Sig.ª ALVING. Avevo mio figlio; per lui sopportavo tutto. Ma a

quest’ultimo oltraggio allorchè vidi la mia propria serva.... giurai

che tutto ciò doveva finire.... Allora presi io il sopravvento nella

casa, su tutto, su lui stesso. Avevo un’arma contro di lui, vedete, ed

egli non osava più fiatare. Fu allora che mandai lontano Osvaldo. Egli

toccava già i suoi sette anni e cominciava ad osservare ed a fare delle

domande, come tutti i ragazzi. Questo io non lo potevo sopportare.

Mi parve che il bimbo dovesse avvelenarsi in quest’aria corrotta. Per

ciò ne lo allontanai. Ora potete capire perchè egli non abbia rimesso

più piede in casa, sinchè visse suo padre. Nessuno sa quanto m’abbia

costato un passo simile.

IL PAST. È innegabile che avete fatto una ben dura esperienza della

vita.

Sig.ª ALVING. Non avrei potuto resistere se non avessi avuto il mio

dovere da compiere. Ah! Ora posso dire d’aver lavorato! Tutti questi

risultati ottenuti, il podere ingrandito, migliorato, tutte queste

imprese utili di cui Alving raccolse l’onore e la gloria, credete voi

che siano opera sua? Di lui che passava le giornate intere steso sul

sofà, immerso nella lettura d’un vecchio almanacco ufficiale! No, voi

dovete sapere anche questo; io lo spingevo a fare tutto ciò nelle sue

ore di lucidità; ed ero io finalmente che ne dovevo portare tutto il

peso, allorchè egli si tuffava, com’era sua abitudine, nel disordine, o

s’inabissava in un marasmo senza nome.

IL PAST. Ed è alla memoria di tal uomo che elevate un monumento?

Sig.ª ALVING. Vedete il potere di una cattiva coscienza.

IL PAST. Cattiva?... Che volete dire?

Sig.ª ALVING. Mi parve sempre che la verità non poteva mancare di farsi

strada e divenir nota a tutti. Così questo asilo, in qualche maniera, è

destinato a far tacere ogni rancore, ad allontanare ogni sospetto.

IL PAST. E certamente avete colto nel segno, signora.

Sig.ª ALVING. Eppoi avevo ancora una ragione. Non volevo che Osvaldo,

il figlio mio, ereditasse nulla da suo padre.

IL PAST. È dunque coll’eredità di Alving che....

Sig.ª ALVING. Sì, le somme che anno per anno io consacrai a quest’asilo

formano, l’ho calcolato esattamente, l’ammontare d’un patrimonio che,

in altri tempi, faceva considerare un buon partito il luogotenente

Alving.

IL PAST. Capisco....

Sig.ª ALVING. Ora io non voglio che quel danaro passi nelle mani di mio

figlio. Egli deve ricevere tutto da me, tutto.

SCENA VI.

DETTI, OSVALDO, poi REGINA.

(_Osvaldo Alving entra dalla seconda porta di destra; egli ha lasciato

nel vestibolo soprabito e cappello_)

Sig.ª ALVING. Eccoti di ritorno mio caro, caro ragazzo (_andandogli

incontro_).

OSVALDO. Sicuro; e che c’è da fare fuori con quest’eterna pioggia? Ma

intesi dire ch’è pronto il pranzo. Oh! la buona notizia!

REGINA (_viene dal salotto da pranzo con un pacchetto in mano_). Ecco

un pacchetto per la signora (_dà l’involto alla signora Alving_).

Sig.ª ALVING (_guardando il Pastore_). Probabilmente si tratta delle

cantate per la festa di domani.

IL PAST. Hum....

REGINA. Signora, la colazione è servita.

Sig.ª ALVING. Benissimo, veniamo subito. Vorrei soltanto.... (_si dà ad

aprire il pacchetto_).

REGINA (_a Osvaldo_). Il signor Alving desidera del Porto bianco o

rosso?

OSVALDO. L’uno e l’altro, signorina.

REGINA. Benissimo.... benissimo, signor Alving. (_rientra in sala da

pranzo_).

OSVALDO. Posso aiutarvi a sturare.... (_egli la segue in sala da pranzo

la cui porta resta semiaperta_).

