Due animali, non più grossi di due gatti comuni, dal pelame
giallognolo, cosparso di macchie leggermente nerastre, giocherellavano
in mezzo agli astragalli, senza darsi alcun pensiero dei due
turchestani.
— Tu dunque, Tabriz, avresti paura di queste due bestiuole? — chiese
Hossein, vedendo il gigante girare intorno gli sguardi.
— Due delle mie dita sono già troppo per strangolarli, — rispose
il gigante. — È della loro madre e del loro padre che io ho paura,
signore.
— Che animali sono dunque codesti?
— Oncie.
Una specie di pantere, piuttosto rare a dire il vero.
— Pericolose?
— Non meno delle pantere, quantunque siano un po' più piccole.
— Vuoi uccidere questi piccoli?
— Non irritiamo i loro genitori, signore. Dissetiamoci, giacchè qui odo
scorrere dell'acqua e poi prendiamo il largo e andiamo ad accamparci
sul margine dell'oasi. —
Con una mano levò le foglie secche che coprivano il suolo e mise allo
scoperto un rivoletto d'acqua, che scorreva quasi interamente nascosto.
— A te, padrone, mentre io ti faccio la guardia, — disse.
Il giovane, che si sentiva morire di sete, si gettò a terra mettendosi
a bere avidamente. Stava per alzarsi, quando udì Tabriz a gridare:
— Le armi, padrone! —
Hossein d'un balzo fu in piedi, colle pistole puntate.
— Che cosa c'è? — chiese.
— Sono i genitori che tornano!... Fuggiamo!... —
Si slanciarono fuori dalla macchia d'astragalli, dirigendosi
frettolosamente verso il margine dell'oasi, dove contavano, in caso di
pericolo, di mettersi in salvo su qualche alto albero, avendone scorti
alcuni in quella direzione.
Se avessero avuto dei buoni archibugi, avrebbero indubbiamente fatto
fronte alla belva o alle belve, non essendo improbabile che oltre alla
femmina vi fosse anche il maschio.
Non possedendo che delle vecchie pistole, di portata limitatissima e di
scatto malsicuro, non avevano osato soffermarsi, specialmente in mezzo
a quella folta macchia, dove potevano correre il pericolo di venire
assaliti di sorpresa e da due parti.
Giunti sotto un grosso melogranato selvatico, Tabriz e Hossein si erano
fermati guardando attentamente sotto le piante e tendendo gli orecchi.
— Che ti sia ingannato Tabriz? — disse Hossein, dopo qualche minuto di
attesa, non vedendo comparire alcun animale sotto gli alberi.
— No, signore, ho udito i cespugli a muoversi e giurerei anche di aver
veduto, fra le foglie, a brillare due occhi ardenti.
— Sono dunque così pericolosi quegli animali, per far battere in
ritirata un uomo come te?
— Valgono le pantere e...
— Taci!...
— Un ramo che si è spezzato, è vero?
— No, un fruscìo come se qualcuno cercasse d'aprirsi il passo fra gli
astragalli.
— Saliamo su quest'albero, signore. Saremo più sicuri che a
terra. —
Il gigante prese Hossein e lo alzò lungo il tronco del melogranato fino
al ramo più basso, a cui il giovane si aggrappò mettendosi lestamente a
cavalcioni.
Il gigante che poteva abbracciare la pianta, si mise ad arrampicarsi,
facendo sforzi prodigiosi per far presto.
Stava per toccare il ramo, quando udì Hossein a gridare: