Erano le nove del mattino, quando giunse dinanzi alla cittadella, che
era guernita di quattro ridotti in forma di mezzaluna.
Su uno di quelli scorse subito un uomo piuttosto attempato, vestito
come un principe, con grandi ricami d'oro sulla lunga casacca bianca ed
il capo riparato da un immenso turbante di mussola verde, il colore che
possono portare solo coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio alla
Mecca, e che dà a quelle persone una specie di titolo di santità.
S'avvicinò ad una delle porte del ridotto; ma dovette subito fermarsi
perchè la sentinella che vegliava, un _shagrissiabs_, di statura
gigantesca ed immensamente barbuto, l'aveva subito preso di mira con
una specie di trombone, minacciando di crivellarlo con una tempesta di
pallottoloni mescolati a chiodi.
— Metti da parte la tua racchetta, — gli disse Abei, con accento
ironico. — Va' invece ad avvertire _Baba beg_ che il nipote di _beg_
Giah Aghà e figlio di Abei Hakub, desidera vederlo. Sarà tanto di
guadagnato per la vostra causa. —
Il _shagrissiabs_, impressionato dal tono altero del giovane e anche
dalla sua calma, chiamò alcuni compagni e trasmise loro la domanda.
Un momento dopo la porta si spalancava a due battenti ed Abei entrava
nella cittadella, scortato da quattro artiglieri, passando fra due
altissime muraglie di mattoni, che oscillavano pericolosamente ogni
volta che i cannoni dei ridotti tuonavano sulla cima delle scarpate.
All'estremità dello stretto sentiero, che girava intorno ai bastioni,
su una piccola spianata dove si trovavano collocate, su dei cavalletti,
alcune racchette, lo aspettava il beg di Schaar, appoggiato sulla sua
lunga e molto arcuata scimitarra.
— È vero che tu sei il figlio di Abei Hakub? — chiese l'ex luogotenente
dell'Emiro di Bukara, mentre il giovane scendeva da cavallo.
— Forse che non somiglio a mio padre, beg? — chiese il giovane. — Mi
hanno detto che sono il suo ritratto.
— Infatti — disse il beg, — tu mi ricordi l'uomo a cui io devo la vita.
Che vuoi da me?
— Hai saldato verso mio padre il tuo debito di riconoscenza? — chiese
Abei.
Il beg lo guardò un po' inquieto, mentre faceva cenno agli artiglieri
di allontanarsi.
— Tu giungi in un brutto momento, giovanotto, — gli disse poi. —
Abbiamo i russi alle porte della città.
— Od invece in un buon momento? — disse Abei. — Io non sono qui venuto
solo, anzi ti ho condotto cinquanta cavalieri, che forse valgono come
duecento dei tuoi _shagrissiabs_. —
Il beg lo guardò con un certo stupore, poi un sorriso illuminò il suo
volto.
— Come? — esclamò — tu vieni a chiedermi di pagarti il debito di
riconoscenza che io devo a tuo padre e nel tempo stesso mi porti degli
aiuti?
— Sì, ma ad una condizione, beg, — disse Abei.
— Quale?
— Che tu mandi i miei uomini ed i loro capi dove sarà più intenso il
fuoco dei russi.
— Io non ti comprendo, giovinotto, — disse Baba, il cui stupore
aumentava.
— Tu devi riconoscenza a mio padre?
— È vero: egli mi ha salvato la vita nella steppa, un giorno in cui una
torma di ghirghisi nella piccola orda, mi aveva assalito e stava per
opprimermi.
— Rispondi prima ad una domanda che ti rivolge il figlio del tuo
salvatore.
— Parla.
— Ieri dei cavalieri che giungevano dalla steppa sono entrati qui, è
vero?
— Sì, me l'hanno detto.
— Avevano una fanciulla con loro?
— Anche questo è vero. Pare che si trattasse di qualche matrimonio
perchè la fanciulla indossava le vesti nuziali ed aveva sul capo una
tiara ricchissima.
— Dove si trovano ora?
— Non lo so. Hanno attraversata la città a corsa sfrenata, uscendo
dalla parte opposta.
— Non si sono fermati? — chiese Abei, con uno slancio di gioia.
— No.
— Il tuo debito di riconoscenza è pagato, _beg_.
— In qual modo?
— La truppa che io ti ho condotto è guidata da mio cugino, pur lui
nipote del _beg_ Giah Aghà: Metti i suoi uomini in prima linea,
esponili al fuoco dei russi più che potrai e non curarti d'altro.
Al resto penserò io: tu mi hai pagato.
