Altri sontuosi edifizii e monumenti ornarono l'antica città,

COLLEZIONE

DI

MONOGRAFIE ILLUSTRATE

Serie I.ª--ITALIA ARTISTICA

27.

CATANIA

Collezione di Monografie illustrate

Serie ITALIA ARTISTICA

DIRETTA DA CORRADO RICCI.

_Volumi pubblicati:_

*1. RAVENNA di CORRADO RICCI. VI Edizione, con 156 illus.

2. FERRARA e POMPOSA di GIUSEPPE AGNELLI. III Ediz., con

138 illustrazioni.

3. VENEZIA di POMPEO MOLMENTI, con 132 illustrazioni.

4. GIRGENTI di SERAFINO ROCCO; da SEGESTA a SELINUNTE di

ENRICO MAUCERI, con 101 illustrazioni.

5. LA REPUBBLICA DI SAN MARINO di CORRADO RICCI.

II Edizione, con 96 illustrazioni.

6. URBINO di GIUSEPPE LIPPARINI. II Ediz., con 116 illus.

7. LA CAMPAGNA ROMANA di UGO FLERES, con 112 illus.

8. LE ISOLE DELLA LAGUNA VENETA di P. MOLMENTI e D.

MANTOVANI, con 119 illustrazioni.

*9. SIENA d'ART. JAHN RUSCONI. II Ed., con 160

illustrazioni.

10. IL LAGO DI GARDA di GIUSEPPE SOLITRO, con 128 illus.

11. S. GIMIGNANO e CERTALDO di ROMUALDO PÀNTINI, con 128

illustrazioni.

12. PRATO di ENRICO CORRADINI; MONTEMURLO e CAMPI di G. A.

BORGESE, con 122 illustrazioni.

13. GUBBIO di ARDUINO COLASANTI, con 114 illustrazioni.

*14. COMACCHIO, ARGENTA E LE BOCCHE DEL PO di ANTONIO BELTRAMELLI,

con 134 illustrazioni.

*15. PERUGIA di R. A. GALLENGA STUART, con 169 illustraz.

16. PISA di I. B. SUPINO, con 147 illustrazioni.

*17. VICENZA di GIUSEPPE PETTINÀ, con 147 illustrazioni.

*18. VOLTERRA di CORRADO RICCI, con 166 illustrazioni.

*19. PARMA di LAUDEDEO TESTI, con 130 illustrazioni.

*20. IL VALDARNO DA FIRENZE AL MARE di GUIDO CAROCCI, con 138

illustrazioni.

*21. L'ANIENE di ARDUINO COLASANTI, con 105 illustrazioni.

*22. TRIESTE di GIULIO CAPRIN, con 139 illustrazioni.

*23. CIVIDALE DEL FRIULI di GINO FOGOLARI, con 143 ill.

24. VENOSA E LA REGIONE DEL VULTURE di GIUSEPPE DE LORENZO,

con 121 illustrazioni.

*25. MILANO, Parte I. di F. MALAGUZZI VALERI, con 155 ill.

Ogni volume L. 3,50, rilegato L. 5--quelli con asterisco L. 4, rilegati

L. 5,50

_Indirizzare cartolina-vaglia all'Ist. It. d'Arti Grafiche, Bergamo_

F. DE ROBERTO

CATANIA

CON 152 ILLUSTRAZIONI

BERGAMO

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE--EDITORE

1907

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Officine dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche.

INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI

=Anfiteatro romano= 48

-- Archi 47

-- Entrata dell'Arena 46

-- Restaurazione 52

=Archivio dei Benedettini=--Suggello dei due Martini

e di Maria d'Aragona 114

-- -- Suggello del conte di Paternò 35

-- -- Suggello della regina Eleonora 114

Autore ignoto: Morte di Catone 137

=Badia di S. Agata= 96

-- di S. Placido--Terrazzo di casa Platamone 91

=Borgo=--Piazza Cavour 17

-- Fontana di Cerere 16

="Candelore"= 53, 88

=Castello Ursino= 92

=Cinta di Carlo V= 10

=Chiesa dei Benedettini= (S. Nicola) 105

-- -- L'organo di Donato del Piano 110

-- -- Il coro 111

-- =dei Crociferi= 98

-- =di S. Agata alla Fornace= 86

-- =del Santo Carcere=--La porta 64

-- -- Interno 65

-- =di San Domenico=--Antonello Gagini: Madonna col

Bambino 133

-- =di S. Francesco= 97

-- -- Porta della Custodia 76

-- -- Particolare della porta della Custodia 77

-- =di S. Maria di Gesù=--Antonello Gagini: Madonna

col Bambino 129

-- -- -- Porta della Cappella di casa Paternò 130

-- -- -- Particolare della porta della cappella di

casa Paternò 131

-- -- Interno della cappella di casa Paternò 54

-- -- Tenerani: Monumento sepolcrale del duca di

Carcaci 132

-- =di S. Placido= 99

=Collegiata= (La) 95

=Collegio Cutelli= 100

=Darsena= 27

Desiderato: Ritratto di Donato del Piano 108

=Duomo=--Absidi normanne 59

-- -- e cupola moderna 56

-- Esterno 57

-- Porta settentrionale 62

-- Particolare della porta settentrionale 63

-- Interno 61

-- Porta della cappella del Crocefisso 66

-- Il coro 71

-- Sepolcro di Vincenzo Bellini 69

-- Cappella di S. Agata--Decorazione soprastante

all'altare 85

-- -- Porta del sacello 84

-- -- Mausoleo del vicerè de Acuña 82

-- -- -- Particolare del mausoleo del vicerè de Acuña 83

-- Scrigno delle reliquie 73

-- Ferculo di S. Agata 79

-- Sacrestia--L'eruzione del 1669, affresco del Mignemi 67

-- Tesoro--Busto di S. Cataldo 81

-- -- Teca del braccio di S. Giorgio 74

-- -- -- Base della teca del braccio di S. Giorgio 75

-- -- Calici 78

=Dupré=: Monumento a Giovanni Pacini 143

=Etna= (L') 9

=Faro= (Il) 21

=Ferculo= (Il) di S. Agata 79

=Festa di S. Agata=--Candelore 53, 88

-- Processione 90

-- La "bara" in processione 89

Finestra della chiesa di S. Giovanni di Fleres,

(casa Leotta) 55

=Fontana di Cerere= 16

-- =dell'Elefante= 33, 34

=Giardino Bellini=--Ingresso 142

-- Piazzale 145

-- Chiosco dei concerti 146

=Gagini Antonello=: Madonna col bambino in S. Domenico 133

-- -- in S. Maria di Gesù 129

-- Porta della cappella di casa Paternò 130

-- -- Particolare della porta della cappella di casa

Paternò 131

-- Frammenti di una porta nel museo Biscari 121

Mignemi: L'eruzione del 1669 67

=Monastero dei Benedettini=--Chiesa di S. Nicola 105

=Monastero dei Benedettini= e cupola della chiesa

di S. Nicola 106

-- Facciata principale 103

-- Primo chiostro e chiosco 107

-- Sala maggiore della biblioteca 109

=Monete di Katana= 9, 51

=Monte= (Il) =di Pietà di S. Agata= 87

Monteverde Giulio: Monumento a Vincenzo Bellini 139

=Monumento a Vincenzo Bellini=, del Monteverde 139

-- =a Giovanni Pacini= del Dupré 143

=Museo dei Benedettini=--Anfione 112

-- Antonello Saliba: Madonna col Bambino 135

-- Autore ignoto: Morte di Catone 137

-- Bassorilievo di Andromeda 117

-- Cerere 29

-- Cofano d'avorio 116

-- Cristo smaltato 115

-- Crocefissione 115

-- Ercole sul monte Oeta 117

-- Intarsio 116

-- Processione dionisiaca 36

-- Ratto d'Europa 112

-- Scuola del Ribera: Tobia restituisce la vista