Sig.ª ALVING (_dopo aver aperto il pacchetto_). Ecco, sono proprio le

cantate, Pastore.

IL PAST. (_giungendo le mani_). Come avrò domani lo spirito abbastanza

libero per pronunciare il mio discorso? Davvero!...

Sig.ª ALVING. Oh! non dovete temere voi....

IL PAST. (_abbassando la voce per non venir inteso in sala da pranzo_).

Che volete, noi non possiamo ora risvegliare lo scandalo....

Sig.ª ALVING. (_abbassando la voce, ma decisamente_). No; ma sarà

la fine di questa lunga e brutta commedia. Da posdomani in poi, io

agirò come se il defunto non fosse vissuto mai in questa casa. Qui non

resterà alcun altro che mio figlio e sua madre. (_si sente in sala da

pranzo il rumore d’una sedia che cade e di parole tronche_).

(_La voce di_ REGINA, _metà stridula e metà soffocata_). Osvaldo, sei

pazzo? Lasciami!....

Sig.ª ALVING. (_retrocedendo spaventata_). Ah!...

(_Essa fissa gli occhi smarriti sulla porta semiaperta. Si sente

Osvaldo tossire e sogghignare Rumore dello sturare d’una bottiglia._)

IL PAST. (_indignato_). Che vuol dire ciò?... Che significa questo,

signora Alving?...

Sig.ª ALVING (_con voce rauca_). Degli spettri. La coppia della serra

che ritorna.

IL PAST. Che dite? Regina?... Essa sarebbe?...

Sig.ª ALVING. Sì, venite.... non una parola!...

(_Prende il braccio del Pastore e si dirige con passo malfermo verso la

sala da pranzo_.)

FINE DELL’ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO.

_La stessa scena. Il cielo è sempre coperto._

SCENA PRIMA.

_Il_ PASTORE MANDERS, _la Signora_ ALVING, OSVALDO _e_ REGINA

_internamente_.

(_Il Pastore Manders e la signora Alving escono dalla sala da pranzo_.)

Sig.ª ALVING. (_voltando la testa indietro_). Vieni, Osvaldo?

OSVALDO. No, grazie, vo’ a fare un breve giro.

Sig.ª ALVING. Sì, esci pure un po’ prima che non ricominci il cattivo

tempo (_chiude la porta della sala da pranzo, si dirige verso il

vestibolo e chiama:_) Regina!

REGINA. (_dal di fuori_). Signora?

Sig.ª ALVING. Va a dar una mano alle donne per le ghirlande.

REGINA. Sissignore.

(_La signora Alving s’assicura che Regina è uscita, poi chiude la

porta._)

IL PAST. Egli non può udir nulla di dov’è, nevvero?

Sig.ª ALVING. No, se la porta è chiusa, poi già egli se n’esce.

IL PAST. Io sono ancora fuori di me; non so come non abbia potuto

inghiottire nemmeno un boccone.

Sig.ª ALVING (_misurando a gran passi la scena e non potendo dominare

il suo turbamento_). E io neppure, ma che farci?

IL PAST. Infatti, che farci? in fede mia non lo so: ho un’esperienza

così limitata in tal genere di affari....

Sig.ª ALVING. Sono più che sicura che sinora non c’è nulla....

IL PAST. No! Dio non lo voglia! Ma ciò non toglie che simili

famigliarità siano sconvenientissime.

Sig.ª ALVING. Non si tratta che d’un capriccio di Osvaldo, ve

l’assicuro.

IL PAST. Mio Dio, lo ripeto; non sono competente in tal genere

d’affari.... Però mi sembrerebbe....

Sig.ª ALVING. Essa deve tosto lasciare questa casa, ciò è chiaro come

la luce del giorno.

IL PAST. Naturalmente....

Sig.ª ALVING. Ma ove se n’andrà?... Noi non possiamo assumerci la

responsabilità di...

IL PAST. È semplicissimo: essa se n’andrà presso suo padre.

Sig.ª ALVING. Che dite?

IL PAST. Presso suo.... Ma no.... avete ragione, Engstrand non è suo

padre. Ma, buon Dio, signora, ciò non è possibile! Vi sarete ingannata.

Sig.ª ALVING. Ahimè! Io non mi sono ingannata. Giovanna ha dovuto

confessarmi ogni cosa e Alving non potè negare. Non mi rimaneva che

soffocare la cosa.

