Ma in fatto di edifizii sacri dei tempi di mezzo, la cattedrale eretta

dal normanno Ruggero nel 1094 fu certamente il più insigne. Anche qui,

disgraziatamente, i due terremoti del 1169 e del 1693 produssero tale

rovina che, a primo aspetto, nel tempio rifatto con altro stile nulla

più parla di quella età. Ad un attento esame, nondimeno, le tracce della

costruzione normanna si svelano. Le tre absidi, resistite ai

cataclismi, ne sono testimonii esternamente, col loro sesto acuto;

all'interno, l'arco gotico si mostra anche nelle cappelle del Crocefisso

e dell'Immacolata, nonchè nelle finestre strette e lunghe, simili a

feritoie, di quest'ultima e del passaggio fra la chiesa e il contiguo

Seminario. Ma il più notevole vestigio architettonico dell'antico Duomo,

la decorazione cioè della sua porta maggiore, non si trova più qui.

Adattata alla Casa comunale dopo la rovina del 1693, forse perchè

giudicata poco conveniente ad un luogo sacro, fu poi trasferita al Santo

Carcere, dove anche oggi attira l'attenzione dei curiosi e degli

studiosi, tra i quali molto si è discusso intorno al suo carattere. È

normanna e contemporanea della primitiva fabbrica del 1094? Oppure è

sveva, e fu poi sovrapposta, due secoli dopo, alla cattedrale? Monsignor

di Marzo, storico e critico egregio dell'arte siciliana nell'evo medio

ed al principio dell'età moderna, le nega il carattere normanno-siculo e

vi trova l'influenza di altri stili. Il normanno-siculo, infatti, porta

con tanta evidenza l'impronta mussulmana, che si suole più precisamente

designare coi nomi di arabo-normanno-siculo; più tardi, invece,

l'orientale profusione degli arabeschi negli intagli e nelle sculture

ornamentali andò scemando a profitto di elementi interamente diversi:

l'ibrido simbolismo e la barbara imitazione del classico che prevalsero

nell'Italia settentrionale, particolarmente in Lombardia, e si

associarono sempre più strettamente alle forme teutoniche. Questa porta

dell'antico Duomo ne è per l'appunto, dichiara il di Marzo, un esempio,

col suo congegno prospettico e simmetrico di quattro ordini di stipiti,

nei tre angoli dei quali stanno tre colonnine per ciascun lato,

faccettate a quadretti e strisce a zig-zag (_chevron_), e sui quali sono

impostati quattro ordini di archi a pieno centro; e particolarmente con

la serie delle figure simboliche che sorgono sulle piccole basi

dell'architrave. Ridotte a cinque, da sei che erano dapprima,

rappresentano un'aquila, una scimmia, un leone, una tigre ed un uomo

seduto in sedia curule, al quale manca da qualche tempo il capo; la

figura scomparsa era quella d'una donna in supplice atteggiamento. Che

cosa significa questo _rebus_ marmoreo? La soluzione che gli fu data

sarebbe una prova storica da aggiungere all'artistica per negare

l'origine normanna della porta ed assegnarla al periodo svevo.

Rammentando la distruzione di Catania ordinata da Federico II, si volle

che la figura dell'uomo seduto rappresentasse lo stesso Imperatore, e

che gli animali simboleggiassero i suoi sentimenti verso amici e nemici,

e che la donna fosse la città impetrante grazia dallo Svevo crudele.

Spiegazione plausibile, la quale non persuade tuttavia i sostenitori

della _normannità_ del monumento; i quali, giudicando che gli emblemi

svevi sono indipendenti dal resto degli adorni, sostengono che furono

sovrapposti sull'architettura di Ruggero ai tempi di Federico.

[Illustrazione: DUOMO--PORTA DELLA CAPPELLA DEL CROCEFISSO.

(Fot. Franco).]

