«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva e le mie parole n

LA GIOVINEZZA

DI

GIULIO CESARE

SCENE ROMANE

DI

GIUSEPPE ROVANI

VOLUME II

MILANO

LEGROS FELICE EDITORE

Via S. Sofia, 29

M DCCC LXXIII

Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore.

Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore

a norma della Legge 25 giugno 1865. N. 2337

Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.

I.

GORDIENE.

Eran corsi più giorni che Marco non vedeva Gordiene; e come al mattino

era disceso per accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e

invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire il caro suono della

sua voce, così non potè trattenersi in quell’ora del _post meridiem_,

dal ripetere quella visita; e, di volo attraversata la casa e disceso,

si soffermò innanzi alle porte dietro cui stava chiusa la fanciulla

sua, e così sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto: _Si deam

nequeo, templum adoro_. Ma data e ridata e ripetuta più volte la

consueta parola, non udì rispondere la voce consueta. Stette in

una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso di voci diverse

echeggiato dalle volte di quegli antri risuonava fino a lui; ma il

suono ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella sì romorosa

confusione, non uscì.

Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti, di schiavi e servi.

Chiese del padre, i servi erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano

muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono da lui ritraendosi in

un angolo. Se non fosse stato Marco dalle braccia di Milo, i servi

avrebbero osato avventargli ingiurie, chè il tetro Publio ognora li

eccitava contro il figlio, come chi aizza de’ sanguinari veltri ad

assalire un passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco. Questo, senza

sgridarli, chè a ciò non aveva nè volontà, nè tempo, s’accostò alle

stanze paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene appreso come il

padre le ordisse continue insidie. S’accostò; udì la voce del padre

forte, aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di Gordiene alta,

vibrata, minacciosa e tuttavia ancora attraente; udì un fremito come di

grosse minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel tono più basso;

e la voce virile e la femminile staccarsi da quel fondo di note cupe,

che non erano effetto d’arte musicale, ma espressione spontanea e non

voluta di spavento e di terrore.

Marco non pensò all’ingiuria che stava per fare al padre, non vide il

pericolo proprio, chè contavansi a centinaja i servi che a un cenno del

padrone potevano avventarsegli contro ed atterrarlo; non fu sospinto

che dall’affanno e dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le chiuse

imposte della paterna stanza. S’affacciò; sostette immobile sulla

soglia, guatò il padre che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento

l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata alla parete serrava

nel breve pugno la ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo.

Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano morti; e le loro facce

belvine apparivan tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato dal

re Mitridate con bava d’aspide e con miscele di succhi vegetali che,

maestro espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe dei funesti

suoi orti, uccideva di colpo, senza dolore, senza dar tempo a lamenti.

Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi vibrava al figlio

continui lampi di luce sanguigna. Poderoso appariva anch’esso ed

era alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole avrebbe

creduto, osservandolo al primo, essere ancora più forte del figlio.

Ma canuto egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, aveva segnati di

vene rossigne, e offese di rughe spesse e profonde le parti esterne;

guardato più a lungo, mostrava una vita in decadenza: decadenza

anticipata dai turpi costumi, da un morbo occulto, già antico e

ribelle; dall’assenza non mai interrotta d’ogni mite affetto; da un

livore implacato che lo faceva aspro a tutti, aspro e funesto a sè

stesso.

Al giovine Marco la considerazione di quanto aveagli raccontato

Gordiene, fece tosto indovinar la cagione della scena che gli si

presentava dinanzi; onde più non soffrendo di comprimere gli sdegni:

— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo o Atride; non umano padre. Da

te pollute le due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè son

morte avventurato mi debbo chiamare; chè la vergogna respinta invano

dall’inerme virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti plachi, pur

scendente a vecchiaja e dalla vendetta degli Dei inquinato nel sangue.

Servi, che fate qui, perchè susurrate parole, mentre io parlo? Or

sappiate che il padrone vi aveva condannati a morte. Tre vomitarono

già l’anima dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di voi tutti i più

vili sono essi, chè di menzognere delazioni mi saturavano il padre a

rendermigli sempre più odioso. Or ecco come li ha pagati; e non ancora

nel vostro capo ottuso penetrò il vero? Guardate, non son ferite di

morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato il ferro, e una puntura

lieve basta a dar morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse di

disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più sarebber caduti l’un sopra

l’altro, finchè alla fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile

sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle bramose mani del

padrone ajutato dai pochi di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi

cani da preda, perchè vediate come vi compensa il padrone. Ma io sto

qui adesso.

— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come libero cittadino innanzi

a cittadino libero; ma qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io

senatore, io re nella mia casa; tu schiavo e servo innanzi a me e

cane come costoro. Però gli Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle

sacrosante leggi non mi valsi fin qui per punirti qual meriti.

— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante leggi, o violatore della

legge. Rendimi quel che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode

d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa fanciulla assai più

preziosa di piropi e smeraldi; questa fanciulla che è mia, di me

solo, e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, tu dici,

ed è; ella è cosa, anima non le spira nel petto; il diritto le invola

l’umanità; dunque è mia come i tesori che portai dall’Asia, tesori che

non hanno anima. Ma io ti citerò ai gradini del pretore. Cesare parlerà

e consacrerà il tuo capo alla vendetta della legge ed al furore del

popolo. Verre tu mi hai chiamato, più ladro di Verre; ma ben Verre sei

tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno i giusti, e per la

prima volta sarà visto il figlio punire il padre.

— Empio; e nelle parole tue già parricida. Oggi prima che tramonti il

sole scenderai sotterra. È da troppo tempo che nel suo antro solitario

il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.

— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di morte qui. Ferisci

costoro, o Gordiene; io ti proteggerò di me e del mio ferro;

prostratevi in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal padrone;

e, sebbene non vi numeri a cento, siate ora ecatombe a questa donna

mia.

— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, che qui giaciono, io ho

ferito, o Marco, perchè con feroce violenza m’aveano già stretto il

fianco. Costoro non si mossero; io perdono ad essi.

Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi il ligneo tabulato,

aggirandosi intorno a sè stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a

vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò l’antica larga sua daga

che di là pendeva tra la lorica e l’elmo.

— Contro di me ti avventa, o scellerato, gridò poscia. La tua giovane

daga attraversi l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. Io

ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta Roma debba inorridire

vedendoti, e fuggire la folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa

dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido mio ferro. Vieni ti

aspetto, o scellerato.

— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene scellerato io sia; e sento

di esserlo ora; perchè, standoti presso, mi par di assorbire tutto

l’inferno dell’anima tua.

— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.

Gordiene si staccò dalla parete dove immobile ancora si stava, e:

— No, o padre di Marco, no — non ferire; ei si lascierebbe ferire —

egli è tuo figlio; ed io sono la schiava sua; ma sua donna anche e sua

madre e sua sorella e sua figlia.

— E muori dunque tu.

E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia daga di Publio a lei

penetrò nel petto tra le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida di

terrore ed anche di pietà mandarono i servi.

Marco Sceva rimase immobile come simulacro marmoreo; e la vitrea

pupilla rivelava il subito deliquio dell’intelletto.

E stette immobile anche il nefario padre, e un istantaneo lampo di

pentimento gli attraversò l’anima buja. Ma si scosse Marco e si gettò

a terra in ginocchio accanto alla morente Gordiene; e le prese ambedue

le mani ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole un bacio sul

labbro, di sotto al quale ei sentì tremare il bacio che non potè esser

ricambiato, perchè lo spirito si esalava in quel punto da quella bocca

soave che si chiuse per sempre.

Un silenzio di tomba tenne quella stanza alcun tempo.

Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e il più grave di Publio.

Ma fu rotto il funereo silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo

grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso petto le mani

di Gordiene; e l’eroe futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava,

singhiozzava, piangeva come un fanciullo percosso.

II.

CESARE E PUBLIO SCEVA.

Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò per qualche tempo a

leggere Polibio e ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove l’amico

suo Varrone aveva fin d’allora delineato la geografia e la topografia

del teatro della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa la lettura,

come se lo avesse colto un improvviso pensiero, chiamò un servo,

al quale ingiunse dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. Il

racconto che Sceva gli aveva fatto, il dolore profondo dal quale

avealo visto oppresso, l’indole generosa ma pericolosissima a un tempo

di quel giovine straordinario, gli fece pensare essere necessario di

provvedere ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo in mente

più disegni d’imprese future, sebbene senza un punto determinato, ed

essendo oramai giunto a quell’età che più non gli permetteva di star

pago di una celebrità la quale si chiudeva entro le mura di Roma,

celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava spesso fra centurioni

e militi, armeggiava con essi, con essi versava in famigliari colloquj,

si rendeva amicissimi i più forti e valorosi, all’intento di averli

seco, quando mai dal Senato gli fosse decretato di condurre la guerra

a conquista di paesi; però gli parve essere fra tutti di altissimo

prezzo il giovane Sceva, il quale era stato di grande ajuto a Pompeo in

molti pericolosi dubbj delle battaglie. Di quei tempi la forza fisica

e l’impeto del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura comune,

potea rendere un sol milite romano formidabile a intere coorti.

Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire il verissimo vero, ma per

libidine di singolarità, e per avversione alla gente latina, negò alla

ricisa molti fatti gloriosi dell’antica Roma eccezionali, e negò il

valore prodigioso di Coclite e la possibilità di star solo al ponte

contro le irruenti schiere degli Etruschi, mostrò di non comprendere

nè Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo era più grande dello

storico tedesco, e viveva e scriveva in tempi ancora prossimi alla

battaglia di Farsaglia, e dalla tradizione orale non interrotta avea

trovato quel vero che Niebuhr invano cercò nella sua fantasia inzuppata

di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di guerra maraviglioso, al

pari e più di quel d’Orazio.

Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane già fin d’allora

singolarmente forte e coraggioso e glorioso fra i commilitoni, e

dominarlo così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque in cocchio e recossi

alla casa degli Sceva. Voleva parlare al padre di Marco, per tentar

di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. Discese alla casa; non

vedendo l’ostiario, entrò senz’altro, e passato al cavedio, con sua

meraviglia lo vide affollato di schiavi e servi e clienti, i quali

pareva tendessero l’orecchio come in aspettazione di qualche notizia.

Marco Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, ed alcuni

momenti prima aveano risuonato pel vasto palagio le voci alte, sonore,

minacciose del padre e del figlio, e prima ancora le acute esclamazioni

di Gordiene. L’ostiario aveva lasciato la porta senza custodia,

chiamato anch’esso da quelle voci e da quelle grida accennanti a

un litigio feroce. I servi si curvarono, in atto di soggezione,

all’apparire di Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro e

gli baciaron le mani.

— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi sembra di vedervi tutti in

qualche sospensione.

— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma oggi siamo in

timore del peggio — chè suonaron minaccie tremende, e grida e pianti

femminili.

— E non è uscito Marco?

— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le parole di Cesare.

Questi espertissimo delle passioni umane e dei desiderj impazienti che

comunicano a chi le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno di

Marco. Disse poi all’ostiario:

— Io m’inoltro alle stanze di Publio.

— Non entrare, o Cesare, in tal momento.

— È in tal momento ch’io debbo entrare.

L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; entrò nelle stanze

interne. D’una in altra passò a quella di Publio.

Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò Publio appoggiato

al dossale di un’aurea edra, guardò alla daga insanguinata che il

vecchio aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo affacciarsi,

Cesare credette, ricordando Appio e Virginio, che Marco stesso avesse

trafitta la fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del padre; ma

la daga caduta e quella che ancor pendeva chiusa nella vagina dal

fianco di Marco, gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono

in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè Marco sempre

inchinato sul corpo della sventurata, e sempre gemente, teneva il tergo

rivolto a lui, ned erasi accorto della sua presenza. Nè Cesare pensò

d’interrompere quel dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni

istanti, s’accostò a Marco e al cadavere della fanciulla. Marco si

volse, vide Cesare; proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, poi,

ribaciata Gordiene:

— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo ed ottavo anno a lei

traeva la parca; ed ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non

udrò il suono della sua voce; nè più il raggio almo degli occhi suoi;

nè più il sorriso, onde pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la

trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei sente orrore di sè; nè sa

l’insulto che fece alla natura, che liberale componeva questa beltà

sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da questa stanza maledetta.

— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; e che mai più io non

ti veda. Fallo uscire da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè

se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, e così l’anima sua

volerà più presto incontro all’anima della schiava.

— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; nulla vi ha che ora

torni opportuno a dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti conosce

appieno; Roma conosce il tuo figlio appieno. Usciamo, o Marco.

Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare Gordiene, dalla quale non

sapea staccarsi; le tolse il peplo insanguinato; levò dal tabulato la

lama indarno esiziale che a lei, trafitta, era caduta di mano; tolse

dal cinto di Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo chiuse;

e questo e il peplo portò seco, a commemorazione perpetua del suo

sventuratissimo amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò prendere

la mano da Cesare che, muto, condusse Marco fuori della casa paterna.

Salirono in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a Catilina.

Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, ma l’ostiario disse a

Cesare:

— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar Catilina. Se vuoi parlargli,

è bisogno che ti rechi a quella casa.

L’auriga piegò al palazzo di Sempronia.

— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco quando il cocchio si fermò.

Troppo disfatto io sono, nè la mente può soccorrere alle mie parole.

— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo e il sangue. Io dirò il

resto.

Discesero, entrarono nel palagio; annunziati, misero il piede nella

sala magna, dove Sempronia accoglieva a congressi, dissimulati da

sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini.

— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco Sceva. Ma che veste e che

sangue rechi tu sul braccio?

Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono al giovane Sceva.

III.

MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.

In quel numeroso convegno oltre a Sempronia, v’erano la Dorestilla

stata già amante di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice di

amanti indebitati; e la Gèmina, maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa

fama, nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito Endimione ognora

tentato dalle Diane terrestri, era entrato vivo e, deposto nella

sedia portoria, era uscito morto; e v’erano altre patrizie romane. La

Precia cortigiana e la Flora e la Chiledone, sebbene care a Lucullo

e a Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili nell’uragano che

stava per prorompere, non v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti

si schermirono con arte atta a stornare ogni rancore, dal concedere

l’accesso alle peccatrici pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio,

Cetego, lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a Cesare e a Marco.

Cesare parlò:

— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo, espertissimo di leggi

e costumi, e Ruffo e Scevola giureconsulti, e Granio Flacco, il

commentatore delle dodici tavole, abbiam discusso intorno al bisogno

di far nuove leggi che surroghino le antiche e distruggano il fatto

pel quale dobbiamo sottostare a molte che sono in manifesto contrasto

coi presenti costumi, colle necessità che modi diversissimi di vita

pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni andarono creando; e, quel

che è più penoso a pensare e a dire, in contrasto colla natura, colla

ragione, colla giustizia.

