Meglio morire sepolti fra le sabbie che fra i tormenti! —

Si passarono le armi nelle cinture, strapparono la tela che poteva

ancora servire loro, e lasciarono la buca, scomparendo fra le ondate

di sabbia che il vento scaraventava sopra l'accampamento ed in tale

copia da non permettere alle guardie di scorgere nulla a due passi di

distanza.

Il rischio a cui si esponevano i due turchestani era gravissimo,

poichè da un istante all'altro una tromba roteante poteva investirli,

atterrarli e seppellirli o anche assorbirli e trascinarli in alto:

tuttavia si erano messi coraggiosamente in marcia, carponi, tentando

di tenersi la bocca ed il naso coperti colla tenda, che il ventaccio

cercava di strappare loro di mano.

Dove si dirigevano? Non potevano saperlo, essendo diventata l'oscurità

profondissima e continuando le cortine di sabbia a passare sopra di

loro.

Tabriz teneva sempre stretto per una mano Hossein, pel timore che

il giovane si smarrisse fra le dune, che cambiavano ad ogni istante

aspetto.

— Coraggio, signore! — gridava di quando in quando, allorchè la raffica

furiosa era passata.

— Tura la bocca e chiudi gli occhi. —

Ansanti, semi-soffocati, continuamente acciecati, ed incessantemente

sbattuti al suolo, vagavano or qua ed or là, senza direzione alcuna,

spinti da un solo desiderio: quello di allontanarsi dall'accampamento.

Di quando in quando una tromba li investiva, coprendoli quasi

interamente di sabbia o rotolandoli e sbattendoli attraverso le dune,

ma il gigante, che possedeva una forza incalcolabile, non tardava a

rialzarsi ed a sbarazzare Hossein, che da solo non avrebbe certamente

potuto uscire da quelle tombe, pronte a rinserrarsi su di lui e per

sempre.

Per dieci o quindici minuti i due turchestani lottarono disperatamente

contro le raffiche, procedendo a casaccio, finchè una tromba di sabbia

li investì.

Tabriz, che l'aveva scorta a tempo, aveva afferrato strettamente fra

le possenti braccia il nipote del _beg_ e si era gettato col viso

contro terra, colla speranza di sfuggire all'assorbimento e anche

all'asfissia.

Disgraziatamente la tromba era una delle più colossali e s'avanzava con

tale impeto da sciogliere in un momento le dune che incontrava nella

sua corsa vertiginosa.

I due uomini, quantunque strettamente avvinti, formassero un peso

notevole, si sentirono come sradicare dal suolo, poi trarre in alto in

un moto circolare velocissimo.

Quanto durò quella spaventevole corsa? Non lo seppero mai.

. . . . . . .

Quando Tabriz aprì gli occhi, la _burana_ era cessata. Solo poche

cortine di sabbia filavano all'orizzonte, ondeggiando lentamente, ora

allargandosi ed ora stringendosi ed il cielo era tornato limpido.

Tutt'intorno a lui regnava un caos: dune di sabbia sventrate,

monticelli mozzati, sterpi ammonticchiati alla rinfusa, strappati chi

sa mai dove, mucchi di pietruzze, stracci provenienti forse da tende

strappate a chissà quante diecine di miglia di distanza.

Tabriz guardò il sole che era rosso come un disco di metallo

incandescente e che era prossimo al tramonto, si tastò le costole

tutte ammaccate, poi girò all'intorno gli occhi, ripetendo con voce

angosciata:

— E Hossein?.... E Hossein? —

Quantunque provasse un vivo dolore ad una gamba, si era messo a correre

affannosamente attraverso le dune che la grande tromba di sabbia aveva

formate nello spezzarsi.

— Padrone!.... Padrone! — gridava come un pazzo, mentre si soffregava

gli occhi infiammati dalla sabbia.

Un grido rauco gli rispose ad un tratto. Era partito da un monticello

di sterpi e di pietruzze.

— Signore! — esclamò Tabriz, scavalcandolo precipitosamente.

Al di là, steso al suolo, col viso contro terra, stava un uomo con metà

del corpo, dalla cintura ai piedi, sepolto sotto altissimo strato di

sabbia che gl'impediva di muoversi.

— Grande Allah! — urlò il gigante. — Salvo!.... Salvo!....

— Ma imprigionato e tutto pesto, — rispose il giovane con voce appena

intelligibile.

— Un momento, signore.

— Presto.... Tabriz.... soffoco....

Il gigante, servendosi delle mani e dei piedi, rovesciò il monticello,

o meglio lo disperse, poi, afferrando per le braccia il giovane lo

trasse a sè, mettendolo a sedere e sbarazzandolo dalla polvere che gli

copriva il viso.

— Tabriz... una goccia d'acqua... una sola... — chiese Hossein che

stentava a parlare. — Brucio!...