[Illustrazione: SACRESTIA DEL DUOMO--L'ERUZIONE DEL 1669. AFFRESCO

DEL MIGNEMI. (Fot. Castorina).]

Se questa singolare decorazione dell'ingresso principale dell'antico

Duomo dev'essere oggi cercata al Santo Carcere, un'altra porta della

cattedrale rifatta è rimasta al suo posto e possiede anch'essa un suo

proprio valore. Attribuendola ad Antonello Gagini, figlio di quel

Domenico che, trasferitosi da Bissone, «delle parti di Lombardia», in

Palermo, sollevò, con l'opera propria e dei valenti eredi, la scultura

siciliana ad altezze prima ignorate, gli scrittori catanesi credettero

di attribuirle il massimo pregio; ma non s'accorsero di ledere nello

stesso tempo le ragioni della cronologia. L'iscrizione della porta dice

infatti che questa fu eretta nell'anno 1577, ed allora Antonello Gagini

era morto non da sette anni soltanto, come avvertì il già citato

Musumeci, ma da quaranta, come nota il di Marzo, che registra nel 1536

la morte dello scultore palermitano. Escluso dunque il Gagini come

autore dell'opera, sorge un'altra questione: è essa tutta d'una mano e

d'una età, oppure risulta composta dall'accozzamento di pezzi greci o

romani con altri di moderna fattura? Il Musumeci giudica antichi, e

provenienti probabilmente dalle decorazioni dell'Odeo, il bel fregio del

cornicione e le colonne composite, nei piedistalli delle quali si vedono

scolpiti a mezzo rilievo gruppi di Tritoni e Nereidi di squisito lavoro,

e graziosi Ippocampi nello zoccolo; solo l'architrave e gli stipiti

sarebbero moderni. Oltre che per la differenza del tratto, il Musumeci

giudica antichi i pezzi dianzi mentovati anche perchè hanno un carattere

mitologico poco adatto alla destinazione sacra della porta; ma

l'Hittorf, architetto del re Carlo X venuto a studiare i monumenti

siciliani, nega l'antichità di questi ornamenti, e con lui la nega il di

Marzo, rammentando che il classicismo del Cinquecento ricorse

liberamente a soggetti pagani nella ornamentazione di opere cristiane.

Ad ogni modo, sia tutta cinquecentesca la porta in quistione, o sia

composta di frammenti antichi e di pezzi moderni, sopra un punto non può

cader dubbio: sull'artefice che la eseguì, tutta o parte. La somiglianza

fra gli ornati a risalto e delle mensole di questa porta esterna con

quelli della porta interna per la quale si penetra nella cappella del

Crocefisso, eretta quattordici anni prima, nel 1563, attesta che uno

solo fu lo scultore delle due opere. Ora, se anche questa porta interna

fu indebitamente attribuita al Gagini, il Musumeci dimostrò, coi

documenti trovati nell'archivio della chiesa, che fu eseguita da Gian

Domenico Mazzola; e il di Marzo, confermando il fatto, corregge soltanto

la desinenza del nome e la patria dell'artefice: il Mazzolo o Masolo--e

non Mazzola--figlio di un Battista da Carrara, non fu «Scarpellino

catanese»: nacque invece anch'egli a Carrara e dimorò in Messina donde

venne in Catania procuratore del padre a riscuoterne i crediti, ed a

lavorare questa porta, la quale è giudicata fra le migliori sue opere,

fra le più delicate e perfette.

Ancora e sempre del Gagini è stato creduto il piccolo lavacro di marmo

della sacrestia: attribuzioni che dimostrano come da quell'artista

geniale o dalla sua scuola uscisse quanto di buono possiede la Sicilia

in fatto di scultura. Di forma rettangolare e simile ad un sarcofago,

questo lavacro ha una decorazione a mezzo rilievo di puttini, cornucopie

ed altri motivi ornamentali. Che sia leggiadra, basta aver occhi per

accertarlo; a chi veramente appartenga non si può dire; e del resto

Catania ha, per buona sorte, opere non dubbie del Gagini, delle quali

sarà tenuto parola più tardi.

