Questa conversazione aveva luogo in uno dei tanti _kabne-kahnè_ di
Kitab, ossia in un piccolo caffè, dove ordinariamente si radunavano
gli sfaccendati per sorseggiare una tazza di eccellente caffè, giuocare
agli scacchi e alla dama, ed ascoltare le storielle dei _mestvires_ ed
a fumare del buon _tumvak_, profumato dall'acqua di rose contenuta nei
_nargul_....
Eran due tipi di veri bricconi, quei due uomini che si facevano credere
due mostratori di scimmie, per nascondere il loro vero essere.
Uno aveva poco più di vent'anni, l'altro invece quasi il doppio, con un
brutto ceffo quasi interamente coperto da una barba rossiccia e ispida,
che gli nascondeva però male una terribile cicatrice, la quale gli
attraversava tutto il volto, passandogli fra il naso e le labbra.
Entrambi indossavano lunghe zimarre mezze sdruscite, portavano sul capo
alti cappelli villosi, rassomiglianti a quelli che usano i persiani, e
tenevano in mano fruste dal manico corto.
Vuotata la seconda tazza di caffè, che era stata loro portata, Karawal,
lo sfregiato, aveva subito ripreso a voce bassa, urtando col piede
Dinar:
— Hai capito quale è il mio piano?
— Sì e no.
— Come hai l'intelligenza corta, Dinar! Tu non riuscirai mai a nulla,
figliuol mio.
— Sono ancora giovane, Karawal.
— Io alla tua età ero un briccone emerito, e rubavo, quasi sotto il
naso dei pastori illiati, cammelli e cavalli, senza contare i montoni.
— Spero di poter un giorno diventare anch'io così abile.
— Te lo auguro di cuore. Dunque il mio piano è d'informare Abei che il
suo colpo è andato fallito, così affretterà le nozze con Talmà.
Accetterà la fanciulla?
— Le donne fanno presto a rassegnarsi e anche a dimenticare. E poi
forse che il signor Abei non è anche lui un nipote del _beg_?
— E poi?
— Poi seguiremo i due prigionieri e non li lasceremo, se riescono
a sfuggire alle granfie dell'Emiro di Bukara, finchè non li avremo
soppressi. Le buone occasioni non mancheranno ed è necessario che non
tornino più mai nella steppa o non prenderemo un solo _tomano_.
Mi hai compreso Dinar?
— Perfettamente, — rispose il giovane.
— Oh!.... Ecco che la tua intelligenza comincia a schiudersi; sotto di
me farai della strada, figliuol mio.
Orsù riprendiamo le nostre scimmie e andiamo a fare i nostri
preparativi di partenza.
— Ci permetteranno di seguire i prigionieri?
— Non dubitare: i _loutis_ sono ben veduti da tutti. —
Pagarono e uscirono, girando intorno al piccolo caffè che nella
forma sembrava un grosso dado di pietra. Dietro, sotto una piccola
tettoia, stavano incatenati due scimmie, quadrumani che si trovano
sulle montagne del Chachemir e sulle pendici dell'Himalaya, alte più
di mezzo metro, con una coda di venticinque centimetri, di corporatura
massiccia, e ricca di pelo di color verdastro e la faccia invece di
tinte ramigno chiare, del più singolare effetto.
Sono, si può dire, le sole scimmie che sopportano benissimo il
freddo, trovandole perfino a tremila metri d'altezza, là dove le nevi
abbondano; sono però anche cattivissime e difficili a domarsi, non
temendo di assalire perfino i cacciatori coi loro robustissimi denti.
I due finti _loutis_, dopo d'averle in parte liberate, presero
le catene e le trassero attraverso le vie della città, camminando
velocemente, malgrado le proteste ringhiose dei quadrumani.
La popolazione di Khitab non aveva ancora riprese le sue abitudini.
Spaventata dalla presenza dei russi, i quali bivaccavano ancora sulla
piazza e sulle vie principali, attorno ai falconetti, alle racchette ed
ai fasci d'armi, si teneva ancora ben tappata nelle case, per timore
di passare un altro brutto quarto d'ora, sicchè tutte le strade erano
ancora deserte, quantunque il maggior generale moscovita avesse imposto
a tutti di non disturbare alcuno.
