Il Traditore.
Era mezzanotte quando la truppa, montata su cavalli freschi, quasi
tutti di razza persiana, lasciavano l'accampamento avviandosi verso
l'Amu-Darja.
La notizia ormai pienamente confermata che un corpo russo scendeva da
Samarcanda per cinger d'assedio Kitab, li spingeva ad affrettarsi,
non avendo alcun desiderio di venire di buona o di cattiva voglia
coinvolti in quella campagna, quantunque tutti, da veri turchestani,
nutrissero un odio profondo contro quegli insaziabili conquistatori,
che allungavano le loro poderose zampe d'orsi su tutta l'Asia centrale.
Sapevano per pratica come finivano sempre quelle guerriglie ed a quali
orrori si esponevano i disgraziati insorti contro lo strapotente e
barbaro nemico.
Non fu che allo spuntare del giorno, dopo una corsa furiosa,
velocissima, che la truppa giunse senza aver fatto cattivi incontri
sulla via dell'Amu-Darja, nei pressi del guado conosciuto sotto il nome
di Ispas.
L'Amu, che i turchestani chiamano anche Djicon, è il più grosso dei tre
fiumi che solcano l'immensa steppa e che vanno ad ingrossare le acque
del mar d'Aral.
Nasce da una delle più alte vette del Bolor, nel Pamir e scorre
dapprima sotto il nome di Pani, svolgendosi attraverso regioni
fertilissime, percorre tutta la steppa turanica, non ricevendo che
pochi fiumiciattoli e, come abbiamo detto, va a scaricarsi nell'Aral
dove forma un vastissimo estuario.
In quasi tutto il suo percorso le alte piante, che nella steppa non
possono svilupparsi per la siccità che regna durante i mesi caldi,
coprono le sue rive, producendo uno strano contrasto colle eterne
erbe che per centinaia e centinaia di chilometri si susseguono
ininterrottamente, con una monotonia desolante.
Platani di dimensioni colossali, querce, cedri, ginepri e micgasia,
che lanciano il loro bellissimo stelo a cinque o sei metri, crescono a
profusione, ma le piante che soprattutto interessano gli abitanti delle
rive sono i rosai, i quali coprono in certi punti delle estensioni
vastissime, raggiungendo sovente un'altezza di quindici piedi.
Come si sa, tutti i popoli orientali fanno un consumo enorme di acqua
di rose. Si profumano le vesti e le barbe, bagnano, anzi inzuppano
addirittura i fazzoletti delle persone che vanno a visitarli, ne
mettono nell'acqua delle loro pipe e perfino nei loro pasticci dolci,
sicchè dove quegli splendidi e profumati fiori allignano, vi è una
ricchezza non indifferente da raccogliere.
Il luogo ove i cavalieri erano giunti, era una di quelli dove appunto i
gentili fiori crescevano a profusione.
Sotto i faggi, le betulle ed i platani, che coprivano la riva del
fiume, enormi rosai si ergevano, tutti coperti di fiori bianchi,
carnicini, gialli, rossi, scarlatti, i quali esalavano profumi
inebbrianti che i cavalieri aspiravano avidamente, essendo quello per
modo di dire, il loro profumo nazionale.
— Se qui ci sono tante rose, troveremo ben presto anche i raccoglitori
del capo degli Illiati, — disse Tabriz, fermando il suo cavallo.
— Aspettiamo che le tenebre si diradino ed intanto andiamo a vedere se
il guado si trova veramente qui. —
Mentre la scorta scendeva di sella, per concedere ai cavalli un po' di
libertà ed un po' di riposo, ben meritato d'altronde dopo quella lunga
galoppata, Tabriz, Hossein ed Abei si spinsero verso il fiume, passando
sotto giganteschi platani che spandevano al di sotto delle loro fitte
fronde, costantemente inumidite dalle acque, una deliziosa frescura.
L'Amu-Darja scorreva dolcemente, gorgogliando fra gli ammassi di
giunchi che avevano ormai ingombrato buona parte del suo letto,
formando qua e là minuscoli isolotti, sopra i quali volteggiavano
numerose coppie di uccelli acquatici.
In quel luogo il fiume non era più largo di cento cinquanta metri e le
sue acque, assai trasparenti, non avevano che qualche metro e mezzo di
profondità, almeno fino ad un certo tratto dalla riva.
— Sì, è questo il guado, — disse Tabriz.
— L'hai indovinato, signore, — rispose in quel momento una voce che
usciva da una grande macchia di rosai, accavallati confusamente gli
uni sopra gli altri in modo da formare un colossale e meraviglioso
cespuglio.
Tabriz si era subito voltato.
Un uomo, piuttosto vecchio, era sgusciato fra quell'ammasso di rose,
tenendo in mano un cesto di vimini, di forma allungata, pieno già di
fiori.