«So che in codeste adunanze corre spesso il discorso intorno alle

cose che riguardano la patria, alla quale tanto più volenterosi

contribuiscono i cittadini quanto più ripetono la domestica felicità

dalla sapienza delle istituzioni e dalla equità dei diritti. Tu

conosci, o Catilina, questo giovine forte, questo decoro della casa

Sceva, e voi tutti conoscete il padre suo.

«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare la gloria sacra degli

avi e a coprire i vituperi paterni?

«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo noi, che condannano

la virtù ad essere la schiava del vizio; perchè se un figlio pei suoi

meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia è decretato schiavo

perpetuo del padre, anco se questi per le scelleraggini sue venga in

odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini.

«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il figlio non è uomo,

venne in una sua parte riformata; ma le parti superstiti e antiche

fecero inferma e impotente la nuova, se non per il diritto, per il

fatto. Publio tenne per sè i tesori e le proprietà che questo amico

mio, questo giovane forte e caro a Marte, si portò dalle terre dove

militò gloriosissimamente. La legge nuova decretò non tangibile dal

padre questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto castrense

scolpito è in bronzo nel tabulario. Ma se il figlio al cospetto del

padre non è uomo, se può essere manomesso e infranto dal padrone come

una creta spregiata, percosso e ucciso come un cane vile, inutilmente

splende la legge nel tabulario, quando il padre sia avaro, ladro,

iniquo. Ben di cento e più talenti è il valore delle ricchezze che

Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco un tesoro inestimabile,

un tesoro vivo in cui spirava divina la Psiche, e di cui la beltà

sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e a questo infelicissimo

amico mio necessità di vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue.

Il padre gli uccise la bellissima fanciulla che seco aveva condotta a

Roma; Gordiene ella si nominava ed era di greca schiatta, e stava già

nella reggia di Mitridate, figlia a un primate. Non potendo toglierla

al figlio, perchè la fiera virtù di lei gli rendeva impossibile

manometterle il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece scelleratamente

uscir l’anima immortale, squarciandole il petto.

«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto così atroce e fuori

dell’ordine umano non avvenne mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo,

quantunque senatore, tenuto in tanta povertà dall’avarizia paterna,

che per esser pari al tuo grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere

circumforaneo dove gli usuraj, augelli di preda, attendon le vittime,

che, sprofondato nell’abisso dei debiti, a stento riesci a salvar dagli

insulti dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo Sura, sei più

avventurato; nè voi, figli di Servio, fratelli Sulla, siete netti

dell’immonda lebbra; e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui vedo,

sebbene consiglieri del Consiglio militare e tenuti in altissimo pregio

nel campo e nel fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal paterno

rigore. Ma tutti mi guardate attoniti e forse ascrivete ad impudenza

maravigliosa se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più indebitato

di quanti sono in Roma, sebbene non abbia padre che mi tenga in

tirannico governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre finalmente

una legge che distrugga o modifichi codesto mostruoso abuso della

potestà paterna.

«Io so che avrete avversissimo uno dei più grandi Romani, Cicerone,

il quale è di sì formidabile eloquenza che contorce anche i più

forti intelletti a cambiare sentenza, pur se questa sia effetto di

convinzioni antiche e profonde. Però, quantunque ei rechi tanto onore

alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto all’ara della virtù,

nessuno è più di lui fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere che

assecondi il corso naturale dei giustissimi desiderj degli uomini.

Nella sua casa, toccando della riforma delle leggi, egli, in mezzo a

Scevola e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il solo che, quasi invasato

da un arcano furore, non consueto in lui, d’animo così buono e mite,

chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare le antiche leggi. È

un funesto pregiudizio che, quasi a mostrare che non v’è perfezione

nell’uomo, penetrò come verme in quel nobilissimo intelletto. E giacchè

è a proporre una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a proporre

in apparenza non giusta come la prima, ma giustissima al postremo

della questione. Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio vantaggio, ma

parlando per me, parlo per tutti.

«Voi sapete come fra i legislatori greci sia altamente riputato Solone;

sapete pure come esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia

promulgata la legge dell’abolizione dei debiti. Ma io non propongo

di ripetere il radicale pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo

eversore, e sembra varcare i confini della giustizia.

«Però io proporrei una legge che riducesse i debiti alla loro terza

parte. Ai feneratori non si toglie quanto iniquissimamente hanno

acquistato; non si spoglia nessuno di essi, quantunque a buon diritto

lo si potrebbe, chè la pecunia rapita, dovrebb’essere restituita

dai ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si tengano quel che

possedono. Soltanto si riducano i loro crediti. A questa legge avremo

avverso Catone, potentissimo in Senato. — Egli è grande Catone, è

austero, è di costumi incontaminati — ma è venuto nella sentenza che

del proprio si possa far l’uso che si vuole e chi cerca danaro e n’ha

di bisogno lo paghi anche senza misura di proporzione. Egli è per tale

persuasione che il virtuoso Catone, imprestando, arricchì di molto.