— Ecco una cosa a buon mercato, — disse il _beg_, sorridendo. — Io non
indagherò il mistero che ti spinge a sacrificare quegli uomini.
Ho bisogno di valorosi e mi varrò di loro.
— Quando credi che i russi daranno l'assalto?
— Non prima di domani.
— Hai qualche speranza di tenere testa a loro?
— Sì, se riuscirò a fanatizzare i miei cavalieri e la popolazione.
Questa sera lancerò i _muezzin_ attraverso le vie della città e farò
loro invocare la protezione di Alì e di Hussein, portando in giro
la veste verde dell'uno e la spada dell'altro e le colombe bianche,
simbolo del loro martirio.
— Ho la tua parola, _beg_?
— L'hai, — rispose Baba, — così se morrò nella pugna anche questo
debito l'avrò pagato. —
— Ci rivedremo al fuoco. —
Abei risalì sul suo cavallo, salutò con un gesto della mano il _beg_ e
uscì dalla cittadella, scendendo a piccolo trotto, verso la piazza del
_bazar_.
Dieci minuti dopo, ilare e sorridente, rientrava nel caravanserraglio.
Tabriz e Hossein, che stavano preparandosi il pranzo, avendo acquistato
alcuni montoni per loro e per la scorta, vedendolo, si affrettarono a
muovergli incontro.
— Dunque, cugino? — chiese il giovane, che era diventato pallido.
— La tua Talmà è qui — rispose Abei.
— Dove? — gridò Hossein.
— Ecco quello che Baba _beg_ non sa ancora, tuttavia ha un sospetto e
mi ha giurato sul Corano che ci aiuterà a ritrovarla.
— Ah!...
— Adagio, cugino, disse Abei. — Quello che temevo si è avverato.
— Che cosa dici? — Chiese Hossein diventando livido.
— Egli esige, come compenso, che noi lo aiutiamo a prestargli man forte
contro i russi.
— Se non è che per questo, noi sciaboleremo per bene quei maledetti
moscoviti, — disse Tabriz che nutriva vecchi rancori contro gli
occidentali. — Purchè trovi Talmà e ce la restituisca, noi faremo dei
veri miracoli d'eroismo, è vero, signore?
— E le _Aquile_? — chiese Hossein.
— Sono fuggite dopo d'aver lasciato qui Talmà.
— Ma a chi l'hanno lasciata? Te lo ha detto, Abei?
— Non lo sa ancora.
— Signore, — disse Tabriz. — Se Baba _beg_ ha giurato sul Corano, da
buon mussulmano, manterrà la sua promessa.
Per ora aiutiamolo a respingere quei dannati moscoviti. Sarebbe stato
meglio non imbarazzarci in questa ribellione, tuttavia giacché siamo
coinvolti anche noi, meneremo le mani meglio che potremo. Sarà sangue
straniero che scorrerà e non già turchestano.
— Pranziamo, — disse Abei. — Fra poco comincerà la processione degli
sfregi in onore di Ali e di Hussein, che Djura bey ha ordinata per
fanatizzare le sue truppe, e noi, come difensori della fede, dobbiamo
prendervi parte.
— E Talmà? — chiese Hossein, come se uscisse da un sogno.
— Non temere, cugino. La ritroveremo e forse più presto che tu non
creda. Da Kitab non è uscita, il _beg_ me lo ha assicurato e colui
che ha pagato le _Aquile_ per rapirtela, pagherà colla vita la sua
bricconata. È vero Tabriz?
— M'incarico io di strozzarlo, — rispose il gigante, mostrando le sue
mani vellose come quelle d'un orso. — Una stretta sola e crac!... Il
collo mi rimarrà fra le dita. —
Il pranzo fu tuttavia molto silenzioso; Hossein, Tabriz e anche Abei
parevano profondamente preoccupati, specialmente quest'ultimo il quale
non riusciva a staccare gli sguardi dalle mani, poderose e terribili,
del gigante della steppa, che pareva lo minacciassero.
Al rimbombo delle cannonate e alle urla dei _Shagrissiabs_, era
subentrato a poco a poco un profondo silenzio. Gli abitanti ormai
rassicurati che i russi, almeno per quel giorno, non avevano alcuna
intenzione di assalire la città, si erano ritirati nelle case, per
prepararsi alla processione della sera, che alcuni araldi di Djura bey
ed i _muezzin_, dall'alto dei minareti, avevano ormai annunciata, per
invocare sui difensori della fede la protezione di Hussein e di Hussan,
i due santoni venerati dai turchestani e dai persiani, discendenti da
Maometto.
