E da secoli, ogni anno, ricorrendo la festa della Santa, il ferculo è

tratto in processione. Questa festa è uno degli spettacoli catanesi più

singolari: chi ha letto _La coda del diavolo_ di Giovanni Verga

rammenterà ciò che ne dice il maestro novelliere: «A Catania la

quaresima vien senza carnevale; ma c'è in compenso la festa di S. Agata,

gran veglione di cui tutta la città è il teatro». Il giorno 3 febbraio

tutto il clero regolare e secolare, tutte le confraternite e congreghe

pie--un tempo anche tutte le autorità municipali e governative--muovono

dalla chiesa della _Calcarella_, dove i fedeli venerano la fornace dalla

quale la martire uscì illesa, fino alla cattedrale, recando

processionalmente l'offerta dei ceri. In coda al corteo, vistoso per le

variopinte tonache e cotte dei seminaristi, dei preti, dei frati, dei

canonici, dei vescovi, dei caudatarii, vengono le _candelore_, forse

così chiamate dalla festa della Candelora celebratasi il giorno prima:

pesanti macchine scolpite e dorate, colossali candelabri infiorati ed

imbandierati, dove sono confitti gli enormi ceri offerti dalle varie

corporazioni operaie. La sera di quello stesso giorno, schiere di devoti

accompagnate da altrettante musiche scendono dai varii quartieri della

città in piazza del Duomo; dove, dopo un'orgia di fuochi artificiali,

cantano le laudi della Santa, e donde muovono poi a ripetere i cantici

dinanzi alle case dei più ragguardevoli cittadini. Il domani all'alba,

si schiude la cappella della Santa, disposta nell'abside minore di

destra, che è uno dei cantucci della chiesa dove l'amante di cose d'arte

trova da fermarsi più a lungo. La macchina centrale eretta sull'altare,

rappresentante la vergine catanese incoronata dai Ss. Pietro e Paolo; la

porta del sacello scavato nel muro di sinistra, adorna di colonnine

sostenute da arpie ed a loro volta sostenenti una decorazione nel mezzo

della quale è ripetuta la figura della Santa ritta sull'elefante; e nel

lato destro il monumento sepolcrale di don Ferrante de Acuña, vicerè di

Sicilia, sono le sole sculture della fine del Quattrocento che restino

in Catania: opere di squisita fattura, segnatamente le teorie d'angeli

che si svolgono nel fregio della macchina centrale. Dalla porta del

sacello, chiusa da una doppia cancellata, i dignitari ecclesiastici

penetrano nel ricettacolo, dove sono dipinte a fresco le figure di

Giliberto e Goselino, e nella cui più recondita nicchia si custodiscono

il Busto e lo Scrigno: questi sono tratti fuori, e dopo una breve

esposizione sull'altare maggiore, sono disposti nel ferculo che aspetta

alla porta della chiesa: allora al grave suono del campanone, fuso e

rifuso cinque volte dal 1388 al 1614, e pesante più di mille

chilogrammi, una folla di devoti insaccati in grandi tuniche bianche e

col capo coperto da un berretto di velluto nero, trascina la Bara

preceduta dalle _candelore_ per la cerchia delle antiche mura, troppo

poca parte delle quali è ancora visibile qua e là, alla Marina, al Santo

Carcere e in via del Plebiscito. Il giorno dopo, 5 febbraio, che è il

giorno propriamente consacrato dal calendario romano a S. Agata, la

stessa processione è ripetuta per le vie interne; in questa occasione le

signore catanesi di tempi non troppo remoti--poichè ne serbano memoria

anche i non troppo vecchi--esercitavano quel diritto di _'ntuppatedda_,

o imbacuccata, sul quale il Verga impostò la già citata sua novella:

