Sig.ª ALVING. Infatti non dovete esporvici.

SPETTRI

DRAMMA IN TRE ATTI

DI

ENRICO IBSEN

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_Chi intende valersi di questa traduzione per la recita,

deve assolutamente ottenerne il permesso dalla_ SOCIETÀ

ITALIANA DEGLI AUTORI, _Corso Venezia, 6, Milano_.

Tip. Treves e Rovida. — 1913.

PERSONAGGI.

La signora ELENA ALVING, vedova del capitano e

ciambellano Alving.

OSVALDO ALVING, pittore, suo figlio.

IL PASTORE MANDERS.

ENGSTRAND, falegname.

_Regina Engstrand_, cameriera della signora Alving.

_L’azione si svolge in campagna, presso la signora Alving, sulla riva

d’uno dei grandi fiords della Norvegia settentrionale._

ATTO PRIMO.

_Un’ampia stanza che dà sul mare. Porta a sinistra. Due porte a destra.

Nel mezzo della stanza una tavola rotonda circondata da seggiole; sulla

tavola libri, riviste e giornali. Sul davanti a sinistra una finestra

innanzi a cui sta un sofà e un tavolino da lavoro. Nel fondo una serra

a vetri, in comunicazione colla stanza. A destra della serra una porta

dalla quale si esce per discendere sulla spiaggia. Dietro i vetri il

fiord appare melanconico attraverso un velo di pioggia._

SCENA I.

ENGSTRAND e REGINA.

(_Engstrand se ne sta presso la porta che mena alla spiaggia. Egli

ha la gamba sinistra più corta dell’altra e sotto il piede una suola

di legno. Regina con un inaffiatoio vuoto in mano, cerca d’impedirgli

d’entrare_).

REGINA (_a mezza voce_). Che vuoi? Non moverti. Sei tutto grondante di

pioggia.

ENGS. È la pioggia del buon Dio, figlia mia.

REGINA. Di’ piuttosto una pioggia del diavolo.

ENGS. Buon Gesù come parli, Regina! (_fa alcuni passi zoppicando_)

Ascoltami, volevo dirti....

REGINA. Ehi, galantuomo non fate tanto rumore col piede! Il padroncino

dorme quassù, proprio sopra noi.

ENGS. Ancora dorme? Di pieno giorno?

REGINA. Questo non ti riguarda.

ENGS. Iersera sono stato un po’ allegro con degli amici.

REGINA. Non fo fatica a crederlo.

ENGS. Che vuoi, figlia mia, siamo uomini, siamo deboli....

REGINA. Oh! Questo è verissimo.

ENGS. E le tentazioni sono tante in questo basso mondo. Eppure Dio sa

ch’io era già al mio lavoro stamane alle cinque e mezzo.

REGINA. Va bene, va bene. E se te n’andassi ora? Non voglio restarmene

qua in _rendez-vous_ con te.

ENGS. Che dici? Non vuoi che?... Non ho ben capito.

REGINA. Non voglio che t’incontrino qui. Vattene per la tua strada.

ENGS. (_facendo alcuni passi verso di lei_) Mio Dio, no, non me n’andrò

sinchè non t’avrò parlato. Oggi terminerò il mio lavoro laggiù, alla

scuola di cui si sta per finire la costruzione, e me ne ritornerò in

città, a casa mia, col battello di questa notte.

REGINA (_tra i denti_). Buon viaggio.

ENGS. Grazie dell’augurio, bimba mia. Domani si inaugura l’asilo,

vi sarà quindi banchetto e gozzoviglie inaffiate da buon vino.

Ora, nessuno deve dire che Giacomo Engstrand non può resistere alla

tentazione allorchè questa si presenta.

REGINA. Quanto a ciò!...

ENGS. Sicuro, domani si troveranno qui molte persone dabbene. Ci sarà

anche il pastore Manders, nevvero?

REGINA. Egli arriva oggi.

ENGS. Vedi! Pensa s’io vorrei che avesse qualche motivo di lamentarsi

di me.

REGINA. Ah! Capisco di che si tratta! Veh! Veh!

ENGS. Che c’è?

REGINA (_fissandolo negli occhi_). Che vuoi dare ad intendere di nuovo

al pastore Manders?

ENGS. Zitta! Sei pazza? Io dare ad intendere cose non vere al pastore

Manders? Ah! No! Il pastore Manders è stato troppo buono con me. Ma ci

allontaniamo da ciò che volevo dirti; questa sera dunque faccio ritorno

a casa.

REGINA. Tanto meglio! Quanto più presto partirai....

ENGS. Sì, ma voglio condurti via con me, Regina.

REGINA (_guardandolo un istante attonita_). Vuoi condurmi via con te?

Ma che intendi dire?

ENGS. Intendo dire che voglio averti presso di me, in casa mia.

REGINA (_con aria di scherno_). Mai!

ENGS. Oh! Lo vedremo.

REGINA. Sì, sì, lo vedremo, puoi contarci. Io allevata presso la

signora Alving, la vedova del ciambellano?... Io che fui trattata

sinora quasi come una figlia di casa? Io, andrei ad abitare con te?...

In una casa come la tua? Orrore!...

ENGS. Ah! Diavolo! Che sarebbe a dire? Ti ribelleresti ora a tuo padre,

figlia mia?

REGINA (_a mezza voce, senza guardarlo_). Hai ripetuto fin troppo ch’io

non ero nulla per te.

ENGS. Bah! Non ci pensare....

REGINA. Quante volte m’hai chiamata una.... Che orrore!

ENGS. No, giusto cielo, no, io non mi sono servito mai di una

parolaccia simile.

REGINA. Non dubitare; me le ricordo perfettamente le tue parole.

ENGS. Ma forse quando ero un po’ brillo.... Il mondo offre tante

tentazioni, Regina....

REGINA. Puh!

ENGS. Eppoi la colpa è di tua madre che voleva aver sempre ragione....

Dovevo pur trovare qualche spediente per vincerla. Essa faceva sempre

la smorfiosa. (_imitando_) «Te ne prego, Engstrand! lasciami stare! Ho

servito per tre anni in casa del ciambellano Alving a Rosenvold, io.»

(_sorridendo_) Ah! Buon Gesù! Non c’era caso di farle dimenticare che

il capitano era stato promosso ciambellano nell’epoca in cui essa si

trovava al suo servizio.

REGINA. Povera mamma! Non t’ha incomodato per molto tempo.... quante

glie n’hai fatte passare!

ENGS. (_con un movimento che lo fa zoppicare_). Si capisce, la colpa è

sempre mia.

REGINA (_voltandosi da un lato a mezza voce_). Ouf! Eppoi, codesta

gamba!

ENGS. Che dici figlia mia?

REGINA. _Pied de mouton._

ENGS. Quest’è inglese?

REGINA. Già.

ENGS. Già, già; sei divenuta una sapientona, qui. Sto pensando, Regina,

che ciò potrebbe fare al caso nostro.

REGINA (_dopo breve silenzio_). E che vuoi tu ch’io me ne venga a fare

con te in città?

ENGS. È egli permesso chiedere ciò che vuol fare un padre della

sua unica creatura? Non sono io vedovo, ciò che significa solo e

abbandonato?

REGINA. Ah! Lasciami un po’ in pace colle tue frottole. Perchè devo

venirmene in città con te?

ENGS. Ebbene, te lo dirò: un’idea, qualche cosa di nuovo che vorrei

tentare.

REGINA. Non sei alla tua prima prova, ma la ti è andata sempre male....

ENGS. Vedrai questa volta, Regina! Che il diavolo mi porti....

REGINA (_picchiando col piede_). Zitto, zitto!

ENGS. (_vivamente_). Hai ragione. Volevo soltanto dirti una cosa;

dacchè lavoro in questo nuovo asilo riescii a metter da parte un po’ di

danaro.

REGINA. Davvero? Tanto meglio per te.

ENGS. Che potrei fare del mio capitale qui nel villaggio?

REGINA. Continua.

ENGS. Ebbene, ho pensato, intendi, di collocare questo denaro in modo

che mi possa rendere qualche cosa. Vorrei tentare d’aprire una specie

d’albergo pei marinai.

REGINA. Puh!

ENGS. So io quello che intendo: un albergo come si deve, non già una

bettolaccia.... No, per Bacco; dovrebbero venirvi soltanto i capitani

di vascello, i piloti, ecc., insomma quanto v’ha di meglio fra quella

gente.

REGINA. E io dovrei?...

ENGS. Tu mi aiuteresti; tanto per l’apparenza, si capisce; certo non

vorrei vederti faticare, ah no, per l’inferno! Tu faresti tutto ciò che

ti piace.

REGINA. Ah! Benissimo.

ENGS. Ma in una casa ci vuole la donna, ciò è chiaro come la luce del

sole. La sera bisognerebbe divertirsi un pochino, con della musica,

del ballo, e tutto quello che segue. Pensa, figlia mia, tutti questi

uomini di mare lanciati là, sul vasto oceano (_avvicinandosi a lei_).

Vediamo, Regina, non fare la stupida, non voler far torto a te stessa.

Che diverrai qui? Cosa potrà giovarti che la signora abbia speso del

suo per renderti sapiente?... M’hanno detto che andrai a sorvegliare

i bambini del nuovo asilo. Ma è questo un lavoro per te? mi domando.

Vorresti sacrificare la tua salute per quei monellucci?

REGINA. No, e se tutto andasse secondo i miei desiderî, so

benissimo.... In fede mia, ciò può ben avvenire; ciò può avvenire!

ENGS. Ch’è mai che può avvenire?

REGINA. È un affare che non ti riguarda. E a quanto ammonterebbero le

tue economie?

ENGS. Si tratta d’un sette od ottocento corone.

REGINA. Non c’è gran male.

ENGS. Sarà in ogni caso abbastanza per incominciare, figlia mia.

REGINA. E non pensi di darmi nulla di tutto quel denaro?

ENGS. No, per Dio, non vi penso affatto.

REGINA. Nemmeno un po’ di stoffa per un vestitino? Nemmeno questo?

ENGS. Seguimi e vestiti ne avrai quanti ne vorrai.

REGINA. Basta! Saprei ingegnarmi da sola, se ne avessi volontà.

ENGS. Regina, la mano d’un padre saprà sempre guidarti meglio. Ora che

parliamo, posso avere una casa molto conveniente nella piccola via del

Porto. Non occorre una gran somma per acquistarla. E, vedi, si potrebbe

farne una specie di ricovero pei marinai.

REGINA. Ma io non voglio seguirti. Non v’è nulla di comune tra noi.

Vattene.

ENGS. Non rimarresti a lungo con me. Diamine! no certo, bimba mia. Non

avrò questa fortuna. Certamente non avresti che a guardarti attorno....

Una bella ragazza come te, poichè ti sei fatta bellina in questi ultimi

anni....

REGINA. Ebbene?

ENGS. Non passerebbe molto tempo, che si vedrebbe capitare un pilota,

in fede mia, fors’anco un capitano....

REGINA. Non voglio sposarmi con persone di quella razza. I marinai non

hanno _savoir-vivre_.

ENGS. Non hanno che....

REGINA. Ti dico che li conosco. Non sono persone che si possono sposare.

ENGS. Ma non c’è poi bisogno di sposarsi. Si può trovare maggior

profitto altrimenti. (_confidenzialmente_) Tu conosci l’inglese?...

l’Inglese del yacht.... ebbene egli pagò trecento scudi, ed essa non

era certo tanto bella come te.

REGINA. (_minacciosa_). Esci di qui!

ENGS. (_retrocedendo_). Andiamo andiamo! Non vorrai picchiarmi, credo!

REGINA. Se parli della mamma, picchio. Esci, ti ripeto. (_lo spinge

verso la porta che conduce alla spiaggia_) E non battere gli usci....

il giovane signor Alving....

ENGS. Bah! Egli dorme. È curioso come ti occupi del giovane signor

Alving.... (_abbassando la voce_) Oh, oh! ci sarebbe dubbio ch’egli...?

REGINA. Vattene, e al più presto. Tu sragioni. No, no da questa parte.

Ecco il pastore Manders che s’avanza. Presto, infila la scala della

cucina.

ENGS. (_passando a destra_). Bene, bene, ce n’anderemo. Ma parla un

po’ con costui. Egli è uomo capace di dirti ciò che una figlia deve a

suo padre. Perchè sai, in fin dei conti già io sono tuo padre. Posso

provartelo coi registri della parrocchia. (_egli esce dall’altra porta

che Regina ha aperto e ch’essa richiude dietro di lui_).

REGINA. (_getta un’occhiaia allo specchio, si fa vento col grembiule,

riordina il nastro del suo colletto; poi si mette a disporre i fiori_).

SCENA II.

REGINA e il PASTORE MANDERS.

(_Il Pastore Manders entra dalla serra in mantello; ha in mano un

ombrello, e a tracolla una borsetta da viaggio_).

IL PAST. Buon giorno, signorina Engstrand.

REGINA (_voltandosi con un’aria di lieta sorpresa_). Oh!... Buon

giorno, signor Pastore. Il battello è già arrivato?

IL PAST. Or ora. (_risale la scena_) Com’è noiosa questa pioggia che

continua da tanti giorni!

REGINA (_camminando dietro a lui_). Per la gente di campagna, è un

tempo benedetto, signor Pastore.

IL PAST. Avete ragione. Noi non ci pensiamo, noi altri cittadini.

(_leva lentamente il soprabito_)

REGINA. Permettete che v’aiuti? Là! Dio mio! Come è bagnato! Aspettate,

lo appenderò in anticamera. L’ombrello poi lo aprirò per farlo

asciugare. (_Esce con questi oggetti dalla porta di destra. Il Pastore

si toglie la borsa da viaggio e la depone sur una sedia presso il

cappello. Mentr’è occupato Regina rientra_).

IL PAST. Com’è piacevole il trovarsi al coperto! Vediamo! Qui va tutto

bene?

REGINA. Sì, grazie.

IL PAST. Ma dovete avere un gran daffare in casa, ritengo, per la

solennità di domani.

REGINA. Eh! Sicuro! Il lavoro non manca.

IL PAST. La signora Alving c’è, spero....

REGINA. C’è, ma si trova di sopra, occupata a preparare il cioccolatte

pel signorino.

IL PAST. Ah, sicuro! Allo sbarco mi fu detto che Osvaldo era ritornato.

