In meno di un minuto i cavalli furono insellati ed imbrigliati e la
truppa riprese le mosse, sempre guidata da Tabriz.
La steppa, a poco a poco scompariva. Numerosi villaggi si mostravano,
specialmente verso il sud, dove le terre erano solcate da affluenti
dell'Amu-Darja; e giardini ricchi d'alberi, di prugni, d'albicocchi,
di melogranati e anche di viti, cominciavano ad estendersi in tutte le
direzioni.
Qua e là, in mezzo alle erbe, platani, betulle, pioppi, ulivi, querce,
cedri e anche pini, formavano gruppi pittoreschi, specialmente intorno
agli stagni, sorgendo fra colossali cespi di rose di China, coperti di
fiori bianchi e rossi.
La banda s'affrettava. I cavalli ai quali quel breve riposo era bastato
per rimetterli in gambe, galoppavano splendidamente, senza aver bisogno
di venire aizzati.
Ai primi albori, Tabriz indicò a Hossein il profilo della catena dei
Kasret-Sultan-Geb, che s'innalza dietro a Kitab e poco dopo una selva
di esili minareti dalle cupolette scintillanti.
— Ci siamo, signore, — disse.
Hossein provò come una scossa e si portò una mano sul cuore.
— Che fra poco la riveda? — si chiese con angoscia.
— Se non ci hanno ingannati e se si trova veramente laggiù, noi la
riprenderemo alle _Aquile_, signore.
Il nome che porta tuo zio è troppo noto nella steppa, perchè il nuovo
Emiro di Kitab non lo abbia già udito risuonare ai suoi orecchi ed egli
non si rifiuterà di aiutarci nelle nostre ricerche, specialmente se la
nostra domanda sarà appoggiata da qualche migliaio di _tomani_, somma
che apprezzerà assai in questi momenti.
— Lo conosci tu _Djura-Bey_?
— L'ho veduto più d'una volta, — rispose Tabriz.
— Che uomo è?
— Un ambizioso, che già più volte ha tentato di ribellarsi al suo
padrone, l'Emiro di Bukara. Egli vorrebbe, a quanto sembra, imitare
Yakub, l'antico luogotenente dell'Emiro, che dopo essersi fatto
dichiarare dal popolo _Atalek gazi_, ossia difensore della fede, si
è formato un bel regno a spese del suo signore, e dei chinesi della
Duzungaria.
Disgraziatamente avrà da fare i conti coi russi e la finirà male.
— Noi non ci intrigheremo nei suoi affari.
— Ehi... Chissà, cugino, — disse Abei, che cavalcava al suo fianco. —
_Djura-Bey_ potrebbe domandare il nostro appoggio. Cinquanta uomini,
montati come lo sono i nostri, potrebbero essergli di grande utilità in
questo momento.
— Rifiuteremo, — disse Hossein.
— E lui ti dirà che te la cerchi tu, Talmà.
— È certo che vorrà approfittare dell'occasione per rinforzare il
suo piccolo esercito, — disse Tabriz. — D'altronde non mi spiacerebbe
menare le mani sui russi.
— Vedremo, — concluse Hossein.
Kitab era ormai in vista e si spiegava dinanzi agli occhi dei
cavalieri, trovandosi quella città su un'altura, al pari di Schaar, la
sua vicina, pure ribellatasi all'autorità dell'Emiro di Bukara.
Si vedevano distintamente le sue moschee dipinte in bianco, colle
cupole dorate, i suoi ridotti, le sue mura merlate ed i suoi splendidi
giardini, divisi in vasti quadrati e cinti da terrapieni altissimi per
rinforzare le difese della città.
Tabriz e Hossein stavano per dar l'ordine di sferzare i cavalli, quando
in lontananza si udirono alcune scariche di moschetteria e alcuni colpi
di cannone.
— I russi! — esclamarono entrambi.
— Affrettiamoci o giungeremo troppo tardi, — disse Abei, spronando
impetuosamente il cavallo. — Vedo delle nubi di polvere verso il
settentrione: là vi è qualche corpo di cavalleria.
— Allentate le briglie: ventre a terra! — gridò Tabriz.
I cinquanta cavalli, eccitati dalle grida e dai colpi di piede dei
cavalieri, partirono a corsa sfrenata, facendo rimbombare il suolo che
non era più coperto d'erbe. Pareva che un vero uragano passasse.
I colpi di fucile si seguivano regolari, segno evidente che quelli
che facevano fuoco erano soldati perfettamente disciplinati, che
non sparavano a casaccio e di quando in quando vi facevano eco delle
detonazioni secche, poderose, che sembravano prodotte da racchette o da
falconetti, piuttosto che da veri pezzi d'artiglieria.
Al di là della lunga distesa di giardini, s'alzavano di tratto in
tratto nuvoloni di polvere, che in certi momenti offuscavano perfino
la luce del sole. È già noto che tutto il Turchestan orientale e
settentrionale è polverosissimo, e che basta un soffio d'aria od
il galoppo di qualche squadrone di cavalleria per sollevare cortine
immense d'una specie di sabbia quasi impalpabile, che ricade molto
lentamente e che attraversa intere regioni prima di depositarsi.
Certamente un vivo combattimento doveva essersi impegnato, fra i
cavalieri del Bek di Kitab e di quelli dello Schaar ed i cosacchi che
il colonnello russo Miklalowsky, incaricato dal governatore generale
del Turchestan di domare i ribelli, conduceva da Samarcanda.
Già le truppe di Hossein non distavano che poche centinaia di metri
dalla torre sovrastante la porta di Ravatak, quando scorsero una nuvola
di cavalieri scendere a galoppo sfrenato le alture, mentre sopra le
loro teste scoppiavano delle granate.
— I Shagrissiabs! — gridò Tabriz. — Pare che abbiano avuto il loro
conto se scappano in quel modo!...
Un sorriso comparve sulle labbra di Abei.
— Allah mi protegge, — mormorò fra i denti. — Era quello che aspettavo.
Chi rifiuterà il nostro soccorso? —
I cavalieri del Bek di Kitab e quelli del Bek di Schaar giungevano a
briglia sciolta, urlando ferocemente e volgendosi di quando in quando,
per fare delle scariche, che non dovevano fare troppo danno ai russi,
nascosti in mezzo al polverone.
— Lesti, amici! — gridò Hossein. — Giungeremo prima di loro! —
Con un ultimo slancio i cavalli superarono le ultime centinaia di metri
e, varcato il ponte levatoio, irruppero sotto la porta di Ravatak,
mentre sui ridotti della cittadella tuonavano le racchette ed i
falconetti del _Beg Djura bey_.