e d’accordo colla defunta Giovanna, ed ho esercitato l’autorità in
casa mia, come sta scritto. Giammai non m’è saltato in capo d’andar
a trovare il pastore Manders, per vantarmi d’aver fatto anch’io una
volta una buona azione. No, quando una cosa simile avviene a Giacomo
Engstrand, egli sa tacere e custodire il segreto; sventuratamente, ciò
non avviene troppo spesso, come capirete bene, e quando mi trovo col
pastore Manders devo invece parlargli d’errori e di mancanze. Giacchè,
lo ripeto, la coscienza può di quando in quando traviare.
IL PAST. Datemi la vostra mano, Engstrand.
ENGS. Oh! Gesù mio! Il signor Pastore....
IL PAST. Bando alle cerimonie. (_gli stringe la mano_) Ecco!
ENGS. E se ora potessi chieder perdono al signor Pastore....
IL PAST. Voi?... Sono io invece che vi devo delle scuse.
ENGS. Oh! In quanto a ciò, giammai!
IL PAST. Ma sì, e ve le porgo di tutto cuore. Perdonatemi d’aver
sospettato di voi; e se potessi mostrarvi in qualche modo tutta la
fiducia, la benevolenza....
ENGS. Voi vorreste far ciò, signor Pastore?
IL PAST. Col massimo piacere.
ENGS. Si è che.... ne avreste l’occasione in questo stesso istante.
Col denaro che ho potuto metter da parte, voglio fondare in città un
rifugio pei marinai.
Sig.ª ALVING. Davvero?
ENGS. Sì; dovrebbe essere come una specie d’asilo. Quando l’uomo di
mare tocca terra, è assalito da tutte le tentazioni possibili! Ma
presso di me, nella casa di cui vi parlo, egli si troverebbe come sotto
gli occhi d’un padre. Quest’è la mia idea.
IL PAST. Che ne dite, signora Alving?
ENGS. Io non dispongo di molto, che Dio mi aiuti, e se trovassi una
mano benefica....
IL PAST. Benissimo, benissimo, prenderemo ciò in considerazione. Il
vostro progetto mi sorride assai; ora andatevene a fare i preparativi
e fate anche accendere dei lumi perchè tutto abbia un’aria di festa;
dopo di che, ci occuperemo della nostra edificante riunione, mio caro
Engstrand, poichè ora credo davvero alle vostre buone disposizioni.
ENGS. Lo spero. Allora addio, signora, e grazie della vostra bontà; e
abbiate cura della mia Regina (_asciugandosi una lagrima_), la figlia
della mia povera Giovanna.... hm è strano.... ma è come se essa avesse
messo radice nel mio cuore. Proprio, sì!...
(_Saluta ed esce dalla porta del vestibolo_).
IL PAST. Ebbene! Che ne dite di quest’uomo, signora mia? La spiegazione
ch’egli ci dette, differisce alquanto dalla vostra....
Sig.ª ALVING. Infatti.
IL PAST. Vedete come bisogna badare prima di giudicare il prossimo. Ma
quanta gioia in compenso allorchè si riconosce d’aver avuto torto! Non
vi pare?
Sig.ª ALVING. Voi siete e rimarrete sempre un gran fanciullone, Manders.
IL PAST. Io?...
Sig.ª ALVING. (_posando le sue mani sulle spalle del Pastore_). E
aggiungerò che ho una volontà matta di gettarvi le braccia al collo.
IL PAST. (_retrocedendo vivamente_). No, no, che Dio vi benedica!
Simili volontà!...
Sig.ª ALVING. (_sorridendo_) Andiamo, non abbiate paura di me.
IL PAST. (_dopo essersi avvicinato al tavolo_). Avete talora un certo
modo d’esprimervi.... Ora rinchiudo nel mio portafoglio i documenti.
(_eseguisce_) Ecco. Arrivederci. Tenete d’occhio Osvaldo allorchè
rientrerà. Ritornerò qui subito.