tutte chiuse in grandi manti neri, con la testa anch'essa coperta, col

viso nascosto, e lasciando vedere, per vederci, un occhio solo, esse

andavano attorno e fermavano i loro parenti od amici, o i semplici

conoscenti ai quali volevano giocare qualche tiro; perchè i cavalieri

che le imbacuccate onoravano della loro scelta avevano il dovere di

accompagnarle dovunque e finchè ad esse piacesse, e di soddisfare i loro

capricci nei negozii, nelle botteghe dei confettieri e dei gioiellieri,

senza poter sollevare un lembo del manto, senza poterle seguire quando

si vedevano lasciati in asso, senz'altro mezzo di riconoscerle fuorchè

quello di rivolger loro domande più o meno suggestive, alle quali esse

rispondevano, come al veglione, con voce alterata, o non rispondevano

affatto: singolare usanza, che dovette dar luogo a chi sa quante

commedie e forse anche drammi, e degna di ispirare, prima che

tramontasse, la bellissima novella di uno dei suoi ultimi testimoni.

[Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--LA «BARA» IN PROCESSIONE.

(Fot. Martinez).]

[Illustrazione: PROCESSIONE DI S. AGATA. (Fot. Martinez).]

IV.

Oltre quelle parti del Duomo e degli altri edifizii sacri delle quali si

è già ragionato, solo due architetture profane dei tempi di mezzo hanno

resistito alle offese della natura e degli uomini.

Prima che i Lerida e la regina Bianca fondassero sulle rovine del tempio

di Basco la Badia di San Placido, i Platamoni, nobilissima famiglia

catanese oggi spenta, vi eressero nel XIV secolo le loro case: ne avanza

un terrazzo, nel giardino della Badia, decorato esternamente con fasce a

zig-zag (_chevron_), alternate di pietra vulcanica nera e di pietra

calcare bianca. Nel centro, dentro una cornice a fogliami, campeggia lo

stemma dei Platamoni, e sotto ricorrono quattordici piccole ogive

sorrette da altrettante mensole e sotto-mensole: ogni ogiva racchiude

graziose sculture a mezzo rilievo, rappresentanti fiori, frutta,

conchiglie e teste umane.

[Illustrazione: BADIA DI SAN PLACIDO--TERRAZZO DI CASA PLATAMONE.]

[Illustrazione: CASTELLO URSINO. (Fot. Gentile).]

Il cimelio è interessante; ma senza paragone più notevole è un edifizio

rimasto interamente in piedi: quel castello Ursino che Federico II fece

erigere da Riccardo da Lentini, architetto militare, contro la città. La

vecchia rocca è ancora in piedi, ma quanto mutata dai tempi della sua

potenza! La piccola Catania del medio evo ebbe anch'essa qualche giorno

di gloria, quando la Corte angioina e l'aragonese vi si fermarono e

quando vi si raccolsero i parlamenti siciliani: il castello fu appunto

sede dei parlamenti e dei re. Allora esso avanzava in importanza lo

stesso palazzo reale di Palermo; perchè, se il soldo dei due governatori

era eguale, di trenta onze annue, mentre tutti gli altri della rimanente

Sicilia ne riscuotevano soltanto dodici, diciotto o tutt'al più

ventiquattro, i servienti o gente d'arme della reggia palermitana erano

diciotto, quando il mastio catanese ne contava non meno di trenta. Tanta

ne era l'importanza, che i vicerè di Sicilia non ebbero dai re di Spagna

la facoltà di nominarne il comandante: il re personalmente provvedeva.

Altro singolare privilegio era quello di innalzare due bandiere sulle

due torri della fronte settentrionale, una per la val di Noto e l'altra

per la val di Démone. Di queste due torri, quella a destra era chiamata

appunto della _Bandiera_, la seconda del _Martorio_, perchè vi si dava

la tortura; le altre due meridionali si chiamavano una della _Sala_

perchè contigua alla gran sala dei _Paramenti_ e l'altra del

_Magazzino_, come adiacente al deposito dei congegni guerreschi. Per una

scala cordonata si saliva ai quartieri del piano superiore: dalla porta

_Falsa_ si usciva direttamente al mare, che prima dell'eruzione del 1669

batteva il fianco orientale della fortezza. Già gagliarda e reputata

addirittura inespugnabile sin dalla fondazione, essa fu ingrandita da

Federico d'Aragona di due battifolli, che più tardi, dopo le

ricostruzioni del 1554, furono detti di S. Croce e di S. Giorgio: a S.