al padre 136

-- Vasi etruschi e greco-siculi 113

-- Terracotta siceliota 112

-- Venere di porfido 113

-- Novelli Pietro: S. Cristoforo 134

=Odeo= (L') 45

=Orto botanico= 18

=Palazzo Biscari=--Finestre 118

-- Scala interna 119

-- =Municipale= 101

=Panorama= dal golfo 11

-- dal faro 13

Piante dei sec. XVI-XVIII 19-20

=Piazza Cavour= 17

-- =del Duomo=--La fontana dell'Elefante 33

-- =Mazzini= e Via Garibaldi 32

-- =Stesicorea= prima degli scavi dell'Anfiteatro 17

-- -- con l'Anfiteatro 49

=Piazzale dei Martiri=--Colonna di S. Agata 22

=Porta Garibaldi= 94

=Porto= (Il) 24, 26

-- Entrata 23

-- (Nel) 25, 28

=Ritratto= di Donato del Piano, da un quadro del

Desiderato e da una stampa dell'Huot 108

=Saliba Antonello=: Madonna col Bambino 135

Scuola del Ribera: Tobia restituisce la vista al Padre 136

=Sant'Agata alla Fornace= 86

=S. Carcere=--Porta 64

-- Interno 65

=S. Domenico=--Antonello Gagini--Madonna col bambino 133

=S. Francesco= 97

-- Porta della custodia 76

-- -- Particolare della porta della custodia 77

=S. Maria di Gesù=--Antonello Gagini: Madonna col

bambino 129

-- Porta della Cappella di casa Paternò 130

-- -- Particolare della porta della cappella di casa

Paternò 131

-- Interno della cappella di casa Paternò 54

-- Tenerani: Monumento sepolcrale del duca Carcaci 132

=S. Placido=--Badia--Terrazzo di casa Platamone 91

-- Chiesa 99

=Teatro antico=--Arco della scala d'accesso e piloni

degli archi del portico 39

-- Primo corridoio 40

-- Secondo corridoio 41

-- Ingresso alla scena 40

-- Parte centrale della cavea 42

-- Ultimi cunei di sinistra della cavea 43

-- =Bellini= 141

Tenerani: Monumento del duca di Carcaci 132

=Tesoro del Duomo=--Busto di S. Cataldo 81

-- Teca del braccio di S. Giorgio 74

-- -- Base della teca del braccio di S. Giorgio 75

-- Calici 78

=Via della Marina= 15

=Viale Regina Margherita= 14

CATANIA

[Illustrazione: L'ETNA.]

[Illustrazione: TETRADRAMMA D'ARGENTO, ANNI 476-461 A. C.

(Fot. Pennisi)]

«Per iscrivere le glorie d'una Città clarissima, sarìa necessario, che

nella mia penna per inchiostro corressero distemprati i raggi del Sole.

Parlerò di quella Padria de' Tullij, de' Demosteni, e de' più Savij,

ch'omai popolassero i Licei di Minerva; di cospicuo Ariopago delle

virtù, che trà le Ceneri di cinque volte demolita, ha sempre qual fenice

di Eternità impennati i suoi voli al Ciel della Gloria, e del fasto.

Sappij, o mio Leggitore cortese, ch'io non ti descriverò _funditus_ le

di lei preeminenze, poichè gli Annali, e i libri, che parlano d'essa

hanno riempite le Biblioteche; e così quello che hanno scritto gli

Autori d'alta grassa, non conviene à me, che son Pimmeo nello scrivere.

Questo sì, che non averà lette le di lei istorie, potrà dal mio breve

raguaglio discerner dall'ugnia la corporatura del Leone, e misurarne il

solo dito dal piede d'un Gigante. Il mio assunto non è di vergare questi

fogli, col portarti allo sguardo l'antiche moli, diroccate dall'Ira

tremebonda de' tremuoti, e dal focoso sdegno del contiguo Mongibello;

monte gravido di fiamme; mà voglio che la posterità sia in qualche parte

informata, qual sia stata questa Città, ultimamente a nostro tempo

destrutta.

[Illustrazione: CINTA DI CARLO V. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: PANORAMA DAL GOLFO. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: PANORAMA DAL FARO. (Fot. Brogi).]

[Illustrazione: VIALE REGINA MARGHERITA. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: VIA DELLA MARINA. (Fot. Gentile).]

