I cavalli mantenevano un galoppo abbastanza rapido, senza aver bisogno
di essere eccitati: era d'altronde la loro andatura ordinaria, che
potevano continuare per moltissime ore, senza nulla chiedere ai loro
padroni prima del tramonto.
A mezzodì la banda fece una breve fermata sulla rive d'uno stagno,
ombreggiate da quattro o cinque di quegli enormi platani turchestani,
che hanno sovente una circonferenza di settanta piedi ed il cui legname
duro e venato, più bello e superiore di quello dei nostri noci, serve a
fabbricare bellissimi mobili.
Un paio d'ore dopo la truppa riprendeva le mosse, avanzandosi sempre
più nel cuore della steppa. I cavalli, ben riposati e ben pasciuti,
galoppavano con maggior slancio del mattino.
Tabriz, che conosceva la steppa a menadito, avendo vissuto molti
anni al di qua ed al di là dell'Amu-Darja, conduceva ora la carovana
orizzontandosi col sole, non avendo i turcomanni alcuna conoscenza
della bussola, istrumento che forse non hanno mai veduto, e che
d'altronde non è affatto necessario a quei nomadi, avendo l'istinto
dell'orientazione al pari dei piccioni viaggiatori.
La regione, a poco a poco cominciava a diventare meno deserta. In
lontananza, qualche gruppo di tende appariva; tende di forma conica,
di feltro nero, perdute in mezzo alle erbe dove bande di cammelli e
di montoni pascolavano in gran numero; poi su certi tratti sabbiosi
qualche moschea screpolata, col suo minareto sottile, di colore bianco,
spiccava fra tutto quel mare di verzura, indicando il luogo ove, chissà
quante centinaia d'anni prima, una borgata e fors'anche una città
popolosa era esistita.
Quelle rovine sono frequenti in certe parti della steppa, dove i
vicini persiani hanno lasciato tante tracce della loro antichissima
colonizzazione. Forse quello era il vero paese della terra sacra dei
magi di Zoroastro, del Zend-Avesta, il paese dove Saadi e Hfar hanno
poetato ed amato e dove Leilah ha sorriso.
Verso il tramonto, Tabriz, che già da qualche ora osservava
attentamente il paese, come se cercasse qualche traccia, indicò a
Hossein un gruppo di tende di colore oscuro, che sorgeva in una specie
di oasi, dove crescevano rigogliose piante di melagrano, dalle frutta
grossissime e assai stimate, _outon bokhàra_ che producono susine
eccellenti d'inverosimile grossezza, cotogni dal tronco enorme e
ciliegi altissimi.
— Il campo dell'Emiro degli Illiati, — disse poi volgendosi verso
Hossein, che l'interrogava cogli sguardi.
— È là che abita quel Sagasdka di cui tu mi hai parlato?
— Sì, signore.
— È un amico di mio zio?
— Un tempo hanno combattuto insieme contro i bukari ed i belucistani,
— rispose Tabriz. — Se le _Aquile della steppa_ sono passate attraverso
il suo territorio, ce lo dirà subito.
— A quest'ora non si rammenterà più nemmeno il nome di Giah Aghà, —
disse Abei, che aveva ripreso il suo posto in testa alla colonna. — Si
dimenticano facilmente gli amici, nella steppa.
— Al contrario, signore, — rispose Tabriz, un po' piccato. —
Si ricordano forse più che altrove, avendone sovente bisogno per far
fronte ai ladroni della pianura od ai soldati degli Emiri.
— Vedrai che non si degnerà nemmeno di riceverci nel suo accampamento e
che ci tratterà come pezzenti sospetti.
Hanno ben altro da fare questi Illiati, che d'occuparsi delle _Aquile_
e dei nostri affari.
— Sarà come tu dici, signore, — rispose Tabriz, — io però obbedirò alle
istruzioni datemi da tuo zio.
— Mio zio crede troppo nelle amicizie, — rispose Abei, con tono ironico.
Tabriz lo guardò con una certa sorpresa, aggrottando leggermente la
fronte.
Hossein, assorto nella sua tristezza, sembrava che non avesse udito
nulla, anche perchè si era spinto più innanzi degli altri, frettoloso
di giungere al campo degli Illiati.
— Tuo zio, signore, — riprese il gigante un po' irato, — ha sempre
saputo scegliere i suoi amici ed io, che sono più vecchio di te ne so
qualche cosa. —
Nell'accampamento degli Illiati si era manifestato in quel frattempo un
vivissimo movimento. La numerosa truppa dei cavalieri di Hossein, bene
armati, doveva aver messo in apprensione quei nomadi, i quali avevano
probabilmente fatto più volte conoscenza coi banditi della steppa della
fame, ghirghisi, bukari e shagrissiabs.
I cammelli ed i montoni, che pascolavano a centinaia e centinaia per
la pianura, venivano spinti a precipizio verso i recinti costruiti nei
dintorni dell'accampamento, intanto che gruppi di uomini balzavano in
sella dei loro cavalli, disponendosi sotto le piante, per tenersi al
riparo dietro i grossi tronchi.
Gli Illiati sono tribù assolutamente nomadi che si distaccano un po'
dai turchestani vivendo esclusivamente sotto tende e cambiando luogo
secondo le stagioni ed i bisogni dell'immenso loro gregge, che forma la
loro principale ricchezza.
Al principio della primavera scendono dalle montagne, che attraversano
la parte meridionale del Khanato di Bukara e la Persia, e si espandono
per la steppa turanica formando vasti accampamenti, del resto
semplicissimi, posti di preferenza intorno ad uno stagno o sulle rive
d'un torrente e riparati dal vento, temendo molto le cortine di sabbia.
I loro usi e le loro abitudini differiscono da quelle degli altri
turchestani, alla cui razza d'altronde non sembra veramente che
appartengano e richiamano al pensiero gli antichi tempi dei pastori
patriarcali.
Gli uomini, che hanno tipo tartaro, più che turcomanno, sono tutti
bellissimi, di alta statura e ben conformati; le donne godono fama di
essere le più graziose della steppa.
Tabriz, che conosceva l'indole diffidente di quei nomadi, fece fermare
la truppa e s'avanzò in compagnia d'Hossein, verso i giardini che
circondavano l'accampamento, tenendo l'archibugio colle bocca volta
verso terra:
— Dite al vostro _Emiro_ che i nipoti del _beg_ Giah Aghà chiedono
ospitalità, — gridò, appena fu a portata di voce. — Sagadska non si
rifiuterà di riceverli. —
Fra gli Illiati vi fu uno scambio di parole, poi un vecchio che aveva
una lunga barba bianca e che mancava d'un occhio, si fece innanzi e,
mentre i suoi uomini disarmavano, rispose:
— Che i nipoti del mio amico entrino nel campo: sono sotto la
protezione delle leggi dell'ospitalità. —
La truppa, non avendo ormai più nulla da temere dopo quelle parole,
s'avanzò sotto gli alberi, mettendo piede a terra e levando le briglie
e le selle ai cavalli, mentre Tabriz ed i nipoti del beg entravano
sotto una vasta tenda, sulla cui soglia li attendeva il capo della
tribù, circondato da una mezza dozzina di ragazzine.
— Siete miei ospiti, — disse, invitandoli a farsi innanzi.
— Sei tu Sagadska? — chiese Tabriz.
— Io sono l'amico del _beg_ Giah Aghà, — rispose l'illiato. — Che i
suoi nipoti si siedano al mio fianco.
— Grazie della tua ospitalità, — gli rispose Hossein. — Noi siamo qui
venuti perchè abbiamo bisogno da te di consigli e d'informazioni.
— Dopo la cena tu avrai quello che vorrai, — rispose l'illiato.
— Lascia ora che io compia i miei doveri d'ospitalità e non
preoccuparti della tua scorta: avrà viveri e tende per riposarsi al
coperto. —
Sotto la grande cupola di feltro era già stata stesa, su un vasto
tappeto persiano, una tovaglia, su cui due giovani pastori avevano
collocato parecchi tondi d'argento, lusso che solo un capo tribù poteva
permettersi.
— Accomodatevi, — disse Sagadska. — Siete giunti in un buon momento,
festeggiando oggi il dodicesimo anno della mia ultima figlia.
I servi erano tornati portando vasi e tondi carichi di cibi e di
manicaretti che esalavano profumi appetitosi e che deposero dinanzi
agli ospiti.
Tutti i popoli della steppa, quando hanno i mezzi sufficienti e ricorre
qualche circostanza straordinaria, amano mangiare bene e la loro cucina
non è così ordinaria come si potrebbe credere in individui che vivono
all'aria aperta e sempre in pericolo, quantunque stupide prescrizioni
del Corano la circoscrivano, vietando il maiale, la lepre anche e molti
crostacei, perchè ritenuti impuri.
Il loro piatto forte è sempre però il montone che si arrostisce a pezzi
con burro e grasso od intero se è giovane, dopo d'averlo ben imbottito
di mandorle, di datteri, d'uva secca, di bacche e di rose, di pimento
e di spezie diverse; il secondo è il _pilat_, composto di riso bollito,
con pezzi pure di montone. Amano però molto anche i pasticci, che sanno
preparare non meno bene dei persiani e anche la carne bollita, che
condiscono con varie salse assai appetitose.
I cuochi del capo avevano fatto quella sera veri prodigi, servendo un
gran numero di piatti, ai quali avevano tenuto dietro vasi pieni di
magnifiche melogranate, grossissime, dolcissime e senza il granello
interno, cotogni profumatissimi e poponi pesanti trenta o quaranta
libbre, acquosi, dolci, e colla polpa rossa, bianca, gialla o
verdognola.
Servito il caffè, il capo fece portare quattro bellissime pipe, per
metà ripiene d'acqua profumata con essenza di rosa e la ciotola carica
di quel fortissimo tabacco chiamato _tumbak_, che è così pregiato da
tutti i popoli turanici.