Vuolsi adunque proporre anche questa legge; ma tranquillamente, ma

senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando severissimamente le

persone di questi splendori di Roma.

«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva e le mie parole non

possano far credere che codesto sia un convegno di troppo gravi e

pericolosi intenti, mentre invece è una adunanza tutta devota a geniali

esercitazioni, io e Marco partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna

tornino a consolare dei loro canti questo Catilina che or mi si è fatto

taciturno e fiero in vista.»

E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva, che se ne stava immobile e

ognora attonito, a seguirlo.

La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato presso di sè

Lentulo, Verguntejo, Quinto Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei

più intimi recessi del suo vecchio palagio.

— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. Verrà tra poco. Come già

considerammo, le sue parole avevano altro intento che di mitezza.

Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi pochi e forti e di acuto

intendimento si manifesterà.

«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? una rivoluzione

vasta, profonda, lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi

di mistero come la Pizia. Rivoltare tutti i figli contro i padri,

tutti i debitori contro i creditori, è spingere il naviglio in un mare

di sangue più vasto, più procelloso di quel di Silla. E sì tremenda

impresa m’invoglia.

«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse il più funesto a

Roma; col raccomandare di rispettarlo, volle dunque accennare che,

a toglierlo di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. Sterminato come

scaltro è l’ingegno di Cesare; qui lo aspetto con impazienza.»

Ma la notte procedette altissima e Cesare fu aspettato indarno. Nè

mai più si accostò a quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava

gli intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto pericolosa e

incertissima, per serbarsi poi intatto a raccogliere il frutto della

audacia fortunata, o a non dividere la sventura che insegue e spegne

gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno presago e odorava l’avvenire.

Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non si recò alla casa di

Catilina.

IV.

CESARE E SERVILIA.

Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora sanguigna che illuminò

la sua morte, respingere il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia,

presago del suo non duraturo affetto; e nelle parole ultime ond’ei

prese commiato dall’odiato Cesare, suonare il presentimento e della

repubblica che per lui sarebbe perita e dell’amante che gli avrebbe

involata; ci accorgemmo come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida

scena, adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i profumi di non

lontane voluttà, intanto che nel sangue del sacro giovinetto prevedeva

quello che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava infliggere al

gran corpo romano. E lui vedemmo infatti dopo i trionfi del circo,

penetrare col balsamo avvelenato d’insolite parole, il cuore e il

senso dell’incauta fanciulla, e coll’alloro agonale che Servilia aveva

imposto sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, infiammare la

stolta plebe romana e sgomentar gli astuti, i forti ed i veggenti.

Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. Pareva che la fortuna più

s’innamorasse di lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare s’irrise

dell’inflessibile fratello di Servilia, e lei piegò e vinse, pur nelle

istesse case dei Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo

amore ch’egli mise in lei, fece sì ch’essa con suo pericolo accorse di

nascosto ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, e però stesse in

disparte dalle congreghe catilinarie.

Se non che questa Servilia istessa, non si può congetturare per qual

cagione, se non forse per le transitorie movenze del cuore umano,

di repente, ad onta di sì profondo amore per Cesare, dalle case

dei Catoni, fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, passò

a concedere le seconde fragranze nelle case dei Bruti, sposa quale

divenne dell’ultimo discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di

Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa alla Suburra, nell’antico

palagio, nel fôro, nel pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran

messaggeri assidui e portatori di lettere. — E intanto nacque Marco

Bruto, l’ultima parola della repubblica romana. Cesare vide quel

neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, che sorrise a lui.

Quante varie fila annodava il destino di Roma! I Bruti, i Catoni,

Servilia, Cesare; l’amore e l’adulterio preparanti la lotta della

Repubblica e dell’Impero!

V.

LA CONGIURA DI CATILINA E IL SENATORE QUINTO CURIO.

Di tutti coloro che si radunavano intorno a Catilina un uomo che fosse

compiutamente onesto, un giovane che non fosse stranamente vizioso, se

si eccettui Marco Sceva, una donna che non fosse cupamente adultera,

perchè, come vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice lo

vollero insanguinato, non c’era. — E qui ci si offre una questione. —

Come mai tanti uomini avvolti in così profonda corruzione s’avviavano

ad un’impresa che ad ogni modo era grande? Grande era, perchè,

pretermessi gl’intenti, diremo, individui che si riferivano alla

radicale riforma del regime domestico, la repubblica allora procedeva

di tal modo che a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa quando

è pessima non può mai esser cangiata in peggio. — Non ordine, non

sicurezza nè pubblica nè privata. — A vivere in Roma si era men sicuri

di quel che si sarebbe a percorrere un bosco dove stesse in sull’arme

una schiera di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano ad

una grande impresa dove per lo meno ci volevano le virtù del coraggio e

del sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte per un grande intento.

— Eppure, ripetiamo, nessuno di loro era virtuoso.