IL PAST. Evidentemente, non c’era altro partito da prendere.

Sig.ª ALVING. La ragazza lasciò immediatamente la mia casa, dopo aver

ricevuta una somma abbastanza considerevole, quale prezzo del suo

silenzio. Una volta in città essa seppe ingegnarsi abbastanza bene.

Rinnovò la sua conoscenza col falegname Engstrand, a cui aveva lasciato

intravedere la sua ricchezza, e a cui raccontò qualche favola in cui si

trattava d’uno straniero che l’estate precedente era entrato in porto

col suo yacht. Ed ecco come quei due si sposarono dall’oggi al dimani.

Anzi siete stato voi stesso a consacrare la loro unione.

IL PAST. Ma come spiegare?... Mi ricordo benissimo l’attitudine di

Engstrand, allorchè venne a trovarmi pel suo matrimonio. Egli era così

avvilito, e si rimproverava con tant’amarezza il fallo commesso da lui

e dalla sua compagna....

Sig.ª ALVING. Prendersi lui ogni responsabilità era il meglio che gli

rimanesse a fare.

IL PAST. Ma tanta dissimulazione, e con me! Non me la sarei aspettata

da parte di Giacomo Engstrand. Ah! Me ne renderà conto, oh sì, e

seriamente. Eppoi, quanta immoralità in simile unione! Per un po’ di

denaro! A quanto poteva ammontare la somma di cui disponeva la ragazza?

Sig.ª ALVING. A trecento scudi.

IL PAST. Guardate un po’! per trecento miserabili scudi, si sposa una

donna perduta!

Sig.ª ALVING. E che dite di me allora che acconsentii a sposare un uomo

perduto?

IL PAST. Ma, Dio mi perdoni!... Che dite mai?... Un uomo perduto!

Sig.ª ALVING. Credereste voi per caso che Alving quando mi condusse

all’altare fosse più puro di Giovanna quando sposò Engstrand?

IL PAST. Il caso è affatto diverso....

Sig.ª ALVING. Non tanto. Solo il prezzo differiva: in un caso trecento

miserabili scudi.... nell’altro un patrimonio.

IL PAST. Ma vediamo! Come potete voi paragonare due cose così diverse?

Non avevate voi attinto consiglio da parecchi, e scrutato il vostro

cuore?

Sig.ª ALVING (_senza guardarlo_). Io credevo che aveste compreso ove si

fosse smarrito in quell’epoca questo cuore, come lo chiamate voi.

IL PAST. (_con austerità_). Se l’avessi compreso, non sarei divenuto

l’ospite giornaliero della casa di vostro marito.

Sig.ª ALVING. Insomma, ciò che so di certo si è che non m’ero

consultata affatto.

IL PAST. Bene; ma avete seguito il consiglio dei vostri parenti più

prossimi: di vostra madre, e delle vostre due zie.

Sig.ª ALVING. È vero. Furono esse a concludere l’affare e non io. Erano

così convinte che sarebbe stata follia il rifiutare un’offerta simile!

Se mia madre potesse ora rialzare il capo e vedere a che ne siamo

ridotti!

IL PAST. Nessuno può essere responsabile delle conseguenze. Ciò che

v’è di certo si è che il vostro matrimonio venne concluso secondo ogni

buona regola.

Sig.ª ALVING. (_alla finestra_). Ah! Quella regola! quella regola! Mi

sembra talora sia essa la cagione di tutte le sventure di questo mondo.

IL PAST. Signora Alving, ora commettete un peccato.

Sig.ª ALVING. Può essere; ma tutti questi legami, tutti questi riguardi

mi sono divenuti insopportabili. Io non posso.... Voglio emanciparmene,

voglio la libertà!

IL PAST. Che intendete dire?

Sig.ª ALVING. (_picchiando sur un vetro_). Non avrei dovuto gettare un

mantello pietoso sulla vita d’Alving. Ma non osavo agire altrimenti,

anche per una considerazione personale, tanto ero vile.

IL PAST. Vile?...

Sig.ª ALVING. Se si fosse saputo qualche cosa, si sarebbe detto:

Pover’uomo! Come potrebbe fare altrimenti con una moglie che fugge?