(_Prende il cappello ed esce dalla porta del vestibolo_).
SCENA III.
Signora ALVING, OSVALDO.
Sig.ª ALVING. (_sospira, getta un’occhiata fuori della finestra,
riordina un po’ la camera e si dispone ad entrare in sala da pranzo:
ma sulla soglia si ferma attonita, e manda un’esclamazione sorda_).
Osvaldo! Ancora a tavola sei!
OSVALDO (_dalla sala da pranzo_). Volevo soltanto finire il mio sigaro.
Sig.ª ALVING. Credevo che tu fossi andato un po’ a passeggiare!
OSVALDO. Con questo tempo!
(_Si sente un rumore di bicchieri. La signora Alving lascia la porta
aperta e siede sul sofà presso la finestra, col ricamo in mano_.)
OSVALDO (_dallo stesso posto_). Non è il pastore Manders quello che se
n’è andato?
Sig.ª ALVING. Sì, se n’è andato all’asilo.
OSVALDO. Hm!...
(_Si sente l’urtare d’un bicchiere contro la bottiglia_)
Sig.ª ALVING. (_con un’occhiata inquieta_). Caro Osvaldo, guardatene da
quel liquore, è un po’ forte.
OSVALDO. Buono contro l’umidità.
Sig.ª ALVING. Non preferisci venir un po’ qui?
OSVALDO. Non potrei fumare.
Sig.ª ALVING. Sai bene che un sigaro lo puoi fumare.
OSVALDO. Bene, bene, vengo. Ancora una sola goccia.... Ecco.
(_Egli entra col sigaro in bocca, e chiude la porta dietro di lui.
Breve silenzio_)
OSVALDO. Dov’è andato il Pastore?
Sig.ª ALVING. Ti dissi or ora che se n’è andato all’asilo.
OSVALDO. È vero.
Sig.ª ALVING. Osvaldo, non dovresti rimanertene tanto a tavola.
OSVALDO (_passando dietro la schiena la mano in cui tiene il sigaro_).
Ma io trovo ciò squisito, mamma. (_egli la carezza e gli dà dei
buffettini_) Pensa, per me che me ne ritorno ora a casa mia, essere
seduto alla tavola della mia mammina, e mangiare le pietanze eccellenti
che fa la mia mammina....
Sig.ª ALVING. Caro, caro ragazzo!
OSVALDO (_si alza, cammina e fuma con qualche impazienza_). E
d’altronde che farei qui? Al lavoro non potrei mettermi.
Sig.ª ALVING. Davvero? Non lo potresti?
OSVALDO. Con questo tempo grigio? Senza un raggio di sole in tutto il
giorno? (_misura a gran passi la scena_) Oh! Qual supplizio, il non
poter lavorare!...
Sig.ª ALVING. Forse hai fatto male a ritornare?
OSVALDO. No, mamma, era necessario.
Sig.ª ALVING. Perchè, vedi, preferirei le mille volte esser priva della
felicità di averti qui con me piuttosto che vederti....
OSVALDO (_fermandosi presso alla tavola_). Ma, dimmi mamma, è davvero
una sì grande felicità per te l’avermi qui?
Sig.ª ALVING. S’è una felicità?
OSVALDO (_spiegazzando un giornale_). Mi pare che dovrebbe riuscirti
più o meno indifferente, ch’io esista o no.
Sig.ª ALVING. E tu hai il coraggio di dire a tua madre una cosa simile,
Osvaldo?
OSVALDO. Ma hai saputo vivere benissimo sinora senza di me....
Sig.ª ALVING. Sì, è vero, ho vissuto senza di te....
(_Silenzio. Il giorno cade lentamente. Osvaldo misura a gran passi la
scena. Ha deposto il suo sigaro_).
OSVALDO (_fermandosi innanzi alla signora Alving_). Mamma, mi permetti
di sedermi sul sofà vicino a te?