In meno di mezz'ora Karawal e Dinar attraversarono la città e si
trovarono in mezzo ai giardini della porta d'oriente, dove i russi
avevano radunati, sotto ampie tende, guardate da un doppio cordone
di sentinelle, i prigionieri che dovevano essere inviati all'Emiro di
Bukara.
Scavalcarono un muro ed entrarono in un orto che era stato abbandonato
dai suoi proprietari, accampandosi sotto un superbo melagrano.
— Qui è come fossimo in casa nostra e nessuno verrà a disturbarci,
finchè i russi non torneranno a Samarcanda, — disse Karawal al
compagno. — E di qua noi sorveglieremo i prigionieri. —
Trassero dalle loro bisacce di pelle, delle gallette di maiz e un po'
di montone arrostito e si misero a mangiare; poi terminato il frugale
pasto e date alle scimmie alcune melegranate, si coricarono fra le
erbe, che crescevano sotto la pianta, accendendo i loro _cibuc_.
La notte li sorprese che stavano ancora fumando.
Karawal, arrampicatosi sulla muraglia, diede un lungo sguardo al
piccolo campo russo, che si distingueva benissimo alla luce dei falò
accesi fra tenda e tenda, cominciando le notti a essere fredde, poi
rassicurato dalla calma che regnava, raggiunse il compagno.
Si gettò accanto a Dinar che cominciava già a russare, coprendosi la
testa con un lembo della sua lunga zimarra.
Uno squillo di tromba li svegliò poco dopo i primi albori.
Karawal, che già dormiva cogli orecchi ben aperti, per modo di dire, fu
pronto a svegliare il compagno e le due scimmie.
— In marcia, — disse. — Andiamo a vedere che cosa succede a
Bukara. —
Presero le scimmie, scavalcarono il muro e s'avviarono verso
l'accampamento.
Da una tenda vastissima, da quella che aveva una doppia fila di
sentinelle, uscivano gruppi di Shagrissiabs, legati a venti a venti
per mezzo d'una lunga catena, che passava attraverso alle loro larghe
e solide cinture di pelle, fiancheggiati da cavalieri usbeki e bukari,
che montavano piccoli cavalli villosi, dalle zampe robustissime.
Erano i prigionieri di Kitab, i più compromessi nell'insurrezione,
che il governatore del Turchestan aveva promessi all'Emiro, colla
condizione di restituirglieli vivi, dopo averli interrogati per
sapere le responsabilità che spettavano agli abitanti delle due città
ribellatesi e colpirli di ammende indubbiamente rovinose.
Fu nel quarto gruppo che Karawal e Dinar scoprirono Tabriz e Hossein,
legati l'uno presso l'altro con una doppia catena.
Il gigante pareva addirittura inferocito e lanciava sguardi terribili
sugli usbeki e sui bukari dell'Emiro; Hossein invece sembrava
completamente annichilito da quel nuovo colpo, che gli faceva forse
perdere per sempre la fanciulla, così intensamente amata.
— Uhm!... — fece Karawal, tirandosi la barba. — Non so come se la
caveranno coll'Emiro.
Comincio a sperare che non sarà necessario che noi si faccia uso dei
nostri _kangiarri_.
Non vorrei trovarmi al loro posto.
— L'Emiro li ucciderà?
— Forse non l'oserà perchè i moscoviti gli terranno gli occhi addosso;
tuttavia ti ripeto che non vorrei trovarmi lì in mezzo.
Ha dei cavatori d'occhi famosi quel caro principe.
— Lo so, — disse Dinar. — L'anno scorso ho veduto acciecare una
cinquantina di vecchi, perchè avevano assalita una carovana che gli
apparteneva. Ti giuro che ho riportata una impressione profonda.
