— Tale è anche la mia opinione, signore, — rispose il gigante, la cui
fronte si era rannuvolata. — Questi uomini non valgono quelli della
steppa. Hanno troppa paura delle baionette dei moscoviti.
— Come finirà quest'avventura?
— Male di certo se non filiamo più che in fretta, cugino, tanto più che
non abbiamo più nulla da fare qui, — disse una voce dietro di lui.
— Che cosa vuoi tu dire, Abei? — chiese Hossein, voltandosi verso il
cugino.
— Che ho saputo or ora e per bocca di Baba-beg, che Talmà non si trova
più qui, — rispose il nipote del _beg_.
— Hai detto? — gridò Hossein.
— Che i banditi l'hanno portata, prima che i russi giungessero, fra le
montagne di Kasret-Sultan.
— E quel furfante non ce lo ha detto prima?
— Pare che non lo sapesse.
— Invece è stato zitto per valersi dei nostri cinquanta cavalieri! —
disse Tabriz.
— Può darsi, — rispose Abei.
— Che cosa fare, Tabriz? — chiese Hossein.
— Mi pare che non ci rimanga che una cosa sola, signore, — rispose il
gigante.
— Di andarcene prima che i russi diano l'assalto?
— Sì, mio signore. I Moscoviti non hanno, a quanto sembra, forze
sufficenti per circondare tutta la città e penso che noi potremmo
uscire senza troppe molestie dalla porta di Rachid.
Da quella parte non odo a tuonare il cannone, ciò indica che il nemico
non si è ancora mostrato.
— È una defezione la nostra, — disse Hossein.
— È buona guerra, signore, — rispose Tabriz. — Giacché il _beg_ ci ha
giuocati, ora facciamola a lui.
Se la cavi come meglio potrà. Andiamo, signore, lasciamo qui i suoi
falconetti e finché abbiamo tempo, sgombriamo.
Noi non abbiamo niente a che fare coll'Emiro di Bukara, tanto meno coi
suoi protettori. —
Poi, alzando la voce verso i suoi uomini, gridò, dominando colla
sua voce stentorea il rombo delle artiglierie ed il crepitìo della
moschetteria:
— A cavallo, amici!... Andiamo a caricare i russi! —
La confusione che regnava in quel momento sui bastioni e sulle muraglie
di Ravatak era tale, che nessuno si poteva occupare della defezione dei
cinquanta cavalieri.
I russi spingevano l'attacco con grande vigore. I cavalieri del
Turchestan ed i cosacchi correvano all'assalto, mandando fragorosi
urrah e portando seco un gran numero di scale per superare le altissime
muraglie.
Le migliaia di fucili che tuonavano dietro le merlature e dietro le
mura dei giardini, non arrestavano affatto l'assalto dei moscoviti,
i quali muovevano addosso alle mura a passo di carica, preceduti dai
loro trombettieri e protetti dal fuoco intensissimo dei pezzi nascosti
dietro la trincea.
Hossein e Tabriz, prevedendo l'imminente resa della città e non amando
essere coinvolti in quella ribellione che non li interessava affatto,
avevano lanciato i cavalli a galoppo sfrenato per raggiungere la
muraglia opposta, prima che i russi potessero completare l'aggiramento.
Tutte le vie erano ingombre di fuggiaschi. Donne e fanciulli, correvano
all'impazzata, urlando spaventosamente, carichi degli oggetti più
preziosi, mentre le palle delle artiglierie russe cadevano dovunque,
provocando nuovi incendi.
Sulle case della città alta, una immensa nuvolaglia nera s'alzava,
carica di scintille, volteggiando turbinosamente e calando verso i
giardini.
Gli scoppi coprivano le urla dei fuggiaschi. Erano le polveriere della
cittadella che saltavano, facendo diroccare le scarpate e sventrando
i ridotti sui quali ancora tuonavano, ma con poca fortuna, i ventinove
pezzi ed i falconetti del _beg_ di Schaar.
Hossein e Tabriz, seguiti da Abei, dai cinquanta cavalieri e dai
banditi di Hadgi, attraversarono la città, travolgendo sotto le zampe
dei cavalli non pochi fuggiaschi e raggiunsero la porta di Rachid, che
era guardata solamente da pochi cavalieri Shagrissiabs, non essendosi
mostrata, in quella direzione, alcuna compagnia di russi.
