[Illustrazione: MUSEO BISCARI--CENTAURESSA E FAUNO. (Fot. Grita).]
La qual cosa non impedì che uno scultore lo rappresentasse vestito
all'eroica, con corazza e lorica, proprio nell'atrio di quel museo dove
In mirar tra chiusi vetri quanto
Offerse prisco tempo, arte e natura
Trovo larga mercede al sudor mio
e quando espressamente egli disse:
Sarà mia gloria e vanto
Appo l'età futura,
Che seppi il suol natìo
Ornar così di pregio illustre; e a Voi
Ben degni figli suoi,
A scorno dell'oblio
Per coltivar le belle Muse, ameno
Campo vi apersi, ed ubertoso appieno.
[Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DELLE TERRECOTTE.
(Fot. Gentile).]
Non era millanteria: Volfango Goethe, qui venuto il 3 maggio del 1787,
scrisse sul suo Diario: «Le statue, i busti di marmo e di bronzo, i vasi
e le altre antichità raccolte in questo museo, hanno molto slargato il
cerchio delle nostre cognizioni artistiche...».
[Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DEI VASI ETRUSCHI.
(Fot. Grita).]
Degli avanzi dell'antica Katana custoditi nel principesco museo già si è
parlato a loro luogo: converrà ora ricordare la raccolta dei bronzi, tra
i quali molti pregevolissimi, e la ricchissima collezione delle
terrecotte e dei vasi etruschi e greco-siculi. Alcuni di essi hanno un
particolare interesse locale, per essere di fabbrica catanese: si
riconoscono al maggior peso, dovuto al fatto che nell'impasto è
mescolata la sabbia vulcanica ricca di silice e ferro, ed a certi
caratteri esterni, come le curve meno pronunziate, il colorito più vivo,
le anse attaccate al labbro e talvolta l'impronta della civetta. Il loro
disegno più rozzo scapita ancora quando si paragona a quello purissimo
di alcuni vasi di altra fabbrica: uno particolarmente, il gioiello della
collezione, ha una quadriga stupenda che rammenta quella di una metopa
selinuntina. Fra le terrecotte è notevole un busto di grandezza
naturale, di stile eginetico e di remota antichità. Ai primi tempi della
scultura appartengono un bassorilievo di lava rappresentante la pugna
di due guerrieri, una testa di granito rosso di stile egiziano ed
un'altra di marmo bianco con capelli ed acini di uva, di stile
eginetico. Un piedestallo, che pare reggesse un'urna, porta scritto in
greco: Diodoro Apollonio, e poichè fu trovato in Agira, dove il grande
storico nacque, da Apollonio per l'appunto, si suppose che reggesse
l'urna contenente le ceneri dello storiografo.
[Illustrazione: MUSEO BISCARI--BASSORILIEVO DI SANT'AGATA.
(Fot. Grita).]
VI.
[Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--ANTONELLO GAGINI: STATUA DELLA
MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Gentile).]
E il discorso di Catania artistica sarebbe così finito, se non restasse,
in qualche chiesa, qualche opera d'arte degna di nota. Per cominciare
dalla più ricca di cose pregevoli, ecco quella di S. Maria di Gesù, dove
sono due opere autentiche del Gagini, e se ne ammirerebbe una terza se
non fosse da più tempo scomparsa. Del valoroso scultore palermitano è
qui la statua della Madonna col Bambino, opera giovanile, ma già
egregia, documento quindi della precocità di quel mirabile ingegno.
Antonello la scolpi a vent'anni, durante il suo soggiorno in Messina; ma
egli non poteva veramente dare alla Vergine un viso più bello, d'una
espressione più pura, nè un'aria più maestosa e divina al Bambino, che
senza la consueta timidezza volge lo sguardo ridente allo spettatore.
Bellissimi sono anche i tre bassorilievi dei piedistalli, dei quali il
centrale rappresenta la Visitazione di Maria ad Elisabetta, e i due
laterali S. Francesco d'Assisi e S. Antonio di Padova. Nella stessa
chiesa è dello stesso Gagini la fiorita e squisita decorazione della
porta che mette nella cappelletta di casa Paternò--quella cappelletta
sepolcrale della quale già si parlò per la sua architettura e dentro
alla quale c'è una bella tavola del messinese Angelo di Chirico (1525)
rappresentante l'Immacolata fra i simboli dei suoi titoli e le figure di
S. Agata e S. Caterina. La porta gaginesca, allogata da don Alvaro
Paternò ad Antonello nel 1518, per il prezzo di onze 30--382 lire e 50
centesimi--ha due pilastri d'ordine corintio, scanalati, con
contropilastri ornati d'acanto; sull'architrave il frontespizio
semicircolare racchiude un gruppo di mezze figure: il Cristo morto fra
Maria e la Maddalena, con due genietti ai piedi, in tutto tondo,
ciascuno dei quali regge uno scudo di casa Paternò. La terza opera, ora
scomparsa, era, dentro questa cappella, un busto dell'Alvaro già
nominato: lavoro tanto stupendo che fu da taluni attribuito a
Michelangelo, del quale il Paternò, senatore romano, sarebbe stato amico
nella città eterna. Se non che il di Marzo non solo ha negato questa
pretesa dimestichezza, ma avendo veduto, prima che scomparisse, il
celebre busto, afferma che gli mancava qualsiasi carattere dello stile
michelangiolesco, e che rammentava invece, precisamente, la maniera del
Gagini.
[Illustrazione: CHIESA DI S. MARIA DI GESÙ--PORTA DELLA CAPPELLA DI
CASA PATERNÒ. (Fot. Brogi).]
Prima di uscire da S. Maria di Gesù merita uno sguardo il gran
Crocefisso scolpito su legno da Frate Umile da Petralia, al secolo
Giovan Francesco Pintorno, morto nel 1639 e _specialista_, come si dice,
in Cristi, che egli diffuse in quasi tutte le chiese di Sicilia, da
Girgenti a Nicosia, da Caltagirone a Salemi, da Milazzo a Randazzo. Il
cronista Francesco Tognoletto narra di lui che «mentre stava lavorando
quelle statue, alzando la sua mente alla contemplazione, pensava gli
intensissimi dolori, che nella morte soffrì l'autor della vita: onde per
tal causa, quand'egli ne lavorava qualcheduna, se ne stava ritirato in
una stanza serrata di dentro, dove gli occhi suoi erano fontane di
lacrime, spargendone in abbondanza per tenerezza e compassione del suo
amato signore». E dalla sua dolorosa cogitazione venivano fuori opere,
come questo Crocefisso, dolorosissime a vedere, e propriamente
spaventose.
[Illustrazione: PARTICOLARE DELLA PORTA DI ANTONELLO GAGINI.
(Fot. Gentile).]
[Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--MONUMENTO SEPOLCRALE DEL DUCA DI
CARCACI, DEL TENERANI. (Fot. Gentile).]
Per tornare al Gagini, mentre in Catania gli si attribuiscono tante
opere non sue, nessuno gli appropria la suissima Madonna di S. Domenico
fuori le mura. La paternità ne è stata dimostrata dal sullodato di
Marzo, il quale ha pubblicato il contratto fra lo scultore e Lodovico
Platamone vescovo di Siracusa, mediante il quale l'artista si obbligava
a scolpire, con altre due statue, una simigliante in bellezza, anzi
ancora più bella che quella da lui stesso lavorata in Palermo nel 1526,
e non ancora consegnata, per commissione dei frati domenicani di S.
Maria la Grande in Catania. Ora, sapendosi che il moderno S. Domenico
era intitolato una volta, per l'appunto, S. Maria la Grande, e notandosi
alla base della Madonna gli stemmi dell'ordine Domenicano, non sarebbe
già possibile dubitare che questa è propriamente la statua del Gagini,
se pure la mano dell'autore non si rivelasse nello stile dell'opera, in
quella soavità dell'espressione cristiana nella quale il Gagini fu
unico--dice il Galeotti--come unico fu Michelangelo nella terribilità.
[Illustrazione: S. DOMENICO--ANTONELLO GAGINI: MADONNA COL BAMBINO.
(Fot. Ursino).]
[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PIETRO NOVELLI: S. CRISTOFORO.
(Fot. Brogi).]
[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ANTONELLO SALIBA: MADONNA COL
BAMBINO. (Fot. Alinari).]
Altre notevoli opere di scultura non si serbano nelle altre chiese
catanesi; vi abbondano i quadri, ma alla quantità non corrisponde
purtroppo la qualità. Nei primi secoli dell'arte cristiana la Sicilia
tenne un posto onorevolissimo, particolarmente coi mosaici; e se di
Catania non si sa che ne possedesse qualcuno paragonabile a quelli di
Cefalù, di Palermo e di Monreale, certo qui la pittura religiosa dovette
esser tenuta in grande onore, dato che la resistenza di tutta l'isola
all'eresia degli iconoclasti ebbe alle falde dell'Etna i più caldi ed
efficaci propugnatori. Catanesi furono i vescovi S. Giacomo e S. Sabino
che lottarono strenuamente per il culto delle immagini; catanese fu il
vescovo Teodoro che, insieme coi compagni di Palermo, Taormina, Messina,
Lentini, Iccara, Triocala, Lilibeo e Siracusa, sostenne la stessa causa
nel secondo concilio di Nicea, e catanese fu lo stesso diacono Epifanio
che chiuse quella devota adunanza con una sua eloquente orazione. Anche
durante il dominio saraceno in Catania, rimasta lungamente indipendente
con Taormina e Siracusa e tutta la val di Noto e la val Démone, la
pittura cristiana fu salvata; ma delle opere che allora e più tardi qui
furono prodotte o recate, quasi nulla più resta, tranne le tavolette
bizantine del museo Benedettino, le migliori delle quali, menzionate dal
di Marzo, per colmo di sciagura non si trovano più. Più tardi, nell'età
normanna, il Duomo ebbe una decorazione pittorica della quale il nostro
Accademico Infecondo così parla: «Il tetto era fatto a scorniciature di
legnami, ove vedevansi di peritissimo ed antico pennello tutte le
istorie del Testamento vecchio e nuovo»; ma l'opera andò perduta, come
perdute andarono le pitture del Tau e della navata maggiore «a fresco
con stucchi finiti arricchiti d'oro à maggior segno, che pareva giusto
un perù pendolo in quelle mura». Di chi fossero questi affreschi il
Muglielgini non riferisce, e con tutte le sue amplificazioni non si può
nascondere che, mentre Palermo e Messina, fra il Quattrocento ed il
Cinquecento, ebbero due floridissime scuole di pittura, in Catania non
si rivelò nessun maestro del pennello, nè furono portate opere di grandi
pittori forestieri.
[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--SCUOLA DEL RIBERA: TOBIA
RESTITUISCE LA VISTA AL PADRE. (Fot. Brogi).]
[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--AUTORE IGNOTO (SCUOLA
FIAMMINGA): MORTE DI CATONE.]
Di Antonello da Messina si sa, narra il di Marzo, che ebbe relazioni con
Catania, essendosi obbligato per contratti a dipingervi opere che alla
sua morte furono assunte dal figlio Jacobello; ma nè delle opere, nè
delle stesse scritture è rimasta traccia. Dell'insigne maestro
messinese è comunemente creduta la perla del museo Benedettino, la
Madonna col Bambino, e _Antonellus Missenius_ firmò infatti lo stesso
autore nel cartellino che si vede nell'angolo inferiore di sinistra; ma,
dopo queste due parole, altre vi si leggono che troppi osservatori hanno
trascurate, forse temendo di scemar valore all'opera d'arte non
attribuendola al glorioso maestro messinese. Dice dunque l'Iscrizione:
_Antonellus Missenius D' Saliba hoc pjecit opus 1497 die 2 julij_.
Questo Antonello non è dunque da confondere col suo più celebre omonimo
e zio: egli visse e lavorò in un tempo alquanto posteriore, dal 1497,
appunto, al 1531. C'era un suo prezioso quadro, ora perduto, nella
parrocchia di Pistunina presso Messina, nel quale il suo nome era così
scritto: _Antonellus Resaliba_; altri due ne esistono ancora, nelle due
maggiori chiese di Monforte e di Milazzo; il primo porta scritto
_Rosaliba 1530_; il secondo _Eu mastru Antonellu Resaliba pinsit 1531_.
Ma se l'ortografia del suo nome è così ambigua, e se troppe cose
s'ignorano dell'esser suo e della sua vita, il valore della sua arte è
evidente, segnatamente nella tavola catanese, della quale il di Marzo
dice con ragione che basta a dimostrare «qual divino artefice sia stato
il Saliba».
Un altro bel quadro del museo Benedettino è di Pietro Novelli, il
Monrealese, e rappresenta un gigantesco S. Cristoforo, con una clava
nella possente sinistra, la muscolatura michelangiolesca, il petto largo
e gagliardo, le spalle larghe e quadrate sulle quali sta accavalcato,
afferrandosi alla criniera del colosso con la destra, e reggendo con la
sinistra il globo, un adorabile bambino Gesù. Allo stesso Monrealese, od
alla sua scuola, si attribuiscono due altri quadri della pinacoteca
Benedettina: gli Apostoli ed una Sacra Famiglia.