Giorgio era dedicata la cappella costruita sotto la sala dei Paramenti e

solennemente consacrata il 22 dicembre 1391 dall'arcivescovo di

Monreale, alla presenza dei vescovi di Catania e di Nicastro.

E di quante drammatiche e tragiche vicende furono spettatrici le vecchie

mura! Quanti vagiti di regali infanti e quanti gemiti di non meno

coronati agonizzanti esse raccolsero! E quante torture di prigionieri e

quanti supplizii nella prossima riva del mare, particolarmente ai

sanguinosi giorni del Vespro! Qui pose la sua sede Giacomo d'Aragona, il

re che «_ascutava tutti e si assittava 'ntra lu curtugghiu di lu

casteddu e dava udienza a tutti e facìa la giustizia_». Qui si svolsero

quei romanzi di cappa e spada che furono le vite della regina Maria,

figliuola di Federico III aragonese, e di Bianca di Navarra, vedova del

re Martino: romanzi pieni di innamoramenti, di gelosie, di fughe, di

ratti, di congiure, di sollevazioni.... Finita l'indipendenza siciliana,

ridotta l'isola ad una provincia spagnuola, la gloria del castello andò

rapidamente scemando; poi la natura cospirò contro di lui: le lave del

1669 lo circuirono, ne colmarono i fossi, ne seppellirono le opere

avanzate; il terremoto del 1693 lo rese inabitabile, quello del 1818 gli

diede il colpo di grazia. Restaurato dopo i moti del 1837 contro la

ribelle città, fu purtroppo rovinato come opera d'arte architettonica, e

da allora ad oggi la rovina è continuamente cresciuta. Il primitivo

scheletro, nondimeno, si rivela ancora nei muri grossi circa tre metri,

alti più che 30, lunghi 63 per lato; nelle vôlte a crociera del

vestibolo e delle sale inferiori delle torri; nelle robuste ogive

impostate sui capitelli romanici delle colonne incastonate negli angoli

dei muri; nella bellissima scala a chiocciola che lungo la piccola torre

centrale porta al cammino di ronda. La decorazione esterna è quasi tutta

distrutta; non restano se non, all'entrata, una piccola nicchia con arco

trilobato, nella quale si vede un uccello strozzato--a giudizio dello

Sciuto Patti alludente, come la decorazione della porta del Santo

Carcere, alla punizione inflitta da Federico di Svevia alla città--e

l'intarsio del Pentalfa o Pentagramma sulle finestre di levante: prova,

a giudizio dello stesso archeologo, della cieca fiducia che lo Svevo

riponeva nei cabalisti e nei loro segni, leggendosi nel libro di Saba

Malaspina che il re, «mentre con sottili investigazioni indagava i

segreti della natura, per modo onorava gli astrologi, i negromanti e gli

aruspici, che, secondo le divinazioni ed auspici loro, il suo

leggerissimo pensiero, a guisa di vento, or di qua ed or di là con

celere moto vagava».

V.

E col castello finiscono le vestigia dell'antica Catania: tutto ciò che

si vede in città non risale oltre il principio del Settecento, quando si

pose mano alla ricostruzione dopo il terremoto del 1693. Non occorre

dunque spiegare perchè il barocco trionfa in queste moderne

architetture: un barocco che sotto l'influenza dello spagnolismo unito

all'enfasi meridionale, gonfia le gote dei suoi mascheroni, moltiplica

le cariatidi ed i puttini, distende ed allaccia i più pesanti festoni,

aduna ed ammonticchia i più vistosi motivi decorativi. Barocche sono

tutte le chiese, fra le quali particolarmente notevoli la Collegiata,

regia cappella degli Aragonesi, l'aquila dei quali spiega ancora le ali

sulla facciata ricca di colonne, di statue e di ornati; la Badia di S.

Agata, con le finestre difese da grate panciute e traforate; la chiesa

dei Crociferi, esempio di architettura gesuitica; quella di S. Placido,

e via dicendo.

[Illustrazione: PORTA GARIBALDI. (Fot. Brogi).]

[Illustrazione: LA COLLEGIATA. (Fot. Gentile).]

Di bell'effetto, con le sue linee mosse, è la porta Garibaldi, più

conosciuta tra i popolani col nome di porta del Fortino, e chiamata

ufficialmente Ferdinanda al tempo della sua costruzione, che avvenne nel

1768, a solenne memoria delle nozze di Ferdinando III, o I che dir si

voglia, con Maria Carolina d'Austria. È d'ordine toscano e dorico, con

otto pilastri geminati, dei quali quattro reggono l'architrave e gli

altri i trofei.

[Illustrazione: BADIA DI S. AGATA. (Fot. Grita).]

La _Loggia_, il palazzo comunale che delle antiche logge o pergole, dove

il civico consesso si adunava nei tempi di mezzo, serba il nome

soltanto, sostituì il crollato palazzo senatorio, nel 1741; della metà

del Settecento è anche il collegio Cutelli, ora trasformato in convitto

nazionale: Mario Cutelli, gran signore e giureconsulto egregio, destinò

le sue rendite alla istituzione di questo collegio «all'uso di Spagna»,

in un tempo nel quale la moda spagnuola imperava, e lo stesso fondatore

scriveva in castigliano la sua curiosa _Catania restaurada_.

[Illustrazione: CHIESA DI S. FRANCESCO. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: CHIESA DEI CROCIFERI. (Fot. Gentile).]

Prima del Cutelli, e dopo la lunga notte del medio evo, i buoni studii

erano rifioriti in Catania, dove sorse la prima università di Sicilia,

il _Siculorum Gimnasium_. Per concessione di Alfonso d'Aragona, il 28

ottobre 1434 fu decretata la fondazione dello Studio generale, eretto

dieci anni dopo, quando il papa Eugenio IV spedì la bolla accordante

alla scuola catanese tutti i privilegi largiti alle università italiane

e particolarmente alla bolognese. Questo Studio fu per qualche secolo il

solo dove la gioventù siciliana potè addottorarsi: di qui la nuova

reputazione di sapiente che fu goduta dalla città e che il Tasso

confermò nella _Conquistata_:

O di Catanea, ove ha il sapere albergo...

[Illustrazione: CHIESA DI S. PLACIDO. (Fot. Grita).]

Il palazzo universitario, eretto dapprima dove ora s'allarga la piazza

del Duomo, fu poi noi 1684 demolito e ricostruito nella piazza da allora

detta degli Studii; ma dopo nove anni, quando l'interno dell'edifizio

non era ancora assestato, il terremoto lo travolse dalle fondamenta; la

nuova costruzione, di linee molto eleganti, più volte rafforzata ed in

parte rifatta per l'altro terremoto del 1818, non ha ancora un secolo di

esistenza. Ed una quantità d'istituti se ne sono a poco a poco, con

l'accrescersi dei gabinetti, staccati; buona parte hanno posto la loro

sede nel recinto del convento dei Benedettini.

[Illustrazione: COLLEGIO CUTELLI. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: PALAZZO MUNICIPALE. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: PIAZZA DEGLI STUDII E PALAZZO DELL'UNIVERSITÀ.

(Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--FACCIATA PRINCIPALE.

(Fot. Brogi).]

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--CHIESA DI SAN NICOLA.]