Sig.ª ALVING (_facendogli posto_). Sì, vieni, vieni, figlio mio.
OSVALDO (_sedendo_). Ora devo dirti una cosa, mamma.
Sig.ª ALVING. (_l’orecchio teso_). Che?
OSVALDO (_guardando fissamente innanzi a sè_). Non posso tenermela più
a lungo sul cuore.
Sig.ª ALVING. Tenere che? che c’è?
OSVALDO (_come prima_). Non ho potuto decidermi a scriverti su questo
proposito, e dopo il mio ritorno....
Sig.ª ALVING (_afferrandogli il braccio_). Osvaldo! Che c’è dunque?
OSVALDO. Ieri ed oggi tentai di liberarmi dai miei pensieri.... di
scuoterli. Ma non c’è rimedio.
Sig.ª ALVING (_alzandosi bruscamente_). Devi dirmi tutto, Osvaldo.
OSVALDO (_facendola sedere di nuovo_). Resta qui. Mi proverò. Io mi
sono lamentato d’una stanchezza causata dal viaggio....
Sig.ª ALVING. Sì! Ebbene?
OSVALDO. Ebbene, non è ciò.... ovvero non è una stanchezza solita....
Sig.ª ALVING (_tentando nuovamente d’alzarsi_). Non ti senti male,
nevvero, Osvaldo?
OSVALDO (_costringendola a rimanere seduta_). Resta, resta là, mamma.
Ascoltami tranquillamente. Non ho già una malattia.... quello che
comunemente chiamano malattia. (_incrociando le mani sul capo_). Mamma!
sento lo spirito affranto, sono un uomo finito.... Non potrò lavorare,
mai più! (_col volto nascosto tra le mani, cade alle ginocchia della
madre e scoppia in singhiozzi_).
Sig.ª ALVING (_pallida e tremante_). Osvaldo! Guardami! No, no, non è
vero!
OSVALDO (_guardandola con occhio disperato_). Non lavorare mai più!
Mai più! Essere già morto, mentre ancora si vive! Mamma, puoi tu
figurartelo un orrore simile?
Sig.ª ALVING. Povero figlio mio! Ma.... donde tale orrore? Come ne
fosti assalito?
OSVALDO. Mah! Ecco ciò di cui non so rendermi ragione! Io non condussi
mai una vita agitata, sotto nessun rapporto: tu, mamma, me lo puoi
credere. Son sincero.
Sig.ª ALVING. Ma, Osvaldo, non ne dubito!
OSVALDO. Eppure ne fui assalito!... Che orribile sventura!
Sig.ª ALVING. Oh! tutto sparirà, figlio mio benedetto. Credimelo pure,
non è che un eccesso di lavoro.
OSVALDO (_tristemente_). Anch’io sul principio, lo credetti, ma
purtroppo la cosa è diversa.
Sig.ª ALVING. Narrami tutto, da capo a fondo.
OSVALDO. È appunto ciò che intendo di fare.
Sig.ª ALVING. Quando te ne accorgesti la prima volta?
OSVALDO. Dal mio arrivo a Parigi, dopo la mia ultima dimora in questa
casa. Ho sentito dapprincipio dei violentissimi dolori alla testa,
specialmente all’occipite; mi pareva di avere il cranio in un cerchio
di ferro, dalla nuca in su.
Sig.ª ALVING. Eppoi?
OSVALDO. Credevo che fosse sempre quel mal di capo di cui ho tanto
sofferto all’epoca della mia adolescenza.
Sig.ª ALVING. Sì... sì....
OSVALDO. Ma non era lo stesso. Non tardai a convincermene. Mi fu
impossibile di lavorare. Volli accingermi ad un quadro grande, ma
mi pareva che le facoltà mi mancassero. Tutta la mia forza era come
paralizzata, non riuscivo a concentrarmi, e ad arrivare a delle
immagini fisse. Tutto mi girava d’intorno, come se avessi avuto le
vertigini. Che stato orribile! Finalmente mi rivolsi ad un medico, e da
lui seppi tutto!
