Kitab.
Non ostante gli sforzi prodigiosi compiuti dai cavalli e la fretta
dei cavalieri, la notte li sorprese a una quarantina di chilometri
da Kitab, nei dintorni del minuscolo e ormai deserto villaggio di
Iskander.
Animali e uomini erano così sfiniti da quella marcia, che durava da
quasi quarantotto ore, da rendere impossibile una maggiore avanzata.
Hossein e Tabriz, che non volevano rovinare completamente le loro
cavalcature, dalle quali attendevano preziosissimi servigi nell'attacco
ai briganti della steppa, si videro quindi costretti a dare il segnale
della fermata.
D'altronde non pareva che i russi avessero già investita Kitab perchè,
anche poco prima del tramonto, avevano incontrate immense greggi di
montoni e lunghe file di cammelli che fuggivano verso occidente, senza
però troppo affrettarsi, mentre invece non avevano ancora scorto nessun
gruppo di cosacchi dell'avanguardia.
Essendo state le dieci o dodici capannucce di fango secco, che
costituivano il minuscolo villaggio, abbandonate dagli abitanti, la
scorta senz'altro le occupò, legando i cavalli intorno ai pali che
erano piantati dinanzi alle porte.
— Ripartiremo dopo la mezzanotte, — disse Hossein a Tabriz e ad Abei. —
Cinque o sei ore di riposo saranno bastanti per i nostri uomini e per i
nostri cavalli. —
Cenarono alla lesta, colle provviste che erano rinchiuse nei sacchetti
di pelle appesi alle selle, poi tutti si stesero al suolo, divisi in
gruppi e non tardarono ad addormentarsi, essendo affranti.
Due uomini soli non avevano chiusi gli occhi: Abei e l'usbeko che
Hossein e Tabriz avevano raccolto quasi nudo nella piccola foresta
dell'Amu-Darja.
Durante la corsa, quei due uomini si erano già scambiate parecchie
occhiate e qualche rapido cenno, come se già da tempo si conoscessero e
attendessero l'occasione propizia d'incontrarsi.
Il nipote del _beg_, che doveva essere impaziente di trovarsi solo
coll'usbeko, quando si fu ben assicurato che suo cugino e Tabriz
dormivano profondamente, uscì silenziosamente dalla capanna e strisciò
verso il primo gruppo di cavalli, dove si scorgeva vagamente, coricata
fra le erbe, una forma umana.
— Dormono, — disse Abei sotto voce. — Che cosa significa la tua
presenza qui, Hadgi. —
Il luogotenente del disgraziato _mestvires_ si era prontamente alzato,
girando all'intorno uno sguardo sospettoso.
— Ti aspettavo, signore, — disse poi, — per ricevere da te nuovi
ordini. Noi non avevamo previsto l'invasione dei russi. Sai che stanno
per assalire Kitab?
— L'ho appreso lungo il viaggio, — rispose Abei.
— Quella gente può guastare i tuoi affari, signore, ed è per questo
che io ti ho aspettato sulle rive del fiume. Ero certo che Hossein ci
avrebbe inseguiti e che sarebbe passato per quel guado, che d'altronde
è l'unico che esista su cinquanta miglia di fiume.
— Hai giuocato una carta pericolosa.
— Perchè, signore? Hossein e Tabriz non mi conoscono ed ingannarli era
cosa facilissima.
Non ho fatto altro che spogliarmi e nascondere le mie vesti e le mie
armi in mezzo ad un folto cespuglio. Come hai veduto, hanno creduto a
quanto io ho loro narrato e non hanno avuto il menomo sospetto.
— Sei un birbante intelligente, — disse Abei.
— Si fa quello che si può, signore, — rispose il bandito, sorridendo.
Ditemi ora dove devo condurre Talmà. Questi russi che s'avanzano
rapidamente m'inquietano non poco.
— Non hai tu qualche rifugio fra le montagne di Kasret-Sultan?
— Vi sono lassù delle caverne meravigliose, signore, quantunque
trasudino petrolio da tutte le parti.
— Tu entrerai in Kitab, attraverserai la città, mettendo bene in vista
Talmà, e alla sera te ne andrai fra le montagne. Non vi sarà alcun
pericolo.
Se anche la fanciulla griderà di essere stata rapita e che voi siete
Aquile, nessuno se ne preoccuperà. Dirai che è una pazza che riconduci
alla sua famiglia e poi hanno ben altro da fare quegli abitanti in
questi momenti.
— Non comprendo però lo scopo di questa gita attraverso a Kitab.
— Non è necessario che tu per ora abbia maggiori spiegazioni. Quasi
tutti i tuoi uomini mi conoscono, è vero?
— La sera che tu ti sei presentato al nostro accampamento, per proporci
il tuo affare, signore, vi erano tutti e nessuno ha scordato il tuo
viso.
— Lascerai dunque a Kitab un paio dei tuoi banditi, onde mi guidino più
tardi al tuo rifugio.
— Bada, signore, che i russi calano rapidissimi e che se t'indugi,
correrai il pericolo di farti assediare in Kitab.
— È quello che desidero, — rispose Abei.
— Non ti capisco.
— Non importa: a te deve solamente importare di guadagnarti la somma
che t'ho promessa e che ti appartiene, ora che il mestvire è morto.
— L'ho saputo, — disse Hadgi. — Tuo zio è stato troppo crudele, però
devo essergli riconoscente, perchè da luogotenente sono diventato il
capo delle _Aquile_.
— Non ti lagnare dunque.
— Oh no, signore, — disse il bandito.
— Ora vattene. Che siano già giunti a Kitab i tuoi uomini?
— Aspetteranno che li raggiunga, prima di entrare nella città.
— Allora spicciati.
— Addio, signore: conta sulla mia fedeltà.
— E tu sui miei _tomani_ — rispose ironicamente Abei.
Hadgi staccò un cavallo, gli avvolse la testa onde non nitrisse, balzò
in sella e si slanciò attraverso la steppa, dileguandosi ben presto fra
le tenebre.
— I russi giungono in buon punto, — mormorò Abei, quando il bandito fu
scomparso. — Baba beg, non si sarà scordato di essere stato un giorno
salvato da mio padre e mi aiuterà.
Ah!.... Tu volevi tutto per te, cugino: la bellezza e la felicità, il
coraggio e l'ammirazione di tutte le donne della steppa!... Ed a me,
che sono pure figlio d'un _beg_, nulla? Almeno Talmà l'avrò, dovessi
ucciderti!... Senza quella fanciulla che io ho amata segretamente
prima di te, che cosa sarebbe la mia vita? Voi due non conoscete ancora
Abei! —
Strisciò verso la capanna ed entrò senza far rumore, coricandosi sulla
gualdrappa che gli serviva da tappeto.
Hossein e Tabriz dormivano sempre profondamente e di nulla si erano
accorti.
Era appena passata la mezzanotte, quando i Sarti ed i Shagrissiabs si
svegliarono; chiamandosi reciprocamente.
Hossein e Tabriz, destati da quel vocìo e dai nitriti dei cavalli, si
alzarono prontamente uscendo all'aperto.
— In sella, — comandò il giovane. — All'alba entreremo in Kitab.
Signore, — disse un Sarto, avvicinandoglisi, — manca il mio cavallo.
— E anche l'usbeko che hai raccolto, — disse un altro.
— Che vada a farsi appiccare dove vuole, — disse Tabriz. — Non
inquietiamoci per la fuga di quel birbante. Montate e partiamo.
Quello a cui manca il cavallo salga dietro a qualche compagno.