Il vecchio _beg_, vedendo entrare il nipote che colla sua esilità e
coi suoi lineamenti angolosi faceva una meschina figura dinanzi a suo
cugino Hossein, che era la forza e la bellezza personificata, si alzò
chiedendogli con una certa ansietà:
— Rechi forse qualche brutta nuova, Abei?
— No, padre, — rispose il giovane, cercando di sfuggire lo sguardo
indagatore del vecchio. — La carovana che porta i regali di nozze di
mio cugino, non corre alcun pericolo, quantunque sia stata segnalata,
da qualche giorno, verso il settentrione, una grossa banda di Aquile
della steppa.
— Perchè hai lasciati soli i nostri uomini? — chiese il _beg_
severamente.
— Per passare insieme a mio cugino la sua ultima notte di libertà.
Domani egli sarà unito per sempre colla fanciulla che ama, colla bella
Talmà, ed io non potrò più godere della sua gradita compagnia.
D'altronde i nostri uomini sono abbastanza numerosi per tener lontane
le Aquile. —
Quelle parole erano state pronunciate con una simulazione così sottile,
da sfuggire agli orecchi del _beg_ e anche a quelli d'Hossein.
— Il tuo cavallo è pronto per la gran corsa? Io voglio che tu mostri ai
Sarti come sono famosi i cavalieri delle steppe del Caspio.
— Sono sette giorni che non gli dò che fieno ben secco, — rispose Abei
Dullah. — Correrà come il vento, come le trombe di sabbia del deserto
turanico.
Tabriz, portami un _narghilè_ e del _kumis_. Voglio tenere compagnia a
mio cugino. —
Mentre il gigantesco turcomanno, che aveva legato il cavallo ad un
piuolo piantato presso la tenda, dove se ne trovavano altri tre di
forme splendide, recava un gran vaso contenente del latte di cammello
fermentato e una pipa di cristallo ripiena per metà d'acqua, terminante
in un cilindro concavo ripieno di quel fortissimo tabacco chiamato
tumbak, Abei si era seduto dinanzi ai falchi, scuotendo le loro catene
per svegliarli.
Hossein invece aveva ripresa la sua occupazione, mentre il _beg_
ricoricatosi sul suo largo cuscino, si era rimesso fra le labbra il
bocchino d'ambra.
Per alcuni minuti tutti rimasero silenziosi. Abei sorseggiata una
tazza di thè, accese il suo _narghilè_ e pareva che si divertisse
a stuzzicare i falchi; chi però l'avesse attentamente osservato,
l'avrebbe più volte sorpreso a contrarre le labbra con un brutto
sorriso ed a fissare insistentemente Hossein, con uno sguardo che aveva
dei lampi cupi.
Fu ancora Tabriz che ruppe il silenzio.
— È una _guzla_ che suona nella steppa, — disse.
Abei Dullah trasalì e smise bruscamente di fumare.
— Vedi nessuno? — chiese il vecchio.
— Non ancora.
— Che sia qualche suonatore o qualche canta istorie del villaggio di
Talmà? —
Hossein alzò il capo.
— Che sia la fidanzata che me lo manda? Tu sai, padre, che i Sarti
usano più che presso di noi, radunare i famosi canta istorie durante i
banchetti nuziali.
Un uomo era comparso e affrettava il passo, guidato dalla luce che
spandeva la lampada.
— Che Allah vi protegga, miei buoni signori, — disse quando fu presso
la tenda. — Lasciate che io allieti la notte del futuro sposo della
bella Talmà, la bella fra le belle.
— Avanzati, — gli disse Tabriz.
— La tenda del _beg_ Giah Agha questa notte è aperta a tutti, anche
alle Aquile della steppa, se giungono con buone intenzioni. —
Il suonatore s'appressò, pizzicando le corde della sua _guzla_ e varcò
la soglia della vasta tenda, esponendosi in piena luce.
Era lo stesso uomo che doveva più tardi sopportare lo spaventevole
supplizio inventato dalla mente infernale dei carnefici persiani.
Portava sul capo un pesante berrettone di pelle d'agnello nero, in
forma di cono tronco e indossava una lunga zimarra di panno grossolano,
di colore oscuro, che gli scendeva fino alle grosse scarpe piatte e
ferrate, colla suola alta.
Tutto il suo armamento consisteva in una specie di _jatagan_ dalla lama
assai larga; però da un certo rigonfiamento della zimarra si poteva
supporre che nascondesse sotto la fascia delle altre armi e fors'anche
delle pistole.
— Da dove vieni? — gli chiese il _beg_.
— Dalla casa della bella Talmà, mio signore, — rispose il suonatore con
fare umile e curvando il suo dorso di bisonte. — Ho suonato sotto le
sue finestre fino al tramonto del sole.
— È lei che ti manda? — chiese Hossein.
Il suonatore ebbe una breve esitazione e, prima di rispondere, diede,
di sfuggita, uno sguardo ad Abei, il quale si divertiva sempre a
stuzzicare i falchi.
— No, — disse poi.
— Come hai saputo che noi eravamo accampati qui?
— Un pastore sarto mi avvertì ed io sono venuto per allietare la vostra
veglia. Sono un povero uomo che deve approfittare delle buone occasioni
per vivere e queste non toccano tutti i giorni.
— Il mio servo ti darà da mangiare e da bere, — disse il _beg_ — e la
tua borsa non se ne andrà vuota.