Sig.ª ALVING. Che vuoi tu dire?
OSVALDO. Era uno dei principali medici. Dovetti descrivergli ciò che
provavo; dopo di che, egli mi rivolse una quantità di domande, che,
secondo me, non avevano nulla a che fare col mio stato; non comprendevo
dove voleva arrivare.
Sig.ª ALVING. Continua
OSVALDO. Terminò col dire: C’è in voi, sin dalla vostra nascita,
qualche cosa di «tarlato» ecco l’espressione di cui egli s’è servito.
Sig.ª ALVING (_ascoltando con un’attenzione concentrata_). Che
intendeva dire?
OSVALDO. Io pure non lo compresi, e perciò lo pregai di spiegarsi più
chiaramente. E allora quel vecchio cinico disse.... (_stringendo il
pugno_) Oh!
Sig.ª ALVING. Disse?
OSVALDO. Disse: I peccati dei padri ricadono sui figli.
Sig.ª ALVING (_alzandosi lentamente_). I peccati dei padri!....
OSVALDO. Mi sarei sentito la volontà di schiaffeggiarlo.
Sig.ª ALVING (_attraversando la scena_). I peccati dei padri....
OSVALDO (_con triste sorriso_). Sì, che te ne sembra? Naturalmente
io lo convinsi che nel mio caso non poteva trattarsi di ciò. Credi tu
ch’egli si sia corretto? Nepur per sogno; sostenne le sue parole; e non
fu che dopo avergli letta qualche frase delle tue lettere, in cui parli
del babbo....
Sig.ª ALVING. Che...
OSVALDO. Che fu costretto a riconoscere d’aver sbagliato strada. E
così, io appresi la verità, la incomprensibile verità! Quella felice
esistenza di gioventù, quella piacevole compagnia.... Avrei dovuto
astenermene. Avevo sorpassato le mie forze. Per mia colpa, adunque!
Sig.ª ALVING. Osvaldo! No, non creder ciò!
OSVALDO. Egli disse non esservi altra spiegazione possibile. Questo
è orribile davvero! Irremissibilmente perduto, per tutta la vita, in
causa della mia storditaggine. Quante belle cose avrei potuto fare
a questo mondo, e invece non poterci neppur pensare, neppur pensare!
Ah! perchè non posso ricominciare la vita! far sì che nulla sia ancora
accaduto! (_cade sul divano nascondendosi il volto sui cuscini_).
Sig.ª ALVING. (_si torce le mani e misura a gran passi la scena, in una
muta lotta con sè stessa_).
OSVALDO (_dopo un istante, sollevandosi a metà, ma rimanendo appoggialo
al gomito_). Se fosse stata un’eredità, una cosa contro cui non
avessi potuto lottare.... ma così! Aver dilapidato vergognosamente,
leggermente, scioccamente, la propria felicità, la propria salute....
tutto al mondo.... l’avvenire, la vita!...
Sig.ª ALVING. No, no, figlio mio benedetto; è impossibile! (_si china
su di lui_) Il caso non sarà così disperato come tu lo credi.
OSVALDO. Ah! tu non sai.... (_si alza di scatto_) È tanto dolore,
mamma, tanto dolore, ch’io ti procuro! Quante volte ho desiderato che
tu pensassi un po’ meno a me; quasi quasi l’ho sperato!
Sig.ª ALVING. Io, Osvaldo! figlio mio, ciò che ho di più caro a questo
mondo, mio solo pensiero!
OSVALDO (_afferrando le mani di sua madre, e coprendole di baci_). Sì,
sì, lo veggo, mamma, lo veggo quando sono a casa. E questa è appunto
una delle cose che più mi torturano.... Ma ora, tu sai tutto, e per
oggi non ne parleremo più. Non posso pensarvi troppo a lungo.... in una
sol volta.... (_risale la scena_) Mamma, fammi portare qualche cosa da
bere.
