchiò davanti al

simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio,

s’inginocchiarono; e con esse quante matrone e spose e fidanzate e

fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini

sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per

l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto

il nono lustro; pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce

delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri

parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa

Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava

lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e

solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea

segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità

della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime

accensioni.

Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al

collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie

del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il

peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso

ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta

adolescente della casa _Imperiosa_. Colla chioma biondissima e l’alba

pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda

fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla

Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la

_cæruleam pubem_.

Ma la _damiatrice_ pronunciò la preghiera, maritandola ad una

antichissima cantilena del Lazio:

«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora

terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso

nella propria luce; inspira e consiglia e sgomenta il senso delle

mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata

Roma; e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e

invitto il popolo romano.»

Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute

in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si

ribellavano all’alto concetto della preghiera.

Quando tacquero i canti, la _damiatrice_ s’accinse a compiere il

sagrificio che chiamavasi _Damium_, da _Damia_, altro nome che teneva

la dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice. Questa immolò

alquante galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici

tra le più giovani vestali, immersero nel _Mellario_ altrettante

coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne

bevettero, e le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora vuotate

e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il _Mellario_

rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in

lingua greca: _Evviva il frutto di Bacco_ — e tosto cominciarono le

danze bacchiche; e alquante donne, tra le più giovani e formose, e

indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi in Mènadi e Tìadi

e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome,

svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero in pelli succinte,

scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è per ciò che

agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi

vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie

della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti,

fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze.

Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio severissimo, quasi

disapprovasse quei danzanti cori, più che della dea, cultrici della

troppo geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare perchè erano

concessi dal rito biforme; nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo

e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli sguardi onde la suocera

la teneva in soggezione. Se non che, a un certo punto, un’ancella

s’accostò a lei, e, annunciandole la visita di una donna, la ritrasse

fuori del Procinto.

— E chi è questa donna? chiese Pompea.

— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore e comprimi il grido, se mai

nel vederla, tentasse prorompere dal tuo labbro.

— È forse qualche indovina dai nefasti augurii?

— No; è tale invece che ti colmerà di gioia. Ma comprimi il cuore

perchè non ti scoppii, e soffoca il respiro, e raccomandati a Giove

onnipotente.

E vennero a un recesso rimasto solitario, dove la luce dell’aula magna,

attraversando atrii e fughe di colonne, si scioglieva in un pallido

albore.

— È tra quelle colonne, disse l’ancella.

E la ignota donna incoronata di rose e bianco-vestita fece alcuni

passi..... e prendendo a Pompea la tunica:

— Or vedi se t’amo! le disse.

L’ancella, smemorata della propria condizione, mise una mano sulla

bocca di Pompea, con violenza non voluta a comprimere il grido che

n’usciva, e si ritrasse poscia a qualche distanza.

— Domani, continuava quella donna, io starò nel carcere Mamertino. Ma

oggi sto qui; qui, o Pompea; e ti abbraccio e ti bacio, e si sperda

ogni fede maritale, e Cesare m’invidii, e mi abborra invidiandomi, e

mi accusi innanzi a Roma esterrefatta del mio ardire sacrilego, ma

ammirata anche dell’amor mio sovrumano. È un dio in me oggi che mi

comunica un furor sacro e un potere che varca ogni umana idea. Esci

meco, o donna. Fuggi di qui, o Pompea, fuggi con me; e saziato alfine

e risaziato il vietato amor nostro, si discenda sotterra, e l’aura solo

degli elisi lo smorzi, e calmi e trasmuti in una beatitudine eterna.

Pompea non rispondeva, e tutta tremante si lasciava abbracciare e

baciare e ribaciare, non potendo por freno all’insanito impeto del

travestito Clodio; nè volendolo forse, chè sentivasi rapita e inebriata

anch’essa da quei detti infuocati e sincerissimi in quel punto.

Ma gl’istanti volavano, e da quel recesso del palagio si sentirono

voci più vicine e fruscìo di vesti e suon di passi vicinissimi.

Pompea, atterrita, tentò svincolarsi dalle braccia di Clodio; l’ancella

confidente, che stava sull’ale a qualche distanza, accorse ad ammonirli

che potevano essere scoperti; e Pompea, strappata dalle mani del

giovane la propria stola, che mandò suono di prolungato squarcio,

fuggì, e si ridusse tra la folla muliebre, occultando i lembi del

diviso bisso.