REGINA. Arrivò l’altr’ieri, mentre non lo si aspettava che oggi.

IL PAST. È fresco e sano, spero....

REGINA. Grazie, sta bene. Però il viaggio l’ha stancato assai. È venuto

da Parigi tutto d’un fiato; intendo dire che venne sempre nel medesimo

treno. Ora credo che stia riposando. Forse faremmo meglio a parlare un

po’ a bassa voce.

IL PAST. Zitti! Non facciamo rumore.

REGINA. Intanto, accomodatevi, signor Pastore. (_egli siede; essa gli

spinge uno sgabello sotto i piedi_) Là, va bene così, signor Pastore?

PAST. Grazie, grazie, sto benissimo. (_guardandola_) Sapete, signorina

Engstrand, che mi sembrate molto cresciuta, dacchè vi vidi l’ultima

volta....

REGINA. Il signor Pastore trova? Anche la signora dice che mi sono

sviluppata.

PAST. Sviluppata? Hum! Mi pare di sì.

(_Un istante di silenzio._)

REGINA. Forse desiderate che avverta la signora?

PAST. Grazie, non c’è fretta, figlia mia. Ma ditemi un po’, Regina, in

che rapporti siete ora con vostro padre?

REGINA. Grazie, signor Pastore, così, così, non troppo male.

PAST. Egli fu da me l’ultima volta che venne in città.

REGINA. Davvero? Egli è sempre così felice, quando può parlare al

signor Pastore.

PAST. E voi scendete talora durante il giorno per vederlo?

REGINA. Io? Sicuro, vado a vederlo appena ho un momento libero.

PAST. Vostro padre, signorina Engstrand, non è una natura forte. Egli

ha bisogno d’una mano che lo guidi.

REGINA. È probabile.

PAST. Egli ha bisogno di qualcuno presso di sè da poter amare, e sul

cui giudizio affidarsi. Me lo confessò con sincera fiducia l’ultima

volta che venne a trovarmi.

REGINA. Ne tenne parola anche a me. Ma io non so se la signora Alving

mi lascierebbe partire, specialmente ora che dobbiamo dirigere il nuovo

asilo. E anch’io non saprei decidermi a lasciare la signora Alving che

fu sempre così buona con me.

IL PAST. Ma il dovere di figlia, mia cara.... Beninteso che prima

bisognerebbe ottenere il consenso della vostra padrona.

REGINA. Inoltre non so se sia conveniente, alla mia età, il governare

la casa di un uomo solo.

IL PAST. Ma che dite!... signorina mia cara, poichè si tratta di vostro

padre....

REGINA. Può essere, però.... Ah! se avessi in vista qualche buona casa,

e presso qualche signore veramente dabbene....

IL PAST. Ma, mia cara Regina....

REGINA. Un uomo che m’ispirasse del rispetto, che io sentissi superiore

a me, e che mi tenesse, per così dire, come una figlia....

IL PAST. Sì, ma mia cara fanciulla....

REGINA. Ah! Se avessi questa prospettiva, non rifiuterei d’andarmene

in città. Qui mi sento così isolata.... e il signor Pastore capisce

benissimo che cosa voglia dire il sentirsi soli al mondo. D’altra

parte, oso dire che sono attiva e che il lavoro non mi spaventa. Il

signor Pastore non conoscerebbe un posto di simil genere?

IL PAST. Io? No davvero, non ne conosco.

REGINA. Ma mio caro, mio buon Pastore, pensate a me, se vi capitasse....

IL PAST. (_alzandosi_). Certamente non mancherò signorina Engstrand.

REGINA. Sì, perchè se io....

IL PAST. Vorreste avere la bontà di avvertire la signora?

REGINA. Essa non tarderà molto a venire, signor Pastore. (_esce da

sinistra_).

IL PAST. (_Misura a gran passi la stanza, poi giunge sin al fondo

della scena e guarda dal lato del mare, colle mani dietro la schiena.

Poi ritorna presso al tavolo, prende un libro, ne esamina il titolo.

Movimento di stupore. Ne guarda altri_) Ah! Ah! (_La signora Alving

entra dalla porta di sinistra, seguita da Regina, che se ne va tosto

dalla prima porta di destra_).

SCENA III.

PASTORE MANDERS, Signora ALVING.

Sig.ª ALVING. (_tende la mano al Pastore_). Siate il benvenuto, signor

Pastore.

IL PAST. Buon giorno, signora. Eccomi qua, secondo la promessa.

Sig.ª ALVING. Sempre puntualissimo.

IL PAST. Potete pensare con quanta fatica abbia potuto fuggire, con

tutte quelle Commissioni e Direzioni di cui faccio parte....

Sig.ª ALVING. Tanto più vi sono riconoscente d’esservene venuto così di

buon’ora. Così potremo almeno regolare i nostri affari prima di pranzo.

Ma ov’è la vostra valigia?

IL PAST. (_vivamente_) I miei bagagli sono qui dal negoziante, ove

passerò la notte.

Sig.ª ALVING. (_reprimendo un sorriso_). Dunque non volete proprio

passare la notte sotto il mio tetto?

IL PAST. No, signora mia; io ve ne sono riconoscente, ma preferisco

dormire giù, come al solito. Mi riesce più comodo per prendere il

battello....

Sig.ª ALVING. Fate come credete. Però mi sembra che due vecchi come

noi....

IL PAST. Oh! Buon Dio! che dite mai! D’altra parte è naturale che oggi

siate di buon umore. Prima di tutto la festa di domani, poi il ritorno

di Osvaldo....

Sig.ª ALVING. Sì, per me quest’è una gran felicità. Figuratevi! Era

lontano già da più di due anni. E ora mi promise di passare tutto

l’inverno con me.

IL PAST. Davvero? Quest’è da parte sua un’azione veramente figliale

perchè suppongo che non debba sedurlo poco la vita di Parigi o di Roma.

Sig.ª ALVING. Certo, ma qui egli ha sua madre! Ah! il mio buon

figliuolo adorato! Il suo cuore è tutto per la sua mamma si può proprio

dirlo!

IL PAST. D’altra parte sarebbe troppo triste se la separazione e le sue

occupazioni d’artista dovessero rallentare dei legami così naturali.

Sig.ª ALVING. Avete ragione. Ma con lui non c’è pericolo. Sono curiosa

di vedere se lo riconoscerete. Egli discenderà tosto; ora riposa un po’

sur un sofà. Ma sedete dunque, mio caro Pastore.

IL PAST. Grazie. Non sono d’incomodo?

Sig.ª ALVING. Al contrario. (_siede al tavolo_).

IL PAST. Benissimo, allora vi dirò... (_prende la sua borsa da

viaggio dalla sedia, siede al lato opposto del tavolo e cerca un posto

conveniente per distendervi le sue carte_) In primo luogo questo...

(_interrompendosi_) Ma, ditemi dunque, signora mia, donde vi vengono

questi libri?

Sig.ª ALVING. Questi libri? Sono libri che leggo io.

IL PAST. Voi leggete opere simili?

Sig.ª ALVING. Certamente.

IL PAST. Sentite che esse vi rendano migliore o più felice?

Sig.ª ALVING. Mi sembra che mi rendano in qualche modo più sicura di me

stessa.

IL PAST. È strano. E come accade ciò?

Sig.ª ALVING. Ecco; vi trovo come una spiegazione, una conferma di

molte e molte cose che soglio pensare e ruminare in me stessa. Perchè,

vedete, pastore Manders, il meraviglioso si è che, per vero dire, in

questi libri non si trova assolutamente nulla di nuovo; non c’è qui

dentro che quello che pensano e credono la maggior parte degli uomini.

L’unica differenza sta in ciò, che cioè la maggioranza degli uomini non

se ne rende esatto conto, o non vuol soffermarvisi.

IL PAST. Ah! Benissimo! Ma voi credete sul serio che la maggioranza

degli uomini?...

Sig.ª ALVING. Sì, lo credo.

IL PAST. Ma non nel nostro paese, non tra noi?

Sig.ª ALVING. Ahimè! Tra noi, come altrove.

IL PAST. Ah! Vi pare!...

Sig.ª ALVING. Ma, in fatto, che avete voi a rimproverare a questi libri?

IL PAST. Io non ho nulla a rimproverar loro. Non crederete già che io

m’occupi dell’esame di simili opere....

Sig.ª ALVING. Ciò vuol dire che non conoscete affatto quello che

condannate.

IL PAST. Lessi abbastanza di quanto fu detto di tali libri per

biasimarli.

Sig.ª ALVING. Sì, ma l’opinione vostra....

IL PAST. Signora mia, in questa vita vi sono dei casi in cui bisogna

rimettersi al giudizio degli altri. Che volete? È un fatto, ed è bene

così! Che diverrebbe la società se avvenisse altrimenti?

Sig.ª ALVING. Forse avete ragione.

IL PAST. Io non voglio negare che non ci possa essere in tali scritti

qualche cosa d’attraente. E non posso neppure farvi rimprovero se

volete conoscere le correnti intellettuali che, secondo ciò che si

dice, attraversano questo mondo... ove per tanto tempo avete lasciato

errare vostro figlio. Ma....

Sig.ª ALVING. Ma....

IL PAST. (_abbassando la voce_). Ma non bisogna parlarne, signora mia.

Non c’è bisogno di render conto a tutti di ciò che si legge e di quanto

si pensa tra le proprie pareti.

Sig.ª ALVING. No, certamente, sono della vostra opinione.

IL PAST. Non dimenticate però gli obblighi che vi impone quest’asilo

che avete deciso d’edificare in un’epoca in cui le vostre idee sul

mondo morale differivano considerevolmente da quelle di oggi, almeno a

quanto ne posso giudicare.

Sig.ª ALVING. Sì, sì siamo d’accordo. Ma è dell’asilo....

IL PAST. Avete ragione; è dell’asilo che dovevamo occuparci. Dunque

prudenza, signora mia! Ed ora passiamo agli affari nostri. (_apre una

busta e ne leva delle carte_) Vedete queste?

Sig.ª ALVING. Sono i documenti?

IL PAST. Sì, e in pieno ordine. Potete pensare con quante difficoltà,

abbia potuto ottenerli in tempo. Ho dovuto letteralmente esercitare

delle pressioni. Le autorità sono, si potrebbe dire quasi, crudelmente

coscienziose allorchè trattasi di decisioni da prendersi. Ma finalmente

eccoli. (_sfoglia le carte_) Questo è uno stato del recinto di Solvik,

facente parte del dominio di Rosenvold, coll’indicazione dei nuovi

fabbricati costruiti, scuola, abitazione dei maestri e cappella. Ed

ecco la conferma del legato e degli statuti di fondazione. Volete

vedere? (_legge_) Statuti dell’asilo: «Alla memoria del capitano

Alving.»

Sig.ª ALVING. (_gli sguardi fissi a lungo sulle carte_). Ecco!

IL PAST. Scelsi il titolo di capitano anzichè quello di ciambellano,

poichè mi sembra meno pretenzioso.

Sig.ª ALVING. Sì, sì, come vi pare.

IL PAST. Ed ecco il libretto della Cassa di Risparmio portante il

capitale cogli interessi, il tutto destinato a coprire le spese di

costruzione.

Sig.ª ALVING. Grazie, ma fatemi il piacere di conservarli per maggior

comodità.

IL PAST. Volontieri. Per cominciare sarei d’opinione di lasciar il

denaro alla Cassa di Risparmio. L’interesse del quattro per cento

è poco seducente; ma in mancanza di meglio.... Se più tardi ci si

offrisse qualche collocamento più vantaggioso — beninteso dovrebbe

trattarsi d’una prima ipoteca, o d’un’iscrizione sicura, — potremo

riparlarne.

Sig.ª ALVING. Sì, sì mio caro Pastore, voi queste cose le potete capire

meglio di me.

IL PAST. Ad ogni modo, starò all’erta. Ma un’altra cosa volevo

chiedervi parecchie volte.

Sig.ª ALVING. Cioè?

IL PAST. Dobbiamo o no, far assicurare l’asilo?

Sig.ª ALVING. Sì, naturalmente.

IL PAST. Aspettate un momento. Consideriamo la cosa davvicino.

Sig.ª ALVING. Io ho assicurato tutto qui: fabbricati, raccolto,

bestiame e mobiglio.

IL PAST. È giustissimo. Si tratta di proprietà vostra, e io faccio

altrettanto.... beninteso. Ma qui, vedete, l’affare è diverso. L’asilo

deve, in qualche maniera, ricevere una consacrazione per un fine

d’ordine superiore.

Sig.ª ALVING. Sì, ma ciò non toglie....

IL PAST. Per conto mio, io non troverei alcun inconveniente nel

garantirci contro tutte le eventualità.

Sig.ª ALVING. Ma sicuro....

IL PAST. Ma ditemi, di che opinione è la contrada? Che ne pensano gli

abitanti? Potete saperlo meglio di me.

Sig.ª ALVING. Hum, le disposizioni....

IL PAST. V’ha qui un numero importante d’opinioni autorevoli —

veramente autorevoli — a cui potesse dar ombra la nostra decisione?...

Sig.ª ALVING. Che intendete dire con.... opinioni autorevoli?

IL PAST. Intendo parlare di persone che occupino un posto abbastanza

indipendente, e abbastanza influente, perchè non si debba trascurare

troppo il loro modo di vedere.

Sig.ª ALVING. Se si tratta di queste, ne conosco un buon numero che

forse si scandalizzerebbero se..

IL PAST. Lo vedete bene! Da noi in città, esse abbondano. Pensate alle

anime devote di cui hanno cura tutti i miei confratelli. Si troverebbe

che nè voi, nè io, abbiamo fiducia nei decreti della Provvidenza.

Sig.ª ALVING. Ma per ciò che vi concerne, caro Pastore, lo sapete anche

voi che....

IL PAST. Sì, io so, io so; ho per me la mia coscienza, quest’è certo.

Ma non potremmo far tacere i commenti malevoli e contrari. E tali

commenti potrebbero in ultima analisi inceppare l’opera stessa.

Sig.ª ALVING. Sicuro, se così fosse...

IL PAST. Io non devo neppure perdere completamente di vista la

situazione equivoca — oserò dire penosa — in cui potrei trovarmi.

Nei circoli influenti della città, ci si occupa moltissimo di tale

fondazione. L’asilo non è in parte eretto a vantaggio della città?