Sig.ª ALVING. Da bere? Che vuoi tu bere a questa ora?
_Osvaldo._ Oh, qualunque cosa. In casa c’è del punch freddo?
Sig.ª ALVING. Sì, ma mio caro Osvaldo....
OSVALDO. Non opporti, mamma. Sii buona. Ho bisogno di qualche cosa per
annegare tutti i pensieri che mi tormentano. (_entra nella serra_) E
poi tutta questa oscurità!
Sig.ª ALVING (_tira un cordone di campanello a destra_).
OSVALDO. E questa continua pioggia! Una settimana dopo l’altra, dei
mesi interi.... senza interruzione. Mai un raggio di sole! Non mi
ricordo infatti d’aver mai visto qui da noi un po’ di sole.
Sig.ª ALVING. Osvaldo, tu pensi d’abbandonarmi.
OSVALDO. Hem.... (_sospirando profondamente_) Non penso a nulla, io;
non posso pensar a nulla. (_abbassando la voce_) Me ne guardo bene.
SCENA IV.
DETTI e REGINA.
REGINA (_venendo dalla sala da pranzo_). La signora ha suonato?
Sig.ª ALVING. Sì, portate la lampada.
REGINA. Subito, signora, è già accesa. (_se ne va_)
Sig.ª ALVING (_avvicinandosi ad Osvaldo_). Osvaldo, non dissimulare con
me.
OSVALDO. Non ti nascondo nulla, mamma. (_avvicinandosi al tavolo_) Mi
pare d’averti fatte già parecchie confessioni.... (_Regina porta la
lampada e la pone sul tavolo_)
Sig.ª ALVING. Ascolta, Regina; va a prenderci una mezza bottiglia di
champagne.
REGINA. Sissignora. (_esce_)
OSVALDO (_prendendo fra le sue mani la testa della signora Alving_).
Così va bene! Lo sapevo io, che la mia mammina non avrebbe permesso che
il suo figliolo morisse di sete.
Sig.ª ALVING. Mio povero Osvaldo! Come potrei ora ricusarti qualche
cosa?
OSVALDO (_vivamente_). Davvero, mamma? Sul serio?
Sig.ª ALVING. Che intendi? Cosa?
OSVALDO. Che non vuoi ricusarmi nulla?
Sig.ª ALVING. Ma, mio caro Osvaldo....
OSVALDO. Ssz!
REGINA (_porta un vassoio con sopra una mezza bottiglia di champagne,
che pone sulla tavola_). Devo sturare?
OSVALDO. Grazie, faccio io!
(_Regina esce_).
Sig.ª ALVING (_sedendosi presso la tavola_). Cos’è che non dovrei
ricusarti? A che pensavi tu mai?
OSVALDO (_occupato a sturare la bottiglia_). Prima di tutto un
bicchiere.... o due. (_fa saltare il turacciolo, riempie un bicchiere,
e vuole riempirne un secondo_)
Sig.ª ALVING (_fermandogli la mano_). Grazie.... non ne prendo.
OSVALDO. Ebbene, sarà per me (_egli vuota il bicchiere, lo riempie
una seconda volta e lo vuota nuovamente, dopo che, si siede presso la
tavola_)
Sig.ª ALVING (_aspettando ch’egli parli_). Ebbene?
OSVALDO (_senza guardarla_). Ascolta. Tu ed il pastore Manders mi
sembravate molto singolari.... hm.... molto taciturni a tavola.
Sig.ª ALVING. L’hai osservato?
OSVALDO. Sì, Hm! (_dopo un istante di silenzio_) Dimmi che ne pensi tu
di Regina?
Sig.ª ALVING. Ciò che ne penso?
OSVALDO. Sì, non è perfetta?
Sig.ª ALVING. Mio caro Osvaldo, tu non la conosci, come la conosco io.
OSVALDO. Cosa vuoi dire?
