Il sergente, che li aveva raccolti sul campo di battaglia, aveva
assunto il comando del drappello, dicendo ai due turchestani:
— Dovete seguirci: vi consiglio di rimanere tranquilli perchè ho
l'ordine di farvi fuoco addosso, in caso di ribellione.
Spero che tutto finirà bene per voi, miei poveri ragazzi!
— E di che cosa ci si accusa? — disse Hossein. — Di aver cercato
di lasciare Kitab prima che venisse presa, non desiderando noi
immischiarci negli affari di _Diura-bey_ e di _Baba-bey_?
— Ah!.... Io non lo so, signor mio. Andiamo: al maggiore non piacciono
i ritardi. —
I cosacchi presero in mezzo Tabriz e Hossein e lasciarono la
tenda-ospedale, conducendoli in un'altra più piccola, che si trovava in
mezzo ad un giardino, all'ombra di un platano gigantesco e dinanzi alla
quale vegliava un soldato del 6º battaglione di linea del Turchestan.
Nell'interno non vi erano che due persone sedute dinanzi a un tavolo.
Uno era un maggiore russo, piuttosto attempato, con una barba rossiccia
e già brizzolata ed il petto coperto di decorazioni.
L'altro invece era un bukarino, qualche pezzo grosso dell'Emiro, a
giudicarlo dall'ampio turbante verde che gli copriva il capo, dai
ricami d'oro che ornavano la sua casacca e dalla ricchezza del suo
_kangiarro_ e della sua scimitarra.
Il maggiore, che stava fumando un grosso sigaro, vedendo entrare i
due prigionieri, fissò i suoi occhi grigiastri e ancora vivissimi su
Hossein.
— Tu sei? — gli chiese, dopo alcuni istanti di silenzio.
— Il nipote del _beg_ Giah Aghà, — rispose il giovane.
— Lo conoscete? — chiese il magiore volgendosi verso il rappresentante
dell'Emiro di Bukara.
— Sì, Giah Aghà è uno dei più noti e de' più ricchi _beg_ della steppa
occidentale, — rispose il buccaro. — Ha dato anzi molto filo da torcere
al mio signore, alcuni anni sono.
— Un pericoloso allora.
— Lo credo.
— Suo nipote non lo sarà meno dunque.
— Certo.
— Correte, a quanto pare, nel giudicare, — disse Hossein ironicamente.
— Nega di aver combattuto contro di noi, se l'osi, — disse il maggiore.
— Sei caduto dinanzi al battaglione che io comandava.
— Non dico il contrario, — rispose Hossein, — ma mi preme dirvi,
maggiore, che io non volevo misurarmi coi moscoviti, non essendomi mai
interessato nè degli affari di _Djura-Beg_, nè di quelli dell'Emiro.
Io fuggiva colla mia scorta onde dare battaglia ad una banda di Aquile,
che mi avevano rapita la fidanzata.
— Là!.... Là! — fece il maggiore, con un sorriso beffardo.
— Non sono un ragazzo io per bere simili istorie.
Una vampa d'ira salì in viso al fiero nipote del _beg_, mentre Tabriz
faceva come una mossa per slanciarsi sui due uomini e fulminarli con
due tremendi pugni.
— Io non ho mai mentito, maggiore, — gridò Hossein. — Non sono un
bandito, nè un predone della steppa io!.... Mio padre era un principe!
— Io dico che tu sei venuto qui con un'altra missione e ne ho le prove,
— disse il russo.
— Quale missione?
— Di attentare alla vita dell'Emiro di Bukara e anche a quella del
maggiore generale Abramow, comandante in capo della spedizione.
— Coloro che vi hanno detto codeste cose, hanno mentito! — gridò
Hossein con indignazione.
— E le lettere che ti abbiamo trovate indosso?
— Quali lettere?
— Ah l'infame! — ruggì Tabriz. — L'avevo sospettato!....
— Ah!.... Vedi! — esclamò il maggiore, sogghignando. — Il tuo servo si
è tradito e ti ha involontariamente perduto.
— Che cosa volete dire, maggiore? — chiese Hossein smarrito.
— Che quando il capitano medico ti fece spogliare, trovò nascoste nella
tua fascia due lettere, le quali ti davano le istruzioni necessarie per
compiere il doppio colpo.
— È impossibile.
— Non credi?
— No, è impossibile.
— Ebbene, guarda, — disse il maggiore aprendosi la giubba e levandosi
da una tasca interna due fogli. — Riconosci questa calligrafia? —
Hossein vi gettò sopra uno sguardo, poi indietreggiò vivamente, pallido
come un cencio lavato, cogli occhi dilatati, mentre un grido straziante
gli sfuggiva dalle labbra.
— La calligrafia di mio cugino!.... Ah!.... Il miserabile!....
l'infame!... È lui che mi ha colpito alle spalle per rubarmi Talmà....
— Sì, mio signore, — disse Tabriz, con accento irato. — Io l'ho veduto
a far fuoco su di noi ed ora te lo dico.
È tuo cugino che ha tramato tutto.
— Infame!.... Infame! — urlò Hossein.
Il maggiore ed il rappresentante dell'Emiro non sembravano affatto
commossi, nè per l'esplosione di dolore del disgraziato Hossein, nè
dello scoppio d'ira di Tabriz.