Clodio si tolse di là, e movendo a caso e a tentone lungo le intime

parti della casa, s’incontrò in alcune famule che là vegliavano. Quella

donna aggirantesi colà solitaria provocò l’attenzione di esse; e la

più vecchia ed astuta, domandando con voce alta di chi chiedesse o di

che abbisognasse, le si accostò. Clodio rispose iracondo, ma la voce

maschile, sebben di suono bastardo, non saputa alterare in quel momento

di eccitazione e d’ansia e d’incertezza, lo tradì e lo scoperse; e

la scaltra vecchiarda che, ben sapendo dei quotidiani inseguimenti

di Clodio, e obbedendo riverente ad Aurelia, credeva gratificarsela

con ostentare avversione a Pompea, lo conobbe e lo nominò forte; e

corse ad Aurelia, ed empì di scandalo e di orror sacro le vestali e la

moltitudine delle donne che affollavano il Procinto, annunciando che un

uomo aveva invaso il tempio della dea antropofoba.

Allora le matrone travestite da _Bassaree_ e da _Tiadi_, armate

di bastoni intrecciati di pampini e d’ellera, mossero in cerca del

profanatore, e lo trovarono che ancora s’aggirava lungo gli oscuri

atrj. Lo circondarono affollate, gli gridaron d’uscire; nè ancora

movendosi colui, lo percossero spietate, sospingendolo alle porte.

Tra quelle _Tiadi_ e _Bassaree_ v’erano forse le smesse e dispregiate

amanti di Clodio, che, immemori in quel punto della dea profanata,

provvidero a vendicar sè stesse dei patiti insulti. E Clodio uscì,

facendosi delle braccia valido schermo al volto che serbò inviolato.

Alla notte succedeva il conticinio, o il primo crepuscolo.

XIII.

AURELIA E CESARE.

La solennità era compiuta. Nell’ampio spazio che si stendeva davanti

al palagio di Cesare, scalpitavano cavalli e rumoreggiavano ruote

di cocchj fastosi. L’ostiario dall’alto della scalea gridava i nomi

delle uscenti patrizie; e gli aurighi accorrevano. Suonavano nell’aere

crepuscolare gli appellativi delle più vetuste case romane: Arvina

Domus, Bubulea, Calpurnia, Censorina, Fabia, Drusa, Imperiosa, Julia...

E dopo un’ora, allorchè al conticinio successe il dilucolo, e tutto

fu silenzio intorno al palazzo, Aurelia uscì in cocchio dalle porte,

e recossi alla Suburra, alla casa-tempio del figlio Giulio. Discese,

entrò. Cesare vegliava nella biblioteca. Egli alzossi quand’ella gli

comparve innanzi.

Osservandoli, non si rivelava, al primo, nessuna somiglianza tra loro.

Aurelia aveva l’occhio ampio, azzurro, calmo. Cesare lo aveva nero,

profondo, saettante. Della madre non teneva che la linea del mento

larga e quadrata, linea che poi la scienza rivelò significare la

fermezza implacabile del carattere, e la forza della volontà. Della

madre teneva pure la pallidissima pelle e la bocca non descrivibile,

ma parlante anche nel silenzio. Del padre, che non conobbe, ei teneva

quegli elementi discrepanti, che rompendo la linea severa di una troppo

uguale virtù, la estendono e le comunicano una varietà infinita. Il

padre aveva rivelato ingegno naturale fortissimo; ma non volle mai

stancarlo nè col greco d’Omero, nè con quello d’Esiodo; aveva militato

strenuamente perchè a tutto era atto; ma appena gli fu concesso, erasi

ritratto in villa, dove morì in età appena virile. Da codesti mortali

che non fanno dispendio delle doti onde la natura fu con essi liberale,

nascono per consueto i grandissimi uomini.

È il cervello forse, non mai adoperato, che trapassa nei generati,

vergine, e intatto, e con moltiplicate forze, in quella guisa che

l’avarizia paterna condensa ai successori inaspettate ricchezze.

— Qual grave fatto ti conduce da me in quest’ora, o madre?