— Ah signore!.... Dove trovarne qui?....

— Ho le fiamme.... in gola.... mi sembra di.... morire....

— Dell'acqua!... Dell'acqua! — esclamò Tabriz, girando intorno gli

occhi. — Il mio signore muore!... Dell'acqua!.... —

Sperare di trovarne fra quelle sabbie, che tutto avevano coperto

e specialmente in quella terribile steppa della fame e della sete,

sarebbe stata una follia. Anche se, per un caso raro, qualche rivoletto

si fosse trovato in quel luogo, la gran tromba di sabbia l'avrebbe

completamente coperto nello sfasciarsi.

— Acqua! — ripetè Hossein. — Dammi da bere, Tabriz.

— Ma sì!.... — gridò il gigante, estraendo rapidamente il kangiarro che

aveva ancora alla cintura, fra le due pistole. — Un po' di sangue può

per un momento egualmente dissetare. —

Si rimboccò una manica, mettendo a nudo il braccio sinistro, un braccio

grosso quanto un ramo d'albero, gonfio di muscoli, e colla punta

dell'arma si punse una vena.

— Bevi, mio signore, — disse mentre il sangue zampillava.

Hossein aveva gettato la testa indietro facendo un gesto di ribrezzo e

mormorando:

— No.... Tabriz!....

— Bevi, mio signore, — rispose il gigante freddamente, accostandogli il

braccio alle labbra. — Ti salvo! —

La sete del giovane doveva essere terribile, perchè accostò la bocca e

bevette avidamente il sangue caldo che sgorgava dalla puntura.

— Bevi senza paura, mio signore, — diceva il gigante sorridendo. — Il

mio corpo ne è ben fornito. —

Hossein ingoiò tre o quattro sorsi, poi si ritrasse.

— Grazie, mio fedele Tabriz, — mormorò. — M'hai ridata la vita.

— Ne hai abbastanza? —

Hossein fece col capo un cenno affermativo, poi cadde all'indietro come

colpito da un improvviso torpore.

Il gigante si strappò un pezzo della manica, si fasciò strettamente

la ferita, d'altronde piccolissima, gettò sul padrone uno sguardo

soddisfatto, poi si alzò, mormorando:

— Lasciamolo un po' riposare; pel momento nessun pericolo ci minaccia e

poi fra pochi minuti le tenebre scenderanno. —

Salì su un monticello di sabbia, il più alto che vi era in quel luogo e

guardò attentamente tutto all'intorno.

— Dove trovare un albero od una sorgente? — si chiese. — Sono rari in

questa steppa maledetta, nondimeno qualche po' di verdura di quando in

quando la si può trovare.

Se potessi sapere dove ci troviamo noi!.... Siamo lontani

dall'accampamento o vicini? Ecco il pericolo.

Bah!.... Tabriz ha le gambe lunghe ed è in forza. Non fermiamoci

qui. —

Prese Hossein fra le braccia, serrandoselo ben stretto al petto, come

se fosse un fanciullo e si mise risolutamente in marcia, dirigendosi

verso ponente.

— Sempre diritti finchè troveremo l'Amu-Darja, — mormorò.

Il sole scompariva fra una gran nuvola rossa, che diventava rapidamente

oscura e le tenebre cominciavano a calare. All'orizzonte opposto però

un altro disco, reso grande dalla rifrazione e pure rosso, sorgeva

lentamente: era la luna.

Tabriz continuava ad avanzare, salendo e scendendo le dune sabbiose,

cogli orecchi tesi, cogli occhi sempre in movimento. Cercava di

raccogliere qualche lontano rumore o di scorgere qualche cavaliere.

Certo i soldati dell'Emiro, passata la _burana_, dovevano aver scoperti

i loro due camerati accoppati da quei due tremendi pugni e forse in

quel momento stavano cercando in tutte le direzioni i fuggiaschi.

Era quella la paura che aveva invaso Tabriz e che lo spingeva a

camminare più rapidamente che era possibile, quantunque zoppicasse.

Per una buona ora il gigante resistette energicamente, avanzandosi

verso una macchia oscura che la luna illuminava, facendola scintillare

in causa dei frammenti di sale che conteneva.

Stava per raggiungerla, quando Hossein riaprì gli occhi scivolandogli

quasi subito di fra le braccia.

— Tu mi hai portato? — disse, arrossendo.

— Era necessario, mio signore, — rispose Tabriz.

— Che io sia diventato un fanciullo?

— Non so se un altro meno solido di te avrebbe resistito a quella

terribile volata, che ci ha fatto fare quella maledetta tromba. Puoi

vantarti di avere le ossa ben dure, signore.

— Quanto sei buono, Tabriz!

— Non ho fatto altro che il dovere di buon servo affezionato, — rispose

modestamente il gigante. — Stai meglio ora?

— Sì, ma la sete mi divora sempre.

