sciagurati ch’erano rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere
e strangolare nel carcere Mamertino, arbitrariamente, violentemente,
senza processo. Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre della
Patria, così avendo voluto la fortuna, chè merito nessuno egli non
aveva avuto in quel fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio,
e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe caduto nell’insidia
di Catilina. Eppure di questo avvenimento, del quale avrebbe dovuto
vergognarsi, si vantò per tutta la vita, assai più che delle sue doti
veramente insigni, e della sua grandezza oratoria e delle altre sue
virtù straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva aver detto il
falso, e Fulvia per qualche vendetta poteva essere stata bugiarda; ma
nel dì stesso che i congiurati erano stati messi a morte, essendo stato
Cicerone ragguagliato che Catilina capitanava assai gente, la quale
ogni dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere le città vicine
alle quali chiedeva e da cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio
console di raccogliere quanti soldati potesse e muovere incontanente
contro Catilina, e Antonio amico di Catilina e congiurato con esso,
mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe potuto schermirsi perchè
soffriva di podagra, pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo
soldato egli era, lo capitanò egli medesimo, e avendo per luogotenente
il legato Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale avrebbe
dovuto dividere i pericoli e la fortuna.
Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego e gli altri
sventuratissimi erano stati strangolati, mentre egli sebbene
vituperevole del vilissimo tradimento che compiva, procedeva burbanzoso
alla testa dell’esercito, tenendosi certo della vittoria e per la
fiducia che aveva nell’arte propria e nell’esperienza lunga e nel
provato coraggio, e perchè sapeva o congetturava almeno di aver sotto
di sè maggior numero di uomini, e soldati tutti, che non poteva averne
Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti che, siccome gli era
stato riferito, avevano seguito Catilina dovevano in campo riuscire a
colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato fra le armi e copertosi
di gloria, non aveva mai comandato un esercito nè governato mai per sè
solo una guerra, però l’idea del tradimento egli velò e coperse sotto
alla nube sanguinosa della gloria militare. — È degno d’osservazione
come Sallustio non dica nulla di questo.
IX.
LA BATTAGLIA DI PERUGIA.
Catilina saputo come il Senato gli mandava incontro un esercito
poderoso, saputo inoltre, con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio
console lo comandava, fra aspri monti a gran giornate venne nel campo
di Pistoja, ma Quinto Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò
esso pure a gran giornate nel Piceno e qui si accampò; e Antonio col
forte delle sue genti veniva a congiungersi a Metello per ovvio e
facile cammino all’intento di chiudere ogni scampo a Catilina.
E questi nella prima parte di questa breve guerra mostrò grande
sapienza militare, tenendo ognora in iscacco il console, ora accennando
di muovere verso Roma, quando Antonio lo sospettava avviato verso la
Gallia Cisalpina, ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia, quando
Antonio lo sospettava avviato per gli Apennini a Roma.
Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta e la morte dei congiurati
tolsero a Catilina ogni speranza di potere, traendo in lungo la guerra,
ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto egli stesso. — Disanimati,
moltissimi uscirono dalle sue file, per il che sebbene da principio
egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi a lui in gran
numero per acquistar libertà, si piegò ad accoglierli, onde il suo
esercito potè presto salire a quasi diecimila uomini.
Quinto Metello Celere con tre legioni occupò il campo Piceno, e Antonio
e Petrejo lo andavano inseguendo celerissimamente e con esercito
poderoso; però non sperando nulla per allora dagli amici che stavano a
Roma, pensando che soltanto dalla fortuna delle armi e dalla vittoria,
non facile ma possibile, poteva dipendere l’adempimento de’ suoi
disegni, Catilina risolse di venire a battaglia.
Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici pare di dover
desumere che qui avvenne il conflitto) dopo alcune marcie e
contromarcie vennero ad incontrarsi i due eserciti.
Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse combattere in persona per
la podagra, pure scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare
i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per la patria, pei figli,
pei lari; l’oste nemica, è oste di vili, d’imbelli, di scellerati.