«La Città di Catania situata vedeasi a i lidi del mar Jonio, tra il

mezzogiorno e l'Oriente à piedi del monte Etna...»--e nello stesso

sito preciso si vede ancora, risorta più grande e bella dopo

l'ultimo terribile crollo del 1693, del quale appunto Comeindo

Muglielgini--anagramma di Domenico Guglielmini, «Frà gli Accademici

Infecondi di Roma detto l'Etneo»--diede conto in un volumino, divenuto

ora molto raro, che porta per titolo _La Catania destrutta_. Il bravo

Accademico secentista--della fine del Seicento e della più spagnolesca

Sicilia--esclamava nelle prime pagine del suo libretto: «Miseria delle

Umane pazzie, che quando l'uomo crede di aversi edificata una casa, che

per la vastezza fassi emola coll'aurea di Nerone, allora potrebbe ben

dire d'aversi fabricata una Tomba. Tanto esperimentò o mio Leggitore la

mia infelice patria Catania, che quelle moli, che servirono di Piramidi,

ed Obelischi nella sfoggiatezza de' suoi Teatri, poscia scusarono di

sepolcri, col torre lo spirito a cotanti migliaia di cittadini... Ò

quanta saria stata prudenza, quella che fu stimata milensagine in un

Cinico, che si fabricò un palaggio entro una Botte, che in vero quei che

la facevano d'Alessandri coll'abitar vastissime moli si sarebbero

contentati d'esser cotanti Diogeni, mentre la stanza d'un Cinico,

(ch'era calamita delle sghignazzate), fu più sicura dell'Aule

superbissime d'ogni Prencipe. Ò sè potessero articolar la voce quei

scheletri, che vittima rimassero dalle rovine; al certo, che ad ogni

mortale leggerebbono lezioni di vita su la catreda di morte, acciò

ogn'uno si contentasse meglio d'essere Armentiere, e Colono nel mondo,

acciò la sua città fosse una Capanna, intessuta d'Alghe, ch'essere un

grande trà fastosità di pallaggi. Ò come per fuggire il peso di quei

sassi, che provarono addosso, si sarebbono contentati di stanzare sotto

la leggierezza delle paglie, col far che fosse suo Cortinaggio un

Pagliaio; ò come averebbono lasciati gli origlieri di morbide piume, per

andare a posarsi sovra una stola rusticana; purche le fabriche non gli

avessero servito di sepolcro...» Se i concittadini dello scrittore,

scampati come lui dal terremoto--un terzo soltanto dei ventisettemila

Catanesi--non volsero nella mente questi pensieri tanto filosofici,

furono nondimeno troppo spaventati dall'immane catastrofe. Appena

ventiquattro anni prima, nel 1669, l'Etna aveva fatto sentir loro in

altro modo la sua tremenda potenza, investendo la città dal lato di

ponente col gran fiume di fuoco sceso dai Monti Rossi, ricoprendone un

intero quartiere e colmandone il porto. Dai libri si sapeva che cinque

secoli innanzi, il 4 febbraio 1169, un altro terremoto aveva abbattuto

Catania, seppellendo sotto le macerie quindicimila dei suoi figli; e

che troppe altre volte, nei tempi storici e preistorici, le scosse del

suolo e le inondazioni della lava avevano rovinato la disgraziata città.

A chi mai era dunque venuto in mente di fabbricarla proprio in quel

sito, ai piedi della malferma «colonna del cielo» e sulla stessa

officina del Dio del fuoco?...

[Illustrazione: BORGO--FONTANA DI CERERE. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: BORGO--PIAZZA CAVOUR. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: PIAZZA STESICOREA PRIMA DEGLI SCAVI DELL'ANFITEATRO.

(Fot. Gentile).]

[Illustrazione: ORTO BOTANICO. (Fot. Martinez).]

I.

[Illustrazione: PIANTA DEL SEC. XVI.]