IL PAST. Infatti avrebbero avuto diritto di parlare così.

Sig.ª ALVING (_guardandolo fissamente_). S’io fossi stata quella che

avrei dovuto essere, avrei detto segretamente ad Osvaldo: Ascoltami,

figlio mio, tuo padre era un uomo perduto....

IL PAST. Misericordia!...

Sig.ª ALVING. Gli avrei narrato tutto quello che narrai a voi; nè più

nè meno.

IL PAST. Signora, finirò coll’andarmene in collera con voi.

Sig.ª ALVING. Lo so, lo so. Io stessa sono in collera con me stessa

(_allontanandosi dalla finestra_) tanto sono vile.

IL PAST. E voi chiamate viltà l’adempiere al vostro dovere? Avete

dimenticato che un figlio deve amore e rispetto ai suoi genitori?

Sig.ª ALVING. Non facciamo teorie. Una sola domanda: Osvaldo deve amare

e rispettare il ciambellano Alving?

IL PAST. Non c’è un sentimento di madre in voi che vi proibisca di

spezzare l’ideale di vostro figlio?

Sig.ª ALVING. E la verità, dunque?

IL PAST. E l’ideale, dunque?

Sig.ª ALVING. Ah! L’ideale, l’ideale! Se fossi un po’ più coraggiosa di

quanto lo sono!

IL PAST. Non gittate le pietre contro l’ideale, signora, poichè questo

si vendica crudelmente. Qui si tratta d’Osvaldo, e Osvaldo, ahimè, non

è troppo ricco d’ideali: ma da quanto potei vedere, ne esiste uno per

lui: suo padre!

Sig.ª ALVING. In ciò non v’ingannate.

IL PAST. E tale sentimento voi stessa l’avete risvegliato e nutrito

colle vostre lettere.

Sig.ª ALVING. Sì, io fui la schiava del dovere e dei riguardi: e

così per anni interi ho mentito innanzi a mio figlio. Oh! Vigliacca,

vigliacca che fui!

IL PAST. Voi avete creata un’illusione salutare nell’animo di vostro

figlio, signora Alving, e certamente questo non è un bene di poco

valore.

Sig.ª ALVING. Hum! Chissà s’è un bene? In quanto ad una relazione con

Regina, io non ne voglio sapere, egli non deve trastullarsi col cuore

di questa povera ragazza....

IL PAST. Ah! Buon Dio! No, sarebbe orribile.

Sig.ª ALVING. S’io sapessi ch’egli ha delle intenzioni serie, e che ci

va della sua felicità....

IL PAST. Di che?... Non capisco.

Sig.ª ALVING. Ma questo non è il caso, perchè purtroppo Regina non ci

si presta.

IL PAST. Come?... Che volete dire?...

Sig.ª ALVING. S’io non fossi così vile, mi sarebbe dolce potergli dire:

Sposala o fate come volete; badate però che non ci sia inganno.

IL PAST. Misericordia! Un matrimonio regolare in tali condizioni! Una

cosa così orribile.... così inaudita!...

Sig.ª ALVING. Inaudita?... Mettetevi la mano sul cuore, Pastore,

non credete che a noi d’intorno, nel nostro paese, non ci sia più

d’un’unione di simil genere?...

IL PAST. Non vi capisco più.

Sig.ª ALVING. Ma sì....

IL PAST. Suvvia! Voi pensate a dei casi eccezionali, in cui.... ahimè,

la vita di famiglia non è purtroppo sempre così pura come dovrebbe

essere. Ma un fatto come quello a cui alludete, non si sa mai....

almeno con certezza. Qui invece.... potreste volere, voi, una madre,

che....

Sig.ª ALVING. Ma io non lo voglio affatto; a nessun costo vorrei

acconsentirci; è precisamente quello che dico.

IL PAST. Perchè siete vile, come dite voi stessa. Se non foste vile....

Bontà divina! Un’unione simile!

Sig.ª ALVING. Eh! Sembra che noi tutti discendiamo da unioni di questo

genere. E chi ha istituito queste cose, Pastore?

IL PAST. Con voi, signora, io non tratto di simili argomenti. Siete ben

lungi dall’essere nella disposizione necessaria. Però quando osate dire

che c’è viltà da parte vostra a....

