Volse il cavallo e si diresse a piccolo trotto verso la piazza del
_bazar_, mentre i cannoni della cittadella rombavano furiosamente,
rispondendo alle artiglierie russe che battevano in breccia la porta di
Ravatak e la torre sovrastante.
Quando giunse al caravanserraglio, trovò Hossein e Tabriz in sella,
pronti a prendere parte alla difesa della città coi loro cinquanta
uomini.
Un messo di Baba-beg li aveva già avvertiti che l'assalto stava per
cominciare e che la loro presenza sulle mura era necessaria.
— Ti credevamo già morto, — disse Hossein, vedendolo. — Le palle russe
cominciano a piovere nelle vie.
— Mi ero solamente smarrito, cugino, — rispose Abei, — e devo
ringraziare gli uomini che m'accompagnano se mi hanno messo nella buona
via, Kitab non la conosco.
— Giungi in buon punto. I russi si preparano ad espugnare la città.
— È alla porta di Ravatak che tenteranno l'attacco, — disse Tabriz.
— Vieni, cugino, — disse Hossein, che pareva avesse dimenticato per un
istante Talmà. — Mostriamo ai moscoviti, come sanno battersi i nomadi
della steppa turchestana. —
Ad un suo cenno i cinquanta uomini, rinforzati dai banditi di Hadgi,
avevano lanciato i cavalli al galoppo, avviandosi verso la porta di
Ravatak.
I russi avevano cominciato l'attacco con molto vigore, sicuri di
trionfare facilmente di quelle muraglie che non potevano offrire una
lunga resistenza, malgrado il loro aspetto imponente, essendo costruite
solamente con mattoni seccati al sole.
Il generale Abramow aveva preso le sue misure con grande attenzione;
approfittando dell'oscurità, aveva fatto scavare una profonda trincea
di fronte alla porta, onde battere vigorosamente le torri della
muraglia esteriore, armandola con cannoni e con racchette ed aveva
fatto nascondere i suoi cacciatori dietro un piccolo burrone situato a
sinistra, un po' avanti della batteria.
I Shagrissiabs, quantunque non avessero alcun dubbio sull'esito
finale della battaglia, erano accorsi in massa sulle muraglie merlate,
sparando furiosamente, intanto che dalla cittadella tuonavano i pezzi
ed i falconetti sotto la direzione del _beg_ di Schaar, tentando di
contrabbattere le batterie russe di destra.
Le palle cadevano in gran numero sulla città, sfondando facilmente le
deboli terrazze e facendo fuggire le donne fra clamori spaventevoli, e
provocando qua e là incendii che nessuno si curava di spegnere.
Quando Hossein ed Abei giunsero alla porta di Ravatak, il
cannoneggiamento era divenuto intensissimo.
Centinaia e centinaia di Shagrissiabs, nascosti dietro le mura dei
giardini o ammassati sulle creste delle muraglie, mantenevano un
fuoco vivissimo quantunque poco efficace, trovandosi i cacciatori del
Turchestan ben nascosti entro il burrone ed i pezzi al coperto dietro
la trincea.
I cinquanta uomini d'Hossein, scesi da cavallo, si erano subito
dispersi, appiattandosi dietro i merli della muraglia ed aprendo
anch'essi il fuoco.
Hossein e Tabriz avevano preso il comando d'una batteria di falconetti,
bocche da fuoco che conoscevano perfettamente e che sapevano maneggiare
anche con molta abilità.
Una immensa colonna di fumo s'alzava al di sopra delle altissime
muraglie e delle torri, abbattendosi sui giardini sottostanti, rendendo
incerto anche il tiro dei russi e un'altra giganteggiava sopra la
cittadella dove i ventinove pezzi del _beg_ di Schaar non cessavano di
tuonare.
Disgraziatamente i Shagrissiabs, quantunque fossero tre o quattro
volte più numerosi degli assalitori, non erano nè ben guidati, nè
ben disciplinati, combattendo ciascuno per proprio conto, e le loro
artiglierie, composte tutti di vecchi pezzi, non potevano recare gran
danno.
Per di più le loro muraglie non offrivano che una ben magra resistenza
agli obici russi, sicchè, verso le sette del mattino, i pezzi istallati
sulla torre di Ravatak erano ridotti al silenzio e una grande breccia
era già stata aperta nella muraglia.
I cacciatori del Turchestan cominciavano a uscire dal burrone,
marciando all'assalto su due colonne.
— Tabriz, — disse Hossein che non aveva cessato di far giuocare contro
il nemico i falconetti, credo che tutto stia per finire. —