L'avvenimento risale, assicurano, ai tempi di Noè, e in prova ne dànno i

nomi di due quartieri: la Mecca e Zalisa, che sarebbero quelli di

Lamech, padre del gran patriarca enologo, e di Elisa, nipote di

quest'ultimo e quindi pronipote del primo. Chi avesse vaghezza di simili

ed anche più bislacche interpretazioni etimologiche ne troverebbe, in

certi libri, a dovizia; ma ciò che pare credibile è soltanto questo: che

i Calcidesi venuti a fondar Nasso sotto Taormina, nel 758 prima di

Cristo, ed avanzatisi sei od otto anni dopo, con la guida di Evarco,

sino alle falde meridionali dell'Etna, non fondassero Catania, ma

semplicemente mettessero una loro colonia nella città, l'origine della

quale si perde nella notte dei tempi, leggendosi presso gli antichi

scrittori che in un'età remotissima i terremoti dell'Etna fecero

crollare «le muraglie boreali con le torri, prima opera dei Ciclopi».

Ciclopi e Lestrigoni, poste da banda le favole e i miti, sarebbero stati

i più antichi abitatori dell'isola, i predecessori dei Sicani e dei

Sicoli, i quali avrebbero popolato, prima che ogni altra contrada, il

territorio leontino e le falde meridionali dell'Etna. Le fiamme e gli

scotimenti del vulcano non li spaventarono, e li attrassero invece i

vantaggi della situazione e del clima, che l'Accademico Infecondo doveva

più tardi celebrare, scrivendo: «Il sito di sì bellissima Città era sì

ameno, che giusto potevasi dire come dicevano i Mori della di loro

Granata, che a perpendicolo stavasi addosso il Paradiso». Assicurano

anche che il primo nome di Catania fosse quello stesso del monte: Etna,

e che i Fenicii la chiamassero poi Katna per significare che era

piccola. Oggi, dopo trenta secoli di storia fortunosa, chi la scorge

veleggiando verso

la bella Trinacria che caliga

Tra Pachino e Peloro,

potrebbe dare ragione ai Fenicii e ricusare di credere che la breve

linea di edifizii sorgenti in mezzo al golfo

che riceve da Euro maggior briga

Non per Tifeo, ma per nascente solfo,

sia una gran città di centosessantamila anime; ma ciò dipende dal fatto

che essa si stende dentro terra, ed affaccia appena una punta sul Jonio.

E come dal mare la città non è molto vistosa, reciprocamente dalla città

il mare non si vede se non lo si cerca, al porto od al piazzale dei

Martiri: colpa ancora dell'Etna, vicino grande, ma troppo pericoloso; il

quale, spingendo i suoi fiumi di fuoco sino alle rive, ha investito ora

da levante ora da ponente, e stretta e quasi attanagliata Catania fra

due mandibole di nerigne e ferrigne lave rapprese, facendola paragonare

da Plutarco, per la forma, ad una grattugia--_tyroctesin_--e, quanto al

colore, ad _une église tendue de noir pour un enterrement_ dal primo

Dumas: impressione che Paolo Bourget doveva più tardi condividere ed

esprimere più laconicamente, dando l'epiteto di _sombre_ alla città già

_clarissima_...

[Illustrazione: PIANTA DEL SEC. XVIII.]

[Illustrazione: IL FARO.]

[Illustrazione: PIAZZALE DEI MARTIRI--COLONNA DI S. AGATA.

(Fot. Martinez).]

[Illustrazione: ENTRATA DEL PORTO. (Fot. Alinari).]

Tutta la plastica del territorio è stata continuamente mutata dalle

successive eruzioni: il livello del suolo si è innalzato dove le

correnti di liquido fuoco si vennero petrificando; il corso delle acque

dell'ovidiano Amenano è stato fuorviato ed interrato; le vallicelle di

Albanelli e di Nésima sono state colmate, il laghetto di Nícito è

scomparso, i quartieri marittimi si sono trovati da un giorno all'altro

dentro terra, il contorno della costa si è modificato, il porto si è

ristretto ed è poi sparito, nuovi promontorii scabri e desolati si sono

allungati nel mare. Questi secolari giuochi del vulcano, aggiunti ai

sobbalzi della sua crosta tanto più funesti agli abitanti, persuasero

dunque i Catanesi contemporanei del nostro Secentista a mettere fra loro

ed il monte le grandi distese della _Piana_ ed il fosso del Simeto.