Sig.ª ALVING. Sventuratamente, Regina è rimasta troppo a lungo a casa
sua; avrei dovuto raccoglierla prima.
OSVALDO. Sì, ma non è splendida a vedersi, mamma? (_riempie il suo
bicchiere_)
Sig.ª ALVING. Regina ha parecchi difetti, abbastanza grossi....
OSVALDO. Ebbene, che vuol dir questo? (_beve ancora_)
Sig.ª ALVING. Non le voglio per questo meno bene; sono responsabile
di lei e per cosa alcuna al mondo non vorrei che le venisse torto un
capello.
OSVALDO (_alzandosi di scatto_). Mamma, Regina è la mia unica salvezza.
Sig.ª ALVING. Cosa vuoi dire?
OSVALDO. Non posso continuare a sopportare solo questo tormento.
Sig.ª ALVING. Non c’è tua madre per sopportarlo con te?
OSVALDO. Sì, l’ho creduto; ed è perciò che ritornai. Ma così non la
potrà durare, lo veggo, non la potrà durare. Io non potrò starmene qui
tutta la vita.
Sig.ª ALVING. Osvaldo!
OSVALDO. Mamma, io ho bisogno d’una vita diversa! Ecco perchè debbo
lasciarti. Io non voglio che tu abbia per sempre, sotto gli occhi, tale
spettacolo.
Sig.ª ALVING. Mio povero figlio! Ma finchè sarai malato, Osvaldo....
OSVALDO. Se non fosse che per la malattia, io resterei presso di te,
mamma, perchè tu sei il migliore amico che abbia su questa terra.
Sig.ª ALVING. Sì, non è vero, Osvaldo? Dillo!
OSVALDO (_cangiando posti con inquietudine_). Ma sono tutti questi
tormenti, tutti questi rimproveri interni.... eppoi quest’angoscia
grande, quest’angoscia mortale. Oh.... quest’orrenda angoscia!
Sig.ª ALVING (_camminando dietro a lui_). Angoscia? Quale angoscia? Che
vuoi tu dire?
OSVALDO. Ah! non farmi altre domande su tale soggetto. Non so. Non te
la posso descrivere!
Sig.ª ALVING (_passa a destra e tira il cordone del campanello_).
OSVALDO. Che vuoi?
Sig.ª ALVING. Voglio che mio figlio sia allegro. Ecco tutto! Non voglio
che abbia pensieri tristi. (_a Regina che si presenta all’uscio_)
Dell’altro champagne! Ma questa volta una bottiglia intera. (_Regina
esce_)
OSVALDO. Mamma!
Sig.ª ALVING. Credi tu che qui noi, non si sappia vivere?
OSVALDO. Non è splendida a vedersi? Robusta!... sana!
Sig.ª ALVING (_sedendosi al tavolo_). Mettiti là, Osvaldo, e
chiacchieriamo tranquillamente.
OSVALDO (_sedendo_). Tu non lo sai, mamma, ch’io ho un torto da
riparare verso Regina.
Sig.ª ALVING. Tu?
OSVALDO. O piuttosto, se ti piace di più, una piccola imprudenza,
innocentissima del resto. L’ultima volta che venni qui....
Sig.ª ALVING. Ebbene?
OSVALDO. Essa mi fece una quantità di domande su Parigi, e io le ho
raccontato.... forse più di quanto avrei dovuto. Eppoi un giorno, me ne
ricordo, mi accadde di dirle: «Avreste volontà di venirci voi stessa?»
Sig.ª ALVING. E allora?
OSVALDO. Si fece rossa e mi disse: «Sì, ne avrei molta volontà!» —
«Bene, risposi, ci sarà forse la maniera d’accontentarvi».
Sig.ª ALVING. E poi?
OSVALDO. Naturalmente, avevo dimenticato ogni cosa, quando, l’altro
ieri, le chiesi se era contenta del mio lungo soggiorno in questa
casa....
Sig.ª ALVING. Ebbene?