— Abbi un po' di pazienza ancora. Vedo delle piante dinanzi a noi e

spero di trovare qualche goccia d'acqua o per lo meno delle frutta che

ci permettano di dissetarci.

— Sai dove siamo noi?

— È impossibile saperlo.

— Lontani o vicini all'accampamento?

— La nostra volata deve essere stata lunga e la tromba marciava con una

velocità prodigiosa.

Riparleremo di ciò più tardi; cerchiamo ora di raggiungere quel gruppo

d'alberi. Puoi camminare o vuoi che ti porti ancora?

Non pesi molto, per le mie braccia.

— Preferisco servirmi delle mie gambe mio buon Tabriz.

— Avanti allora, mio signore. Non distiamo che mezzo miglio, e forse

meno; tieni pronte le armi.

— Che cosa temi?

— Nelle rade oasi della steppa della fame, si rifugiano banditi e belve

feroci, e gli uni non sono meno pericolosi delle altre.

— Andiamo, Tabriz. —

Ad occidente si scorgevano gruppi di piante che occupavano una

superficie di parecchi ettari e quasi tutte d'alto fusto; era quindi

probabile che vi dovesse essere dell'acqua, non potendo i vegetali

crescere in mezzo a quelle sabbie salate, se non trovano nel sottosuolo

un po' d'umidità.

I due fuggiaschi, animati dalla speranza di tuffare le loro aride

labbra in qualche fresca sorgente, non tardarono a raggiungere quella

specie d'oasi che sembrava, almeno apparentemente, disabitata.

Fu però una disillusione, poichè quelle foreste non promettevano a

prima vista alcun frutto. Non vi erano che dei platani semi-intristiti,

degli _honna_, alberi che danno solo una materia colorante, usata

dalle donne turchestane e persiane per tingersi le mani ed i piedi e

soprattutto le unghie, delle _assa fetida_ (resina antispasmodica) e

degli alberi d'incenso, di nessuna utilità pei due assetati.

— Non siamo fortunati, — disse Tabriz, che si era fermato sul margine

dell'oasi. — Qui non troveremo nè un fico, nè un melogranato.

— E nemmeno una goccia d'acqua? — chiese Hossein, con spavento.

— Non abbiamo ancora esplorato queste macchie, signore.

— Impugna le pistole e andiamo avanti. —

Dopo avere tesi gli orecchi, colla speranza di udire il mormorio

di qualche ruscelletto, s'inoltrarono cautamente sotto le piante

aprendosi il passo fra gruppi di _mikanseta levigata_, belle piante

della famiglia dei baccari, che spuntano anche sui terreni più aridi,

e d'astragalli, e guardando attentamente a terra, essendo di solito

quelle oasi infestate da certi ragni, grossi come una noce e la cui

morsicatura è talvolta mortale.

Avevano attraversati già tre o quattro gruppi di alberi, quando Tabriz

si arrestò bruscamente, armando la pistola.

— Cos'hai veduto? — chiese Hossein, imitandolo.

— Mi è sembrato d'aver udito un lieve mugolìo.

— Dove? — chiese Hossein.

— In mezzo a quel gruppo d'astragalli, — rispose Tabriz, indicando una

fitta macchia di quelle piante.

— Che vi sia nascosto qualche animale?

— È probabile, signore. Le pantere non mancano nella steppa della fame.

— Buon segno se ne trovassimo una qui.

— Perchè signore?

— Significherebbe che qui vi è dell'acqua.

— È vero.

— Andiamo a vedere. Siamo in due e non abbiamo paura, noi.

— Specialmente quando abbiamo dei _kangiarri_, — aggiunse il gigante.

Non sapendo con quale animale avevano da fare, s'avanzarono tenendosi

dietro i tronchi degli alberi, onde avere, in caso d'improvviso

attacco, almeno un riparo e, giunti dinanzi al gruppo d'astragalli,

sostarono mettendosi in ascolto.

— Dell'acqua! — esclamò ad un tratto Tabriz, mentre il suo viso

diventava raggiante. — La odo a gorgogliare.

— Dov'è?

— Lì in mezzo. Non odi, mio signore?

— Sì, mi pare.

— Siamo salvi!.... Accorriamo!....

— E la belva?

— Fosse anche una tigre non mi farebbe paura, — disse il gigante

snudando il _kangiarro_.

Si era gettato dentro alla macchia, ma non aveva fatti cinque passi

che incespicò in qualche cosa di molle, mentre sotto di sè udiva un

miagolìo e si sentiva nel medesimo tempo, graffiare gli stivali.

— Fermo, Hossein! — gridò.

Uno scroscio di risa gli rispose; poi la voce del giovane si fece udire:

— Tu schiacci dei gatti, Tabriz. Ricordati che Maometto ha proibito di

ucciderli. —

Le Aquile della Steppa: Romanzo · 第 52 / 81 题