Un'altra volta, molti secoli prima, e precisamente l'anno IV della 76ª

Olimpiade, essi avevano dovuto sgombrare la città natale, cacciati non

già dal furore del vulcano, ma da quello di un uomo. Gerone II, tiranno

siracusano, volendo decretare a sè stesso gli onori serbati agli

Oichisti, o fondatori di città, e non avendo l'opportunità di costruirne

una di sana pianta, pensò, conquistata Catania, di confinarne gli

abitanti a Leontino e di ripopolarla di nuova gente; allora le diede--o

le restituì--il nome di Etna, e si qualificò egli stesso Etneo. Così,

memori forse del primo esodo, i Catanesi del 1693 deliberarono di

emigrare dalle parti di Lentini; se non che, alla vecchia città

stendentesi in pianura, nel fitto della malaria, preferirono la nuova

Carlentini, la «città moderna che vantava il suo origine di quel grande

Alcide delle Spagne Carlo V»; e se Pietro Cappero, commissario del

governo spagnuolo, appositamente spedito per distoglierli dal disperato

proposito, non fosse riuscito a compiere il suo ufficio di persuasione,

il nome di Catania si sarebbe una seconda volta perduto, o non avrebbe

più avuto il senso che altri etimologisti vi trovarono: _Kata-Etna_:

sotto l'Etna.

[Illustrazione: IL PORTO. (Fot. Alinari).]

[Illustrazione: NEL PORTO. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: IL PORTO. (Fot. Alinari).]

Nè i soli cataclismi naturali la funestarono così nel corso dei secoli;

ma gli stessi uomini diedero mano a guastarla. Sesto Pompeo, al tempo

del secondo triumvirato, distrusse gran parte dei suoi edifici e

rovesciò tutte le mura. Augusto la ristorò e ne fece, per compenso, una

delle più fiorenti colonie romane; ma alla caduta dell'Impero i vandali

di fuori via e quelli paesani ne buttarono giù i monumenti più insigni;

e se Milano fu distrutta da Federico Barbarossa nel 1162, Catania patì

poco dopo un eguale destino due volte: la prima ad opera del figlio di

lui, Arrigo VI, nel 1194, per essersi dichiarata fautrice di Tancredi,

conte di Lecce; la seconda nel 1232, da Federico II, per avere stretto

lega con le città guelfe e ricusato di riconoscere l'autorità del

Hohenstaufen. Le storie non dicono se fosse sparso sale sulle rovine

catanesi come su quelle della metropoli lombarda; certo però la città fu

rasa al suolo, e fu viceversa innalzato il castello Ursino sugli avanzi

dell'antica rocca Saturnia, per incutere un salutare timore ai cittadini

quando si accordò loro di riedificare le abitazioni--purchè non alte più

di due piani, e quindi sottoposte al luogo forte...

[Illustrazione: NELLA DARSENA. (Fot. Gentile).]

Patto, in verità, inutile, poichè non c'era più pericolo che i Catanesi

costruissero grandi palazzi. La paura dei terremoti ne avrebbe già

fatta passar loro la voglia, se non avessero poi dovuto astenersene per

una più persuasiva ragione: la mancanza dei mezzi. A poco a poco, nel

corso dei secoli, la città aveva perduto l'importanza e la prosperità

godute durante l'epoca greca e la romana, quando scrittori come

Tucidide, Pindaro e Cicerone ne lodavano la grandezza e la bellezza. Non

era stata menzionata da Ausonio insieme con Siracusa, allorchè

quest'ultima gareggiava con Atene? Ma gli stessi documenti della prisca

gloria, i sontuosi monumenti che l'avevano un tempo decorata, si

disperdevano per le concomitanti ingiurie del vulcano e degli uomini;

oggi, dopo tanti altri cataclismi e vandalismi, ne resta poco più che il

ricordo.

[Illustrazione: NEL PORTO. (Fot. Gentile).]

II.

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CERERE. (Fot. Giuffrida).]