Questo è, o per meglio dire era prima della soppressione, una delle

singolarità di Catania: andati via i Padri per dar luogo ai soldati ed

agli studenti, i lunghi corridoi furono divisi e suddivisi, il più

antico ed elegante chiostro fu trasformato in palestra ginnastica, una

strada fu aperta nei terreni che lo circondavano, un osservatorio ed un

ospedale furono eretti nei suoi giardini. Tutt'insieme, esso si

sviluppava sopra un'area di circa centomila metri quadrati ed era il più

grandioso edifizio monastico d'Europa, dopo quello di Mafra

d'Estremadura in Portogallo. Il già citato Musumeci, nel rispondere

all'Hittorf che glie ne chiedeva notizie, ne ricostruì la storia.

Cominciato nel 1558 in presenza del vicerè La Cerda che ne pose

solennemente la prima pietra, e finito venti anni dopo, il primitivo

edifizio ideato dal cassinese Valeriano de Franchis comprendeva il

chiostro più occidentale decorato di cinquanta colonne di marmo nel

1605, i corridoi e i dormitorii che lo fiancheggiavano e la vecchia

chiesa. Le lave del 1669 sconquassarono quest'ultima e ricopersero i

giardini; allora fu chiamato da Roma l'architetto Giovanni Contini, su

disegno del quale, nel 1687, fu ricominciata la nuova chiesa e il nuovo

monastero; ma, pochi anni dopo, il terremoto del 1693, rinnovando ed

accrescendo le rovine e seppellendo trentadue monaci, fece riprendere il

lavoro di Sisifo. Per colmo di disgrazia, non si trovava allora in

Catania nessun architetto: il solo sopravvissuto al terremoto, Alonzo di

Benedetto, era anch'egli morto di morte naturale. Fu chiamato pertanto

da Messina Tommaso Amato, il quale disegnò i dormitorii di levante e

mezzogiorno; poi, su disegno del palermitano Vaccarini, che non rispettò

l'antica grandiosa unità della iconografia ideata dal de Franchis e

serbata dal Contini, si eressero i due refettorii e la biblioteca,

imponenti per vastità e decorazione. Francesco Battaglia Biondo ideò il

portico del nuovo chiostro, e suo nipote, Francesco Battaglia

Santangelo, lo scalone, che ha le pareti adorne di quadri a stucco

bianco su fondo azzurrino, e la chiesa. Questa, la maggiore di tutta

Sicilia, doveva avere una facciata tanto sontuosa, con colonne tanto

gigantesche, che i Padri, nonostante il loro mezzo milione di rendite,

la lasciarono incompiuta, come oggi si vede. Donato del Piano, abate

calabrese, spese dodici anni della sua vita e dieci mila onze dei

Padri--centoventisette mila e cinquecento lire--per costruirvi uno dei

più celebri organi d'Europa, con settantadue registri, cinque ordini di

tastiere e duemila novecento sedici canne. Il barone Sartorius di

Waltershausen, l'insigne illustratore dell'Etna, vi tracciò, insieme col

Peters, nel 1841, una meridiana, per la quale il Thorwaldsen disegnò le

figure dello zodiaco. Il Coro, situato dietro la tribuna, è composto di

due centinaia di stalli, disposti in due ordini: le sculture di Niccolò

Bagnasco, palermitano, vi rappresentano i fatti del Vecchio Testamento.

Tra i sacri arredi si menzionano l'apparato di seta rossa trapunta d'oro

donato ai monaci benedettini dalla regina Bianca, il reliquario d'oro

gemmato dove i fedeli adorano il chiodo che trafisse la destra di Gesù,

dono del re Martino, che portava sempre addosso quella reliquia; un

ostensorio ed un calice d'oro gemmato, ed altre manifatture dei secoli

XV e XVI. La biblioteca, passata al Comune, ha molte migliaia di volumi

e parecchi codici, alcuni dei quali di molto pregio per il testo e le

miniature; essa è accresciuta dall'archivio, di valore anche più grande,

ricco di diplomi bizantini, normanni ed aragonesi, e di bolle papali;

alcuni di questi documenti portano attaccati suggelli di squisito

lavoro, come quelli della regina Eleonora e dei due re Martini e della

regina Bianca, rispettivamente loro nuora e moglie.