Per ora, restando nella cattedrale, anzi nella stessa sacrestia, il

grande affresco del Mignemi merita una breve menzione, non già perchè

abbia valor d'arte, ma per la scena storica, grandiosa e terribile, che

rappresenta: la spaventosa eruzione del 1669, la più formidabile dei

tempi moderni. In fondo al quadro l'Etna solleva la gigantesca sua mole;

nel secondo piano, ai fianchi del monte, si erge il nuovo cratere dei

Monti Rossi, dal quale un fiume di fuoco scende per le più basse pendici

fino alla città, ne investe e scavalca le muraglie occidentali, ne

invade ed incendia i sottoposti quartieri, ne circuisce e diminuisce il

castello, per gettarsi finalmente in mare, restringendo il porto dal

quale escono a forza di vele e di remi le navi cariche di atterriti

fuggiaschi.

Tornando dalla sacrestia nella chiesa, le absidi che rivelano dalla

parte esterna l'antica ossatura normanna, attraggono anche all'interno

l'attenzione, non tanto per la decorazione a fresco, eseguita dal romano

Corradino nel 1628, quanto per i sarcofaghi regali murati in quella del

centro. Il meridionale contiene le ceneri di sette personaggi augusti:

Federico II d'Aragona, re di Sicilia; suo figlio Giovanni, Lodovico,

Federico IV, Martino, Maria ed il figliuoletto di lei Federico; nel

sarcofago della parete settentrionale dorme l'eterno sonno, tutta sola,

Costanza, la figlia del quarto Martino aragonese. Ma, come disse

l'epigrafe di Mario Rapisardi quando fu restituita da Parigi alla natale

Catania la salma di Vincenzo Bellini, «questa basilica in cui dormono

dimenticate le ossa di tanti re, diverrà da questo giorno famosa per la

tomba di Vincenzo Bellini». La quale è posta sotto il secondo pilastro

di destra, ed è ornata di un piccolo monumento del fiorentino Tassara.

[Illustrazione: DUOMO--SEPOLCRO DI VINCENZO BELLINI. (Fot. Gentile).]

Il maggior Catanese dei tempi moderni, il cantore della _Norma_, della

_Sonnambula_ e dei _Puritani_, era degno, per la soavità dell'anima sua

e per l'universalità della sua gloria, di riposare accanto alla più

gloriosa e soave sua concittadina dei tempi andati, Sant'Agata. La salma

del musicista, morto a Parigi nel 1837, restò sepolta al _Père Lachaise_

per circa quarant'anni, fino al 1876, quando ne fu tratta e trasportata

in Sicilia e deposta nella terra natale; la martire suppliziata in vita

come già si è narrato, non fu risparmiata neppure dopo morte, e la sua

salma fece più lunghi e travagliosi viaggi, come narrano i bassorilievi

del Coro della sua chiesa. Nella prima metà dei trentacinque scomparti

che lo compongono è sceneggiata la vita ed il supplizio della vergine,

la seconda illustra la storia della sua spoglia terrena: il trasporto a

Costantinopoli ordinato nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace

e compito a dispetto della tempesta scatenatasi il giorno della

partenza; l'apparizione in sogno della santa, una notte dell'aprile

1126, al francese Gisliberto o Giliberto, comandante delle guardie

dell'imperatore Giovanni Comneno, per manifestargli la volontà di essere

restituita alla patria; l'accordo del soldato francese col compagno

calabrese Goscelmo o Goselino; le loro titubanze e i loro nuovi sogni

più chiari; la discesa da entrambi operata in S. Sofia, durante la notte

del 20 maggio; lo scoprimento del sarcofago e il trafugamento della

salma ridotta a pezzi e nascosta nelle faretre per eludere la vigilanza

delle guardie alle porte; il successivo imbarco, l'approdo e l'indugio a

Smirne ed a Corinto; il nuovo sogno e la nuova apparizione di Agata

dolente della loro lentezza; l'arrivo in terra italiana a Taranto e la

perdita, nel trarre dalle faretre e nel ricomporvi le reliquie, di una

mammella; il miracolo del latte che questa diede a una bimbolina che la

ritrovò e la portò alle labbra; l'ultimo sbarco finalmente a Messina;

