La giustizia del “beg„.
Giah-Aghà, il formidabile _beg_ della steppa turchestana, seduto
sui cuscini di seta che contornavano la sua spaziosa e ricca tenda,
innalzata di fronte alla casa della bella Talmà, fumava silenziosamente
il suo _narghileh_ come era sua abitudine.
I servi entravano ed uscivano per portare i suoi ordini ai conduttori
delle innumerevoli mandrie di cammelli, di montoni e di cavalli che
pascolavano nelle ubertose steppe dei Sarti, dove l'erba cresceva
gigante.
Eppure il _beg_ quella sera non appariva tranquillo come il solito.
Di quando in quando, come se presentisse che qualche cosa di tragico
e di terribile dovesse accadere, s'alzava a sedere, respingendo quasi
con rabbia il bocchino d'ambra del suo cannello e come se l'essenza di
rose, mescolata nella bottiglia dorata, avesse perduto improvvisamente
il suo delizioso profumo.
I suoi occhi, sempre vividi e nerissimi, malgrado l'età, si fissavano
sui quattro falchi di Abei, che squittivano sui loro bastoni in croce.
Al di fuori forti raffiche si succedevano sbattendo vivamente il feltro
grossolano della tenda, impenetrabile alla pioggia.
Già due volte aveva ricaricato il caminetto del suo narghileh, quando i
due cani di guardia mandarono un lunghissimo ululato, che aveva qualche
cosa di lugubre.
— Karon, — disse il _beg_, staccando il bocchino d'ambra e gettando in
aria un ultimo getto di fumo, — chi si avvicina?
— I nostri uomini, signore, che accampano all'aperto, nulla hanno
avvertito; i cani avranno fiutato qualche animale, — rispose Karon.
— No, — disse il _beg_. — Non urlerebbero così! E poi a quest'ora si
sarebbero slanciati sulla steppa. Va' a vedere. —
Il servo, che era una specie di maggiordomo, che aveva preso il posto
di Tabriz, uscì dalla tenda e dopo d'aver interrogato i guardiani dei
cammelli, dei montoni e dei cavalli, si avanzò risolutamente attraverso
le alte erbe, quantunque fosse sicuro che i cani ed anche il _beg_ si
fossero ingannati.
Aveva percorso un tre o quattrocento passi, quando i suoi orecchi
furono colpiti da un galoppo precipitoso, che pareva prodotto da più
cavalli.
Temendo che qualche banda di briganti fosse per irrompere
sull'accampamento, tornò rapidamente nella tenda del _beg_,
informandolo di quanto aveva udito.
— Che sia Abei che ritorna dalla casa di Talmà? — chiese il vecchio.
— Non si fa mai accompagnare, _beg_, — rispose il maggiordomo. — Egli
non ha bisogno d'alcuna scorta e poi i cani lo conoscono troppo bene,
per abbaiare in quel modo. —
In quel momento si udirono i guardiani del bestiame a gridare:
— Chi vive?... —
Una voce formidabile che parve un colpo di tuono, si alzò fra le
tenebre:
— Cerchiamo il beg Giah-Aghà, nostro signore! —
Pochi minuti dopo, tre cavalli neri, coperti di schiuma e montati da
tre uomini, giungevano dinanzi alla tenda del beg, gridando:
— Largo agli amici! —
Giah-Aghà aveva lasciato cadere il cannello del narghileh e si era
fatto pallidissimo, esclamando:
— Che i morti ritornino o che i miei orecchi troppo vecchi si siano
ingannati?
— T'inganni, zio, solo i vivi ritornano, — rispose una voce.
Un uomo è comparso sulla porta della tenda, esponendosi alla luce che
proiettava la lampada sospesa al di sopra della pietra che teneva ferma
l'ossatura.
Il _beg_ mandò un urlò:
— Hossein!
— Sì, zio, sì padre, — rispose il giovane, che era pallido come uno
spettro. — Sono io che vengo a reclamare giustizia al beg della steppa
turchestana. —
Giah-Aghà era rimasto immobile, come se fosse stato fulminato.
— Hossein! — balbettò.
— E ci... sono anch'io, padrone, — disse Tabriz, avanzandosi ed
entrando nel raggio proiettato dalla lampada. — Ed anch'io non sono un
morto! —
Con uno scatto improvviso, che un giovane di vent'anni gli avrebbe
invidiato, il _beg_ si alzò.
— Hossein!... — ripetè per la terza volta. — Tabriz! Da dove venite
voi? Da questo o dall'altro mondo?
— No, padre, — rispose Hossein; — da questo mondo, poichè non siamo
morti come ti aveva fatto credere mio cugino. Le sue palle non ci hanno
uccisi. —
Il vecchio _beg_ fece un salto innanzi, cogli occhi in fiamme, il volto
trasfigurato.
— Hossein! — gridò, — che cosa dici tu?
— Dico che mio cugino ha fatto fuoco su di me e su Tabriz a tradimento,
per ucciderci, mentre noi stavamo combattendo disperatamente contro
i moscoviti che assalivano Kitab: dico e accuso mio cugino di aver
assoldate le _Aquile_ della steppa per rapirmi Talmà; dico e accuso mio
cugino di aver nascosti nella mia fascia dei documenti compromettenti,
per farmi fucilare dai russi o dai soldati dell'Emiro e di aver cercato
più tardi di farci assassinare una seconda volta.
Padre: vendetta, vendetta! È tuo nipote che la chiede al beg della
steppa turchestana! —
Tabriz a sua volta si era fatto innanzi, dicendo con voce solenne.
— Ed io confermo, padrone, tutte le accuse di tuo nipote e ti porto
un altro testimonio, l'uomo pagato che doveva assassinarci una seconda
volta.