— È più che grave; è inaudito: e volli che tu lo sapessi da me,

prima che la voce di Roma giungesse al tuo orecchio. Clodio, in veste

muliebre, penetrò questa notte nella casa Giulia; nella tua casa, che i

Romani chiamano sacra, quasi tempio. L’osceno giovane insultò ai riti

della dea, cui le vestali e noi, venerate matrone, sagrificavamo. Ei

vide e parlò e tese insidie alla moglie tua. Gli schiavi espunsero il

vero dalla lenonia ancella, battendola a verghe. Lungo la intera mia

vita, che già misura nove lustri, non fu consumato mai così nefando

sacrilegio. Appena se ne rammentava mia madre, che morì settantenne

prima che tu nascessi. Ma domani, innanzi alla maestà del Senato,

tutta Roma s’inchini alla maestà della tua vendetta. Le pene del

carcere Mamertino vengano a tuo e a mio riguardo esacerbate; e dopo il

decretato lustro, invece del perpetuo esilio, l’empio insultatore abbia

morte sul Campo Scellerato. Una legge nuova surroghi l’antica.

Cesare stette in silenzio per qualche tempo, e sulla sua fronte

chinata, si vedevano, quasi nubi, a passare i pensieri; ma, a un

tratto, di tetro, fatto calmo e sereno:

— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa alle agnelle, non per

ciò le agnelle vengono contaminate, nè patisce disonore il padrone

dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso certissimamente?

— Mille donne il videro.

— Era vuotato il _Mellario_ quando lo videro?

— A che accenni tu?

— Guarda, o madre: io non bevo che acqua, acqua tersa e leggera,

che attraversando cento miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel

_Mellario_ sacro avesse brillato quest’onda, non avreste veduto Clodio;

no, ma la sorella di lui. Castore e Polluce erano men gemelli di

costoro due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno.

— E dunque?

— Io dovrei accusar Clodio domani, come la legge impone, ma non

l’accuserò. Di codesti Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno

appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni modo: nella testa, nel

cuore, nel sangue. E costoro mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel

che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla destra); non mi

basta il tempo per provvedere alle inutili vendette che tu mi consigli.

Altre vendette io voglio, ma grandi, più grandi di Roma, grandi come

l’universo. Codesti Clodj son belve, e l’uomo usufrutta le belve,

solleticandole. Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella penetrò

nell’apprestato santuario della dea.

— Ma e permetterai tu che Pompea?...

— Ella non fu che sventurata....

— Sventurata?

— Sventurata che le verghe abbiano strappato una menzogna alla

bocca dell’ancella; che le vestali e le matrone prostrate alla dea

castissima, l’abbian creduta capace di tradir me, me Cesare, figlio

della veneranda Aurelia, e che perciò io debba essere costretto a

ripudiarla.

— Non ti comprendo, o Giulio.

— Il tuo senno doveva precorrere il mio. Non basta che la moglie di

Cesare sia innocente, ella doveva essere superiore ad ogni sospetto.

Però, se non fu, esca dalla mia casa e si cerchi altro marito. Ed ora

bacia tuo figlio, o veneranda Aurelia, e affrettati al riposo; chè gli

occhi tuoi accusano la stanchezza della notte vegliata.

Aurelia, grave e silenziosa, partì.

Cesare l’accompagnò fino alle soglie, e baciolla in fronte con

riverenza. Ei fremeva di dentro; ma la madre non vide che serenità e

calma.

XIV.

I BAGNI AL PONTE FABRICIO.