Di altri artisti isolani non vi sono opere nel museo; vi sono invece una
Deposizione di Polidoro da Caravaggio, in tutto simile a quella di Roma;
un Cristo schernito che si vuole di Gherardo delle Notti, e molti buoni
quadri d'ignoti autori, tra i quali un bellissimo Tobia della scuola del
Ribera, una Maddalena, una S. Cecilia di scuola bolognese, una morte di
Catone fiamminga, e via dicendo.
[Illustrazione: MONUMENTO A VINCENZO BELLINI, DEL MONTEVERDE.
(Fot. Alinari).]
Fra gli artisti isolani che lavorarono per le chiese di Catania, si sa
dalle storie che Jacopo Vignerio, uno dei migliori discepoli del
Caldara, diede alla cattedrale le opere così descritte dal Muglielgini:
«In due pilastri si ammiravano dipinti un S. Pietro e Paolo, ch'erano di
tanta eccellenza, quanto se fossero stati pennelleggiati da Raffaello
d'Urbino; ma eglino furono dipinti dal Vignerio antico detto per
Antonomasia». Non occorre quasi avvertire che dell'opera si perdette,
col terremoto, la stessa memoria; a segno che il di Marzo non la
rammenta tra i quadri dell'artista. Lo storico palermitano non parla
neanche d'un altro suo quadro (1541), che esiste ancora a S. Francesco e
rappresenta il viaggio al Calvario. Un'altra delle poche tele importanti
sfuggite al terremoto sta a S. Domenico. Il già citato Musumeci la
additò primo all'attenzione degli studiosi, la descrisse, ne riconobbe
l'argomento e le figure, e fece argute induzioni sull'epoca e l'autore.
Il quadro comprende una parte celeste, nella quale si vedono S. Domenico
ed altri santi della sua religione, in atto di ricevere dalla Madonna la
corona del Rosario; ed una parte terrena, dove stanno raccolti, dopo il
concordato di Bologna, Clemente VII e Carlo V, entrambi genuflessi: il
Papa rivolto supplichevolmente alla Vergine, l'imperatore sul punto di
essere incoronato: tutt'intorno una folla: il cardinale Farnese, più
tardi Paolo IV, allora decano del Sacro Collegio, il quale unse Carlo;
il cardinale Salviati che lo vestì; Francesco Sforza, duca di Milano,
Alessandro de' Medici, il principe d'Orange, il Gattinara cancelliere
imperiale, ed altri nobili personaggi. Come la narrazione del Giovio
servì al Musumeci per ricostruire la scena, così i giudizii del Vasari e
del Lanzi lo spinsero a indicare il possibile autore dell'opera. Era
creduta del Correggio; ma, poichè non ha i caratteri di quell'artista,
poichè dovette esser dipinta fra il 1531 e il 1537, tempo nel quale
l'Allegri era in Parma, poichè l'ignoto autore dovette ritrarre dal
vero in Bologna quei personaggi famosi, e poichè finalmente in Bologna
visse quasi sempre dal 1506 al 1542 Innocenzo Francucci da Imola, alla
cui maniera somiglia quella del dipinto catanese, il Musumeci argomenta
che ad Innocenzo appunto allogassero il quadro i Domenicani catanesi
Giuseppe Platamone ed Aloisio Suppa, che furono in Bologna; al primo dei
quali toccò l'onore di predicare in presenza di Clemente e di Carlo, ed
il secondo, distintosi a Trento, fu tanto bene accetto al papa ed al
cardinale, da esser poi eletto vescovo di Girgenti. Sfuggita al
terremoto, questa pregevole opera va però morendo grazie alla barbara
pietà dei fedeli; la quale, come ha imposto corone di rame dorato alle
Vergini ed ai Bambini del Gagini, così ha conficcato nel quadro due
serti di stelle d'argento e corone votive di corallo. Uno scempio
peggiore è stato consumato sopra un antico S. Michele dei Minoriti,
tutto rivestito di lamine d'oro e d'argento: strazio che fa quasi
preferire la sorte della Resurrezione del Pomaranci, della Circoncisione
di Luca Cambiaso, del quadro del Caravaggio di S. Francesco, delle
quattro tele di Raffaello Vanni della Trinità e della Badia di S. Agata,
totalmente e repentinamente periti sotto le macerie del 1693. Restano
ancora in buono stato alcune antiche Madonne d'ignoti autori, a S.