— Ora ti ascolto, — disse Sagadska, quando le pipe cominciarono a
funzionare, rivolgendosi a Hossein che aveva appena toccato cibo. —
Leggo nei tuoi occhi una profonda tristezza, che sarebbe incompatibile
colla tua età.
Quale disgrazia può aver colpito i nipoti del mio vecchio amico Giah
Aghà?
— Mi hanno rapito ieri la fidanzata, nel momento in cui stavo per
impalmarla.
— Chi? — gridò il vecchio.
— Le _Aquile della steppa_ — aggiunse Tabriz, — e siamo venuti a
chiederti se i tuoi uomini le hanno vedute. —
Il vecchio battè le mani chiamando ad alta voce:
— Mursa Rabat! —
Un giovane pastore, che indossava una corta zimarra di panno grossolano
con i bordi gialli e maniche larghissime e alti stivali di pelle rossa,
era subito entrato.
— Narra ai miei ospiti chi hai incontrato stamane.
— Un grosso numero di cavalieri che mi parvero ghirghisi e usbeki,
— rispose il giovane. — E alla loro testa vi era un uomo di forme
tarchiate che teneva fra le braccia una fanciulla...
— Talmà! — esclamò Hossein.
Il giovane guardò il nipote del _beg_ come per chiedergli di chi
volesse parlare, poi, ad un cenno del suo capo, proseguì:
— La fanciulla indossava un costume da sposa ed aveva sul capo la tiara
di metallo.
— Era lei! — gridarono ad una voce Tabriz e Hossein, mentre Abei si
mordeva le labbra.
— La tua fidanzata? — chiese l'Emiro degli Illiati.
— Sì, la mia Talmà, — rispose Hossein, facendo un gesto disperato.
— Calmati signore, — disse Tabriz, e ascoltiamo quest'uomo. Dove si
dirigevano quei cavalieri?
— Verso levante, — rispose Mursa Rabat.
— Verso il fiume dunque?
— Sì, mio signore.
— Si dibatteva la fanciulla?
— Non mi parve.
— Viva lo era però.
— Sì, la vidi alzare un braccio, come per minacciare il cavaliere che
la portava.
— A che ora li hai veduti?
— Verso mezzodì.
— Galoppavano forte?
— No, filavano a piccolo trotto e mi parve che le loro cavalcature
fossero molto stanche, perchè alcune rimanevano sovente indietro.
— Ed erano molti? — chiese Hossein.
— Un centocinquanta per lo meno, — rispose il giovine illiato.
— Come possono essere diventati così numerosi? Quelli che mi hanno
rapito Talmà non erano più d'una dozzina.
— La cosa è facile a spiegarsi, — disse Tabriz. — Si saranno riuniti a
quelli che hanno fatto una dimostrazione armata contro il villaggio.
— Non sarà il numero che ci tratterrà dall'inseguirli, Tabriz, — disse
il nipote del _beg_, con accento feroce.
— Sai dove vanno? — chiese Sagadska.
— A Kitab, — rispose Hossein.
— Che cosa vanno a fare colà? Ignorano dunque che i russi hanno
lasciato Samarcanda in buon numero, con cannoni e falconetti, per
calmare le idee bellicose di Djura e del bey di Schar?
— È dunque vero? — chiesero ad una voce Hossein ed Abei.
— Sì, miei cari ospiti; una forte colonna di moscoviti, comandata dal
colonello Miklalosvky, con molta fanteria ed alcune sotnie di cosacchi,
muove verso le due città, coll'ordine di prenderle d'assalto e di
restituirle, domate, all'Emiro di Bukara. Tutti ne parlano nella steppa
orientale e le informazioni che ho ricevute devono essere esatte.
— Allora noi non abbiamo tempo da perdere, signor Hossein, — disse
Tabriz.
— Sì, se volete entrare in città prima che i russi la cingano
d'assedio, — disse l'illiato. — Sono stanchi i vostri cavalli?
— Galoppano da stamane.
— Ne ho trecento intorno al campo, — proseguì il capo. — Scegliete i
migliori e partite senza indugio o giungerete troppo tardi.
Per conto di chi è stata rapita la fanciulla?
— Del _Beg Djura_, sospettiamo, — disse Hossein.
Sagadska scosse il capo.
— Uhm! — fece poi. — Lui ed il bey di Schar hanno troppe faccende che
pesano sulle loro spalle per ora. No, sarà per qualche altro, tuttavia
non vi sarà difficile ritrovare la ragazza. Kitab è poco popolosa e
Schar lo è meno ancora.
Volete un consiglio da amico?
— Parla, — disse Hossein.
— Rivolgetevi direttamente a _Beg Djura_, ditegli che sono io che vi
mando e che se le sue cose andranno male, troverà sempre un rifugio fra
le tribù degli Illiati.
Partite, amici e varcate al più presto l'Amu-Darja al guado d'Ispas, là
dove i miei uomini raccolgono le rose.
Può darsi che da loro abbiate qualche notizia dei rapitori.
Venite a scegliere i cavalli: sono di buona razza e correranno meglio
di quelli delle Aquile. —