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI E CUPOLA DELLA CHIESA DI S.

NICOLA. (Fot. Castorina).]

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--PRIMO CHIOSTRO E CHIOSCO.

(Fot. Castorina).]

[Illustrazione: RITRATTO DI DONATO DEL PIANO, DA UN QUADRO DEL

DESIDERATO E DA UNA STAMPA DELL'HUOT. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--SALA MAGGIORE DELLA

BIBLIOTECA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: CHIESA DEI BENEDETTINI--L'ORGANO DI DONATO DEL PIANO.

(Fot. Castorina).]

I Padri Cassinesi avevano anche messo insieme un museo, che divenne

municipale nel 1866 ed è stato ultimamente riordinato da Francesco di

Bartolo. Qui sono adunati parte dei marmi, dei vasi, delle lapidi, dei

mosaici trovati negli scavi cittadini e già menzionati; di alcuni altri

conviene tenere qualche parola, segnatamente d'una stupenda terracotta

siceliota rappresentante una danzatrice, che sarebbe veramente d'un

valore impareggiabile se il corpo, tra il busto ed i piedi intatti, non

fosse un brutto raffazzonamento di gesso; d'un bassorilievo

rappresentante Ercole sul monte Oeta con molte figure intorno; dei

frammenti di decorazione nei quali è intatta la figura della Vergine e

del Bambino. Narra il di Marzo che Antonello Gagini scolpì per il

convento del Carmine minore di Catania una porta, e poichè questi pezzi

appartengono evidentemente alla decorazione d'una porta, della quale si

vede disegnato parte dell'arco, giova supporre che siano stati ritrovati

fra i rottami di quella casa religiosa, dopo il terremoto. Notevoli sono

anche nel museo un Anfione ed un ratto d'Europa scolpiti a mezzo rilievo

su pietra rossa; una Venere di porfido, parecchie urne cinerarie e

ossarie, molte terrecotte, tra le quali diote, cratere, scifi, danarii,

tessere, idrie, lucerne con iscrizioni nel manico, teste votive, vasi

etruschi, tirreno-egizii, greco-siculi. Tra le manifatture dei tempi di

mezzo e moderni, vi sono armi bianche e da sparo, arnesi sacri, lavori

di porcellana, carte da giuoco, due bellissime tavole cinquecentesche di

ebano intarsiato d'avorio nelle quali sono rappresentati i fatti della

storia romana, un cofanetto d'avorio scolpito, lavoro egregio e squisito

degli Imbriachi. Le antiche descrizioni della importante raccolta fanno

menzione di un medagliere, la parte più preziosa del quale, dopo il

1866, brilla, come si dice, per l'assenza. Accresciuto è invece il

numero dei quadri, dei quali si dirà fra poco, dopo aver fatto menzione

dell'altro museo catanese, più volte citato, appartenente a casa

Biscari.

[Illustrazione: CHIESA DI S. NICOLA--IL CORO. (Fot. Grupi).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--TERRACOTTA SICELIOTA.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: RATTO D'EUROPA. MUSEO DEI BENEDETTINI. ANFIONE.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--VASI ETRUSCHI E GRECO-SICULI.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI: VENERE DI PORFIDO.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEI DUE MARTINI E

DI MARIA D'ARAGONA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DELLA REGINA

ELEONORA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CRISTO SMALTATO.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CROCEFISSIONE.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--COFANO D'AVORIO.]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--INTARSIO. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--BASSORILIEVO DI ANDROMEDA.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ERCOLE SUL MONTE OETA.

(Fot. Giuffrida).]

Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, offerse, nella Catania

feudale dei suoi tempi, un esempio piuttosto unico che raro. La città fu

bensì, allora,--«un fonte inesausto della più fiorita nobiltà, ed una

scaturiggine del sangue più illustre»--a detta del nostro spagnolesco

Muglielgini, il quale è tutto felice di poter citare uno Spagnuolo puro

sangue, don Sebastiano Cabarruvias Orosio, secondo il quale «_en Italia

llaman Catanes, y Valvasores, a los que en España llaman Infanzones_»,

essendo Infanzones «_termino antiguo, y vocablo que aora no se usa_», il

quale «_vale tanto come caballero noble hijo de Algo señor de vassallo,

pero no de tanta autoridad, come el titulado, o Señor de titulo_». Ma

l'Accademico Infecondo, se porta al cielo la nobiltà cittadina, non va

fino a sostenere che i signori catanesi si distinguessero nell'età sua

per un eccessivo amore alle lettere ed alle arti. Tanto più notevole fu

quindi che un gran signore come il principe di Biscari le onorasse e ne

facesse lo scopo e la passione della sua vita. Tutte le persone di

riguardo che passarono per questo estremo lembo d'Italia ebbero onesta

ed intelligente accoglienza nel suo palazzo, costruito verso la fine del

Seicento sulla cortina delle vecchie mura, alla Marina; e non dovettero

provare poca meraviglia trovando nella piccola e povera Catania di

quella età una dimora tanto magnifica, ricca di sale sontuose

e d'un salone che per architettura e decorazione è anche oggi

mirabile. Con una profusione di lacche, di ori, di stucchi e di

affreschi rappresentanti la storia di don Chisciotte--opera del catanese

Pastore--, il cielo d'una cupola impostata sul centro della vôlta e

illuminata da finestre invisibili gli dà una luce ed una elevazione

straordinaria; nella loggia coperta sulla quale esso si apre a mezzodì,

una leggiadrissima scala a giorno, leggiera e rabescata come un

merletto, dalla quale par che debba discendere una incipriata marchesa,

porta al quartiere superiore. Nell'ornamentazione esterna delle finestre

il barocco imperante in città è d'una ricchezza straordinaria: le

cariatidi, i puttini, i festoni, tutti i motivi decorativi vi sono

profusi. Il principe aveva anche costruito in casa sua un teatro che

fino ai principii del secolo scorso fu, con la sala degli spettacoli

dell'Università, il solo della città; ma il maggior titolo di questo

signore al rispetto dei posteri fu lo zelo col quale fece scavare a

proprie spese il sottosuolo di Catania e di altri luoghi dell'isola e

del continente, ed il gusto che lo spinse ad acquistare molte opere

d'arte: con gli oggetti ritrovati e comprati egli mise insieme, in un

edifizio appositamente costruito accanto al suo palazzo, un museo ad uso

dell'Accademia degli Etnei e di tutti gli studiosi. Una bella medaglia

fu coniata nell'occasione della solenne cerimonia inaugurale, avvenuta

nella primavera del 1758, ed il principe stesso recitò allora, dinanzi a

una dotta adunanza, una sua canzone:

Per secondar talun l'innato sdegno

D'irato Re si fa ministro all'ira,

Marte seguendo sanguinoso e fero.

Per serbar d'altri il Regno

Anelante si mira

Sotto il grave cimiero;

Ma da nemica man pugnando offeso,

O vinto, o al suol disteso

Estinto, o prigioniero

Rimane alfin dopo l'altrui vittoria

Senza onore di tomba, e senza gloria.

Io non così; di Giove infra le figlie

Meno di vita lieti i giorni, e l'ore

In bella pace alla virtute amica....

[Illustrazione: PALAZZO BISCARI--FINESTRE. (Fot. Castorina).]

[Illustrazione: PALAZZO BISCARI--SCALA INTERNA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--ATRIO. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--FRAMMENTI DI UNA PORTA DEL GAGINI.

(Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--BRONZI. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--VASI, TERRECOTTE, IDOLI.

(Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--GALLERIA DEI MARMI. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--TESTE ARCAICHE E VASO ETRUSCO.

(Fot. Grita).]

Catania · 第 3 / 5 段