Il sole era appena tramontato, quando su tutti i minareti della città
echeggiarono, nell'aria tranquilla, le voci squillanti dei muezzin.
— Ecco la luna dell'Islam che sorge!.... Alla gloria d'Hussein e di
Alì!... Mostrate, fedeli, ai nostri santi, la vostra fede! —
Tabriz ed i cavalieri della scorta si erano prontamente messi a cavallo.
— Mostriamo che anche noi siamo credenti, — disse Hussein. — E poi
chissà che non incontri Talmà nella processione. —
Quando uscirono, tutta la città era coperta di lumi. I bastioni della
cittadella, i merli delle muraglie, le scarpate, i muri dei giardini,
le terrazze, scintillavano di punti bianchi, rossi, gialli, verdi,
azzurri, con un effetto fantastico ed insieme splendido, e attraverso
le tortuose vie della città alta, si vedevano scendere delle vere
fiumane di torce, che si lasciavano dietro delle nuvole di fumo e di
scintille.
Pareva che Kitab fosse in festa e che più nessun pericolo la
minacciasse.
Masse di gente s'accalcavano nella gran piazza, dove sorgeva la moschea
dedicata ai due santoni, salmodiando con voce rauca e nasale i versetti
del Corano, in attesa di organizzare la processione e di cominciare la
festa del sangue.
I turchestani sono i più fanatici dei turchi e, fino ad un certo punto,
rassomigliano in ciò agli indiani. Non si gettano come questi sotto i
carri di pietra per farsi schiacciare a centinaia e centinaia, tuttavia
celebrano tutte le loro feste religiose con grande effusione di sangue.
Un certo numero di fanatici, scelti fra i molti concorrenti, si mettono
a capo delle processioni, armati di sciabole, di _jatagan_, di pugnali,
di coltellacci e cinti di pesanti catene che trascinano fragorosamente
per le vie e si tagliuzzano con una voluttà feroce e ributtante il
viso, le braccia, il petto, invocando a squarciagola i loro santi
protettori.
Il loro orgasmo è tale che i parenti e gli amici che li accompagnano
sono sovente costretti a strappare loro di mano le armi od a calmarli,
onde non finiscano per scannarsi. Malgrado tale sorveglianza, dopo
ogni processione, si contano sempre parecchi morti e quelli sono gli
invidiati, perchè tutti sono convinti che saliranno senz'altro nel
paradiso del profeta.
Quando Abei, Hossein ed i loro cavalieri giunsero sulla vasta piazza,
che era decorata con bandiere verdi e con tende nere su cui si
leggevano, trapunti in oro, alcuni versetti del Corano, la processione
si era ormai organizzata.
Tre o quattrocento fanatici, coperti d'una zimarra lunghissima di tela
bianca, onde le macchie ed i rivi di sangue spiccassero maggiormente,
tutti armati di scimitarre affilatissime ed i fianchi cinti di grosse
catene, che trascinavano con un fragore infernale sui ciottoli della
via, aprivano il corteo, fiancheggiati da parenti e da amici, che
reggevano lunghe torce fiammeggianti.
Seguivano parecchi _muezzin_, i quali conducevano per le briglie tre
cavalli bianchi, di razza araba, splendidamente bardati, con lunghe
gualdrappe di seta trapunte in oro ed in argento e alti pennacchi sulla
testa.
Uno portava sulla sella due scimitarre a doppio taglio, con due mele
infilzate nella punta, il frutto prediletto di Alì, l'amico e nipote
di Maometto, trucidato dai settari di Omar, che aspiravano in sua vece
al califfato; il secondo un bellissimo cavallo vestito di seta verde
con ricami magnifici, che voleva raffigurare quello che indossava Alì
il giorno del suo assassinio; il terzo invece una cesta di vimini con
entrovi due colombe e che volevano rappresentare la strage di Hussein
e di tutti i suoi fedeli sterminati nelle pianure di Kirbdeil, mentre
stavano per muovere alla conquista del califfato.
Venivano poi soldati, cavalieri, cittadini, muniti tutti di torce,
pigiandosi, urtandosi, fra un frastuono spaventevole prodotto da
migliaia e migliaia di voci che urlavano a squarciagola:
— Alì — Hussein! — Proteggeteci dagli infedeli! — Sterminateli,
fulminateli! — Allah! — Allah! —
In mezzo a quella folla, stretta da tutte le parti, come impacchettati,
si scorgevano i due Beks di Kitab e di Schaar, coi loro immensi
turbanti verdi, montati su bianchi cavalli e seguiti da un brillante
stato maggiore.