Or come questo si spiega? non è un problema storico, è un problema

umano. — Tranne le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or

presenta alla storia maraviglioso esempio, chi è nato alle imprese

arrischiate e va imperterrito incontro ai pericoli, tiene dalla natura

qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime soverchiano al

punto le miti che queste scompajono poi affatto, e non rimane che la

terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste nature sono tremende

e straripano feroci, onde sono infestissime a chi le avvicina. — È

noto che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone, quelli che

davvero potevano chiamarsi fulmini di guerra, e per virtù dei quali

il gran capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria, allorchè,

durante le tregue e le paci, si riducevano ai patrj focolari, erano

così infesti alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse la

guerra per liberarsi da quegli insopportabili flagelli. — E toccando

di qualche figura celeberrima, del _Giovanni delle Bande Nere_, per

esempio, non v’era uomo che, fuori del talento e del coraggio guerriero

maraviglioso, nell’ordine delle doti private non fosse detestabile

al pari di lui; eppure fu un grande eroe e l’Italia va gloriosa del

suo nome. — Cessa dunque lo stupore del come i congiurati di Catilina

avvolti in tanta depravazione, pur s’avviassero generosamente al campo,

i cui fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano che dalla

fortuna.

Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze intime di Catilina e ai

quali dopo il capo doveva esser dato il governo delle cose, v’era

il senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati alla congrega

segreta, allo sciogliersi di essa, erasi giurato di serbare il più

profondo silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj che già

erano stati invitati da loro, col pretesto che per allora l’impresa era

tenuta in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti; cogli altri

giurò anche il senatore Curio. — È deplorevole come Catilina, uomo di

fortissimo ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non siasi accorto

che taluni, e molti, non erano intellettuali affatto, nè capaci di

fare alcun che di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto, uomo

nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche Sallustio lo dice. — Colui

partitosi da Catilina, recossi come di consueto alla casa del senatore

Messala, che fu poi Console, uomo turpe in ogni ordine di cose; e a

tutte le ore del giorno e nella maggior parte della notte così putrido

di vino, che quando i suoi clienti gli si presentavano, stavano in

distanza da lui, perchè non ne potevano sopportare il vinoso fetore.

— Ad ogni modo però, siccome era ricchissimo e possedeva il migliore

falerno della repubblica, di notte molti patrizj si recavano nelle sue

stanze e vi si trattenevano empiendo di continuo le tazze alle anfore

indulgenti che stavano nel mezzo del circolo degli amici. — Quinto

Curio venne dunque a lui e tante tazze tracannò che il suo discorso

erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo dai sedili, mal si

reggeva sui piedi, e in queste condizioni recossi come di consueto a

visitare l’amante Fulvia.

VI.

FULVIA E QUINTO CURIO.

Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del palagio, vi si trattenne

un istante ed il suo corpo fece quel movimento tutto particolare agli

ebbri e che somiglia a quello di un pendolo capivoltato.

Dei servi adunati nel cavedio la maggior parte stettero seriissimi e

in silenzio, perchè sapevano ch’esso era l’amante della padrona ed esso

medesimo quasi padrone. — I più stettero dunque serj, ma due o tre non

poterono trattenersi e diedero in uno schianto di riso scandalosissimo.

— Curio, barcollante, quantunque dignitosamente avvolto nel manto

senatorio, si irritò di quelle risa, e:

— Bestie del foro boario, gridò con accento incerto e come d’uomo

apopletico. — Bestie del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò

fustigare a sangue. —

E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze di Fulvia che soleva

vegliare tardissimo.

I servi stettero in silenzio finchè furono in presenza di Quinto Curio,

ma poi che questi se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che avean

saputo contenersi, diedero ancora nelle prime rumorose risa.

Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, la salutò come potè, e

come potè si mise a sedere.

Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle un vaso, stava una

giovinetta schiava:

— Per Venere e per Marte e per tutti gli Dei e Semidei del cielo e

della terra, disse ebriosamente Curio, sai tu, Fulvia, che questa

Alfesibene è oggi mai un portento di beltà? — Essa è degna di chi è la

regina di questa casa; ma tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente

farmi il dono di questa fanciulla creata dalla natura in un momento

di giocondità e di afrodismo. Nelle tue mani essa non serve a nulla. —

Cedila dunque a me.

Se Curio avesse immerso un pugnale in petto a Fulvia, non le avrebbe

dato spasimo maggiore. — Un brivido d’invida ira la percorse tutta;

nulla disse però; sibbene quel fuggitivo istante bastò per odiare

quella fanciulla e per sempre. — E la schiava, adempiuto al debito suo,

si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale fu blando e quasi soave, uscì

dalla stanza.

La faccia di Fulvia era di quelle che di primo tratto danno la

sicurezza della perversità anche ai meno esperti leggitori dei volti

umani. A Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; e non era

sgarbo, che, presentandosi l’occasione, ei non le facesse.

Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei era disprezzato e da

qualche tempo le si era fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un

amante occulto tanto bello quanto povero, e che sovveniva di danaro.

— Avarissima però qual era e questo pesandole assai, s’era più volte

recata alla casa di Cicerone perchè volesse dar collocamento a quel

giovine in qualche magistratura.

