Tabriz reca qualche cosa a quest'uomo. —

Il gigante aprì un cofano e prese un piatto d'argento colmo di pezzetti

d'agnello, tagliati a dadi, arrostiti nel grasso, ed un fiasco pieno di

_kumis_, e mise l'uno e l'altro a fianco del suonatore, il quale si era

seduto sul tappeto, colle gambe incrociate e stava accordando la sua

_guzla_.

— Vi voglio narrare, miei signori, — disse finalmente il suonatore,

pizzicando dolcemente le corde di seta, — la istoria del pentolaio di

Albonaz. L'avete mai udita?

— No, — rispose il _beg_.

— Allora ascoltatemi, miei signori.

— Ai piedi della catena dell'Albonaz abitava, in un piccolo villaggio,

un mollah[5] chiamato Tafilet. Un giorno andò a trovarlo un pentolaio

che lo conosceva moltissimo, avendogli venduto sovente dei vasi.

Il mollah, che era ospitalissimo, offerse al pentolaio delle more

secche, e dei fichi, non avendo di più in casa, perchè era poverissimo;

dopo di che i due amici sdraiatisi all'ombra d'un boschetto di

melagrani che dominava un fiumiciattolo, si posero a fumare ed a

discorrere.

Ad un certo punto il pentolaio disse al mollah:

— Nella mia casa ho una ragazza che è bella come un fiore della steppa

e che ha raggiunto l'età da maritarsi; se io la potessi collocare

convenientemente, mi darebbe la libertà che da lungo tempo aspetto, e

potrei così prendere un'altra moglie, essendo morta quella che aveva

prima.

— Amico carissimo, — rispose il mollah, — io pure ho una fanciulla

il cui viso è bello come la luna, i cui capelli sembrano oro filato e

le sue labbra sono più rosse dei più bei fiori dei melagrani, sotto i

quali noi fumiamo e discorriamo.

Ma a che giovano a me le sue bellezze? Le spose, carissimo amico,

valgono ben meglio delle figliuole, perchè accudiscono con maggior cura

alle faccende di casa. —

Dopo quei discorsi i due vecchi si accordarono per scambiarsi le

loro figlie. Il pentolaio sposò quella del mollah e questi quella

dell'amico.

Disgraziatamente la figlia del pentolaio era una testolina bizzarra e,

poco dopo il matrimonio, cominciò a fare gli occhi dolci ai giovani

cacciatori dell'Albonaz, che frequentavano il villaggio durante i

giorni di mercato per vendere la selvaggina della montagna.

Il mollah, essendosene accorto, le tagliò il naso e la rimandò a casa

del padre, avvertendolo che l'aveva così conciata perchè mettesse

giudizio.

Il pentolaio, vedendosi giungere la figlia così atrocemente mutilata,

rimase molto perplesso e fece fra sè il seguente ragionamento:

— Se mia figlia si mostra nel villaggio senza naso, i ragazzi e le

donne si burleranno di me e mi chiameranno il padre della fanciulla

senza naso. Come potrò io sopportare una simile onta? —

Uccise perciò sua figlia, onde nessuno potesse deriderlo, ma poi,

assalito dai rimorsi, si disse:

— Il mollah è un gran bruto, e voglio vendicarmi di lui. —

Chiamò sua moglie e gli tenne il seguente discorso:

— Tuo padre ha tagliato il naso a mia figlia ed io per non venire

deriso l'ho uccisa.

Ora è necessario che anch'io mi vendichi ed a mia volta taglierò a te

il naso e per soprappiù anche gli orecchi e ti rimanderò a casa di tuo

padre. —

Udendo quelle parole la moglie scoppiò in un dirotto pianto e chiese a

suo marito di farle grazia per qualche giorno.

— Non te la voglio negare, — rispose il pentolaio. — Aspetterò domani e

nel frattempo affilerò meglio il mio coltello. —

Erano le undici di sera ed il pentolaio che, contrariamente alla

proibizione del Profeta beveva molto, dormiva profondamente.

La moglie che non voleva perdere nè il suo naso, nè i suoi orecchi, si

alzò dal letto senza far rumore e abbandonò la casa.

La notte era fredda, burrascosa e molto oscura, ma la figlia del mollah

sapeva dove si trovavano le tende della tribù dei Teringi, ai quali

voleva domandare protezione. Ella non ignorava che ritornando presso

suo padre questi l'avrebbe uccisa per evitare d'attaccare lite col

pentolaio e che se si fosse indirizzata alle autorità del suo paese,

queste non avrebbero preso per lei interesse alcuno e che l'avrebbero

rimandata a suo marito con quella facilità con cui si restituirebbe ad

un macellaio una pecora smarrita.