Il dì successivo all’esecrando misfatto, tutta Roma stette variamente

commossa di stupore. Nessun uomo fino allora aveva osato mescolarsi ai

riti privilegiati della dea Bona con sacrilego intento. Solo nell’anno

640 di Roma un improvvido giovinetto della casa Fidena, sospinto da

curiosità spensierata, vi si era accostato; e scoperto, e condannato, e

chiuso nel carcere Mamertino, vi era morto prima che spirasse il lustro

espiatorio. Ma anche fuori del sacrilegio, onde inorridivano i devoti

di quel tempo, l’audacia di Clodio sembrava incredibile agli stessi

conscellerati suoi amici e seguaci, per l’ingiuria fatta alla casa di

Cesare, del prediletto, del già divino Cesare; per l’offesa recata ad

Aurelia, sacra tra le matrone; e l’insulto, onde nella baciata Pompea

aveva ferito il Magno eroe, l’invitto fino a quel tempo, tornato allora

dalla guerra mitridatica, tra i raggi di una gloria che non pareva

superabile, e i fumi di un orgoglio senza misura, onde nel tempio

consacrato, dopo il trionfo a Minerva, aveva fatto scolpire: — Aver

esso uccisi due milioni d’uomini, affondate ottocento navi, conquistate

più di mille e cinquecento città. — Però i riti più vietati, la

castità più custodita, il privilegio, la potenza, la gloria dei due più

benedetti dalla dea Fortuna, Clodio aveva saputo avvolgere in un’onta

sola.

Intorno all’ora che i Romani chiamavano _meridiei inclinatio_,

risuonava di voci il grande edificio dei pubblici bagni, che Cesare,

essendo edile, aveva fatto costruire con insolita magnificenza, sebben

di legno, presso al ponte Fabricio. Prima di Cesare, i pubblici bagni

avevano servito soltanto per le povere classi; ma con lui e per lui

vennero poi frequentati anche dai ricchi patrizj, dai senatori e dai

cavalieri. A qualunque cosa Cesare provvedesse, sempre si scorgeva in

esso l’intento sociale di equiparar le classi, di abbassare la nobiltà,

confondendola con quella che Tullio chiamò _la feccia di Romolo_,

e di rendersi così affezionata, obbediente e ligia la parte massima

del mondo romano, ossia quella vasta e varia ed eterna plebe, mare

magno nel quale egli intendeva di soffiar la procella a sua voglia,

e di mandarvi naufrago il patriziato rivale. — Quell’edificio era

vastissimo, e poteva contenere più di tremila persone. Era di legno, ma

non appariva tale, perchè le tinte simulavano i marmi, e l’oro faceva

splendidi gli architravi e i capitelli corinzj. Intorno all’edificio

balneario v’erano botteghe e taberne d’ogni genere; le più eleganti

sorgevano dalla parte del Tevere; tra queste alcune che sulla facciata

portavano scolpita la parola — _Refectorium_. — Fuori di esse v’eran

tavole di marmo e sedili dorati e velarj azzurri con stelle, a riparo

del sole. Alle cineree toghe degli ultimi plebei, alle _pulle_ degli

atrati, mescolavansi, agli ingressi ed alle uscite dell’edificio

balneario, e purpurei laticlavj, e toghe pure e palmate e preteste, e

loriche metalliche di veliti e astati; e tra una fitta di lercia plebe,

fu vista a brillare anche la clamide _coccinea_ di Pompeo che uscì

all’aperto recandosi sotto una tenda, dove Marco Tullio Cicerone stava

conversando colle tre bellissime figlie del giureconsulto Scevola, e

col rètore Diodato, che egli alloggiava. Allorchè splendette al sole

la clamide di Pompeo, Cesare, dalla via che scende dal Palatino, se

ne veniva a cavallo, seguito da due famuli equarj incontrandosi nel

cocchio di Giulia, la sorella di Gajo Cesare, la vedova del padre di

Augusto, che, fanciullo di tre anni, ella si teneva d’accanto. Esciva

in quel momento anch’essa da quei pubblici bagni, cosa di cui gli

storici fanno particolare menzione.

— Salve, o Giulia, le disse Cesare. Tu dài riputazione a questi luoghi;

bene sta che il tuo fanciullo sia teco; bello ei cresce, e caro agli

Dei.

— Grazie ti rendo. Oggi lo immersi io stessa per la prima volta nella

vasca dei fanciulli che non pagano il quadrante. Pareva un picciol nume

fra gli altri che carezzosi lo attorniavano. Certo non è più venusto nè

più roseo il figlio alato della dea da cui derivi. —

Ed ecco un problema storico.