Cicerone era _Quartumviro alla Moneta di Roma_, quel che oggi si

direbbe direttore della Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè

desse posto a quel giovine negli uffici della _Moneta_ appunto. —

Fulvia, sebbene ricca, d’istinto naturalmente ladra, credeva che a

quel giovanetto, versante tra l’oro e l’argento, potessero facilmente

rimaner tinte le mani.

Fulvia, quando la schiava fu uscita:

— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso nelle anfore del senatore

Messala — se tutti somigliassero a te, davvero che il Senato parrebbe

una vasta taberna dove il popolo di Roma più lercio va a tuffarsi nella

torbida onda ad esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è indegna

cosa.

— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco più che Giove ed Apollo è

sovente consigliero di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè

la lingua si rifiutava al suo istituto), e vo’ dire che Bacco infonde

sapienza e coraggio. — Tu non sai, Fulvia, quello che io so, nè verrà

mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero sia, no: errai, il dì verrà ed è

prossimo che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina, sebbene io non

abbia segreti per te, pure devi essere circondata dal più nebbioso

mistero.

— Hai misteri per me tu? ebbene domani all’ostiario e agli altri servi

comanderò d’impedirti la soglia del mio palagio.

Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza, si riebbe

dall’ebbrioso sopore, e:

— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se io mancassi a un giuramento?

— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto degli altri tutti,

ma io, da te, o Curio, debbo essere costituita in singolare privilegio.

Chi ha misteri con chi dice d’amare, non ama. —

E pronunciò queste parole con accento blando e carezzevole, ma udendo

il quale chiunque non fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo suono

perfido e mendace e insidioso.

Fulvia sapeva della congiura e provò anzi dispetto che Sempronia non

l’avesse mai chiamata alle adunanze preparatorie; sapeva anche delle

conventicole clandestine a cui erano invitati pochissimi; ma non

avea mai sospettato che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva uom

dappoco e inetto a qualunque impresa; però si mise in sull’ale quando

lo sentì a toccare del giuramento.

E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore e per la debolezza

nativa non seppe trattenersi, e:

— Si sta maturando una grande impresa, ma a prepararla ha a compirsi un

fatto pel quale anche tu, Fulvia, sarai vendicata.

— Io?

— Tu....

E Curio si soffermava come sonnolento.

— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi gridava, scuotendolo da quel

letargo.

— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte accesa d’ira m’hai detto

che dal console Cicerone avesti a sopportar contumelia.

— Ebbene?

— Domani a quest’ora questo non sarà più possibile.... gl’inferni dei

avranno già accolto il console.

— Oh.... che narri?

— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso nella medesima sua casa. —

Verguntejo.... conosci tu Verguntejo?

— Sì, prosegui.

— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo.... Domani sera

visiteranno il console e.... La repubblica in quel punto verrà trafitta

a morte insieme con lui.

— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, Curio, or parti di qui e

va a rinchiuderti nel tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; e

perchè sfugga il pericolo di incontrarti con altri nel far la via, ti

farò apprestare il cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e dormi.

Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare il cocchio.

Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia si alzò e passeggiando come

se fosse impazientissima, lo andava guardando con disprezzo e sorrideva

sugli occhi chiusi di lui con un sorriso veramente infernale.

Tornò il servo.

— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, accompagnalo e

mettilo in cocchio; dì all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e

divori la via — già non è lunga; poscia ritorni a condurre me altrove.

Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse seco sebbene ei si

rifiutasse.

— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, va, ti ripeto. —

Anche l’ora è tardissima. — Va.

Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il piede e aveva l’occhio

semispento. — Uscito ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’

cingere i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... e, così

preparata, stette aspettando il ritorno del cocchio.

Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una tavoletta e vi scrisse

alcune parole; poscia uscì e salì in cocchio.

Disse all’auriga: — Va alla casa del console Cicerone.

L’auriga rispose: — Siam già presso alla seconda ora dopo la media

notte.

— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e sollecita i cavalli.

L’auriga tacque e attese al debito suo.

VII.

FULVIA E CICERONE.

In brevi istanti furono al palagio di Cicerone. Un profondo silenzio lo

circondava e lo occupava di dentro.

L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli ostiarj si davano il cambio

e non abbandonavano mai le porte delle case.

Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo.

L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò, domandò che cosa

era avvenuto.

— Reca questa tavoletta al console; anche se fosse nel cubicolo,

sveglialo.

— A quest’ora è ancora nella biblioteca.

— Bene è.

L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò la tavoletta.

Il servo entrò nella biblioteca.

— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.

— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è un cocchio e una dama vi

siede.

Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, sebbene l’ora di notte

sia tarda; viene per cose gravissime che non ammettono indugio, cose

relative alla patria e a te.»

Cicerone rimase stupito.

Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non ne avesse una ragione,

ma per un’avversione tutta spontanea, al primo fu per rimandarla.

L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, epperò la visita

inattesa di quella donna a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia

non volendo essere pusillanime in faccia a sè stesso e sollecitandolo

anche la curiosità, disse al servo: — Falla entrare.

Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; era quello un distintivo

degli alti personaggi; ma il grande oratore e filosofo aveva portata

quella lunghezza ad una misura non usata da alcuno in Roma, e ciò

non per altro che per nascondere l’estrema sottigliezza delle sue

gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava il sorriso degli

ignoranti ma densi centurioni. Quand’era seduto, al pari d’Ulisse

in Omero, egli appariva maestoso e magniloquente come una delle sue

orazioni. Alzato, presentava uno squilibrio tale di forme che offendeva

l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato meglio per lui che,

dovendo comparirgli innanzi una donna, fosse rimasto seduto. — Ma egli

non aveva fiducia in quella donna, temette persino fosse venuta per

qualche atto proditorio; però si alzò e nel fesso della toga nascose un

ferro.

Fulvia entrò.

Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche e grandiose, sopraciglia

fitte, occhio nero e saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò

innanzi a Cicerone.

— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console, per la tarda ora: bensì

voglio ringraziamenti da te.

— Siedi, e parla.

— Se io adesso non fossi qui, tu domani a quest’ora saresti già

piombato in Acheronte.

— E da chi sai tu?

— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa di Catilina, dove Cajo

Cornelio e Lucio Verguntejo si offerirono di portarsi alla tua casa e

sotto colore di salutarti, darti la morte, passò come di consueto da

Messala ad ubbriacarsi, e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente

melensa, fatta più immelensita dal vino, mi svelò tutto; onde io venni

da te senza por tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi

dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere.

— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora parti. — E chiamato il

servo, — Appresta il cocchio, gli disse.

Fulvia si alzò, e:

— Se la repubblica più volte fu custodita con sapienza da te, questa

volta crollava di certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella lotta

che ancora non è cessata ti ajutino gli Dei immortali.

Così detto, si partì.

Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare, uscì, stette ad

aspettare il cocchio, vi salì, e recossi alla casa del console Antonio.

— Di troppa indulgenza — pensava strada facendo — si usò con questo

Catilina; lo si doveva abbattere fin da quando tuonai contro di lui in

Senato.

Lo sfoggio del _quousque tandem_, onde le cattedre gonfiaron gli

orecchi di tanti milioni di studenti, era già successo fin dai

tentativi della così detta congiura di febbrajo.

VIII.

CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.

Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed era addormentato.

Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo grado, costretto a

svegliarlo.

E il console Antonio, vecchio soldato che per trent’anni aveva fatto

le guerre con coraggio e con fierezza, e che vestendo squaglia di

coccodrillo era duro e intrattabile anche nelle relazioni domestiche,

quando fu svegliato coprì d’ingiuria il servo e quasi volea

percuoterlo; se non che il servo fu presto a dirgli:

— Console, è qui Cicerone.

— Cicerone? chiese maravigliato Antonio.

— Egli mi comandò di svegliarti.

— Va, fa che non attenda troppo. Digli che lo aspetto.

Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso:

— E che avvenne di sì grande che a quest’ora io ti vegga qui? Ben

potevi comandarmi, che sarei venuto io.

— Non c’è tempo a perdere; la congiura è matura e sta per esplodere.

Io dovevo essere ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani. Questo mi

fa credere esser vero quanto mi fu riferito, avere lo stesso Cornelio

e Lentulo, Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter tutta Roma

in fiamme e di governarne l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere,

Antonio, e come fulmine colpirli tutti.

Antonio tacque. Egli era a parte della congiura, e l’aveva

incoraggiata. Affogato nella molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo

di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era lasciato attrarre dalle

tentazioni di Catilina. Ma a questo punto, venne forzato a respingerla,

e la repentina diversione, che era tradimento, lo rese più zelante di

Cicerone stesso; pensò che era console e ridivenne soldato inesorabile

e nimicissimo degli amici. Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe

segreto avviso di uscir tosto di Roma. Pare che lo stesso Caio Antonio

abbia provveduto a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati

adunque la medesima notte, quanti poter dei propri seguaci e delle

viragini donne, la Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e di

quelli che dovevano radunare i giovani patrizi uscirono tutti dalla

città che ancora non era l’alba, e per diverse porte, prendendo per

diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori di Roma il luogo del

ritrovo comune doveva essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta

Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina veniva il cocchio di

Sempronia; sedeva con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro cocchio

dove stavano la Precia e la Flora.

Queste donne avevano fermato e giurato di combattere come uomini, di

vincere o di morire. E ben potevasi esser certi che la loro fermezza

era incrollabile.

Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta Portuense uscì Marco Sceva,

e a questi, lungo la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero

a congiungersi tutti i giovani patrizi. I veterani che Catilina aveva

raccolti, pagandoli, e che erano condotti da un centurione di Fiesole,

medesimamente assoldato, erano già a Monte Castrini quando Catilina vi

giunse. Esso aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la fortuna senza

una mano di soldati esperti ed induriti nelle armi. Questi avrebbero

dato coraggio ai giovani che non avevano ancora fatto sufficienti prove

nelle varie battaglie.

La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2) · 第 1 / 9 段