l'incontro col vescovo Maurizio al castello di Aci e il trionfale

ingresso in Catania, il 17 agosto. Opera della fine del Cinquecento,

eseguita per conto del vescovo Corionero e del suo successore Rebida,

queste sculture del Coro furono scoperte... da Alessandro Dumas, nel

1835. La _Speronare_, come tanti altri libri di viaggio del romanziere

di _Montecristo_, è uno dei più curiosi libri che si possano leggere:

formicolante di errori, zeppo di fiabe da far dormire in piedi, rivela

nondimeno il nativo senso artistico dello straordinario scrittore. Così,

dei bassorilievi del Coro catanese egli ha ragione di dire che «nessuno

vi fa attenzione, nessun libro ne parla, nessun cicerone pensa a

mostrarli, mentre sono una delle cose più notevoli di quella chiesa».

Certo, come osserva il di Marzo, la forma non ne è esente da qualche

libertà, e l'esecuzione ne è qua e là trascurata, ma nell'insieme

riescono _charmans de naïveté_, come dice il Dumas; il quale però,

passando a descriverli, inciampa negli svarioni. Il lavoro della fine

del Cinquecento è attribuito al secolo precedente; il proconsole

Quinziano diventa Quintiliano, Goselino e Giliberto si riducono ad un

solo, Guiberto; nè il romanziere si cura di ricercare se proprio tutti i

libri tacciono di questi bassorilievi, se l'autore ne è addirittura

ignoto. Poca fatica sarebbe occorsa a conoscerne il nome: bastava

cercarlo nelle _Osservazioni sulla storia di Catania_ del Cordaro, dove,

con lo stile tutto suo, questo scrittore mette in evidenza il pregio del

lavoro. «Il vescovo Corionero che la chiesa catanese governò dal 1589 al

1595, i sedili di legno allestì nel coro della cattedrale ove è il

martirio di S. Agata inciso, lavoro del napolitano Scipione Guido»--più

precisamente, di Guido:--«a quale opera tuttora dagli stranieri per la sua

perfezione si ammira».

[Illustrazione: DUOMO--IL CORO. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: DUOMO--IL BUSTO DI SANT'AGATA.]

[Illustrazione: DUOMO--SCRIGNO DELLE RELIQUIE DI SANT'AGATA.

(Fot. Castorina).]

[Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--TECA DEL BRACCIO DI S. GIORGIO.]

Dal momento che il corpo della loro celeste Patrona tornò così

tagliuzzato presso di loro, i Catanesi ripresero a venerare con più

fervore che mai quelle membra recise, e nel secolo XIV provvidero a

serbarle in degne custodie. Il busto fu chiuso in un busto d'argento

dorato, con la faccia e le mani di smalto, sorretto da un basamento

ottagonale e fiancheggiato da due angioletti: la destra regge la croce

accompagnata da gigli, nella sinistra è l'Epigrafe angelica. La base,

che poggia sopra otto foglie rovesciate, di tipo gotico, è ricca di

scorniciature e riquadri e tutta adorna di smalti, tra i quali due

stemmi d'Aragona, quello di Catania ed altri di dubbia attribuzione,

nonchè scene del martirio, figure di S. Agata e di S. Caterina

d'Alessandria, e quelle dei due vescovi catanesi, Marziale e il suo

successore Elia, entrambi francesi, anzi limosini, come è detto

nell'iscrizione che gira attorno alla base:

VIRGINIS ISTUD OPUS AGATHAE SUB NOMINE COEPTUM

MARTIALIS FUERAT QUO TEMPORE PRAESUL IN URBE

CATANIAE, CUI PASTOR SUCCESSIT HELIAS;

AMBOS LEMOVICUM CLARE PRODUXERAT ARDOR.

