Due animali, che avevano la taglia delle pantere, si erano slanciati
fuori degli astragalli con un balzo immenso, poi si erano precipitati
verso l'albero, mandando un ruggito sommesso, d'un timbro ben diverso
da quello del leone.
In un lampo furono sotto al melogranato ed il più grosso, il maschio
senza dubbio, con un slancio straordinario afferrò Tabriz per una
gamba, tentando di tirarlo giù.
Fortunatamente il gigante aveva gli stivali dalla pelle resistentissima
e possedeva un sangue freddo ammirabile.
Allungò lestamente una mano verso il ramo ed in due tempi vi si issò
sopra, mentre la belva, delusa, si lasciava ricadere a terra.
— Un momento di ritardo e mi tirava giù, — disse Tabriz, che si era
messo a cavalcioni del ramo, dietro a Hossein.
— Le accomoderemo ora noi perbene, mio bravo Tabriz. I tuoi stivali
sono in buono stato?
— Sono di pelle di cammello e non cedono facilmente.
— Cerchiamo di fare un buon doppio colpo.
— E di non mancarlo soprattutto, signore. Non abbiamo che otto palle
fra tutti e due a nostra disposizione e dei cattivi incontri possiamo
farne ancora.
Abbiamo commessa una grave imprudenza a non prendere a quei due usbeki
le loro munizioni! —
Le due belve, mancato il primo attacco, si erano messe a girare e
rigirare intorno alla pianta, senza osare di salire, ciò che sarebbe
stato per loro facile, essendo gli once abilissimi arrampicatori.
Erano due bellissime bestie, grosse quanto una pantera nera di Giava,
dal pelame pallido, cosparso di grandi macchie nere, un po' irregolari,
e di anelli rotondi un po' oscuri ed una coda lunga, somigliante a
quella delle pantere africane.
Pur girando, non staccavano i loro occhi dai due turchestani, saettando
su di loro lampi verdastri e fosforescenti.
— Che siano affamati o irritati perchè abbiamo scoperto il loro covo? —
si chiese Hossein.
— Forse l'uno e l'altro, — rispose Tabriz. — Signore, affrettiamoci a
sbarazzarci di questi importuni.
— Proviamo queste pistolacce, dunque, benchè non valgano le nostre, —
disse Hossein.
— A me il maschio che è il più grosso, e a te la femmina, — aggiunse
poi.
S'accomodarono meglio che poterono sul ramo, mirarono attentamente
le due bestie che si erano fermate a pochi passi dall'albero, come se
studiassero il modo di spingere vigorosamente l'assalto e fecero fuoco
quasi contemporaneamente, scaricando due colpi ciascuno.
Quando il fumo si dileguò, videro contorcersi a terra la femmina; il
maschio invece, spaventato dalle detonazioni, scappava, spiccando salti
di cinque o sei metri.
— Che l'abbia mancato? — si chiese Hossein.
— Cattiva polvere, signore, — rispose Tabriz. — Non so per quale
miracolo sia riuscito a me di buttare a terra la femmina.
— Mi spiace di non aver abbattuto il maschio.
— Forse tu l'hai ferito, padrone.
— Avrei desiderato vederlo cadere; più tardi può tornare.
— E lo riceveremo con un'altra scarica, signore.
— Allora scendiamo e teniamo d'occhio il maschio. —
Hossein si penzolò dal ramo e si lasciò cadere a terra. Il gigante, che
temeva la ricomparsa del maschio, fu pronto a imitarlo.
— Ecco un bell'arrosto, — disse, guardando la femmina.
— Che puzzerà di selvatico, — rispose Hossein.
— Se mangiamo le gazzelle e gli onagri, possiamo piantare i denti anche
su questa bestia, purchè il maschio non venga a protestare.
— Hai un bell'appetito tu, Tabriz?
— Più sete che fame, signore. Ho la gola arsa.
— L'acqua non è lontana...
— E i piccini, signore.
— Fuori il _kangiarro_.
— Sono pronto a spaccare il muso all'once, — disse il gigante,
sfoderando l'arma. — Se viene avrà il suo conto. —
Respinsero coi piedi il cadavere della belva e s'inoltrarono
risolutamente verso la macchia d'astragalli, in mezzo alla quale
scorreva il rivoletto d'acqua che in nessuna altra parte dell'oasi
avevano trovato.
Il maschio pareva che fosse scomparso, giacchè in mezzo al verde cupo
del fogliame non si scorgeva il suo mantello biancastro. Tuttavia i due
turchestani procedevano con precauzione, tenendo le pistole pronte ed
i _kangiarri_ snudati, ben decisi a consumare le ultime quattro cariche
in caso di pericolo.
Non vedendo l'once, entrarono nella macchia e giunsero là dove i
due piccini, abbandonati a sè stessi, stavano giuocando fra di loro,
mordendosi a sangue.
— Ecco l'arrosto, — disse Tabriz, dopo d'aver dato un rapido sguardo
all'intorno.
Due strette poderose bastarono per strozzare i due piccini.
Sollevò poi colle mani le foglie che coprivano il suolo e si mise a
bere a larghi sorsi, mentre il nipote del _beg_ vegliava.
Stava per alzarsi, quando un'ombra gigantesca lo attraversò, piombando,
con uno slancio terribile, addosso ad Hossein e atterrandolo, prima che
avesse avuto il tempo di puntare la pistola o d'alzare il _kangiarro_.