— Sei un illiato di Sagadska? — gli chiese il gigante.
— Sì, signore.
— Ci manda qui il tuo capo, che ci diede ospitalità ieri sera, per
chiederti se hai visto passare dei cavalieri.
— Io ho dormito come un orso questa notte, — rispose il raccoglitore
di rose, — ma te lo potranno dire i distillatori che non hanno spenti i
fuochi ieri sera.
Vuoi seguirmi? Non sono che a pochi passi, dietro a quel macchione di
platani: guarda, si scorge il fumo trapelare attraverso le foglie.
— Guidaci e avrai una manata di _pouls_[7].
— Vieni, signore, — rispose l'illiato, tutto lieto di ricevere una
mancia.
Attraverso le fronde di quei giganteschi alberi, i tre cavalieri
cominciavano infatti a scorgere colonne di fumo e bagliori prodotti da
grandi fuochi brucianti sotto i lambicchi.
Ben presto giunsero in mezzo ad una spianata, dove una dozzina
d'uomini, semi-nudi, anneriti dal fumo, madidi di sudore, con lunghe
barbe ispide, s'affaccendavano intorno a sette od otto falò, sopra i
quali bollivano immense caldaie di rame, piene di rose.
I distillatori turchestani e persiani, lavorano sul luogo ove le
rose vengono raccolte, onde i fiori conservino tutto il loro profumo.
Usano lambicchi affatto primitivi e caldaie della capacità di cento a
centoventi litri.
I fiori, appena portati dai raccoglitori, vengono messi
nell'apparecchio distillatore, nella quantità di nove a dieci
chilogrammi, ai quali aggiungono in media cinque o sei volte il loro
peso d'acqua.
Con questo sistema distillano non già l'essenza, bensì l'acqua di rose,
la quale poi, per riuscire perfetta, ha bisogno di una nuova operazione
o meglio d'una seconda distillazione.
Dopo la seconda bollitura, si vedono apparire piccoli globuli oleosi
d'una tinta giallo-pallida. Il liquido rimasto si pone entro bottiglie
dal collo lunghissimo, i globuli i quali costituiscono l'essenza e che
si radunano alla superficie del recipiente, vengono raccolti mediante
speciali cucchiai perforati.
Uno spazio di quaranta are, coperto di rosai, può dare durante le
stagioni favorevoli, da mille ottocento a duemila chilogrammi di fiori,
e di quegli spazi ve ne sono di più ampii sulle rive dell'Amu-Darja, —
dai quali i distillatori possono trarre e con poca fatica da seicento a
settecento cinquanta grammi di essenza.
Considerato che ogni grammo si paga, sia nel Turchestan che in Persia,
circa una lira, si può facilmente comprendere quanto quell'industria
sia produttiva, specialmente per uomini che assai di rado trovano il
modo di guadagnare denaro nelle loro steppe.
Il capo dei distillatori vedendo apparire i tre cavalieri, guidati
dal raccoglitore di rose, lasciò le caldaie, mosse loro incontro e li
salutò cortesemente con un:
— Allah vi sia propizio! —
Informato su ciò che desideravano, l'illiato rispose subito:
— Dei cavalieri!... Dei banditi volete dire?... Quelli che sono passati
ieri sera, dopo il tramonto, non erano persone oneste.
— Dopo il tramonto, hai detto? — chiese Hossein.
— Sì, hanno guadato il fiume alla luce delle stelle.
— Quanti erano?
— Un centinaio e mezzo per lo meno.
— Vi era una fanciulla con loro?
— Sì, cavalcava una giumenta ed era avvolta in un velo bianco.
— Non era fra le braccia di un uomo grosso e tarchiato?
— No!...
— Però ho veduto anche quello e teneva la giumenta per le briglie.
— Piangeva la fanciulla?
— Non ho avuto tempo di osservarla. I cavalieri hanno attraversato
frettolosamente l'Amu-Darja, scomparendo sotto gli alberi dell'opposta
riva.
— Si sono accampati colà? — chiese Tabriz.
— Non te lo potrei dire, mio signore.
— Erano stanchi i loro cavalli?
— Mi parvero sfiniti.
— Padrone, — disse Tabriz, volgendosi verso Hossein, — partiamo senza
indugio e guadiamo il fiume. Se i nostri animali non cadono, giungeremo
a Kitab contemporaneamente alle Aquile.
— Vorrei raggiungerle prima e sterminarle tutte, — soggiunse il
giovane, con impeto.
— Tu dimentichi, cugino, che essi sono in centocinquanta e tutti
certamente coraggiosi, — osservò Abei, che tormentava nervosamente
i suoi piccoli baffi, irsuti. — Ti hanno dato una prova lampante
nell'assalto alla casa di Talmà.
— Fossero anche trecento, nessuno mi tratterrebbe di assalirli.
— Ben detto, signore, — disse Tabriz. — Piomberemo addosso a quei
predoni, come la notte che i lupi ci scortavano. —
I cinquanta uomini in un baleno furono in arcione, scesero la riva,
preceduti da Tabriz ed entrarono nel fiume le cui acque, come abbiamo
detto, in quel luogo erano piuttosto basse.
La traversata dell'Amu-Darja fu compiuta senza incidenti, non essendovi
nei corsi d'acqua del Turchestan nè coccodrilli, nè gaviali, come in
quelli della non lontana India.
La truppa si trovava sul territorio del Khan di Bukara, lo stato più
vasto della Tartaria Indipendente. Indipendente di parola, non di
fatto, perchè anche su quella immensa regione che comprende varii
Kanati, l'avida zampa dell'orso moscovita vi si è appoggiata.
Gli antichi scrittori arabi hanno chiamato quel territorio un paradiso
terrestre e lo sarebbe forse, essendo fertilizzato dall'Amu-Darja e
dai suoi affluenti, se non fosse abitato da un popolo nomade, dato al
ladroneccio più sfacciato, stanziato solo nell'inverno nelle città e
nei villaggi ed errante colle sue gregge nelle vaste pianure, durante
le altre stagioni.
Samarkanda, che è la città più importante, ha avuto un passato
splendido, essendo stata scelta come capitale dal famoso conquistatore
asiatico Timur-Lent, meglio conosciuto sotto il nome di Tamerlano.
Aveva allora una popolazione numerosissima ed era così potente da
poter mettere in campo da sola ben sessantamila cavalieri ed i suoi
trafficanti si spingevano fino alla Grande Tartaria Chinese, nel cuore
del grande continente asiatico.
Oggidì, quantunque estenda ancora i suoi sobborghi nella meravigliosa
valle del Sogd, quantunque abbia la sua accademia di scienze, traffichi
ancora animatamente e abbia molte fabbriche, ove si tesse la seta più
stimata dell'Asia, ha molto perduto del suo antico splendore al pari
di Bukara, ove risiede per la maggior parte dell'anno il potentissimo e
anche barbarissimo Khan, e che fu centro di uomini dotti e celebri non
solo per l'Oriente, ma anche per l'Europa: vi fu il famoso Ebu-Sino, da
noi chiamato Avicenna.
Era il momento, per la banda condotta dai due nipoti del _beg_ e da
Tabriz, di stare molto in guardia, perchè tutto il kanato, specialmente
verso il fiume, è percorso incessantemente da orde di Usbechi e da
Ghirghisi.
Tabriz, appena messo piede sulla riva opposta dell'Amu-Darja, fece fare
alla truppa una seconda fermata, poi accompagnato dal solo Hossein,
fece una galoppata sotto le altissime e frequenti piante, risalendo
verso il settentrione.
— Che cosa cerchi, Tabriz? — chiese Hossein, vedendolo guardare
attentamente la terra.
— Le tracce dei banditi, — rispose il gigante. — Per di qua devono ben
essere passati e sarei ben lieto di trovarle. —
Continuarono ad avanzarsi sotto i platani e le betulle, che coprivano
la riva, finchè un grido di trionfo sfuggi a Tabriz.
— Eccole!... —
Sul suolo, che era umidissimo in quel luogo, si scorgevano nettamente
numerose impronte lasciate dagli zoccoli d'un grosso numero di cavalli.
Tabriz balzò a terra per meglio osservarle, quando Hossein lo vide
rialzarsi prontamente e staccare il lungo archibugio che pendeva dalla
sella del suo cavallo.
— Cos'hai, Tabriz? — chiese il giovine.
Il gigante invece di rispondere, gli fece segno colla mano di
star zitto, poi armò il fucile appoggiando il calcio alla spalla
è puntandolo verso un folto cespuglio che circondava la base d'un
enorme platano. Hossein, temendo giustamente un improvviso attacco,
trovandosi, come abbiamo detto, in un territorio frequentato dai
banditi delle steppe, si era affrettato ad imitarlo.
— Che cos'hai veduto o udito dunque? — chiese il giovane impazientito,
non vedendo comparire nessuno.
Un gemito che uscì dal mezzo del cespuglio fu la risposta.
— Vi è qualche ferito là dentro, — disse finalmente Tabriz. — Hai
udito, signore?
— Sì. —
Tabriz s'avvicinò cautamente al platano e colla canna dell'archibugio
mosse le fronde dei cespugli, dicendo:
— Mostra il tuo viso, amico noi non siamo briganti. —
I rami subito si mossero ed un uomo piuttosto attempato, quasi
interamente nudo, non avendo indosso che una camicia brandellata,
comparve.