Fin qui i lettori dell'iscrizione sono concordi; la discordia incomincia

per i quattro versi seguenti:

ARTIFICIS MANUS HOC (HAEC, HANC) FABRICAVIT MARTE (ARTE) JOANNES

BARTOLUS ET GENITOR, CELEBRIS CUI PATRIA CEVE (LEVE)

MILLE TER ET CENTUM POST PARTUM VIRGINIS ALMAE

ET DECIES SEPTEM SEXTOQ. FLUENTIBUS ANNIS.

[Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BASE DELLA TECA DEL BRACCIO DI S.

GIORGIO.]

[Illustrazione: S. FRANCESCO--PORTA DELLA CUSTODIA.]

[Illustrazione: S. FRANCESCO--PARTICOLARE DELLA PORTA DELLA

CUSTODIA.]

[Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--CALICI.]

La data, sulla quale non cade dubbio, dice chiaramente che l'opera fu

fatta durante il soggiorno della Corte papale ad Avignone, dove il

vescovo catanese Marziale si era recato presso Gregorio XI ad

annunziargli l'assunzione di Federico III al trono di Sicilia, e dove

morì, affidando la diocesi ed il compimento del reliquario al suo

connazionale e successore Elia. Ma chi furono gli artefici della statua?

Eugenio Müntz, poichè i lettori dell'iscrizione non sono d'accordo,

leggendo alcuni _cui patria Ceve_, altri _cui patria leve_, addottò una

terza interpretazione: _cui patria Senam_, identificando l'autore del

busto catanese con Giovanni di Bartolo, senese, orafo per l'appunto alla

Corte pontificia in Avignone, ed autore dell'altro celebre reliquario

racchiudente le teste dei santi Pietro e Paolo. Se non che, c'è una

difficoltà. L'iscrizione non riesce bene decifrabile perchè il busto è

tutto ricoperto di _ex-voto_ offerti dalla pietà dei fedeli--tra i quali

la corona regale che si dice esser dono di Riccardo Cuor di Leone al suo

passaggio da Catania durante la crociata del 1191, la collana d'oro del

vicerè de Acuña, varie insegne del Toson d'oro e dell'Ordine

d'Alcantara, parecchie mammelle d'oro e d'argento, due delle quali

portano incise le armi dei re di Spagna, e molti anelli pastorali e

croci vescovili, tra le quali quella di Leone XIII, e un gran numero di

minutaglie d'oro, d'argento, di corallo, d'ambra, e finanche orologi da

tasca;--ma lo Sciuto Patti, dopo avere esaminato da vicino il

reliquario, escluse assolutamente che si possa leggere _cui patria

Senam_: l'iscrizione dice chiarissimamente _cui patria Ceve_: non regge

quindi l'interpretazione del Müntz, il quale aveva eccitato molto

entusiasmo, lasciando credere che fra i tesori artistici italiani si

trovasse un'altr'opera uscita dalle miracolose mani del Bartoli. E lo

Sciuto Patti lo nega per altre ragioni che sarebbe troppo lungo

riferire; se non che, escluso il Giovanni di Bartolo, resta ancora da

vedere chi furono gli artefici nominati nell'iscrizione: _Johannes

Bartolus et genitor_. Ed è strano come il nostro critico abbia avuto

sotto gli occhi l'identificazione e non l'abbia compita. Glielo impedì

l'aver voluto, contrariamente alle concordi affermazioni dei cronisti,

distinguere gli autori del Busto da coloro che eseguirono lo _Scrigno_

dove si custodiscono, in sette teche d'argento dorato e cesellalo di

ottimo lavoro, le altre sparse membra della martire. Questo _Scrigno_ è

una cassa a base rettangolare, con gli angoli tagliati e il coperchio a

spigolo, rivestita internamente di velluto trinato d'oro ed all'esterno

di lamine doppie d'argento vermicolato con figurine di santi a rilievo

ed a cesello negli scomparti architettonici di stile gotico

_fiammeggiante_: una fervida fantasia vi ha profuso i motivi

ornamentali. Ora lo Sciuto Patti, leggendo negli _Emailleurs limousins_