La processione si era messa in moto a passo accelerato, poiché i
fanatici che marciavano alla testa, per meglio esaltarsi e anche per
raddoppiare il fracasso delle pesanti catene, si erano messi a correre,
mandando delle urla che più nulla avevano d'umano.
Le loro armi taglientissime scintillavano sinistramente alla luce
sanguigna proiettata da quelle centinaia e centinaia di torce.
D'un tratto un grido formidabile si sprigiona da quei tre o
quattrocento petti: sembra un immenso e spaventevole ruggito:
— Alì! — Hussein! —
Quei furibondi cominciavano a tagliuzzarsi la fronte, le labbra, il
naso, le spalle, le braccia, che erano nude, con una voluttà feroce! Il
sangue zampillava copioso, macchiando e scorrendo sulle bianche zimarre
e colando sui ciottoli.
Lo spettacolo è orribile, ributtante, ma non impressiona nessuno: anzi
tutti invidiano quei disgraziati, che si mutilano atrocemente, convinti
di guadagnarsi, con tutto quel sangue che perdono, il sospirato
paradiso del Profeta.
Di quando in quando uomini mezzi dissanguati, stramazzano al suolo
colla schiuma alla bocca, gli occhi schizzanti dalle orbite; subito gli
amici od i parenti li raccolgono e li portano nelle case vicine, dove
le donne si affrettano a lavarli, fasciarli e rinvigorirli con tazze di
_kumis_ o con acquavite di segala.
Quella corsa, poiché era diventata una vera corsa attraverso alle vie
più spaziose della città, durava da una mezz'ora, fra un baccano sempre
più spaventevole, quando Abei, che al pari degli altri aveva dovuto
scendere da cavallo per non calpestare la folla, che lo stringeva
d'ogni parte, si sentì tirare per una manica, assai vigorosamente.
Tabriz e Hossein, divisi dalla scorta, erano già molto innanzi in quel
momento.
— Signore, — sussurrò una voce nell'orecchio del giovane.
Abei si era voltato. Un uomo molto barbuto, che aveva il viso in parte
nascosto da un ampio turbante, gli stava dietro, tenendolo sempre per
la manica.
— Che cosa vuoi? — gli chiese.
— Lasciate passare questi imbecilli, — disse quell'uomo. — Appoggiatevi
contro il muro e tenete ben saldo il vostro cavallo. —
Poi aggiunse, spingendolo ruvidamente contro la porta d'una casa:
— Hadgi...
— Aspetta, — rispose Abei, mentre un lampo di gioia gli brillava negli
occhi.
La turba passò, seguendo i fanatici che non cessavano di sfregiarsi i
corpi; poi, quando gli ultimi uomini scomparvero verso la parte bassa
della città, dove giganteggiava un'altra moschea e si trovarono soli,
l'uomo barbuto aiutò Abei a salire in sella, dicendogli:
— Non abbiamo tempo da perdere. I russi s'avvicinano.
— Sei uno degli uomini che Hadgi ha lasciato qui perché mi guidino?
— Sì, signore.
— Sei solo?
— Ho quattro compagni che mi aspettano presso la porta di Ravatak e
tutti ben montati.
— Dov'è la fanciulla?
— Al sicuro, fra le montagne di Kasret Sultan Geb.
Affrettiamoci o resteremo anche noi assediati.
— Andiamo, — disse Abei. — Domani i russi assaliranno Kitab, succederà
certo un massacro, Tabriz e Hossein difficilmente sfuggiranno alla
morte... e Talmà sarà mia. —
Aveva messo il cavallo al trotto ed il bandito lo seguiva a piedi,
correndo come un'antilope.
In quindici minuti Abei ed il bandito raggiunsero i gradini che si
estendevano dietro l'alta muraglia, poi piegarono a dritta per arrivare
alla porta che supponevano fosse ancora aperta.
Già la intravedevano, quando quattro cavalieri mossero loro incontro.
— Che cosa c'è? — chiese il bandito che si era fermato.
— Troppo tardi! — rispose uno dei cavalieri. — La porta è stata
chiusa. —
Quasi nel medesimo istante si udirono le sentinelle di guardia della
scarpata e dei bastioni esterni a gridare:
— All'arrmi!... I russi! —
Poi un colpo di cannone rimbombò fra le tenebre, ripercuotendosi fra i
ridotti della cittadella.
Le colonne del maggior generale Abramow marciavano all'attacco della
città ribelle.