Nei tempi della prisca repubblica, quando le più rigide virtù erano

custodi della libertà, i ricchi patrizj non si mescolavano mai alla

plebe: il padre non si bagnava col figlio pubere, nè il suocero col

genero. La repubblica non voleva l’eguaglianza. Ma nella decadenza di

essa, il patrizio si mescolò invece alla plebe. Cesare aveva condotto

le cose di maniera che così avvenisse; come aveva tentato instaurare

i giochi greci, per intenti che non pareva avessero relazione alcuna

con essi. Pompeo mesce la clamide alle _sordide_ dei plebei; il

fanciullo Augusto è tuffato nella pubblica vasca insieme ai fanciulli

volgari. Cesare non sapeva i destini del fortunatissimo fanciullo,

come non sapeva che Adriano si sarebbe bagnato in pubblico in mezzo

alla moltitudine, e che Alessandro Severo, nelle terme da lui erette,

sarebbesi mescolato col basso popolo, e, siccome narra Lampridio,

sarebbe tornato pedestre al palazzo imperiale in mezzo alla folla,

colle vesti ancora indossate dei pubblici bagni. Tolta la libertà, è

agevole a chi si tiene la supremazia di fatto, il dare spettacolo di

eguaglianza apparente.

Intanto che Cesare s’intratteneva colla madre d’Augusto, una frotta

di giovanetti appena pretestati, usciva dai bagni schiamazzando.

Marc’Antonio e Sceva spiccavano tra quelli. Il primo era già ben

noto in Roma pei meriti paterni e la ricchezza e l’ingegno e la forza

muscolare ch’ei veniva sempre più aumentando coll’assiduo esercizio e

l’arte che gli comunicava il celebre atleta Cromi, l’invincibile nei

giochi del circo, il desiderato dalle proterve romane, l’amante della

famosa Galeria Emboliaria, la meravigliosa attrice romana, la quale,

non ancora trentenne, possedeva case in città, e ville a Tivoli e a

Brindisi, e seicento talenti (più di due milioni di lire italiane)

che depositati nelle casse di Crasso, le fruttavano l’interesse del

tre per cento. Sceva, lo sappiamo, era uno dei pochi giovinetti reduci

dai campi sanguinosi di Perugia. Aveva seguito Catilina e Sempronia, e

combattendo strenuamente con essi, con essi era caduto, e come estinto

era stato trovato sul cadavere di Catilina. Esso mostrava una profonda

cicatrice che, dal sopracciglio destro tagliato, saliva traversale

fino al sommo delle tempia. Il giovane Antonio, seguito da Sceva, se

ne venne a Cesare, che salutò ambidue facendo scorrere la destra sui

capelli dell’uno e dell’altro, e piacevolmente tirando una ciocca al

ben chiomato Antonio.

La folla dei bagnanti e dei bagnati che sedeva innanzi alle taberne,

con nappi colmi di sidro e cerevisia e di biondo lieo, guardava al

gruppo di coloro su cui Cesare sovrastava, senza sapere, senza nemmeno

sospettare di quali e quanti eventi il fato e la fortuna stava per

renderli inventori e agitatori e vittime e raccoglitori beati. E in

quel punto il cavallo di Cesare attraeva l’attenzione di tutti, perfino

quella di Cicerone, per un istante smemorato del passato, spensierato

del futuro. Eppure, tutta Roma rumoreggiava in quel momento di

Cesare, e della moglie sua, e di Aurelia, e di Clodio, e del misfatto

sacrilego, e dell’insulto fatto al cielo ed alla terra, e della

onnipotente maestà del Senato, che avrebbe sgomentato i contemporanei e

i posteri colla terribilità della sentenza e dell’esempio.

Ma il cavallo di Cesare, tenuto in assidua ed elegante irrequietudine

dalla mano esperta e dal consapevol piede del cavaliere, doveva per

un momento trattener le parole sulle labbra di tutti gli astanti, e

chiamare i loro sguardi sul pelo color margarita, che i pascoli dello

Xanto avevan fatto insigne di lucentezza cangiante, e sulla criniera

negra e il collo arcuato e le nari espanse e gli occhi sanguigni e

gl’ineffabili garetti. Cesare voleva preparare Roma a negare importanza

a quello che era avvenuto la notte prima, ostentando la propria calma

nello spettacolo del frigio poledro.

E il giovinetto Marc’Antonio, ammirando parte a parte le forme di esso:

— E perchè, disse, o Cesare, non concedi nessuno lo ascenda di te

infuori?

— Perchè tutti me li sbalza lungi a centinaja di palmi; tanto è

caparbio nel non volere che altri gli comprima il dorso.

La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2) · 第 3 / 9 段