Il campo degli Illiati.
Cominciava ad albeggiare sulla steppa. Gli uccelli s'alzavano fra le
erbe e volteggiavano allegramente, trillando, sfuggendo velocissimi
agli assalti fulminei dei falchi e degli sparvieri che piombavano, ad
ali chiuse, dalle alte regioni dell'aria.
Cinquanta uomini, armati di lunghissimi fucili, di pistole e di
_kangiarri_, con immensi turbanti e lunghe zimarre di color bruno e
montati su piccoli cavalli villosi, si erano fermati dinanzi alla porta
della casa occupata dal _beg_, allineandosi su quattro file.
Erano tutti uomini di statura piuttosto bassa, tarchiati, con spalle
larghissime e lunghe barbe ispide e rossicce, i nasi arcuati come
becchi di pappagalli, la pelle terrea e gli occhi da uccelli da preda.
Molti erano Sarti, sudditi di Talmà; i più però appartenevano alle
tribù nomadi dei Shagrissiabs, pastori e banditi ad un tempo, venuti
dal Khanato di Bukara, attirati dal desiderio di divertirsi alle spalle
dei ricchi sposi e di mostrare la loro bravura nelle corse dei cavalli,
essendo i migliori cavalieri della steppa turanica.
Gente di fegato ad ogni modo, pronta a qualsiasi sbaraglio per un po'
di _tomani_, una moneta troppo preziosa in quelle pianure, dove l'oro è
così raro.
Il _beg_, Hossein, Abei e Tabriz, svegliati dal fracasso prodotto dai
cavalli, erano prontamente discesi sulla via, passando rapidamente in
rassegna la truppa.
— Credo, Hossein, — disse il _beg_, — che con questi uomini potrai
giungere senza troppi fastidi a Kitab, anche se è vero che i Russi
marcino attraverso la steppa. Cerca di evitarli però e di non lasciarti
cogliere entro le mura della città a menochè...
— Continua, padre.
— _Beg Djura bey_ non ti restituisca o ti faccia restituire Talmà. In
tal caso ti lascio libertà di dare addosso a quegli odiati moscoviti.
— Va bene, padre.
— In sella, figliuol mio, e non dimenticarti che io aspetto il tuo
ritorno con angoscia. —
Gli mise una mano sul capo e lo congedò, dicendogli:
— Hai la mia benedizione; Allah l'ha concessa alle mie mani. —
Hossein, Abei e Tabriz salirono sui cavalli, e la truppa partì al
trotto, fra i saluti delle donne affollate sulle terrazze e gli spari
dei Sarti, dirigendosi verso oriente, trovandosi Kitab nel Kanato
dell'Emiro di Bukara.
Dieci minuti dopo, i cinquantatrè cavalieri galoppavano già sulla
steppa, premurosi d'attraversare l'Amu-Darja che è, si può dire,
l'unico fiume che attraversa quelle sterminate pianure e che serve di
frontiera alle tribù turcomanne indipendenti.
Fin dove giungevano gli sguardi non si scorgevano che erbe ed erbe.
Nella steppa gli abitanti sono piuttosto rari e non s'incontrano che là
dove scorre qualche fiumiciattolo o dove si trova qualche stagno, non
essendovi nelle altre parti acqua sufficiente per abbeverare i cammelli
ed i montoni, i quali formano l'unica ricchezza delle tribù turaniche.
Distese immense che potrebbero nutrire mandrie sterminate, non contano
nemmeno dieci famiglie nomadi, mentre vi potrebbero vivere comodamente
centomila persone, perchè quel suolo è tutt'altro che ingrato.
L'acqua non manca nel sottosuolo: basterebbe costruire dei pozzi
artesiani e quelle lande, oggi inutili, potrebbero diventare il granaio
dell'Asia.
La truppa procedeva su una lunga linea, ad un trotto moderato, con
Tabriz e Hossein alla testa. Abei invece, che pareva non amasse troppo
la vicinanza del cugino, dopo i fatti avvenuti, era passato in coda,
col protesto di impedire che qualche cavaliere disertasse.
Hossein, in ventiquattro ore, pareva che fosse invecchiato d'un paio
d'anni. Non era più il giovane ardente di prima, che cavalcava con
una maestria da far invidia ai più famosi cavalieri della steppa, con
quell'aria marziale che faceva tremare i banditi più audaci e che li
metteva in fuga colla sua sola presenza.
Una cupa disperazione s'era impadronita di lui, accasciandolo
completamente.
— Mio povero signore! — disse Tabriz, che l'osservava con profondo
dolore. — Si direbbe che tu disperi del tuo destino.
— La luce rosea che mi irradiava fino a poche ore or sono, io non
la scorgo più, mio buon Tabriz, — rispose il giovine, soffocando un
singhiozzo. — Mi sembra che una notte eterna mi avvolga.
— Hai torto, signore. Alla tua età non si dispera mai.
— L'amavo troppo.
— E anche Talmà t'ama.
— Come potrà resistere, povera fanciulla, lontana da me? La
costringeranno a dimenticarmi.
— Fra quattro giorni noi saremo a Kitab, signore, e tue zio è un
_beg_ troppo noto, perchè il _Beg Djura bey_ si rifiuti di renderti
giustizia.
— E se fosse stato lui a farla rapire?
— L'affare sarebbe ben diverso allora; tuttavia io non credo che il
_Beg_ abbia ora tempo per occuparsi di Talmà, se è vero che i russi
marciano già verso il khanato.
— Potessi sapere chi è il miserabile che me l'ha rapita!
— Lo scoveremo, non dubitare, padrone.
Sagadska conosce tutti i banditi della steppa e può dare qualche
preziosa informazione sulla direzione presa dalle _Aquile_.
Egli tiene molti uomini sulle rive dell'Amu-Darja per la raccolta delle
rose e quelli ci diranno se i rapitori l'hanno attraversato.