È sperabile anzi che servirà ad alleggerire in misura abbastanza

larga i carichi dell’assistenza pubblica. Ora, essendo stato vostro

consigliere, incaricato della parte amministrativa dell’opera, temo, lo

confesso, d’essere il primo bersaglio degli invidiosi.

Sig.ª ALVING. Infatti non dovete esporvici.

IL PAST. Senza parlare degli attacchi che, non c’è alcun dubbio, non mi

verrebbero risparmiati da certi giornali di cui....

Sig.ª ALVING. Basta, caro Pastore. La vostra prima considerazione è

sufficiente....

IL PAST. Adunque credete che sia meglio rinunciare all’assicurazione?

Sig.ª ALVING. Sì, vi rinunceremo.

IL PAST. (_sdraiandosi sulla sedia_). Ma ammettendo che accadesse

una disgrazia — non si può mai sapere — v’assumereste di riparare al

disastro?

Sig.ª ALVING. Questo poi no, ve lo dico chiaramente; non lo farei.

IL PAST. In tal caso, sapete, signora mia, quale grave responsabiltà ci

assumiamo?

Sig.ª ALVING. Possiamo fare diversamente?

IL PAST. No, ed ecco la difficoltà. Noi non possiamo esporci a dei

giudizi sfavorevoli, e non abbiamo affatto il diritto di scandalizzare

l’opinione.

Sig.ª ALVING. Voi, come prete, no certamente.

IL PAST. D’altra parte credo sinceramente che dobbiamo contare,

per simile fondazione, sur una stella propizia, dirò meglio, sulla

protezione speciale di lassù.

Sig.ª ALVING. Speriamolo, caro Pastore.

IL PAST. Sicchè, adunque, voi credete che sia meglio lasciare le cose

come sono?

Sig.ª ALVING. Ne sono convinta.

IL PAST. Sarà fatta la vostra volontà. (_scrivendo_) Assicurazione

niente.

Sig.ª ALVING. È strano però che abbiate aspettato sino ad oggi a

tenermene parola.

IL PAST. L’ho pensato spesso però.

Sig.ª ALVING. Lo sapete che ieri per poco non abbiamo avuto un incendio

laggiù?

IL PAST. Che dite mai?

Sig.ª ALVING. Fortunatamente fu senz’importanza. Dei trucioli che

bruciarono nel laboratorio del falegname.

IL PAST. Ove lavora Engstrand?

Sig.ª ALVING. Sì, dicono ch’è talora così trascurato cogli

zolfanelli....

IL PAST. Ha tante cose in testa quel benedett’uomo; ne ha avute tante!

Per fortuna pare che ora si sia proposto, se sarà vero, di condurre una

vita irreprensibile.

Sig.ª ALVING. Davvero? Chi ve lo disse?

IL PAST. Egli stesso me l’assicurò. Sta il fatto che come operaio vale

molto.

Sig.ª ALVING. Sì, finchè non beve.

IL PAST. Purtroppo ha quella malaugurata debolezza! A sentir lui però

n’ha sempre colpa la sua gamba difettosa. L’ultima volta ch’io lo vidi

in città, m’ha veramente commosso. Venne a trovarmi, e mi ringraziò

con tanta effusione d’avergli procurato del lavoro qui ove gli è dato

d’incontrare sua figlia.

Sig.ª ALVING. Non credo però che la veda molto spesso.

IL PAST. V’ingannate: egli le parla ogni giorno, così mi disse lui.

Sig.ª ALVING. Sarà.

IL PAST. Il poveretto sente che ha bisogno di qualcuno che lo trattenga

allorchè gli capita la tentazione! Ciò che mi commuove in Giacomo

Engstrand, si è ch’egli se ne viene a voi in tutta la sua debolezza per

confessarvela e accusarsene da sè. L’ultima volta che venne.... statemi

a sentire, signora Alving, mi confessò che sarebbe una felicità per lui

avere Regina presso di sè....

Sig.ª ALVING. (_alzandosi vivamente_). Regina!

IL PAST. Voi non potreste opporvi.

Sig.ª ALVING. Al contrario, mi vi opporrei. Eppoi Regina è necessaria

all’asilo.

IL PAST. Ma Engstrand è suo padre, non dovete dimenticarlo!

Sig.ª ALVING. Un padre come quello!... In quanto a questo, io posso

saperne più di qualunque altro. No! Io non consentirò mai ch’essa se ne

vada ad abitare con lui!

IL PAST. (_alzandosi_). Mia cara signora, non accoratevi troppo.

V’assicuro però che mi rincresce il vedere in qual conto tenete il

povero Engstrand. Si direbbe proprio che temiate....

Sig.ª ALVING. (_più calma_). Non importa. Fui io che raccolsi Regina in

casa mia, ed è in casa mia che deve rimanere. (_si pone in ascolto_)

Zitto! mio caro Pastore, non più una parola di ciò. (_il suo volto si

rischiara_) Ascoltate: ecco Osvaldo che discende. Non pensiamo ora che

a lui.

SCENA IV.

DETTI, OSVALDO.

(_Osvaldo Alving in giacchetta, col cappello in mano, fumando un’enorme

pipa di schiuma di mare, entra dalla porta di sinistra_.)

OSVALDO. (_arrestandosi sulla soglia_). Oh! Mille scuse. Credevo foste

tutti nel gabinetto da lavoro. (_avvicinandosi_) Buon giorno, signor

Pastore.

IL PAST. (_fissandolo con meraviglia_). Oh! Ma è strano....

Sig.ª ALVING. Che ne dite, Pastore?

IL PAST. Io dico.... dico.... No! Ma è questo veramente?...

OSVALDO. Sì, signor Pastore, questo è veramente il figliuol prodigo....

IL PAST. Ma, mio caro amico....

OSVALDO. Il figlio ritrovato, se così preferite dire.

Sig.ª ALVING. Osvaldo pensa al tempo in cui voi vi opponevate così

decisamente alla sua carriera artistica.

IL PAST. Vi sono tante decisioni, temerarie ai nostri occhi, che più

tardi invece.... (_gli tende la mano_) Insomma, siate il benvenuto.

Davvero, mio caro Osvaldo.... mi permettete nevvero ch’io vi chiami

come vi chiamavo una volta?...

OSVALDO. E come vorreste chiamarmi?

IL PAST. Grazie! Volevo adunque pregarvi, mio caro Osvaldo, di non

credere ch’io condanni assolutamente la carriera artistica. Riconosco

che in tale carriera come in ogni altra, molti e molti sanno salvare il

loro animo dalla corruzione.

OSVALDO. Speriamolo.

Sig.ª ALVING. Io ne conosco uno (_raggiante di gioia_) che s’è salvato

corpo ed anima. Guardatelo, signor Pastore.

OSVALDO (_risalendo la scena_). Bene, bene, mamma mia, non ne parliamo.

IL PAST. Via, non si può negarlo infatti. Eppoi, ecco che cominciate

a farvi un nome. I giornali parlano spesso di voi, e nel modo il più

lusinghiero.... Però in questi ultimi tempi ci fu un po’ di silenzio.

OSVALDO (_s’è avvicinato ai fiori_). Infatti da qualche tempo non posso

lavorare con una certa assiduità.