— Ti credo. Ecco gli ultimi: mettiamoci in coda. —
La carovana si era messa in moto. Si componeva di oltre trecento
prigionieri e di duecento cavalieri bukari e usbeki, sotto la condotta
del rappresentante dell'Emiro, quello stesso che aveva assistito, nella
tenda del maggiore russo, all'interrogatorio di Hossein e di Tabriz.
I due finti mostratori di scimmie, si erano messi dietro a tutti, senza
che alcuno facesse loro attenzione.
La colonna, girata la parte occidentale di Khitab, prese
definitivamente la via di ponente, rasentando le ultime pendici dei
Sarset-Sultan, onde guadagnare la così detta steppa di Karnak-Tschul,
che divide Khitab da Bukara.
Tabriz e Hossein, frammisti coi prigionieri del quarto gruppo, oppressi
da quel colpo di fulmine che non si aspettavano, camminavano l'uno a
fianco all'altro, sorvegliati attentamente da un manipolo di usbeki,
che pareva avesse ricevuto l'ordine di esercitare, particolarmente su
di loro, una speciale vigilanza.
Certo, il rappresentante dell'Emiro aveva dato degli ordini a parte,
per quei due pericolosi, come li aveva chiamati il maggiore, e dovevano
infatti essere tali coi documenti trovati indosso a Hossein.
Il gigante, che stentava a rassegnarsi, di quando in quando alzava gli
occhi verso i cavalieri, guardandoli ferocemente e chiedendosi quanti
pugni sarebbero stati necessarii per demolirli tutti.
— Se non ci fossero gli altri, — borbottava, — non so come la
passereste con me, canaglie! Io non avrei paura ad impegnare la lotta
anche se sono senz'armi. —
La colonna era entrata nella steppa, nell'eterna steppa che doveva
accompagnarla fin quasi alle porte di Bukara, ma non era quella
verdeggiante e rigogliosa dei Sarti, piena di erbe e di fiori come le
praterie del Far-West americano.
Era una landa sconfinata, senza boschi e senza campi, impregnata
fortemente di sale, con pochissime graminacee e così dure da essere
appena tollerate dai cammelli e senza accampamenti, perchè quei terreni
erano incapaci di nutrire le numerose mandrie degli usbeki.
Quantunque l'aria fosse tranquilla, immense cortine di polvere
sfilavano all'orizzonte: quelle cortine che al tramontare del sole
prendono la strana tinta d'un azzuro cupo, sì da dar l'illusione che
all'orizzonte si estenda un mare sconfinato.
Sotto i piedi dei cavalli, altra polvere s'alzava, avvolgendo l'intera
colonna come in una leggerissima nube di fumo, ricadendo addosso ai
prigionieri, penetrando nelle loro gole, per quanto tenessero le labbra
strette, e nei loro occhi.
— Ecco il paese dannato o meglio maledetto, — disse Tabriz, guardando a
Hossein. — Hai mai veduto, mio signore, una steppa più arida di questa?
Quale differenza col nostro mare di verzura! Se soffiasse la _burana_
passeremmo indubbiamente un brutto quarto d'ora.
— Che cos'è codesta _burana_? — chiese Hossein, quasi distrattamente.
— Un terribile uragano di polvere, che qualche volta riesce fatale alle
carovane.
— Venga pure: quasi lo desidero. Almeno tutto sarebbe finito, Tabriz! —
rispose il povero giovane con voce sorda.
— Ah!.... Signore, tu non devi scoraggiarti; tu devi vivere per la
vendetta.
— Ormai non spero più in nulla.
— Hai torto, signore.
— Noi non usciremo vivi dalle mani dell'Emiro.
— Io credo il contrario.
— Chi ci difenderà dalla terribile accusa, ora che non possiamo contare
più su nessuno? Mio zio ormai mi crederà morto e non interverrà per
aiutarci.
— Pur troppo questo è vero, signore, — disse Tabriz, con un sospiro. —
Il tuo miserabile cugino gli avrà dato ad intendere che noi siamo stati
uccisi dai russi.
— Ha voluto Talmà e la mia vita! — esclamò Hossein, che ebbe uno scatto
di furore. — La mia Talmà!.... Anche quella avrà creduto alla mia
morte!