Perciò, dopo aver attraversata una immensa steppa, senza porre tempo

in mezzo, dopo di aver scalato montagne altissime e d'aver guadato

fiumi rapidissimi dalle acque gelate e di essersi smarrita molte volte,

giunse finalmente, non già presso la tribù che cercava, bensì ad un

campo russo del mar Caspio.

L'aurora spuntava e la moglie del pentolaio, figlia del mollah, era

salva. —

Qui il _mestvires_ s'interruppe per alcuni istanti pizzicando le corde

della sua _guzla_.

— E poi? — chiese Hossein, che aveva ascoltato con vivo interesse

quell'istoria.

— E poi, — disse il suonatore con un marcato accento beffardo, — sposò

il capo di una tribù turcomanna e lasciò nelle mani del suo sposo, dopo

tre soli mesi di matrimonio, il suo naso e le sue orecchie. —

E scoppiò in una risata che fece impallidire il fiero giovane.

— Che cosa vuoi concludere colla tua istoria? — chiese Hossein,

aggrottando la fronte.

— Che tutte le donne sono traditrici, — rispose il suonatore.

— E lo dici a me che sto per sposare Talmà? La tua istoria nasconde un

ammonimento o qualche cosa d'altro?

— Io non lo so, mio signore, — rispose il _mestvire_ con fare umile. —

Io narro ciò che ho imparato e nulla di più.

— Racconta qualche cosa di meglio — disse il _beg_, vedendo che il

fiero giovane stava per irritarsi maggiormente.

— I _mestvire_ della nostra steppa sono più poetici nei loro racconti,

— aggiunse poi.

Il suonatore parve che si raccogliesse, invece al di sotto delle sue

folte palpebre guardava intensamente Abei Dullah, il quale sembrava che

non si fosse affatto interessato di quella narrazione; poi votò a metà

il vaso contenente il _kumis_ e disse:

— Ascoltate questa dunque. — Accordò la chitarra, e cominciò a cantare:

— Io ho cercato la tomba della mia diletta e non ho potuto trovarla.

Ahimè! Sospiravo dicendo: Dov'è la mia diletta?... Allora io vidi una

rosa fra le spine: essa era sola, isolata. La interrogai col cuore

palpitante: Sei tu la mia diletta? La rosa, in segno d'assentimento,

trasalì ed inclinandosi dolcemente, lasciò cadere delle gocce di

rugiada simili a lagrime.

Allora un usignuolo volò sopra la mia testa e si nascose in un

cespuglio.

Indirizzandomi a lui, con voce dolce, gli chiesi:

— Sei tu la mia diletta? —

L'usignuolo stese le ali, colse col suo becco la rosa, e nel suo

melodioso linguaggio, mi rispose di sì.

Improvvisamente una bianca stella rischiarò col suo dolce fulgore

me, la rosa e l'usignuolo. Interrogai la stella, magnifica nella sua

bellezza: Sei tu la mia diletta?

Ella mi rispose con un guizzo di luce che diresse verso i miei occhi.

In quel momento l'aria mi accarezzò dolcemente il viso, sussurrandomi

agli orecchi: Ecco colei che cerchi: non inquietarti per lei. Passano

tranquillamente i giorni dal mattino alla sera, passano tranquillamente

le notti dalla sera all'aurora. L'essere che tu hai amato si è diviso

in tre: in un usignuolo, in una rosa ed in una stella! —

Il _mestvire_ si era alzato.

— La notte è oscura ed i lupi possono uscire dalle loro tane, — disse,

— ed io domani devo trovarmi dinanzi alla casa della bella Talmà e

dovrò suonare e cantare a lungo. Buona notte miei signori.

— Perchè non ti fermi qui? — chiese il _beg_. — Non mancano nè i

cuscini, nè i tappeti, e se vuoi bere e mangiare ne avrai finchè

vorrai.

— Preferisco tornare alla mia umile casetta, — rispose il suonatore. —

Ho molto da pensare per scovare nella mia testa i più bei racconti che

dovrò narrare domani dopo gli sponsali. —

Il _beg_ si levò da una tasca una borsa contenente parecchie monete e

la gettò al _mestvire_ che la prese al volo.

— Buona fortuna, mio signore — disse con un leggero accento

beffardo, guardando Hossein che si era rimesso al lavoro, strofinando

vigorosamente la canna d'una delle sue pistole.

Scambiò un rapido cenno con Abei Dullah, che stava sdraiato presso

i falchi e dopo d'aver fatto un profondo inchino, uscì, gettandosi

a bandoliera la _guzla_. Per alcuni istanti, fra i soffi del vento,

si udì il suonatore a canticchiare, poi il sussurrìo delle alte erbe

contorte dalle raffiche, coprì la sua voce.

Le Aquile della Steppa: Romanzo · 第 7 / 81 题