— Aprite! — gridò Tabriz, sfoderando il _kangiarro_. — Ordine di
_Djura-bey_.
— Che cosa vuoi fare? — chiese il comandante del drappello.
— Caricare i russi alle spalle, — rispose il gigante. — Sbrigati o
prenderanno d'assalto la torre di Ravatak. —
La porta, laminata con lastre di bronzo, che non era stata barricata,
fu spalancata ed i cavalieri passarono come un uragano sul ponte
levatoio gettato attraverso il profondo fossato.
— Preparate gli archibugi! — gridò Hossein. — Questa calma non mi
assicura.
— Vedi nulla? — chiese poi a Tabriz, che spingeva i suoi sguardi
attraverso i folti cespugli che coprivano i margini dei burroni.
— No, signore, — rispose il gigante. — Tuttavia non sono completamente
tranquillo.
Questo silenzio mi ha l'aspetto di un agguato.
— Carichiamo a fondo.
— Sono pronto, signore!
— E passeremo come siamo passati attraverso le linee delle _Aquile_?
— Non ne dubito.
— Il _kangiarro_ fra i denti! Al galoppo! —
Il primo burrone non era che a mille metri dall'ultimo giardino.
I cavalieri vi giunsero sopra a corsa sfrenata, ma nel momento di
scendere il declivio videro sorgere una selva di baionette.
Era troppo tardi per arrestare i cavalli. La colonna passò di volata,
atterrando quanti russi si trovavano sul suo passaggio, facendo
fuoco colle pistole e maneggiando tremendamente gli affilatissimi
_kangiarri_; trecento passi più innanzi si trovava un secondo burrone
e fu da quello che partì una scarica così intensa e così micidiale da
rovesciare più di metà dei cavalli.
— A terra! — gridò Hossein. — Tutti dietro i cavalli!... Fuoco nel
burrone!... Da due parti! —
I Sarti ed i Shagrissiabs della scorta, quantunque in gran parte
scavalcati, si erano gettati dietro gli animali, rispondendo con una
scarica terribile.
Abei, approfittando della confusione, aveva fatto un cenno imperioso ai
banditi di Hadgi.
— Qui, presso di me... non esponetevi... un colpo supremo... o non vi
darò un _tomano_. —
Il volto del miserabile era diventato, in quel momento, lividissimo;
però i suoi occhi mandavano lampi cupi.
Si era lasciato cadere dietro al suo cavallo, armando le sue due lunghe
pistole. Non guardava i russi che si erano schierati sul margine dei
due burroni e che si preparavano a fucilare i cinquanta cavalieri,
bensì Hossein e Tabriz che stavano sdraiati dinanzi a lui, a pochi
passi di distanza, riparati dietro i loro cavalli che avevano fatto
coricare.
— Amici! — gridò Hossein. — Aspettate che si mostrino!... Finchè a
Kitab tuona il cannone non avremo da temere. Eccoli!... Fuoco! —
Una cinquantina e più di cosacchi erano sorti sull'orlo del burrone,
avanzandosi con precauzione in mezzo alle erbe, coi moschetti puntati.
La scorta non indugiò a far fuoco, con un accordo splendido, mirando
molto in basso.
Quindici o venti moscoviti, colpiti alle gambe ed al basso ventre
rotolarono nel burrone che stava dietro a loro, insieme a numerosi
cavalli che si erano alzati fra i cespugli.
Quella scarica disorganizzò per un momento gli assalitori, ma subito
una mezza _sotnia_ di cosacchi sorse come per incanto fra le erbe,
aprendo un fuoco violentissimo, appoggiato da due falconetti mascherati
dietro un piccolo rialzo.
Una dozzina di Sarti, quantunque protetti dai cavalli, stramazzarono al
suolo, fulminati da una bordata di mitraglia.
— Ah!... Tabriz! — esclamò Hossein. — Siamo presi!...
— Non ci rimane che di caricare, signore, — rispose il gigante.
— A fondo?
— Di volata.
— Da' il comando, prima che i russi ci ammazzino o ci storpino tutti i
cavalli. —
Il gigante stava per alzarsi, quando due nuove scariche rimbombarono
dinanzi e dietro la scorta. I moscoviti avevano fatto fuoco dai due
burroni e quella scarica fu disastrosissima per la scorta.