Sig.ª ALVING. Un pittore ha diritto di riposarsi come ogn’altro.

IL PAST. Si capisce. Nel frattempo ci si prepara e si raccolgono tutte

le proprie forze per qualche lavoro importante.

OSVALDO. Già.... Mamma, il pranzo sarà pronto presto?

Sig.ª ALVING. Tra una mezz’ora. Grazie a Dio l’appetito non gli manca.

IL PAST. Nè la passione pel tabacco.

OSVALDO. Trovai di sopra la pipa di mio padre e....

IL PAST. Ah! Ci siamo.

Sig.ª ALVING. Che intendete dire?

IL PAST. Allorchè scorsi sulla soglia Osvaldo, colla pipa in bocca,

credetti vedere suo padre risuscitato.

OSVALDO. Davvero?

Sig.ª ALVING. Ma come potete dire una cosa simile? Osvaldo rassomiglia

soltanto a me.

IL PAST. Quest’è vero, ma c’è una certa linea agli angoli della bocca,

sulle labbra, che avevo già osservato sul volto d’Alving....

Sig.ª ALVING. Tutt’altro. A me sembra invece che Osvaldo abbia qualche

cosa di sacerdotale agli angoli della bocca.

IL PAST. È vero, è vero; un tratto simile si riscontra infatti presso

parecchi dei miei confratelli.

Sig.ª ALVING. Ma lascia, ti prego, la tua pipa, ragazzo mio, non voglio

che ci sia fumo in questa stanza.

OSVALDO. Hai ragione. Volevo soltanto provarla. Vi fumai una volta sola

allorchè ero piccino.

Sig.ª ALVING. Davvero?

OSVALDO. Sì. Ero un bimbo allora. Mi ricordo che una sera entrai nella

camera di mio padre e ch’egli era così gaio, così animato....

Sig.ª ALVING. Ma che! Tu non puoi ricordarti di quell’epoca.

OSVALDO. Oh! Me ne ricordo benissimo. Egli mi prese sulle sue ginocchia

e mi fece fumare nella sua pipa. «Fuma, fuma, ragazzo mio,» mi disse.

E io fumai sinchè mi fu possibile, sinchè mi sentii impallidire e il

sudore bagnarmi la fronte. Allora egli rise così di cuore....

IL PAST. Strano, davvero!

Sig.ª ALVING. Amico mio, dev’essere un sogno di Osvaldo questo.

OSVALDO. No, mamma, non è un sogno. Tant’è vero — te ne ricordi? — che

tu sei entrata e m’hai portato nella mia cameretta; là mi sono sentito

male e ricordo anche d’averti veduta piangere. Ma il papà soleva fare

di simili scherzi.

IL PAST. Nella sua gioventù egli era molto allegro.

OSVALDO. E nel poco tempo ch’egli ha vissuto, ha saputo compiere tante

cose utili e buone.

IL PAST. È vero. Voi portate il nome d’un uomo degno ed attivo, mio

caro Osvaldo Alving. Ebbene, speriamo che questo sarà per voi uno

stimolo, un incoraggiamento....

OSVALDO. Infatti, dovrebbe essere così.

IL PAST. Ad ogni modo, fu amabilissimo da parte vostra, l’esservene

ritornato per una festa sacra alla sua memoria.

OSVALDO. Non avrei potuto fare diversamente.

Sig.ª ALVING. E pensare che potrò averlo per tanto tempo, questo è il

più bello!

IL PAST. Sicuro, mi fu detto che rimarrete qui con noi tutto l’inverno.

OSVALDO. Non è stabilito il tempo della mia permanenza qui, signor

Pastore. Qual piacere si prova nel ritornarsene in casa propria!

Sig.ª ALVING (raggiante). Non è vero, figlio mio?...

IL PAST. (_guardandolo con interesse_). Eravate ben giovane, mio caro

Osvaldo, quando avete cominciato a girare il mondo.

OSVALDO. È vero: io mi domando talvolta, se non ero persino troppo

giovane.

Sig.ª ALVING. Tutt’altro: ciò non può arrecare che vantaggio ad un

ragazzo svegliato, e specialmente ad un figlio unico che corre il

rischio di viziarsi troppo restandosene sempre in casa sua, tra il

babbo e la mamma.

IL PAST. Questo è molto discutibile, signora mia. Dopo tutto, la casa

paterna sarà sempre il soggiorno migliore per un ragazzo.

OSVALDO. Su questo punto, io sono perfettamente dell’opinione del

Pastore.

IL PAST. Guardate, per esempio, il vostro istesso figliolo. Noi

possiamo benissimo parlare in sua presenza. Eccolo giunto ai suoi

ventisei o ventisette anni, e mai egli ebbe occasione di conoscere la

vera vita di famiglia....

OSVALDO. Perdonate, signor Pastore.... ma su questo punto vi sbagliate.

IL PAST. Davvero? Io credevo che aveste frequentato solo circoli

d’artisti.

OSVALDO. Quest’è esatto.

IL PAST. E in ispecie quelli di giovani artisti.

OSVALDO. Precisamente.

IL PAST. E pensavo che per la maggior parte non avessero i mezzi di

fondare una famiglia e un focolare proprio.

OSVALDO. Ce n’è bensì di quelli che non possono sposarsi, signor

Pastore....

IL PAST. Ebbene! È precisamente ciò che voglio dire.

OSVALDO. Ma ciò non toglie ch’essi non possano avere un focolare

proprio e spesso essi l’hanno... e organizzato bene, e molto

conveniente.

Sig.ª ALVING (_attenta a queste parole, le approva col capo, senza

parlare_).

IL PAST. Io non intendo parlare d’un governo di casa da scapoli. Io

chiamo focolare domestico quello presso cui vive un uomo con sua moglie

e i suoi figli.

OSVALDO. Sì, oppure coi suoi figli e la loro madre.

IL PAST. (_dando un sobbalzo e giungendo le mani_). Ma.... misericordia!

OSVALDO. Che?

IL PAST. Vivere colla madre dei propri figli?

OSVALDO. Sicuro; preferireste che venisse respinta?...

IL PAST. Sicchè voi alludete alle relazioni illegittime, a queste

«false famiglie» come volgarmente si dicono.

OSVALDO. Io non trovai mai nulla di falso in questa vita in comune.

IL PAST. Ma come può egli avvenire che un uomo o una donna che abbiano

avuto solo un principio di educazione, possano adattarsi ad una simile

esistenza, innanzi agli occhi del mondo?

OSVALDO. Eh! Che volete che facciano? Un giovane artista povero, una

fanciulla povera... Per sposarsi occorre molto denaro. Che fare?

IL PAST. Che fare? Sentite, signor Alving, vi dirò io ciò che devono

fare. Devono starsene lungi l’uno dall’altro sin dal principio....:

ecco ciò che devono fare.

OSVALDO. Un tal discorso non vi gioverebbe molto con noi giovanotti,

appassionati, innamorati.

Sig.ª ALVING. In fede mia, no, non vi gioverebbe molto.

IL PAST. (_insistendo_). E le autorità che tollerano cose simili e le

lasciano avvenire alla piena luce del giorno!.... (_volgendosi verso

la signora Alving_) Non avevo ragione d’essere profondamente inquieto

sul conto di vostro figlio? In circoli simili ove l’immoralità si mette

sfacciatamente in mostra, ove, per così dire, essa acquista il diritto

di cittadinanza....