— A me, Tabriz! — Aveva urlato il giovane.
— Ah!... Brutta bestia! — urlò.
L'once non era che a tre passi.
Tabriz, con un solo salto, superò la distanza, afferrò la bestia per
la coda e la trasse a se con vigore sovrumano, facendole fare un mezzo
giro.
L'once, che forse non s'aspettava quell'attacco brutale, si volse
ringhiando e mostrando i denti.
Ma già Tabriz aveva abbandonata la coda per impugnare il _kangiarro_.
La lama scintillò un momento in aria, poi cadde fischiando.
— Ecco il tuo conto! — urlò Tabriz.
La testa dell'once completamente staccata, cadde a terra.
— Bel colpo! — esclamò Hossein. — Tu taglieresti la testa anche ad un
toro.
— Si fa ciò che si può, signore, — rispose il gigante, pulendo la
lama sul corpo della belva. — Il braccio è solido; su ciò non ho alcun
dubbio.
Presero i due piccoli once e tornarono verso il margine dell'oasi, dove
fecero raccolta di rami secchi.
Tabriz, che aveva conservato l'acciarino e l'esca, accese il fuoco,
levò la pelle ai due once e, dopo d'averli infilati in un bastone,
li mise sui tizzoni ardenti, girandoli di quando in quando, ma anche
brontolando:
— Se avessimo almeno una pipa e del buon _tomak_! Che colazione
squisita!... Ah!... già, ci vorrebbe anche una sorsata di _kumis_, ma
dove trovare delle cammelle in questa maledetta steppa? È proprio la
steppa della fame! —
Mentre sorvegliava l'arrosto, Hossein, col capo appoggiato al tronco
d'un albero, pareva si fosse immerso in profondi pensieri.
Il suo sguardo fissava distrattamente la fiamma che arrostiva i due
once. Pensava probabilmente a Talmà e all'infame tradimento di suo
cugino.
— Padrone, — disse ad un tratto Tabriz. — Il piatto forte è
pronto. Peccato che non ci sia qualche focaccia di maiz e un po' di
tabacco. —
Levò i due gatti, come li chiamava e li mise su un mazzo di foglie di
melogranato, spaccandoli con due colpi di _kangiarro_.
— Se saranno un po' coriacei, — disse, — non sarà colpa mia.
Pianta i denti, signore. Abbiamo ben diritto di mangiate anche
noi. —
I due once non tardarono a scomparire, specialmente nel ventre
di Tabriz, poi i due fuggiaschi, sicuri di non venire disturbati,
credendo che l'oasi non servisse di rifugio ad alcun animale feroce, si
gettarono sotto l'ombra d'un grosso platano, cercando di dormire.
Quanto durò il loro sonno?
Certo non lo seppero mai.
Un grugnito rauco, che non doveva promettere nulla di buono, svegliò
ad un tratto Tabriz, il quale stava sognando la verdeggiante steppa dei
Sarti.
— Padrone!... — gridò, — ti senti male?... —
Un secondo grugnito, più forte del primo e due gambe che gli
compressero improvvisamente il petto, lo decisero ad alzarsi.
Una massa oscura, indecisa, gli stava sopra, cercando di afferrarlo.
— Signore! — urlò. — Gli usbeki dell'Emiro!... All'armi! —
Hossein, che dormiva quasi con un solo occhio, era balzato in piedi.
L'oscurità, resa più cupa dall'ombra proiettata dall'albero, era però
così profonda che dapprima nulla distinse.
— Tabriz! — gridò.
— L'ho preso!...
— Chi?...
— Ah!... cane!... Sono abbastanza forte!...
— Tabriz!...
— Lo getto giù.
— Chi?...
— Lottare con me!... Stupido!... Ed ora ti farò a pezzi! —
Un urlo feroce, che fece gelare il sangue a Hossein, echeggiò fra le
tenebre, seguito tosto da una bestemmia.
— Bestia maledetta! Mordi?..
A te!... Prendi questo!... E questo ancora! Ne hai abbastanza?...
— Tabriz!...
— Aspetta che lo finisca, signore. Un colpo ancora? Prendi dunque,
brutta bestia!... —
Un ringhio furioso seguì quelle parole, accompagnato da una specie di
tonfo.
— È caduto! — urlò Tabriz. — Era tempo!... Che razza di bestia sarà
questa? Voleva lottare con me!... Le costole le ho dure io e anche le
braccia sono solide!
— Che cos'hai ucciso, Tabriz? — chiese Hossein che aveva armata la
pistola.
— Non lo so davvero, signore. Accendi qualche legno, giacchè vi è
ancora qualche brace. —
Hossein prese un ramo che stava per consumarsi, frugò fra i carboni non
ancora spenti e quando lo ebbe acceso l'alzò, sviluppando una fiamma
abbastanza luminosa.
— Tabriz, — esclamò, — questo è un orso!...
— Me n'ero accorto io, — rispose il gigante. — Voleva impegnare una
vera lotta con me!... Mi aveva afferrato così strettamente che lo
credetti un usbeko. Il pelame lo ha tradito.
— E tu credevi che quest'oasi fosse deserta!...
— Pare invece, signore, che sia un serraglio.
— Due once ed un orso!...
— Vediamo bene, Tabriz.
— Accosta il tizzone, signore. —