Il capitano era entrato seguito da alcuni infermieri e vedendo Hossein
col capo curvo dalla parte di Tabriz, gli aveva subito piantato addosso
gli occhi assumendo un'aria poco benigna.
— Come state, giovanotto? — gli chiese poscia, con accento ruvido.
Lo dicevo che non sareste morto.
— Mercè le vostre cure però e la vostra abilità, — rispose cortesemente
Hossein. — Mio zio, il _beg_ Giah Aghà, vi sarà riconoscente, signore.
— Chi lo sa! — disse il capitano, con un certo imbarazzo. — Badate che
voi ed il vostro compagno siete in istato d'arresto.
— Come prigionieri di guerra?
— Ah!... Questo non lo so. Silenzio, non parlate troppo.
La vostra febbre non è cessata. Occorre riposo assoluto a bocca
chiusa. —
Poi, volgendosi verso Tabriz, aggiunse:
— Tu fra un paio di giorni potrai alzarti. Hai una fibra meravigliosa,
mio caro. —
Poi, senza attendere la risposta del gigante, passò oltre, visitando
rapidamente gli altri ammalati.
Era appena uscito quando due cosacchi, armati di fucile, andarono a
collocarsi presso i due letti occupati da Hossein e da Tabriz.
— Ecco le nostre guardie, — disse il gigante, che era ridiventato
inquietissimo.
— Silenzio, — disse uno dei due soldati con un tono da non ammettere
replica. — Abbiamo l'ordine d'impedirvi di parlare.
— Di parlare! — ripetè l'altro come un'eco fedele.
Tabriz rispose con una specie di grugnito e si cacciò sotto le coperte
mentre Hossein faceva altrettanto.
Sei giorni trascorsero, durante i quali i due cosacchi vigilarono
costantemente per turno sui due feriti. Tabriz era già guarito, ma
non aveva potuto avere il permesso di mettere i piedi fuori dalla
tenda-ospedale, nè di poter scambiare una parola col suo giovane
padrone.
La sorveglianza era diventata così stretta attorno al gigante da non
poter fare un passo.
— Capitano, — disse il sesto giorno Hossein, vedendo entrare il russo,
— mi pare che sia tempo di lasciare il letto.
La ferita si rimargina rapidamente ed il riposo non è fatto per gli
uomini della steppa.
— Fate pure — rispose il russo, voltandogli le spalle.
Tabriz era accorso per aiutare il suo padrone a vestirsi, ma il
cosacco, che lo seguiva come la sua ombra, fu lesto a fermarlo,
dicendogli:
— Siete prigioniero. —
Il gigante inarcò le braccia e strinse le pugna, pronto a fulminare il
panduro del Don. Uno sguardo imperioso di Hossein lo arrestò, prima che
quei possenti muscoli si stendessero.
— Un momento di ritardo e tu eri morto, — disse, digrignando i denti. —
Che cosa si vuole da me?
Un drappello di soldati era nel frattempo entrato. Tutti avevano
le baionette inastate e parevano pronti a farne uso, in caso di
resistenza.
— Signore, — disse il gigante, che pareva furibondo. — Devo buttar giù
questi imbecilli?
— Non muovere un dito, — rispose Hossein, che aveva finito di vestirsi
coll'aiuto di un infermiere. — Vediamo di che cosa ci accusano questi
moscoviti.