Gaetano, all'Ogninella, a Nuovaluce, ai Crociferi; ed una serie di
quadri di scuola messinese, tra i quali un martirio di S. Placido del
Campolo ai Benedettini, un S. Pietro che consacra S. Berillo vescovo di
Catania del Suppa alla cattedrale, una Sacra Famiglia a S. Anna, una S.
Maria del Catalano a S. Maria della Lettera, una Madonna della Speranza
del Guascogna ai Cappuccini.
[Illustrazione: TEATRO BELLINI. (Fot. Brogi).]
Fra queste tele religiose le catanesi non sono le più belle nè le più
antiche. Per trovare nella storia della pittura siciliana il nome d'un
catanese, bisogna scendere sino alla fine del secolo XVI e contentarsi
di quel Bernardino Negro, o Niger, come latinamente firmavasi, il quale
può passare per catanese, sebbene nascesse nel contado, a Biancavilla, e
si qualificasse di nazione greca, perchè la sua terra natale era stata
fondata un secolo innanzi da una colonia di Epiroti emigrati per
sottrarsi alla persecuzione maomettana. Di questo pittore c'è una
tavola, nella chiesetta del S. Carcere, che rappresenta il martirio di
S. Agata: in mezzo a una gran folla di popolo, fra i truci carnefici,
sotto il palazzo del Proconsole, presso l'anfiteatro, la verginella vede
apprestarsi gli strumenti dello spaventoso supplizio: se fermo è l'animo
suo, gli astanti hanno in volto raccapriccio e pietà, e già la divina
potenza manifesta il suo sdegno scotendo dalle fondamenta la casa del
magistrato iniquo. Il dipinto è considerato come il migliore di questo
artista, del quale in verità non resta se non un'altra opera, il quadro
di S. Giacomo nella chiesa dello stesso nome; e la composizione ne è
certamente pregevole, ma più sarebbe apprezzato se l'orribile restauro
non l'avesse deturpato.
[Illustrazione: L'INGRESSO DELLA VILLA BELLINI. (Fot. Alinari).]
E dalla fine del Cinquecento bisogna scendere alla metà del Seicento per
trovare un altro pittore catanese di qualche merito: quell'abate
Pietro Abbatessa, o l'Abbadessa, che studiò a Roma sotto Cristoforo
Roncalli, il Pomaranci, e delle cui molteplici opere sparse nelle chiese
cittadine non restano se non la decorazione a fresco dell'abside della
Badia di S. Giuliano ed una Vergine col Bambino fra un gruppo di santi
nel Duomo, che il solito Accademico Infecondo definisce «uno stupore
colorato». Il quadro ha buone qualità di concetto e di tecnica, e belle
attitudini dimostrano anche le altre opere di pittori catanesi del
Settecento: le tele di Francesco Gramignani rappresentanti la visione di
S. Vincenzo de' Paoli (1778) nella chiesa della Collegiata; lo
Sposalizio di Maria e Giuseppe a S. Francesco; quelle di Giuseppe
Guarnaccia, che da Roma, dove studiò, mandò in patria i due S.
Franceschi di Paola e d'Assisi; e principalmente quelle di Olivio Sozzi,
nato nel 1690, morto nel 1765, dopo aver prodotto alla scuola del
Conca un gran numero di opere: i larghi freschi della cupola dei
Gesuiti, la decorazione della maggior sala della Biblioteca
universitaria--ultimamente distrutta per dar luogo a un nuovo ordine di
palchetti--, il S. Giovanni Battista della Trinità, il ritratto di
Pietro Lauria nella chiesa dell'Aiuto, la S. Apollonia della Collegiata,
il non compiuto S. Elia del Carmine, e via dicendo.
[Illustrazione: MONUMENTO A GIOVANNI PACINI, DEL DUPRÉ.
(Fot. Martinez).]
Pochi nomi, come si vede, e scarsa fama, non solo fuori di patria, ma
fra gli stessi concittadini. Nella storia delle arti del disegno, ed
anche in quella delle lettere e delle scienze, Catania tenne, durante
l'età più vicina alla nostra, un posto troppo mediocre. Neanche nella
restante Sicilia la nativa vivacità dell'ingegno isolano potè, per colpa
della secolare oppressione spagnuola e borbonica, esser fecondata. Le
stesse ricchezze naturali della terra non poterono fruttificare.