OSVALDO. Vi confesserò anzi, signor Pastore, ch’io fui l’ospite assiduo

d’una di quelle famiglie irregolari, presso la quale passavo quasi

tutte le mie domeniche.

IL PAST. Proprio le domeniche!

OSVALDO. Sicuro, è il giorno consacrato al divertimento. Ma non intesi

mai una parola meno che conveniente; nulla di quanto potrebbe venir

tacciato d’immoralità.... No; sapete voi invece dove e quando si

riscontra dell’immoralità nei circoli d’artisti?

IL PAST. No, grazie a Dio, non ne so nulla.

OSVALDO. Ebbene! Mi permetterò di dirvelo io: la riscontrai solo

allorchè qualche padre o marito delle nostre famiglie modello, veniva

presso gli artisti in cerca di un po’ di libertà, degnando onorare

di una sua visita le nostre umili taverne. In quelle occasioni sì,

possiamo dire d’averne imparate delle belle! Quei signori sapevano

raccontarci fatti e cose a cui non avevamo pensato mai.

IL PAST. E che? Pretendereste che degli uomini onorati di questo paese

possano andare....

OSVALDO. Li avete mai intesi, questi uomini onorati, di ritorno alle

loro case, discutere sull’immoralità che regna nei paesi stranieri?...

IL PAST. Questo sì....

Sig.ª ALVING. Anch’io ne intesi parlare.

OSVALDO. Sicuro. E si può loro credere sulla parola. Tra essi ci sono

di quelli che lo sanno per esperienza propria. (_si prende la testa tra

le mani_) Chi si permette di ricoprire di fango la bella, la superba,

la libera esistenza di laggiù?

Sig.ª ALVING. Non esaltarti, Osvaldo, questo non ti giova affatto.

OSVALDO. Hai ragione, mamma; non mi giova. Vedi, ne è causa questa

maledetta stanchezza. Vuol dire che farò una passeggiatina prima di

pranzo. Scusatemi, signor Pastore; voi non potete mettervi nei miei

panni; ma ne fui preso così bruscamente.... (_esce dalla porta di

destra_)

SCENA V.

Signora ALVING, PASTORE MANDERS.

Sig.ª ALVING. Povero figlio mio!...

IL PAST. Oh! Meno male che la pensate così. Ecco a che ne siamo!

Sig.ª ALVING (_lo guarda in silenzio_).

IL PAST. (_misurando a gran passi la scena_). Figliuol prodigo, ha

detto; ahimè sì è proprio così, sì!

Sig.ª ALVING. (_continua a guardarlo_).

IL PAST. Ma voi che dite di tuttociò?

Sig.ª ALVING. Dico che Osvaldo ha completamente ragione.

IL PAST. (_con un sobbalzo_). Ragione! ragione di esporre tali principî?

Sig.ª ALVING. Qui nella mia solitudine io son giunta a pensarla come

lui. Ma non ho osato mai affrontare la questione troppo davvicino. Sia!

Mio figlio parla per me.

IL PAST. Siete veramente da compiangere signora Alving. Ascoltatemi:

ora parleremo sul serio. In questo momento non avete più innanzi a

voi il vostro uomo d’affari, il vostro consigliere, il vostro amico di

gioventù e l’amico del vostro defunto marito; è il pastore che vi parla

come lo fece il dì del vostro errore.

Sig.ª ALVING. E che ha egli a dirmi il pastore?

IL PAST. Voglio prima di tutto destare i vostri ricordi, signora. Il

momento è scelto bene: domani ricorre il decimo anniversario della

morte di vostro marito. Domani cadrà il velo del monumento destinato

ad eternare la sua memoria. Domani mi rivolgerò a tutti; oggi voglio

trattenermi con voi sola.

Sig.ª ALVING. Ebbene, parlate, signore.

IL PAST. Vi ricordate che un anno dopo il vostro matrimonio vi siete

trovata sull’orlo dell’abisso, che avete disertato dalla vostra

casa.... che avete abbandonato vostro marito? Sì, signora mia....

abbandonato, quest’è la parola, e vi siete rifiutata di ritornarvene

presso di lui, malgrado ogni sua preghiera, malgrado ogni sua supplica.

Sig.ª ALVING. Dimenticaste come fossi infelice in quel primo anno di

matrimonio?

IL PAST. Cercar la felicità in questa vita, ecco il vero spirito di

rivolta. Che diritto abbiamo noi alla felicità? Noi dobbiamo fare il

nostro dovere, signora; e il vostro dovere v’imponeva di restarvene

presso all’uomo a cui avevate giurata la vostra fede.

Sig.ª ALVING. Voi sapete quale vita menasse Alving in quell’epoca e di

quali disordini egli si rendesse colpevole.

IL PAST. Conosco benissimo tutte le voci che correvano sul suo

conto, ed è ben lungi da me l’idea d’approvare la condotta della sua

giovinezza, ammesso che tali voci fossero fondate. Ma una donna non

è autorizzata ad erigersi a giudice di suo marito. Era vostro dovere

di sopportare umilmente la croce che la volontà dell’Altissimo avea

creduto bene d’imporvi. Invece voi vi siete ribellata, avete gettata

lungi da voi la croce, abbandonando il poveretto ch’era vostra missione

sostenere. Avete disertato, esponendo il vostro nome e la vostra

riputazione, col rischio inoltre di rovinare la riputazione di qualche

altro.

Sig.ª ALVING. Di qualche altro?

IL PAST. Non fu, da parte vostra, una gran leggerezza il venire a

rifugiarvi in casa mia?

Sig.ª ALVING. Dal nostro Pastore? Dal nostro buon amico di casa?

IL PAST. Appunto per questo. Sì, potete ringraziare Iddio che mi

conferì la necessaria energia, che mi aiutò a distogliervi dai vostri

progetti esaltati, e mi diede la forza di ricondurvi sulla via del

dovere e nella casa del vostro legittimo sposo.

Sig.ª ALVING. Sì, mio buon Pastore, questa fu tutta opera vostra.

IL PAST. Io non fui che un umile strumento nelle mani dell’Altissimo.

E dalla felicità che mi fu data piegandovi al dovere e all’obbedienza,

quale benedizione non ne risultò mai per tutto il resto della vostra

vita! Le cose non si riordinarono forse come ve l’avevo predetto?

Alving non dette forse un addio a tutti i disordini della sua

esistenza? E d’allora in poi non passò egli forse tutti i suoi giorni

con voi, nell’amore e nella felicità? Non divenne egli il benefattore

della contrada, e voi non diveniste un po’ alla volta la sua compagna

indivisibile in ogni opera di beneficenza? Oh! So tutto, signora mia,

e di tale elogio v’andavo debitore da un pezzo. Ma giungiamo all’altro

errore più grande della vostra vita.

Sig.ª ALVING. Che intendete dire?

IL PAST. Come avete un giorno rinnegato i doveri di sposa, avete più

tardi rinnegati quelli di madre.

Sig.ª ALVING. Ah!...

IL PAST. Foste dominata ognora da un’invincibile fiducia in voi stessa.