di Maurizio Ardant, che Giovanni e Bartolomeo Vitale «andarono a Catania

in Sicilia per ornare di smalti il reliquario di S. Rosalia», e che il

padre di Bartolomeo, Bernardo, «vi sarebbe stato anteriormente a

cominciare il lavoro», riconosce che questi Vitali, chiamati nell'isola,

eseguirono lo Scrigno: opinione non contrastata dal facile errore nel

quale cadde e--trattandosi di uno scrittore francese che si occupa di

cose italiane--doveva cadere l'Ardant; dallo scambio, cioè, di S.

Rosalia, patrona di Palermo, con la protettrice celeste della minore

Catania. Ma, riconosciuti così in Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale

gli autori dello Scrigno, e negato che i nominati _Johannes Bartolus et

genitor_ del Busto fossero Giovanni di Bartolo da Siena e il padre suo,

era ed è molto semplice e quasi necessario identificarli con

Giovanni, Bartolomeo--o Bartolo che è tutt'uno--e Bernardo, padre,

«_genitor_», per l'appunto, di Bartolomeo: tutti della famiglia Vitale,

venuti da Limoges a Catania per attendere a questi lavori sacri. Intento

a dimostrare, contrariamente alle concordi affermazioni di tutti i

cronisti, che Busto e Scrigno non sono della stessa mano nè dello stesso

tempo, lo Sciuto Patti non fece questa identificazione tanto naturale;

alla quale non si oppongono gli argomenti da lui addotti per distinguer

gli autori dello Scrigno da quelli del Busto. Se è vero, infatti, che

esisteva in Catania un _Opus Scrinei_, una istituzione destinata a

raccogliere fondi per la costruzione dello Scrigno, forse che bisogna

perciò escludere come ordinatore del lavoro il vescovo Marziale e il suo

successore Elia? Che cosa impedisce di ammettere che questi prelati,

come ordinarono il Busto, così--coi denari dell'opera dello

Scrigno--ordinassero quest'ultimo? Non è anzi naturale che commettessero

insieme i due lavori--ed agli stessi artisti? Se dall'esame dello stile

risultasse che le due manifatture appartengono a tempi molto distanti,

certo la supposizione cadrebbe; ma lo stesso Sciuto Patti afferma che lo

Scrigno mostra di essere «di alquanti anni posteriore» al Busto; anni

tanto pochi, da far ammettere una «quasi contemporaneità», con la quale,

appunto, egli spiega l'origine dell'opinione che vuole lo Scrigno

eseguito, come il Busto, per commissione ed al tempo dei vescovi

Marziale ed Elia. Di Bartolomeo Vitale è provata l'esistenza fino al

1401: se, dunque, la cassa «mostra chiaro di appartenere, al più tardi,

agli ultimi anni del secolo XIV, ma più probabilmente ancora ai primi

del XV», le date concordano. Il fatto che in questa cassa non c'è

iscrizione o segno che accenni minimamente alla data del lavoro nè a

coloro che lo ordinarono e l'eseguirono, conferma precisamente che esso

nacque ad un tempo con la statua: inscritte nella base di questa tutte

le indicazioni desiderabili in quei bruttissimi distici, gli artefici

dovettero giudicare superfluo ripeterle in quella: se, invece, lo

Scrigno fosse uscito da altre mani in altro tempo, il nuovo orafo

avrebbe rivelato l'esser suo. E se, finalmente, mancando qualunque

iscrizione nello Scrigno, lo Sciuto Patti vi ha trovato lo stemma di

Catania e quello di casa Paternò, ciò vorrà dire che questa famiglia

concorse all'opera, e che il lavoro fu eseguito in Catania: tutte cose

che non escludono l'identificazione dei _Johannes Bartolus et genitor_

sottoscritti nel Busto coi Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale

esecutori dello Scrigno. Una sola parte del quale--per esaurire

l'argomento--è senza dubbio, come dimostra lo Sciuto Patti, di altra

mano: il coperchio, dove si legge la data del _1579_; lavoro molto

probabilmente di quel Paolo Guarna, catanese, a cui si debbono il bel

reliquario del braccio di S. Giorgio serbato nel tesoro del Duomo e la

stupenda porta del Tabernacolo nell'altar maggiore di S. Francesco.

[Illustrazione: IL FERCULO DI SANT'AGATA. (Fot. Castorina).]

[Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BUSTO DI S. CATALDO.]

[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA--MAUSOLEO DEL VICERÈ DE

ACUÑA.]

[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PARTICOLARE DEL MAUSOLEO

DEL VICERÈ DE ACUÑA.]

[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PORTA DEL SACELLO.]

[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: DECORAZIONE SOVRASTANTE

ALL'ALTARE.]

Compiuto lo Scrigno, e continuando le oblazioni all'Opera appositamente

istituita, si pensò, nella seconda metà del Cinquecento, di costruire

una sontuosa macchina per trarvi, nella solenne processione annuale, le

reliquie della Santa. Questa _Bara_, come è volgarmente chiamata, o

Ferculo, ha la forma d'un tempietto, con un basamento dal quale

s'innalzano sei colonne sorreggenti la vôlta o cupola: l'ossatura di

legno ha un rivestimento di lamine d'argento in parte dorate; quelle

della vôlta sono congegnate a scaglie o squame. Attorno allo zoccolo, in

altrettante riquadrature, sono scolpiti a mezzo rilievo, da mano

egregia, le scene del martirio e della traslazione; dagli orli inferiori

della cornice pendono encarpi o festoni e lampade d'argento; sull'orlo

superiore stavano infisse dodici statuette d'argento massiccio

rappresentanti i dodici apostoli, ma una combriccola di ladri le

portarono via, spogliando anche di molta parte dell'antico prezioso

rivestimento la tre volte centenaria macchina, che la pietà dei fedeli

volle poi restaurata. All'opera, compita in diverse età, contribuirono

parecchi artefici, e primo di tutti, fra il 1540 e il 1550, essendo

vescovo un Caracciolo, Antonio Arcifer o Archifel, figlio di Vincenzo,

entrambi rinomati orafi catanesi; del quale Antonio sarebbero anche,

secondo lo Sciuto Patti, i rocchi o terzi inferiori delle colonne, le

specchiature a cesello che stanno fra i riquadri del martirio, e le

graziose cariatidi di rame dorato che ornano lo stilobate. Mezzo secolo

dopo, nel 1592, furono aggiunte le statuette a spese del vescovo

Corionero, per opera d'un artefice di cui s'ignora il nome; più tardi

ancora, intorno al 1638, la decorazione fu compiuta da Paolo Aversa, o

meglio d'Aversa--cioè aversano, e non già catanese, secondo la

correzione proposta dal di Marzo, il quale però attribuisce tutto il

ferculo a questo artefice, facendolo lavorare al tempo del Caracciolo,

quando invece gli sarebbe posteriore di più che un secolo.

[Illustrazione: SANT'AGATA ALLA FORNACE. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: IL MONTE DI PIETÀ DI S. AGATA. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).]

Catania · 第 2 / 5 段