Catania, che era una cittaduzza di quattordici mila abitanti nel 1501,
mise tre secoli a crescere fino a cinquantamila; ma in questi ultimi
sessanta anni, con uno slancio paragonabile solo a quello di Milano, ha
più che triplicato la sua popolazione. Il porto, aspirazione quattro
volte centenaria dei Catanesi, sei volte iniziato e sei volte
inghiottito dal mare, ha potuto esser compiuto sullo scorcio del secolo
scorso ed è divenuto uno dei primi del regno. La città s'avvia ad
arricchirsi ancora, a crescere sempre più, coi commerci e le industrie.
Tanta prosperità le viene, o per dir meglio le ritorna, dalla situazione
singolarissima, nel bel mezzo della costa orientale dell'isola--la più
fertile, la più ridente--allo sbocco dell'immensa ubertosa pianura,
della _Piana_ per antonomasia, che dal mare si stende per cento
chilometri dentro terra, fino alle montagne zolfifere; e principalmente
dalla vicinanza del feroce ma feracissimo Etna. L'iscrizione posta, a
nome di Carlo II, dal vicerè duca d'Albuquerque dentro la cappella di S.
Agata in Duomo, non mente: «_Clarius iam inde colluces, urbs clarissima,
unde celeberrimi nominis lumen extinctum tremebunda lugebas_»: la città
rifulge per quella stessa cagione dalla quale dipesero le sue sciagure,
per il gran vulcano che fu il suo nemico, che è ancora la sua gran
minaccia, ma che è intanto e sempre fonte della sua ricchezza e della
sua rinomanza. La pietà del vicerè attribuiva ai miracoli della santa
protettrice la fama di Catania nel mondo; ma egli appendeva una lampada
d'argento dinanzi al sepolcro della martire «oltre le perpetue lampade
di fuoco e di fiamme dell'Etna: _praeter perpetuas Aetnae lampades ignis
atque flammarum_». Così, due mila e più anni prima, il fuoco sacro
ardeva nel tempio di Vulcano, alle falde della sua fucina. E l'Etna è la
nota dominante, il motivo fondamentale, così nelle storie della città
come nei quadri che la rappresentano. In nessun punto del suo enorme
perimetro di centocinquanta chilometri la montagna ha un profilo così
puro, da fumante piramide, come da Catania. E come di Catania, essa
forma la prosperità di un gran numero di altre minori città e borghi e
castelli e casali disseminati alle sue falde. L'ottimo Comeindo
Muglielgini ebbe dunque un bell'ammonire: «: O' se l'Uomo considerasse,
che quella casa, ch'egli stima suo paradiso in terra, alle scosse
inclementi d'un Tremuoto può subito in un baleno mutarsi in un inferno
d'orrori; che quella Galleria ov'egli à lascivie di senso si sollazza,
puol divenire una Nitria di sfrantumati macigni. Reflessione in vero da
fare istupidire l'istesso spavento; e pensiero da far mutare pensiere a
tutti quei ch'albergano tra le Città, col far ch'eglino da Cittadini, si
trasformassero in villarecci. E dove sei ò bellissima età dell'oro, che
per essere senza ricchezze, non avevi prezzo nelle tue felicità. Che se
non fosse poi venuto questo secolo di ferro, l'ambizione Umana, non
averebbe fabricati cotanti ordegni fabrili, per edificar le Città; che
divengono poscia tomba degli abitanti...». L'umana attività non bada ai
remoti pericoli, e fa invece suo pro di qualunque prossimo vantaggio. Se
l'Accademico Infecondo potesse rivivere, riconoscerebbe che la sua
predica fu veramente sterile; e forse, e senza forse, dovendo descrivere
la Catania risorta, ricomincerebbe ad accozzare metafore, nel suo stile
ispano-siculo, per sublimarne ogni più piccola gloria. Una, tuttavia, è
tanto grande, che nessun elogio si può dire esagerato: Vincenzo Bellini.
Se la città non ha dato illustri cultori delle arti figurative, è suo
vanto esser patria di egregi musicisti, come Giovanni Pacini, Pietro
Antonio Coppola, ed altri parecchi, fra i quali risplende il
gentilissimo Cigno, alla cui memoria essa ha meritamente dedicato ciò
che ora ha di più attraente: il grazioso giardino pubblico, il monumento
scolpito da Giulio Monteverde, e il teatro dello Scala e del Sada
echeggiante di melodie immortali.
[Illustrazione: GIARDINO BELLINI--PIAZZALE. (Fot. Gentile).]
[Illustrazione: GIARDINO BELLINI--CHIOSCO DEI CONCERTI.
(Fot. Grita).]
Nota del Trascrittore