Anche donne stanno in quel campo contaminato, e adolescenti non
ancora addestrati nel campo di Marte; onde se l’ottenere vittoria
contro coloro non può dare gloria nessuna a voi soldati veterani, una
sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia senza esempio, e tale che più
non sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza; però vi esorto
a condurre la battaglia in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno
dal campo nemico possa tornare in Roma; chè tutti coloro, uomini,
adolescenti, per la virtù fatale dell’infame Catilina, reduci in
patria vittoriosi, spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero
le sacre leggi, recherebbero la morte nel seno delle vostre case, ad
intento di vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci.
E come il console Antonio arringò i propri soldati, Catilina attese a
infondere coraggio e fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le
sue parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco Sceva il quale
capitanava la parte più giovane del campo catilinario. — Erano da
due a tre mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già militato. —
Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto fierissimo a vedersi e veramente
strenui. Molti di loro non erano militarmente vestiti, nè tutti avevano
armi da campo — tenevano lancie, ronche, pertiche, forche. Marco
Sceva misurando dalla propria la virtù altrui, era pieno di speranza
generosamente baldanzosa. — A quella parte del campo non v’era nessuno
che varcasse gli anni ventiquattro; i più stavano fra il sedicesimo
e il ventesimo anno. Marco Sceva dunque prima della battaglia disse
parole forti a quei giovinetti forti.
— A quale intento siamo qui noi oggi, o giovani generosi? che io
chiamo eroi; chè già lo siete, non per altro che perchè siete qui.
— Lo sareste anche senza la battaglia a combattersi, anche senza
il sangue che verseremo, anche senza la vittoria che strapperemo al
nemico, se gli dei la concederanno. — Ma perchè siamo qui? Voi tutti
lo sapete; per infondere nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare
all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo qui oggi per tentare di
far quello che Cesare propose — _Cessi oggimai la Legge di divorare la
Giustizia._ — Ecco il motto del divo Cesare; la giustizia trasformi,
rinnovi la legge, e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba essere
benedetta da quanti tengono l’onestà dell’intelletto e la sapienza
sincera.
Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei coetanei, per ottenere una
legge ragionevole e per distruggerne una tanto feroce quanto antica
— essa è tale, che essendo noi liberi, pur dobbiamo vivere schiavi
in perpetuo. — Io non vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi
debbono essere religiosamente venerati. — Ma non dobbiamo essere in
piena balìa delle loro ingiustizie, quando essi ne commettono. Non
è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo vedo sulle vostre facce
ardenti. — Pensate che questo è un giorno supremo. Bisogna vincere o
cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste in patria, sareste
tutti scannati dai vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa
ed esecranda per voi e le case vostre; mentre cadendo col ferro in
pugno avrete gloria e tale da comandare l’ammirazione ai vostri padri
stessi, costringerli forse a inaspettati consigli, e persuaderli ad
abrogare la legge nefanda.
Dopo queste parole di Sceva e quelle che già aveva dette Catilina,
questi dopo aver comandato di discendere, accanto ai pedoni, a quanti
stavano a cavallo, perchè così non credessero gli uni di essere in
peggiore condizione degli altri, fece dar nelle trombe; esso aveva
diviso le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò di fronte,
l’altra tenne in riserva. — Le truppe consolari sommavano a ventimila
uomini; tra questi i più erano veterani; il resto constava persino
di militi più o meno nuovi, constava persino di giovani patrizj
avversissimi a quelli che sapevano combattere nel campo catilinario,
e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi i padri, e per
prepotenza di fibra cornea.
Erano quelli i colli torti di Roma antica.
Catilina, come fu detto, non aveva che dieci mila uomini, dei quali
alquanti veterani, moltissimi schiavi, fatti tali in guerra, e sui
quali Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, contava
moltissimo perchè erano avvezzi alle battaglie, e la speranza di
ricuperare la libertà doveva renderli formidabili.