OSVALDO. Mi guardò in una maniera molto strana, e mi rispose: «E il mio
viaggio a Parigi?»
Sig.ª ALVING. Il suo viaggio?
OSVALDO. Compresi allora, ch’essa aveva presa la cosa sul serio, che
durante tutto il tempo della mia assenza aveva pensato a me, e s’era
messa a studiare il francese.
Sig.ª ALVING. Questo adunque è....
OSVALDO. Mamma! Quando vidi innanzi a me questa splendida ragazza,
bella, sana, — prima non lo avevo mai osservato, — quando la vidi,
posso dire, colle braccia aperte, pronta a ricevermi...
Sig.ª ALVING. Osvaldo!
OSVALDO. .... m’ebbi la rivelazione che in essa stava la salvezza.
Innanzi a me scorgevo il piacere.... la vita.
Sig.ª ALVING (_colpita_). Il piacere.... la vita? Là c’è dunque la
salvezza?
REGINA (_compare sulla soglia, con una bottiglia in mano_). Domando
scusa d’essermi trattenuta tanto tempo, ma dovetti discendere in
cantina.
OSVALDO. Dateci un altro bicchiere.
REGINA (_guardandolo con sorpresa_). Ecco il bicchiere della signora,
signor Alving.
OSVALDO. Sì, ma un bicchiere per te, Regina.
REGINA (_trasalisce e guarda timidamente la signora Alving_).
OSVALDO. Ebbene?
REGINA (_con esitazione, abbassando la voce_). La signora permette?
Sig.ª ALVING. Va a pigliarti il bicchiere, Regina. (_Regina passa nella
sala da pranzo_)
OSVALDO (_seguendola cogli occhi_). Hai osservato il suo incedere? Così
franco, così ardito!
Sig.ª ALVING. Ma questo non va, Osvaldo!
OSVALDO. È deciso. Lo vedi; inutile contraddirmi.
REGINA (_ritorna con un bicchiere, che non depone_).
OSVALDO. Siedi, Regina.
REGINA (_interroga collo sguardo la signora Alving_).
Sig.ª ALVING. Siedi pure.
REGINA (_prende posto sur una sedia, presso l’uscio della sala da
pranzo, e continua a tenere in mano il bicchiere vuoto_).
Sig.ª ALVING. Osvaldo.... che mi dicevi tu del piacere della vita?
OSVALDO. Sì, mamma, il piacere di vivere! in paese non lo si conosce!
Qui, io non lo sento mai.
Sig.ª ALVING. Neppure quando sei presso di me?
OSVALDO. Quando sono a casa, no. Ma tu non mi capisci.
Sig.ª ALVING. Ma sì, ora mi pare d’afferrare la tua idea....
OSVALDO. Il piacere di vivere.... eppoi il piacere di lavorare.... Eh!
In fondo è la stessa cosa. Ma entrambi vi sono sconosciuti!
Sig.ª ALVING. Forse hai ragione. Parlami ancora di ciò, Osvaldo.
OSVALDO. Ecco, io penso semplicemente, che qui si impara a considerare
il lavoro come un flagello di Dio, una punizione dei nostri peccati, e
la vita come una cosa miserabile, di cui mai abbastanza presto potremo
esser liberati.
Sig.ª ALVING. Sì, una valle di lagrime. E infatti noi ci applichiamo
coscienziosamente a renderla tale.
OSVALDO. Ma laggiù non si vuole saper nulla di tutto ciò! Laggiù tali
dogmi non trovano più credenti. Laggiù il solo fatto di esistere, basta
per colmare di gioia e di felicità. Mamma, non hai osservato che tutto
ciò che dipingo, s’aggira intorno al piacere di vivere? Il piacere di
vivere! Ovunque e sempre! Ivi tutto è luce, raggi di sole e festa.... e
le figure umane sono raggianti di felicità.... Ecco perchè ho paura di
restarmene qua!