Non avete mirato ognora che ad affrancarvi d’ogni legge e da ogni

giogo. Mai avete saputo sopportare il peso d’una catena qualsiasi.

Tutto ciò che vi disturbava, l’avete sempre gettato lungi da voi

senza rimpianto, senz’esitazione, come un insopportabile fardello, non

ascoltando che la voce del piacere. Non vi conveniva più oltre l’essere

sposa, e vi siete liberata di vostro marito; v’appariva troppo incomodo

l’essere madre, e avete mandato vostro figlio tra gente estranea.

Sig.ª ALVING. È vero, io lo feci.

IL PAST. E così siete divenuta un’estranea per lui.

Sig.ª ALVING. No, no, v’ingannate.

IL PAST. Non m’inganno, ed è naturale. Come v’è egli ritornato?

Pensateci bene, signora Alving. Voi siete stata colpevole verso vostro

marito, e lo riconoscete voi stessa innalzando un monumento alla sua

memoria; riconoscete ora pure i vostri torti verso vostro figlio; forse

siamo ancor in tempo per ricondurlo sul retto cammino. Cercate per

quanto v’è possibile di rifare il vostro passato, e correggete in lui

ciò che spero si potrà ancora correggere. (_alza l’indice_) Poichè ve

lo dico in coscienza, signora Alving, voi siete una madre colpevole.

Ecco quanto riputai mio dovere di dichiararvi.

(_Lungo silenzio_.)

Sig.ª ALVING (_lentamente, dominandosi_). Ora avete parlato voi, signor

Pastore, e domani parlerete in pubblico per onorare la memoria di

mio marito. Io domani non parlerò. Ma oggi ho anch’io alcune cose da

dirvi....

IL PAST. Naturalmente, ora vorrete scusare la vostra condotta.

Sig.ª ALVING. No; m’accontenterò di narrarvi alcuni fatti.

IL PAST. Sentiamo.

Sig.ª ALVING. Di tutto ciò che avete detto riguardo a mio marito, a me

e alla nostra vita in comune, dopo che, come usate dire voi, mi faceste

rientrare nella via del dovere, di tutto ciò non avete certo potuto

rendervene conto direttamente da voi stesso, perchè da quel giorno voi,

nostro ospite quotidiano, non avete più rimesso piede in casa nostra.

IL PAST. Voi e vostro marito avete lasciato la città subito dopo quegli

avvenimenti.

Sig.ª ALVING. Sicuro, e vivente mio marito non siete più venuto a

trovarci. Furono solo gli affari dell’asilo che vi obbligarono a

venirmi a vedere.

IL PAST. (_a voce bassa e tremante_). Elena, se questo è un

rimprovero.... Vi prego di riflettere....

Sig.ª ALVING. Ai riguardi che dovete al vostro stato; sicuro.... Eppoi

io ero la donna che avea abbandonato il proprio marito.... Non si sta

mai abbastanza lontani da donne simili.

IL PAST. Cara.... signora Alving.... c’è qui un’esagerazione evidente.

Sig.ª ALVING. Sì, sì, sì, lasciamo stare. Volevo dirvi solo che,

giudicando la mia vita domestica, anche voi non avete fatto altro che

unirvi all’opinione che correva sul mio conto.

IL PAST. Ebbene sì! Eppoi?...

Sig.ª ALVING. Ma oggi, Manders, oggi voglio dirvi tutta la verità.

Giurai che voi solo, un giorno, dovreste saperla.

IL PAST. E qual’è dunque questa verità?

Sig.ª ALVING. La verità è che mio marito morì nella dissolutezza in cui

avea sempre vissuto.

IL PAST. (_cercando la spalliera della seggiola per appoggiarsi_). Che

avete detto mai?

Sig.ª ALVING. Dissolutezza, dopo diciannove anni di matrimonio,

altrettanto profonda che alla vigilia della nostra unione.

IL PAST. Ma come potete chiamare dissolutezza, quelle irregolarità,

quegli errori di gioventù, diciamo pure, quei disordini!

Sig.ª ALVING. Il nostro medico si serviva di tale espressione.

IL PAST. Ora non vi capisco più.

Sig.ª ALVING. È inutile che mi comprendiate.

IL PAST. La mia testa si smarrisce. Adunque tutto il vostro matrimonio,

la comunanza di tanti anni passati con vostro marito non sarebbe stato

che un velo gittato sur un abisso!

Sig.ª ALVING. Nè più nè meno. Ora lo sapete.

IL PAST. Ma... Passerà molto tempo prima ch’io possa rendermi conto di

tutto ciò. Non mi ci raccapezzo assolutamente! Non riesco a farmene

un’idea! Ma come fu possibile?... Come potè restarsene nascosto un

fatto simile?

Sig.ª ALVING. Perchè il secreto non fosse tolto, dovetti sostenere

una lotta continua. Dopo la nascita di Osvaldo, sembrò prodursi un

leggero miglioramento in mio marito; ma non fu di lunga durata. Più

tardi dovetti lottare mortalmente perchè nessuno potesse sospettare

qual uomo fosse il padre di mio figlio. D’altra parte, voi sapete come

Alving riuscisse a conquistarsi ogni simpatia. Nessuno avrebbe potuto

concepire un pensiero cattivo a suo riguardo. Egli era uno di quegli

uomini capaci d’ingannare chicchessia. Ma infine, Manders — dovete

saper tutto — infine egli commise un abbominio superiore a tutti i

precedenti.

IL PAST. Superiore a tutti?...

Sig.ª ALVING. Sopportavo ogni male pazientemente, sebbene non ignorassi

ciò che avveniva fuori di casa; ma allorchè lo scandalo si annidò tra

queste quattro mura....

IL PAST. Che dite? Ah, mio Dio!...

Sig.ª ALVING. Sì, qui, sotto il nostro tetto. Sì, fu là, (_indica la

prima porta a destra_) là che n’ebbi la prima rivelazione. Un giorno

in cui ero occupata in questa stanza, vidi la bambinaia rientrare con

dell’acqua pei fiori....

IL PAST. Ebbene?...

Sig.ª ALVING. Un momento dopo rientrò pure Alving. Lo udii parlare a

bassa voce con quella ragazza. Poi intesi.... (_con un riso secco_)

oh! e mi suona ancora straziante e ridicolo a l’orecchio, intesi la mia

serva mormorare; «Lasciatemi, lasciatemi dunque, signor ciambellano».

IL PAST. Che leggerezza imperdonabile! Ma non si trattava che d’una

leggerezza, ve l’assicuro, signora.

Sig.ª ALVING. Anche troppo presto appresi come stavano le cose. Il

ciambellano raggiunse il suo scopo con quella donna e la relazione,

Pastore, ebbe delle conseguenze.

IL PAST. (_pietrificato_). E tutto in questa casa! In questa casa!

Sig.ª ALVING. Sopportai tante cose in questa casa! Per trattenervelo di

sera e di notte, dovetti divenire la compagna delle sue orgie secrete,

lassù, nella sua camera. Dovetti pormi a tavola con lui e bere e bere

con lui, e ascoltare le sue insanie; dovetti lottare corpo a corpo con

lui per metterlo a letto.

IL PAST. (_commosso_). E voi avete potuto sopportare tutto ciò!

Spettri: dramma in tre atti · 第 1 / 5 段