Sig.ª ALVING. Ascoltatemi, e sappiate com’io la pensi. Io sono timida,

ho paura, perchè c’è in me qualche cosa.... qualche cosa che mi

opprime, dei ricordi terribili che mi afferrano come spettri da cui non

posso liberarmi.

IL PAST. Come avete detto, signora Alving?

Sig.ª ALVING. Quando intesi là, Regina ed Osvaldo, mi parve ad un

tratto che tutto il passato mi si rizzasse innanzi. Ma io sto quasi per

credere, Pastore, che noi siamo tutti spettri. Non è soltanto il sangue

dei nostri genitori che corre in noi, ma c’è inoltre una specie d’idea

distrutta, una credenza morta, e tutto ciò che ne risulta, e questo non

è vitale, è vero, ma ciò nullameno se ne sta in fondo a noi stessi, e

mai non riusciamo a liberarcene. S’io prendo un giornale e mi metto

a leggere, ecco sorgermi dei fantasmi tra linea e linea. Mi sembra

quasi che tutto il paese sia popolato di fantasmi, e che questi siano

numerosi come le arene del mare. Eppoi tutti noi, quanti siamo, abbiamo

tanta paura della luce!

IL PAST. Ecco il frutto delle vostre letture. Bel frutto, davvero! Ah!

Quei libri abbominevoli, scritti rivoltanti di liberi pensatori!

Sig.ª ALVING. V’ingannate, Pastore. Colui che mi spinse a riflettere,

foste voi, e ve ne sono riconoscentissima.

IL PAST. Io?

Sig.ª ALVING. Sì. Allorchè m’avete piegata al dovere, come lo

chiamavate voi, allorchè avete vantato come giusto, ciò contro cui

tutto il mio essere si ribellava, cominciai ad esaminare la stoffa dei

vostri insegnamenti. Non volevo toccare che un sol punto; ma disfatto

questo, tutto il resto si scucì, e vidi allora che le vostre cuciture

erano fatte a macchina.

IL PAST. (_lentamente, con emozione_). Sarebbe questo il premio della

lotta più aspra della mia vita?

Sig.ª ALVING. Dite piuttosto della più deplorevole delle vostre

sconfitte.

IL PAST. Elena, quella fu la mia più grande vittoria: un trionfo su me

stesso.

Sig.ª ALVING. Un delitto verso noi due.

IL PAST. Che? Allorchè vi supplicai, allorchè vi dissi: «Donna,

ritornate presso colui ch’è vostro sposo innanzi alla legge», mentre

voi tutta smarrita eravate venuta in mia casa gridando: «Eccomi,

prendetemi!» è questo che voi chiamate un delitto?

Sig.ª ALVING. A parer mio, sì.

IL PAST. Noi due non siamo destinati a comprenderci mai.

Sig.ª. ALVING. Ad ogni modo, non ci comprendiamo più!...

IL PAST. Mai.... mai: nei miei pensieri i più reconditi, io non v’ho

considerata che come la moglie d’un altro.

Sig.ª ALVING. Ne siete ben sicuro?

IL PAST. Elena!

Sig.ª ALVING. È così facile dimenticare ciò che riguarda sè stessi.

IL PAST. Non tanto. Io sono quello che sono sempre stato.

Sig.ª ALVING (_mutando tono_). Bene, bene, non parliamo più dei tempi

passati. Ora voi siete immerso sin alla gola nei comitati e nelle

direzioni, e io sono qui a lottare cogli spettri, dentro e fuori.

IL PAST. Quanto a quelli fuori, potrò aiutarvi a vincerli. Dopo tutto

ciò ch’ebbi a udire oggi, non posso in coscienza lasciare dippiù in

vostra casa una giovanetta inesperta.

Sig.ª ALVING. Non vi pare che sarebbe bene trovarle una posizione?

Intendo dire.... qualche buon partito.

IL PAST. Senz’alcun dubbio. Ciò sarebbe desiderabile per lei sotto

ogni riguardo. Regina raggiunse l’età, in cui.... buon Dio! non so come

spiegarmi, allorchè si trattano argomenti simili, ma....

Sig.ª ALVING. Regina si sviluppò presto.