È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto primo. — I veterani
del console Antonio vi portavano la sicura fierezza che loro veniva
dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani sui quali al primo
incontro toccarono i loro colpi caddero feriti o morti. — In quel
primo scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero presso i loro
amanti, che furibondi diventarono tremendi. — Erano essi armati di
agricoli forconi. — Strano a dirsi! quest’arme diventò apportatrice
di morte. — Il veterano si trovava incontro a un’arme nuova; la breve
sua spada mal sapeva tener lontana la lunga asta, e alcuni di essi
caddero colle facce trapassate o deformate. — Marco Sceva vedendo
che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, era con sua meraviglia
divenuta micidialissima, ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi
e si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone molti colla
destrezza del fortissimo suo braccio, e sgominandoli tutti coll’abile
maneggio di quell’arme improvvisata. — In quanto a Catilina, esso
era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva tutti e faceva strage colla
forza del suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. Ci fu un
momento in cui parve l’esercito consolare piegasse sotto al disperato
assalto di Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso di tanti
giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti veterani del campo nemico,
operavan prodigi. Ma il console Antonio, che per la podagra stava lungi
dal campo, mandò a rimproverare Petrejo luogotenente, onde questi,
infierito per l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, a torto
o a ragione, voleva tenere ancora in serbo. — Essa era fatta dalla
Coorte Pretoriana; non avendo ordine di moversi, fremevano e taluni si
mordevano le labbra per la vergogna a cui vedevano esposto l’esercito
consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or fate strage e finite la
giornata. A tal comando la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla
resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. Cade Manlio, cade
il Fiesolano, cade Sempronia, la quale aveva fatto prodigi di valore
accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase come sconcertato. E
mandando un grido, vedendosi vinto e in mezzo a un campo di morti: —
Tentiamo or dunque l’ultima strage, disse a Sceva e ai pochi dai quali
era attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. E Sceva
venne ferito; ma parve leone, e lo smisurato e furibondo suo valore
sgominò di tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; cosicchè nel
disordine estremo della battaglia rimase quasi in solitudine; cadde
della ferita e della stanchezza.
Chi si recò dopo la battaglia a visitare il campo, vide Catilina ancora
spirante fierezza in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; e nella
parte catilinaria furon visti insieme con tanti giovanetti, che dalla
speciale forma esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte,
cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano per l’abito speciale, non
avendo Catilina potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde vennero
colti i visitanti, fu quando s’imbatterono nei cadaveri di donne. —
La prima di cui s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano non
fosse che un giovinetto; ma le mani e le gambe, sebben queste fossero
fasciate, rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono quando
videro altre donne. — La Sempronia vestiva una tunica di prezioso
argento. — I curiosi ammiravano quel viso ancor bello nel pallore
della morte. Qualcuno persino osò alzarlo, per guardarlo meglio —
qualcuno varcò altro segno. — Ma intanto che i semplici curiosi si
stupivano di tanta bellezza, i ladri da campo, antichissimi come le
guerre, i quali esploravan tutto attentamente per tornare poi sul luogo
quando gli altri fossero partiti, osservavano l’argentea lorica con
occhio tristissimo d’avida impazienza — perciò alla notte, l’eminente
Sempronia venne spogliata.
Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati dalla morte, nessuno
tornò a Roma. — I due soli i quali ebbero una sì demente fidanza
vennero scannati dai loro padri.
Così finì questa famosa congiura, la quale se fosse riuscita, Catilina
sarebbe stato collocato fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare,
che fiutando gli eventi e sentendo odore di cadavere, astutissimamente
si ritrasse, e lasciò che Catilina tentasse la sorte. E Catilina con
sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, arrischiò l’impresa e
cadde e passò ai posteri come uno scellerato, e nulla più.
X.
CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.
A questo punto ci rifacciamo con Giulio Cesare.
Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce dalla guerra mitridatica,
vide seduta accanto al Magno eroe la sua figliuola maggiore, al
cospetto della quale, forse perchè soffiava dal Porto d’Ostia il vento
d’Africa, di repente sentì infiammarsi il sangue.
Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto reso a Cesare non pareva
benevolo.
— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio. Però meglio era se
l’ostiario mi avesse rimandato.
— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che ancora mi commove, non
concede ch’io mostri a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o Pompea.
Ascoltami, Cesare.
Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora sedicenne, una statura
e una costruzione dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa, se
la severità non paresse smarrirsi e quasi consolarsi anch’essa nel
completo rigoglio delle forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco
del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso quasi di sorriso,
mentre sembravano vietare l’amore appassionato, provocavano nei giovani
ammiranti l’avidità della conquista, un’avidità acuta, inquieta,
indomabile, quantunque altri potesse sospettare che, compiuta la
conquista, non sarebbe sembrato altrettanto prezioso il possesso. La
severità pungeva il desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva
mantenerlo.
Cesare disse parole di castissima lode a Pompea; parole che, sebbene
avessero l’intento di rispettare la presenza paterna, pure, accentate
come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino, l’occhio
sfavillante del quale pareva riscaldare quella castità al punto
da trasmutarla nel suo opposto, agitarono per modo il sangue della
fanciulla, che tutta si coperse di rossore, e rispondendo breve e
decorosamente severa, di là si tolse.
— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta sì formosa tua figlia, se
fin qui la tenesti sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai io non la
vidi.
— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa oggi stesso. E ancora
fremo pensando a colui che tanto osava.
— E chi è?
— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me come ora tu la vedesti. Però
quand’io partii per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata a
vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi ed entrò ne’ miei giardini
e trovò modo di volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi ei mi
trattenne al Tabulario, e sfacciatamente, com’è suo costume, minacciò
volere mia figlia in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose feroce;
ma lo lasciai scornato dicendogli, non mi tenesse più parola di questo;
chè, per gli Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che mia figlia
dovesse diventar cognata della infame _Quadrantaria_.
Codesto soprannome di _Quadrantaria_, dato alla sorella di Clodio,
era di turpissima origine. Derivava dalla parola _quadrante_, la più
vile moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti nelle terme, ad
esagerazione di maldicenza, volevan significare come Clodia, ad onta
dell’alto casato e delle ingenti ricchezze, fosse immonda di tanta
avarizia quanto lo era di lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un
_quadrante_.
— Respinger dovevi le sue pretese a marito, rispose Cesare; non
insultarne la sorella. A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece
ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, chiamandola ad alta
voce _Quadrantaria_, quand’essa passeggiava per la via Sacra.
— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se il può. Non io lo temo.
— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe tendere insidie a Pompea.
Tutto ei sa osare; di sotto a quella bianca sua pelle muliebre scorre
sangue ferino.
— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.
— E qual è il marito che sappia tener Clodio in soggezione?
— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la tua vedovanza. A te io do
Pompea in isposa.
— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. E così le nozze furono
statuite, e, ingiungendolo il padre, Pompea, non amante, venne sposa a
Cesare.
XI.
CLODIO E POMPEA.
Il tempo avea misurato un anno a quelle nozze, e Clodio fremeva ancora
come il dì ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; fremeva d’ira
per Pompeo come il giorno che era stato respinto da lui; fremeva
d’invidia e di gelosia per Cesare possessore tranquillo di colei, ad
ottener la quale egli avrebbe mandato tutta Roma a soqquadro. Clodio,
dopo le nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, nei giuochi
pubblici, nei templi; era riuscito ad avvicinarla, a parlarle, ad onta
della custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente e virtuosa
e rigida madre di Cesare, idolatra del figliuolo; per l’onore e la
gloria e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava alle are
votive, stancava auguri, faceva immolar vittime, supplicava Venere
splendente in cielo; e nel raggio azzurro della stella, con devozione
da visionaria e da estatica, le pareva veder le parvenze dell’amorosa
diva.
In questa condizione di cose venne il giorno in cui dovevasi celebrare
la festa della dea Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa dea
era adorata a Roma da antichissimo, custodiva la castità, e inspirava
la profezia. — Il suo culto era affidato alle sole donne, che in quella
solennità dovevan sentire o simulare avversione per gli uomini, ad
imitazione della dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea respinto
da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato cangiandola in serpente.
Cicerone nell’orazione in favore di Milone ci fa sapere come al suo
tempo il santuario di lei era situato fra Aricia e Bovilla; pure la
solennità celebravasi nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma,
il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra le osservanze religiose
venute in qualche languore negli ultimi anni della repubblica, a questa
concedevasi ancora sì grande importanza, che si reputava sacrilego
quell’uomo che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo si puniva
colla morte; se patrizio, veniva chiuso per un lustro nel carcere
Mamertino, e poscia condannato a perpetuo esiglio.
Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè quella festa celebravasi
a notte alta, Clodio erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il
rito che le vie della città fossero in quelle ore della festa affatto
sgombre d’uomini. Da qualche tempo egli non aveva potuto veder Pompea,
e una rabida smania di avvicinarla lo rendeva furioso e intrattabile a
tutti.
Certissimamente che quello non poteva essere che un amore degno di
Clodio; desiderio, vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza
affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato dalle matrone,
dalle spose, dalle maritande; ed ei pur le adocchiava e le ambiva;
ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in esse oltre lo sguardo;
subito al desiderio in lui subentrava il disprezzo; e lo mostrava con
atti da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non aveva suscitato mai
uno di quegli affetti che si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto
ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e non aveva pace. Nè ella
scoprì a lui solo come il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel
proprio sguardo severissimo e fisso trovò per esso movenze inaspettate,
ed espressioni desideranti, ignote a Cesare.
In quella notte Clodio stava nel cubicolo, assiso sul letto coperto da
una pelle di pardo, dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già
parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si guardava, si ammirava.
Pensava che tutte le Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma
si tormentava di possedere un’ajtanza inutile per colei che sola ei
bramava. In questo punto gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la
famigerata Quadrantaria, stata ripudiata pochi dì prima.
Egli aveva una predilezione speciale per colei. Sola fra tutti
poteva venire presso lui non chiamata. Sola ell’era di cui gli
sarebbe rincresciuta la morte; ma la sua maledetta natura fece sì che
l’unica vena dolce scorrente nel suo sangue si convertisse in veleno
fratricida, e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio di
Roma.
— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; non è degno di un forte
quale tu sei.
E si mise a sedere vicinissima a lui.
In questa posizione le due faccie venivano riflesse dallo specchio.
Clodio, così meccanicamente, guardava il volto della sorella; questa
il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere sè stesso, tanto si
assomigliavano.
— Perchè non vai tu stanotte alla festa della dea? chiese Clodio.... Tu
potresti dir parole a Pompea, e recarle il mio saluto....
— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda come le nostre faccie sono
le medesime.
Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè e la sorella... poi, a un
tratto balzato in piedi:
— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito della castissima dea.
Chiama qui le tue ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti più
candide e più pompose.......
— E a che?
— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre. Vo’ vedere se in beltà anche
una donna possa venire a gara con me.
Clodia crollò la testa, sorrise, e:
— Se questo gioco, disse, può valere a placarti l’ira, io farò in modo
che Paride abbia a gettarti il pomo nel confronto di Venere stessa.
E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle portanti lini e bissi e
pallii e pepli e corone e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e
viole del lido argolico.
Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e gridando: — Fate presto
— si sfilò per la testa la toga, e apparve ignudo come Alcibiade,
scoperto da Socrate nel gineceo.
E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli la stola di bianchissimo
bisso, il quale per le donne allora era in uso più del purpureo; e gli
sovrappose una cerulea stola, e gli cinse strettamente i fianchi con
una zona di lamina d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose.
— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual mai donzella si vide più
avvenente di costei?
— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio dorato, disse Clodio.
— Che pensi tu....?
— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi al simulacro della diva, e
vendicar Fauno. Se mai mi valse questa beltà di donna, oggi si adoperi
intera; e il nascosto phallo contamini le sagrificanti vestali, e
Pompea mi abbracci e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio io
voglio.... e intanto mi si rechi un dolio di Falerno; ch’io sovrecciti
il sangue all’estrema audacia, e prepari a Roma il non mai più udito
scandalo.
Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò con avida gola, finchè
lo si avvisò dei pronti cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che:
— Bada a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, serba il
segreto.
Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio ascese il cocchio in
modo sì virile, che contrastava troppo alla candida stola e alla corona
di rose.
La silenziosa Roma risuonò poco dopo del sollecitato cocchio, il quale
si fermò innanzi al palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella
notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della Suburra.
XII.
LA FESTA DELLA DEA BONA.