— Risparmiate la vita ai un povero uomo, — disse. — Allah ha proibito
di uccidersi fra correligionari.
— Chi sei? — Chiese il gigante, abbassando il fucile.
— Un usbeko di Kitab.
— Che cosa fai costì così nudo?
— Sono stato assalito da una banda di briganti, derubato dei miei
montoni che aveva qui condotti a pascolare, bastonato e per sopra
mercato anche spogliato delle mie vesti.
— Quando?
— Ieri sera.
— Erano _Aquile della steppa_?
— Può darsi.
— Avevano una fanciulla con loro?
— Non l'ho veduta.
— Quanti erano quei briganti?
— Una ventina.
— Non ve n'erano altri nel bosco?
— Sì, mi pare d'aver udito dei cavalli a nitrire al di là degli alberi.
Signore non lasciarmi qui solo, così nudo e senz'armi. Vi sono dei lupi
e delle pantere fra queste macchie. —
Tabriz interrogò Hossein collo sguardo.
— Potrà servirci da guida, — rispose il giovane.
— Sali dietro di me, — disse il gigante all'usbeko. — Vedremo di darti
qualche cosa per coprirti.
— Io sarò il tuo schiavo, — rispose il disgraziato, con voce gemente. —
Oramai ho tutto perduto.
— Ti vendicheremo, disse Tabriz. — Stiamo cercando appunto le
_Aquile_. —
Salì in sella e dietro di lui montò l'usbeko, profondendosi in lunghi
ringraziamenti.
Quando tornarono verso il guado, i Sarti ed i Shagrissiabs erano ancora
in sella, pronti a riprendere la corsa.
Tabriz privò qualcuno della giacca, un altro d'una coperta, onde
coprire l'usbeko, e mentre Hossein informava Abei dell'accaduto, si
rimisero in cammino al piccolo trotto, dietro le tracce lasciate dalle
_Aquile_.
Attraversata la zona che aveva un'estensione di poche centinaia di
metri, la truppa ritrovò la steppa.
Quantunque il Khanato di Bukara sia infinitamente più fertile del
Turchestan occidentale, non è privo di steppe, le quali si stendono per
centinaia di miglia. Anche là si manifesta quel singolare fenomeno che
si osserva nei territori dei Cosacchi e dei Curdi del mar Caspio.
Alla base delle montagne, le foreste cessano bruscamente per non
ritrovarle che lungo le rive dei fiumi ed il suolo calcareo scompare
per cedere il posto alla terra nerastra della steppa, sulla quale
spuntano e crescono benissimo erbe e cereali, quando un po' d'acqua li
favorisce.
Tutti coloro che hanno percorso quelle pianure immense, si sono chiesti
la soluzione di quello strano problema: perchè la steppa col suo
manto di terra fertile, tanto più ricca, inquantochè non è mai stata
coltivata, quindi ancora vergine, non produce alcuna pianta da fusto?
I venti ardenti e troppo gelati che soffiano impetuosissimi su quelle
sconfinate pianure, s'oppongono forse alla vegetazione arborescente?
Forse la spiegazione dello strano fenomeno lo si deve al fatto, più
probabilmente, che lo strato di terra fertile non è più profondo
di trenta o quaranta centimetri e che si basa su un fondo d'argilla
compatta, impenetrabile alle radici delle piante.
Di passo in passo che la truppa s'allontanava dall'Amu-Darja,
cominciavano ad apparire, specialmente inoltrandosi sempre più nel
territorio bukarino, accampamenti intorno agli stagni.
Gruppi di tende nere, di forma conica, si mostravano di quando in
quando, poi lunghe carovane di cammelli e torme immense di montoni,
dalla coda grossissima, scortati da cavalieri armati e dall'aspetto
poco rassicurante.
Erano per lo più usbechi e turchi, padri questi degli Osmani che hanno
conquistata l'Asia Minore, l'Arabia e la Turchia europea, uomini fieri
e bellicosi, che sono sempre in armi contro i ghirghisi ed i bukari.
Tutte quelle carovane si dirigevano verso la frontiera occidentale, con
una certa fretta che colpì Tabriz.
— Si direbbe che fuggano dinanzi a qualche pericolo, — disse il
brav'uomo a Hossein. — Vediamo di che cosa si tratta. —
Spinse il cavallo verso un gruppo di turchi che scortavano un centinaio
di cammelli e che guardavano sospettosamente la truppa d'Hossein,
chiedendo spiegazioni.
— I russi, — gli fu risposto.
— Sono già intorno a Kitab?
— Non ancora, ma fra poco.
— Bisogna affrettarsi, — mormorò il gigante, tornando verso i suoi
compagni. — Corriamo il pericolo di rimanere tagliati fuori dalla
città. —