IL PAST. Nevvero? Mi pare infatti ch’essa fosse già molto bene

sviluppata allorchè la preparai alla comunione. Ma intanto è necessario

ch’essa se ne ritorni a casa sua. Sotto gli occhi del padre.... Ma

no.... Engstrand non è... Ma come potè egli nascondermi siffattamente

la verità? (_si picchia alla porta del vestibolo_)

Sig.ª ALVING. Chi può essere? Avanti.

SCENA II.

DETTI, ENGSTRAND.

ENGS. (_vestito da festa sull’ingresso_). Perdonate, scusate, ma....

IL PAST. Ah! ah! Hm....

Sig.ª ALVING. Siete voi, Engstrand?

ENGS. Le ragazze non c’erano, sicchè dovetti prendermi l’estrema

libertà di picchiare alla porta.

Sig.ª ALVING. Bene, bene, entrate. Avete a dirmi qualche cosa?

ENGS. No, grazie: è col signor Pastore che vorrei scambiare una parola.

IL PAST. (_misurando a gran passi la scena_). Con me? È con me che

volete parlare? Con me, nevvero?

ENGS. Sì, vorrei....

IL PAST. (_arrestandosi innanzi a lui_). Ebbene, posso saper di che si

tratta?

ENGS. Mio Dio, ecco tutto, signor Pastore: ora laggiù è il momento

della paga. Mille grazie, signora. Ed ecco tutto pronto. Allora pensai

che sarebbe conveniente per noi che lavorammo uniti per tanto tempo....

pensai.... che si potrebbe, mi pare, finire con una piccola riunione

religiosa.

IL PAST. Una riunione, laggiù nell’asilo?

ENGS. Sì, a meno che il signor Pastore non ci trovasse qualche cosa a

ridire, chè allora....

IL PAST. Non posso trovarvi nulla a ridire, io.... ma.... Hm....

ENGS. Era mia abitudine di formare la sera di simili riunioni....

IL PAST. Davvero?

ENGS. Sì, di tanto in tanto, un breve esercizio pio, ma io non sono che

un essere umile e grossolano, e non ho i doni necessarii.... che Dio vi

aiuti.... Allora pensai: poichè il signor Pastore era qui....

IL PAST. È che, vedete, maestro Engstrand, avrei prima una domanda da

farvi. Siete voi nelle necessarie disposizioni richieste per simile

riunione? Avete voi la coscienza pura e tranquilla?

ENGS. Oh! Che Dio mi perdoni.... non vale la pena di occuparsi della

mia coscienza, signor Pastore.

IL PAST. Al contrario, è precisamente di questa ch’io voglio trattare.

Vediamo che avete a rispondere?

ENGS. Eh, la coscienza può talora trovarsi in difetto.

IL PAST. Meno male che ne convenite. Ma vorreste dirmi, francamente,

che significa tutta quella storia di Regina?

Sig.ª ALVING (_vivamente_). Pastore Manders!

IL PAST. (_facendo un gesto per calmarla_). Lasciatemi fare.

ENGS. Regina?... Signore! Mi fate paura! (_guarda la signora Alving_)

Non è accaduto nulla di male a Regina?

IL PAST. Giova sperarlo. Ma io intendo parlarvi della vostra situazione

verso Regina. Vi si ritiene suo padre, nevvero? Ebbene?

ENGS. (_esitando_). Hm! Il signor Pastore conosce benissimo ciò che

avvenne tra me e la povera Giovanna.

IL PAST. È inutile nascondere più oltre la verità. La vostra defunta

moglie rivelò tutto alla signora Alving, prima di lasciare il suo

servizio.

ENGS. Oh! Che il.... Davvero fece ciò?

IL PAST. Eccovi adunque smascherato, Engstrand.

ENGS. Ed essa che aveva giurato e scongiurato....

IL PAST. E voi per tanti anni mi avete celata la verità! L’avete celata

a me che vi avevo dimostrato tanta fiducia in tutto e sempre!

ENGS. Ahimè! Pur troppo feci tutto ciò.

IL PAST. Ho io meritato che m’ingannaste Engstrand? Non m’avete trovato

sempre pronto ad assistervi e colle parole e coi fatti, sinchè era in

mio potere farlo? Rispondete, non è forse vero?

ENGS. Infatti, quante volte mi sarei trovato nel massimo imbarazzo

senza il vostro aiuto!...

