Mi basta un pugno per accopparti!... —

Il bandito, pazzo di terrore, continuava a scappare, sbuffando come una

foca. Aveva le ali ai piedi e pareva che avesse ritrovata l'agilità dei

suoi vent'anni.

Tabriz però non lo lasciava e colle sue lunghe gambe e i suoi slanci di

cavallo selvaggio guadagnava sempre più.

Ad un tratto il bandito incespicò e cadde. Tabriz d'un colpo gli fu

addosso afferrandolo pel collo e sollevandolo come un fantoccio.

— Sei preso, miserabile! — urlò.

— Grazia! — rantolò il miserabile che non osava più dibattersi.

— Sì grazia, se parlerai. Dammi intanto il tuo kangiarro e anche il tuo

archibugio, che vale in questo momento meno d'un bastone e aspettiamo

il padrone.

— Il signor Hossein?

— Come! — urlò Tabriz stringendolo con maggior violenza, fino a fargli

uscire la lingua d'un buon palmo. — Tu lo conosci?... Ah!... Ti sei

tradito!... Il nipote del beg non si era ingannato.

— Grazia... mi strangoli.

— Non ora, — rispose il gigante, allargando il pugno.

— È necessario che tu parli prima, furfante. —

Gli tolse il _kangiarro_, ed il fucile lo depose dinanzi a sè,

sull'erba, dicendogli con voce minacciosa:

— Un moto, una parola e ti accoppo con un pugno, e bada che con un

pugno io un giorno ho ammazzato un cammello. Mi hai capito?

— Non sono sordo, signor Tabriz, — rispose Karaval con voce tremante.

Una voce in quel momento si alzò fra le erbe!

— L'hai preso? —

Era Hossein che si avanzava conducendo per la briglia il proprio

cavallo, non che i due dei banditi.

— È in mia mano, signore — rispose il gigante — e non mi scapperà più,

te l'assicuro. —

Hossein legò i tre cavalli insieme, li fece coricare fra le erbe, poi

impugnato il kangiarro si precipitò come una belva addosso a Karaval.

Una collera terribile avvampava nei suoi occhi.

— Miserabile! — urlò. — La morte causata da un colpo d'arma bianca

sarebbe troppo dolce per te, come sarebbero pure troppo dolci le più

atroci torture.

— Grazia, signore, — balbettò Karaval che tremava come se avesse la

febbre. — Io non ho agito per mio conto.

— Che cosa vuoi dire? — chiese Hossein stupito.

— Che se fosse stato in me non vi avrei tradito. D'altronde, voi, mi

dovreste un po' di riconoscenza, perchè senza di me, voi non sareste

mai usciti vivi dalla steppa della fame.

— Questo briccone è più furbo del diavolo, — mormorò Tabriz.

— Per conto di chi hai agito? — chiese Hossein che aveva alzata la

terribile lama sulla testa del bandito. — Del capo delle Aquile?

— No, signore. Dopo che Talmà fu liberata da vostro cugino Abei, io non

l'ho più riveduto, quindi egli ignorava che voi foste ancora vivi.

— Di chi dunque? —

Il bandito ebbe una lunga esitazione.

— Parla o ti faccio arrostire a lento fuoco.

— Di vostro cugino.

— D'Abei! — ruggì Hossein.

— Sì, m'aveva preso ai suoi servizi onde tornassi a Kitab a cercare i

vostri cadaveri.

— Per quale motivo?

— Per assicurarsi se voi, signore, eravate proprio morto.

— Ah!... Canaglia!... Anche quello voleva!

— Come avrebbe potuto sposare Talmà? Ci voleva qualcuno che

testimoniasse la vostra morte.

— L'infame!...

— Una parola, padrone, — disse Tabriz.

Poi rivolgendosi verso il bandito:

— Tu sai chi è stato a colpirci a tradimento con due colpi di pistola,

mentre noi facevamo fronte ai moscoviti.

— Sì: mi hanno detto che è stato Abei.

— Hai udito, signore?

— Sì, — rispose Hossein coi denti stretti. — Quell'infame voleva la mia

fidanzata e anche la mia vita.

Prosegui: che ordini ti aveva dato mio cugino quando tu tornasti a

Kitab?

— Di riportare nella steppa i vostri cadaveri, se l'avessi potuto.

— E se ci aveste trovati solamente feriti?

— Di perdervi a qualunque costo e di consegnarvi all'Emiro, avendoti

egli messo, nella fascia, dei documenti compromettenti.

— Vedi, padrone, che io non mi ero ingannato, — disse Tabriz.

Hossein stette qualche minuto silenzioso, poi volgendosi verso il

bandito che si teneva le mani sul capo come per difenderlo da qualche

colpo di kangiarro, gli disse:

— Sarei nel mio diritto di ucciderti, invece io ti farò dono della

vita, ad una condizione. —

Tabriz fece una smorfia e scosse il capo, come se fosse poco contento

di quelle parole.

— Parla, mio signore, — disse Karaval, respirando a pieni polmoni.

— Che tu deponga dinanzi al _beg_, mio zio, di quale infame missione ti

ha incaricato mio cugino.

— Sono pronto a farlo.

— Tabriz, lega le braccia a quest'uomo e mettilo in sella.

— Partiamo?

— Subito: ho sete di vendetta.

— Ecco la fine della tragedia, — mormorò il gigante.

Legò poi solidamente le braccia al bandito, lo pose su uno dei tre

cavalli e ripartirono a piccolo trotto attraverso la steppa sconfinata.

Le Aquile della Steppa: Romanzo · 第 73 / 81 题