Anzi il primo sussurrò agli orecchi del secondo:
— Come sono abili commedianti questi selvaggi della steppa! —
Poi, volgendosi verso Hossein, che si era lasciato cadere su una sedia,
nascondendosi il viso tra le mani, gli chiese ruvidamente:
— Dunque l'hai conosciuta questa calligrafia.
— Sì, è di mio cugino Abei, — rispose il giovane.
— Dov'è codesto tuo cugino?
— È fuggito.
— Dove?
— Che ne so io?
— Sarà colle _Aquile_, mio signore, — disse Tabriz. — E stato lui ad
assoldarle, non ho più alcun dubbio.
— Dove si sono rifugiati quei banditi? — chiese il maggiore.
— Sulle montagne, probabilmente, — rispose Tabriz.
— Ed il cugino è con loro?
— Lo suppongo.
— Quello è stato più furbo di voi, — disse il maggiore ironicamente. —
Penserà l'Emiro ad andarlo a trovare, se ne avrà tempo. —
Stette un momento silenzioso, poi battè le mani.
Il sergente ed i suoi cosacchi che si erano fermati dinanzi alla tenda,
entrarono.
— Conducete questi uomini nella cittadella, — disse loro, — doppia
sorveglianza, — aggiunse poi.
— Signore, che cosa volete fare di noi? — chiese Hossein, balzando in
piedi.
— Deciderà il rappresentante del Khan, — rispose il russo. — D'altronde
la vostra sorte mi pare che sia oramai decisa.
Voi siete due pericolosi che meritereste, per mio conto, un po' di
Siberia, in fondo a qualche miniera.
— Dunque voi non credete a quanto vi abbiamo detto?
— Bah!....
— Ci trattate come banditi....
— No, come ribelli dell'Emiro di Bukara.
— Non abbiamo preso parte alla ribellione noi!.... ve lo giuro!....
— Avete fatto fuoco contro di noi e basta.
— Perchè i vostri c'impedivano di andarcene. Siete miserabili che
abusate della vostra forza.
— Ehi, giovinotto, non siamo nella steppa qui, ricordatelo e pensa a
quello che tu devi dire. Vi è del piombo nei nostri fucili.
— E del buon acciaio, nei nostri _kangiarri_, — rispose fieramente
Hossein.
— E dei pugni che accoppano, nelle nostre braccia — aggiunse Tabriz.
— Conduceteli via, — disse il maggiore, volgendosi verso il sergente. —
Ne ho abbastanza di costoro.
— Andiamo — disse il cosacco, spingendo fuori Hossein e Tabriz.
Rimasti soli, il maggiore riaccese il sigaro che aveva lasciato
spegnere, poi guardando il rappresentante dell'Emiro, che conservava
un'impassibilità strabigliante, gli chiese:
— Credete a quanto hanno narrato quei due prigionieri?
— No, — rispose asciuttamente il buccaro.
— Non credete neppure che quel giovane sia un personaggio distinto?
Veramente mi ha l'aria di un pezzo grosso della steppa.
— Può darsi che sia un nipote del _beg_ Giah Aghà.
— Un uomo forte quel _beg_?
— Che gode d'una grande autorità nella steppa occidentale, per
aver purgato il suo paese dai banditi che lo infestavano e per
aver sventato, sia coll'astuzia, sia colle armi, le mire, sia pure
ambiziose, del mio signore, che desiderava estendere i suoi domini al
di là dell'Amu-Darja.
— Credete che quel giovane volesse proprio attentare alla vita
dell'Emiro?
— Non ho alcun dubbio; anzi aggiungerò che io sospetto appartenga alla
setta dei babi[8].
— Dei Babi? Chi sono costoro?
— Fanatici che vorrebbero rovesciare tutti gli Emiri e anche lo sciah
di Persia, e che hanno già dato molto da fare a quest'ultimo.
Quei furfanti, malgrado abbiano già ricevuto delle tremende lezioni
in Persia, a Zindjan specialmente, dove tutti i loro compagni
furono passati a fil di spada dalle truppe di Nasser-el Din, si sono
infiltrati anche nel nostro kanato.
— Sicchè, cosa volete concludere?
— Che quei due prigionieri devono essere condotti a Bukara, insieme coi
ribelli catturati. Tale è l'ordine del mio signore.
— E se non fossero due affiliati alla setta dei Babi?
— Deciderà l'Emiro, — rispose il buccaro, con voce ferma.
— Ricordatevi però che dopo l'interrogatorio, voi dovete riconsegnare
a noi tutti i ribelli, e vivi.... ricordatevelo bene, vivi. L'Europa
tiene gli occhi su di noi.
— Noi non uccideremo nessun ribelle, ve lo prometto a nome dell'Emiro.
Noi rispetteremo i trattati.
— Anche quei due sono vostri, ma, Babi o no, ce li ritornerete.
Abbiamo troppe terre disabitate intorno al Caspio, e quella gente
non si troverà male laggiù e taglieremo nello stesso tempo le ali ai
pretendenti come _Djura-Bey_ e _Baba Bey._
Noi già non lavoriamo sempre per i begli occhi del vostro signore.
Domani adunque i ribelli di Kitab saranno a vostra disposizione e
avrete il permesso di trattenerli in Bukara per una settimana, non di
più, m'intendete? Io parlo a nome del maggior generale Abramow e del
governo del Turchestan.