IL PAST. Ed è così che mi compensate! M’avete fatto fare una falsa

iscrizione nella parrocchia, e per tanti anni non m’avete dato alcun

schiarimento, come avreste dovuto fare per amore del vero. La vostra

condotta, Engstrand, non è scusabile, e, da oggi in poi, tutto

dev’essere finito tra noi due!

ENGS. Purtroppo, avete ragione.

IL PAST. Sì, perchè in qual modo potreste giustificarvi?

ENGS. Ma come potè essa confessarvi la sua vergogna? Vediamo, signor

Pastore, mettetevi nei panni della povera Giovanna....

IL PAST. Io!...

ENGS. Mio Dio! Non è poi che una semplice supposizione. Voglio dire,

supponiamo che il signor Pastore avesse da nascondere qualche cosa di

vergognoso, agli occhi del mondo, come si suol dire. Noialtri uomini

non dobbiamo troppo affrettarci a condannare una povera donna, signor

Pastore.

IL PAST. Non accuso vostra moglie, io.

ENGS. Mi permette il signor Pastore di fargli una sola domanda?

IL PAST. Dite pure.

ENGS. Il dovere di un uomo non è forse di rialzare ogni povera creatura

che cade?

IL PAST. Evidentemente.

ENGS. Ed un uomo non è tenuto a fare onore alla sua parola?

IL PAST. Sì, ma....

ENGS. Dopo la sua sventura, dopo il fatto di quell’inglese che forse

era un americano o un russo, Giovanna venne in città. La povera ragazza

mi aveva già respinto parecchie volte, perchè essa non aveva occhi per

le cose belle, e io avevo la mia infermità alla gamba. Eh! Sicuro!

Il signor Pastore rammenta l’accidente toccatomi: un giorno m’ero

avventurato in un ballo ove i marinai si compiacevano nell’ebbrezza

e nel delirio. Avendo io voluto persuadere quella gente a percorrere

un’altra via....

Sig.ª ALVING. (_alla finestra_). Hm....

IL PAST. Lo so, me l’avete già raccontato: quella gente grossolana vi

fece precipitare da tutta la scala. La vostra infermità vi fa onore.

ENGS. Non ne vado altero per questo, signor Pastore. Volevo dunque

raccontarvi come Giovanna venne a confidarsi a me; piangeva,

si lamentava.... Posso dirlo, signor Pastore, simili lamenti mi

straziavano l’animo.

IL PAST. Dite davvero? Continuate.

ENGS. Allora io le dissi: «il tuo americano è già in alto mare da lungo

tempo, e tu, Giovanna, hai commesso un fallo, sei una creatura perduta.

Per fortuna c’è Giacomo Engstrand solido sulle sue gambe.» Questo non

era che un modo di dire, si capisce.

IL PAST. Vi capisco benissimo; però continuate.

ENGS. Ebbene, io la rialzai e la sposai perchè nessuno potesse supporre

il suo fallo.

IL PAST. In ciò agiste nobilmente. Però quello che non so approvare si

è che vi siate abbassato ad accettare quel danaro....

ENGS. Del denaro, io?... Neppur un soldo.

IL PAST. (_interrogando con lo sguardo la signora Alving_). Ma!...

ENGS. Ah! Sì!... Aspettate un momento, mi ricordo: Giovanna aveva

qualche soldo è vero, però io non ne volli mai sentir parlare... Puh!

dicevo, Mammone è il prezzo del peccato; quest’oro miserabile....

forse delle banconote? Non ne so nulla.... Lo getteremo in faccia

all’americano. Ma egli, signor Pastore, era scomparso al di là dei mari

o tra le nuvole.

IL PAST. Davvero, mio bravo Engstrand?

ENGS. Sicuro. Allora Giovanna ed io decidemmo che tale denaro doveva

servire per la creatura; e così fu, ed io posso ora renderne conto sino

all’ultimo quattrino.

IL PAST. Ma allora la cosa cangia d’aspetto.

ENGS. La cosa fu proprio così, signor Pastore, ed ora posso dirlo, io

son stato un vero padre per Regina, per quanto stava in me, giacchè io

non sono pur troppo che un povero storpio.

IL PAST. Via, via, mio caro Engstrand....

Spettri: dramma in tre atti · 第 2 / 5 段