L'assalto di Kitab.
Le popolazioni dell'Asia centrale e specialmente quelle che occupano
quell'immensa regione, che si estende dalle rive orientali del
mar Caspio ai confini meridionali della Duzungaria Chinese e che è
conosciuta col nome di Tartaria Indipendente, sono di una irrequietezza
incredibile.
È raro che passi un anno senza che forti insurrezioni scoppino in
questo od in quel Kanato, scatenate per lo più dalla sfrenata ambizione
dei luogotenenti degli Emiri, assetati, come i loro padroni, di potere.
Le pene tremende che spettano ai ribelli vinti, non spaventano quegli
spiriti irrequieti e giuocano la loro vita, senza darsi pensiero di
quello che toccherà loro più tardi.
Dopo che Yakub, un luogotenente dell'Emiro di Bukara, ribellatosi al
suo signore, si è formato un piccolo regno nella Duzungaria, un po' a
spese dei tartari ed un po' alle spalle dei chinesi, diventando oggidì
uno dei più prosperi dell'Asia centrale e anche dei più civili, molti
hanno cercato d'imitarlo, quantunque sempre con pessima fortuna.
I bey di Kitab e di Schaar, alleatisi, forti dell'appoggio loro
promesso dalla tribù dei Shagrissiabs e della robustezza delle loro
città, si erano a loro volta ribellati all'autorità dell'Emiro di
Bukara, colla speranza di rendersi prima indipendenti e poi di emulare
le gesta fortunate di Yakub.
Probabilmente vi sarebbero riusciti, se la diplomazia russa, sempre
vigilante su tutto ciò che succede nell'Asia Centrale, che ritiene come
un futuro suo boccone, non ci avesse messo lo zampino.
Quella ribellione aveva turbato i sonni tranquilli del governatore
del Turchestan, e siccome il suo protetto, l'Emiro di Bukara, non si
trovava in grado di calmare gli spiriti belligeri dei due _beg_, si era
affrettato a offrirgli il suo aiuto.
Subito un corpo di spedizione era stato formato colle truppe di
guarnigione a Samarcanda, composto di nove compagnie di fanteria, di
due sotnie di cosacchi del Don, di dodici cannoni e otto racchette, il
tutto sotto gli ordini del maggior generale Abramow.
Quelle truppe non erano certamente molte, ma potevano dar da fare agli
indisciplinati Shagrissiabs, buoni soldati nelle imboscate e pessimi in
una vera battaglia, malgrado l'impetuosità dei loro attacchi e le loro
urla ferocissime.
Il corpo di spedizione, divisosi in due colonne, si era messo in marcia
senza indugio.
Quella di destra era stata messa sotto gli ordini del colonnello
Miklalowskye, quella di sinistra era stata affidata al tenente
colonnello Schovnine e doveva spingersi verso Kitab per la via più
breve, mentre l'altro aveva avuto l'ordine di far sosta a Diam.
Trattandosi di una guerra che non poteva durare che qualche settimana,
le truppe non avevano ricevuto che viveri per soli dieci giorni e
le munizioni invece al completo. A Diam però, già occupato da due
compagnie del sesto battaglione di linea del Turchestan e che doveva
formare la riserva, il maggior generale Abramow aveva fatto ammassare
una certa quantità di provvigioni, nel caso che la guerra dovesse
prolungarsi oltre le previsioni.
L'11 Agosto del 1875, la colonna di destra occupava, dopo una lunga e
rapidissima marcia, il villaggio di Makrt, nel piano dei Shagrissiabs,
senza aver sparato un colpo di fucile.
Gli abitanti erano così lontani dal pensare ad una invasione russa,
che erano stati sorpresi mentre coltivavano i loro giardini ed i loro
campi, sicchè non avevano avuto il tempo di organizzare la menoma
resistenza.
L'indomani però la colonna si trovava alle prese con numerose bande di
cavalieri, le quali, dopo averla lasciata passare senza attaccarla,
fecero fuoco sui carri dei bagagli e sulla retroguardia, uccidendo e
ferendo non pochi uomini.
Due colpi di racchetta e poche fucilate erano state sufficenti a
disperdere quegli uomini, più banditi che buoni soldati.
Il 13, alle cinque pomeridiane, la colonna di Miklalowsky giungeva,
senza combattimenti, ai giardini di Urens-Reshlak, la cinta esterna dei
Shagrissiabs.
La medesima sera faceva la sua congiunzione colla colonna guidata dal
tenente colonnello Schovnine, la quale fino allora non aveva avuto
l'occasione di consumare una sola cartuccia.
Il 14, di buon mattino, alcune masse nemiche, comparivano
improvvisamente sul fianco dell'accampamento e, giunte a tiro di
fucile, aprivano un fuoco piuttosto violento quantunque male diretto,
poi si squagliavano subito dinanzi ad alcune scariche dei cacciatori
del Turchestan.
Respinti i cavalieri di Bek-Djura bey e del _beg_ di Schaar, il
generale Abramow, seguito dal suo stato maggiore, da una compagnia di
linea e da venti cosacchi e appoggiato da due cavalletti di racchette,
eseguiva una rapida ricognizione sotto le mura di Kitab, non ostante
il fuoco del nemico, onde scegliere il punto per aprire una breccia
d'assalto e alla sera iniziava il bombardamento della città, dopo
d'aver disposti i suoi uomini su due colonne.
. . . . . . .
Abei, udendo tuonare il cannone e vedendo i soldati di Djura bey e
del _beg_ di Schaar, accorrere in massa verso le mura, per respingere
l'imminente attacco dei russi, non aveva potuto trattenere una
bestemmia.
Ormai si trovava chiuso nella città assediata, esposto agli orrori d'un
assalto, con forse poche probabilità di salvare la pelle e di poter più
tardi raggiungere i banditi ed impadronirsi di Talmà.
— Siano maledetti Djura bey e quel furfante di _beg_ di Schaar! —
esclamò coi denti stretti. — Vadano all'inferno Hussein, Alì e Maometto
insieme! —
I banditi lo avevan circondato, aspettando i suoi ordini e chiedendosi
il motivo di quell'improvviso scatto di rabbia.
— E voi, stupidi, non potevate mostrarvi prima? — gridò finalmente
Abei, minacciandoli col pugno.
— Vi abbiamo cercato dappertutto, signore, — disse colui che lo aveva
guidato. — Saremmo stati anche noi più contenti di andarcene, prima che
i russi ci chiudessero il passo.
— Siete dei cretini! —
Stette un momento come pensieroso, poi, alzando le spalle e dando una
strappata alle briglie, mormorò:
— Bah! Forse sarà meglio. Cerchiamo di spingere gli altri e di non
esporre la mia pelle.