Ah!... L'infame!... Sì, Tabriz, tu hai ragione; bisogna vivere per la
vendetta.
Guai a lui il giorno che tornerò nella steppa dei Sarti!
La punizione sarà tremenda!....
— Così ti voglio vedere, signore, — disse il gigante.
— Purchè l'Emiro creda alla nostra lealtà e ci risparmi.
— Eh signore! Non sono ancora ben certo che l'Emiro abbia il piacere di
vederci e di far la nostra conoscenza.
Non siamo ancora a Bukara ed in una settimana possono succedere di gran
cose, — disse Tabriz, abbassando la voce.
— Che cosa vuoi dire?
— Le catene per un caso qualunque possono spezzarsi, i prigionieri
trovarsi liberi, piombare sulla scorta e farla a pezzi.
— Mediti un'evasione tu?
— Mi basterebbe un po' di _burana_, signore. Eh! Chissà!... Quelle
cortine che filano laggiù indicano che se qui regna la calma più
assoluta, laggiù invece qualche po' di vento soffia.
Non disperiamo, signore, te lo ripeto.
— Non so quali aiuti speri da un uragano di polvere.
— Tu non hai mai veduto gli uragani di polvere, perchè nella tua steppa
non succedono. Me ne saprai dire qualche cosa se avremo la fortuna di
vederne uno.
Silenzio, signore. Mi pare che i nostri guardiani aguzzino gli orecchi,
per sorprendere i nostri discorsi. —
In lontananza, mescolate a grossi cristalli di sale, che mandavano
bagliori acciecanti, si stendevano a perdita d'occhio, grandi dune
di sabbia, interrotte solo da qualche magro cespuglio, che qualunque
animale, per quanto affamato, avrebbe sdegnato.
Nessuna tenda appariva in alcuna direzione. Era ben la steppa della
fame quella, senz'acqua dolce per dissetarsi e senza gazzelle che
potessero fornire un arrosto al povero viaggiatore.
Il Sahara africano, tanto temuto dalle carovane, non deve esser
peggiore.
A mezzodì la colonna fece un primo alt presso una minuscola oasi,
formata da un gruppetto di quercioli intristiti e da un paio di palme
selvatiche.
I prigionieri, non abituati a marciare a piedi, essendo i turchestani
tutti cavalieri, non si reggevano più e avevano le gole arse da quella
continua pioggia di polvere finissima, e le palpebre rosse e gonfie.
Perfino Tabriz, abituato a vivere quasi sempre a cavallo, non ne poteva
più degli altri.
I soldati dell'Emiro fecero una magrissima dispensa di viveri,
non avendo condotto con loro che una dozzina di cammelli carichi
di provviste, poi rizzarono le loro tende da campo, lasciando i
prigionieri ad arrostire sotto il sole ed esposti alle cortine di
sabbia che lentamente s'avanzavano, spinte forse da una impercettibile
brezza di tramontana.
Tabriz, che aveva trascorsa una parte della sua gioventù in quella
steppa maledetta e che sapeva qualche cosa sui movimenti di quelle
sabbie, non si stancava di osservarle con profonda attenzione, nonchè
di bagnarsi il dito pollice e di alzarlo più che poteva, come fanno i
marinai per conoscere la direzione del vento.
— Purchè non cambi, — disse ad un certo momento a Hossein, che si era
sdraiato al suo fianco, immerso nelle sue tristezze.
— Chi? — domandò il giovane.
— La brezza, — rispose il gigante. — È la tramontana che provoca la
_burana_.
— Deboli speranze.
— Eh no!... Signore!... Guarda lassù, guarda bene!... È il cielo che si
oscura.
— Una nube che passa.
— No, signore, sono le cortine di sabbia che diventano più fitte.
Soffia vento forte verso la frontiera settentrionale, Iskandù e Karakie
devono aver ormai le vie coperte di polvere e nella steppa di Karnak
Tschul, se vi sono delle carovane, non devono trovarsi bene.