Il tradimento d'Abei.
Non fu che dopo tre giorni di febbre intensissima, accompagnata da
frequenti accessi di delirio, durante i quali non faceva che invocare,
con voce straziante, Talmà, che Hossein poté finalmente riconoscere il
suo fedele turchestano.
Lo stupore del povero giovane fu tale, nel vedersi quasi accanto,
ancora però sdraiato, il gigante, che credette dapprima di essere
ancora in preda al delirio.
Tabriz, vedendo che lo guardava cogli occhi sbarrati, senza parlare,
aveva indovinato subito ciò che passava attraverso il cervello di
Hossein.
— Non t'inganni, mio signore, sono proprio io, il tuo fedele servo —
disse il gigante. — Come stai? Meglio di ieri di certo, a quanto mi
sembra.
Possiamo dire di essere scampati alla morte per un pelo di cammello.
— Tabriz!.... Tu! — esclamò Hossein.
— Parla sottovoce, mio signore od il capitano medico ti proibirà di
aprire la bocca.
Sei ancora troppo debole.
— Che cosa è successo? Che cosa fai tu, lì? Dove siamo noi? V'è nel mio
cervello una confusione inestricabile.
— Sono accadute certe cose, mio signore, che è meglio che tu le ignori
per ora, — rispose Tabriz con voce sorda. — Tu vuoi sapere dove siamo?
In un ospedale da campo dei moscoviti, sotto le mura di Kitab.
— E allora?....
— Taci, mio signore, non nominarla. Tu non devi pensare alla fanciulla
per ora; ti basti sapere che oramai conosco la persona che assoldò le
_Aquile della steppa_.
Le nostre due ferite mi hanno aperto gli occhi.
— Che cosa vuoi dire Tabriz?
— Che noi non siamo caduti sotto il piombo dei moscoviti.
Un miserabile ci ha colpiti a tradimento alle spalle e quel miserabile
era un turchestano al pari di noi.
— Chi! Tu conosci il suo nome?
— Sì, padrone, ma non te lo dirò fino a che non sarai perfettamente
guarito. —
Poi abbassando la voce, in modo da non poter essere udito dai feriti
che occupavano gli altri letti e che erano tutti russi gli chiese:
— Padrone, avevi dei documenti tu, nella tua fascia?
— Io! Nessuno, Tabriz. —
Il gigante si era fatto smorto.
— Qualche altro tradimento? — si chiese poscia, aggrottando a più
riprese la fronte e tirandosi rabbiosamente la barba.
Il dottore li guardò in un certo modo che sembrava dire: vi terrò
d'occhio.
— E dunque, Tabriz? — Chiese Hossein vedendo che il gigante rimaneva
muto.
— Quando il capitano medico ti ha levata la fascia ti sono cadute delle
carte, signore.
— Non è possibile: io non ne avevo in dosso. Vado alla guerra col
_kangiarro_ io e non munito di pezzi di carta.
— Sarà come tu dici, mio signore, — disse Tabriz, vedendolo
inquietarsi. — Mi sarò ingannato.