Sig.ª ALVING. Paura? Di che hai tu paura presso di me?
OSVALDO. Ho paura che tutto ciò che fermenta in me, non possa qui
trasformarsi in male.
Sig.ª ALVING (_guardandolo fissamente_). E tu credi possibile questo?
OSVALDO. Ne sono sicurissimo. Potrei tentare di condurre qui, la stessa
vita di laggiù: eppure.... la cosa non sarebbe uguale!
Sig.ª ALVING (_che ha ascoltato con crescente attenzione, si alza e
fissa su lui uno sguardo profondo e pensieroso_). Ora, comprendo tutto!
OSVALDO. Cosa?
Sig.ª ALVING. È la prima volta ch’io scorgo la verità, adesso posso
parlare.
OSVALDO (_alzandosi_). Mamma, non ti capisco.
REGINA (_che pure si è alzata_). Devo andarmene?
Sig.ª ALVING. No, resta. Ora posso parlare. Ora, figlio mio, saprai
tutto esattamente; poscia prenderai una determinazione. Osvaldo!
Regina!
OSVALDO. Silenzio. Il Pastore....
SCENA V.
DETTI, _il_ PASTORE MANDERS.
IL PAST. (_entrando dall’uscio del vestibolo_). Eccomi! Abbiamo avuto
una di quelle piccole riunioni che fanno bene al cuore.
OSVALDO. Noi pure.
IL PAST. Bisogna venir in aiuto ad Engstrand, a proposito di quel
rifugio pei marinai. Regina deve andare a raggiungerlo, e rendersegli
utile....
REGINA. No, grazie, signor Pastore.
IL PAST. (_che ancora non l’aveva osservata_). Che?... Qua! con un
bicchiere in mano?
REGINA (_affrettandosi a deporre il bicchiere_). Domando scusa!
OSVALDO. Regina parte con me, signor Pastore.
IL PAST. Parte! Con voi!
OSVALDO. Sì, come sposa.... se essa lo vuole.
IL PAST. Misericordia!...
REGINA. Io non ne ho colpa.... signor Pastore.
OSVALDO. Oppure resta qua, se io resto.
REGINA (_involontariamente_). Qua!
IL PAST. Signora Alving, io non ci capisco più nulla.
Sig.ª ALVING. Nulla avverrà, perchè adesso posso dire ogni cosa.
IL PAST. Ma voi non lo farete! No, no, no!
Sig.ª ALVING. Lo posso e lo voglio. E, tranquillizzatevi, non ci
saranno ideali distrutti.
OSVALDO. Che cosa mi si nasconde qui?
REGINA (_ascoltando_). Signora! Ascoltate! Fuori c’è gente! Gridano.
(_passa nella serra e di là guarda in istrada_)
OSVALDO (_alla finestra di sinistra_). Che avviene? Donde tutta questa
luce?
REGINA (_con un grido_). È l’asilo che brucia!
Sig.ª ALVING (_alla finestra_). Che brucia?
IL PAST. Che brucia? Impossibile; ne esco io in questo momento!
OSVALDO. Dov’è il mio cappello? Ah, non importa.... L’asilo di mio
padre!... (_esce correndo dall’uscio che mette al mare_)
Sig.ª ALVING. Il mio scialle, Regina, tutto è in fiamme!
IL PAST. È orribile! Signora Alving, è il castigo che piomba su questo
luogo di perdizione.
Sig.ª ALVING. Certo, certo. Vieni, Regina. (_esce precipitosamente
dall’uscio del vestibolo, seguita da Regina_)
IL PAST. (_giungendo le mani_). E non è assicurato!... (_esce dietro
gli altri_)
FINE DELL’ATTO SECONDO.
ATTO TERZO.
_La stessa scena. Tutti gli usci sono aperti. La lampada continua ad
ardere sulla tavola. Di fuori è buio: solo un debole bagliore al fondo
del paesaggio a sinistra_.
SCENA I.
La Signora ALVING, REGINA.