A tutti i Numi dell'Olimpo sorsero qui tempii sontuosi, e ad uno ad uno

furono sostituiti--vecchia storia--da altrettante chiese cristiane.

Quello di Bacco, presso le terme Achillee, ricco di dodici altari,

somigliava, assicurano, a quello di Eliopoli: sulle sue ultime rovine,

nel 1400, coi tesori di Ximene e Paolo di Lerida e i doni della regina

Bianca, si fondò il monastero di S. Placido. Sul tempio di Giano, San

Leone II, il ravennate taumaturgo vescovo di Catania, eresse una chiesa

a S. Lucia; caduta questa col terremoto del 1075, fu sostituita dalla

chiesa dell'Annunziata e nel 1200 da quella del Carmine ancora

esistente. Castore e Polluce avevano un sacrario di marmo, di stucco e

d'oro, sul quale, nel 1295, fu costruita la chiesa e la badia di S.

Giuliano. Nel 1329 la regina Eleonora, moglie di Federico II, fece

costruire a proprie spese, ordinando poi che ve la seppellissero, il

convento di S. Francesco sulle rovine del tempio di Minerva. Sedici anni

dopo, nel 1355, fondandosi la chiesa di S. Benedetto, si trovarono e

scomparvero tosto per sempre i ruderi del tempietto d'Esculapio ed il

suo simulacro. Sui rottami del tempio di Proserpina fu eretta, nel 1382,

la Collegiata; nel 1396 un ospedale e nel 1555 la chiesa dei Gesuiti

occuparono l'area del tempio di Ercole, del quale resta una statua

mutilata e rabberciata nel museo Biscari. L'ultima sostituzione avvenne

nel 1558, quando sui vestigi del tempio di Venere, sulle sue colonne

infrante, sui frammenti dei suoi mosaici, i Benedettini costruirono la

loro casa.

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--TORSO DI GIOVE. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--STATUA D'ERCOLE. (Fot. Grita).]

Nè questi furono i soli o i maggiori edifizii sacri dell'antica Katana.

Essa ebbe un tempio di Cibele, distrutto dal terremoto del 1020, dove è

oggi il sobborgo corrottamente chiamato di Cibali; ebbe quello di Ecate

nella contrada detta Ecatea, ed anche ora chiamata Licatìa; ne ebbe un

altro ad Apollo Arcageta sulla collina di S. Marta. Fra i più sontuosi e

magnifici doveva essere quello di Cerere, i vestigi del quale furono

scoperti nel 1772 dal principe di Biscari. Alla Madre Demetria gli

antichi Catanesi avevano eretto un tempio composto di due grandi

edifizii ottagoni, ciascuno dei quali era lungo 150 cubiti, sormontati

da una cupola che venti Atlanti sostenevano. Nei penetrali dodici

colossali cariatidi reggevano il prezioso simulacro della dea, «_signum

perantiquum_, dice Cicerone, _quod viri non modo cuius modi esset, sed

ne esse quidem sciebant; aditus enim in sacrarium non est viris; sacra

per mulieres ac virgines confici solent_»; ma il grande oratore parla di

questa antichissima e misteriosissima statua per narrare che Verre la

fece rubare. Ne restarono, intorno alla seconda metà dell'ottavo

secolo, alcune di quelle che adornavano esternamente il tempio; ma

allora il già citato S. Leone le fece distruggere con tutto l'edifizio:

solo qualche informe rudere, un pezzo di cornicione dorico serbato nel

museo Biscari ed una statuetta custodita nel Benedettino, stanno ad

attestarne l'esistenza. Del tempio di Giove dicesi che facesse parte la

grande statua del Nume, della quale il principe di Biscari serbò il

torso mutilato, senza testa nè braccia, di squisita modellatura, che è

fra le più belle cose della sua raccolta; ma questa supposizione, come

tante altre del genere, non si può più verificare, e resta anzi da

accertare se quel Giove greco non fosse piuttosto un Bacco romano...

[Illustrazione: PIAZZA MAZZINI E VIA GARIBALDI. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: PIAZZA DEL DUOMO--LA FONTANA DELL'ELEFANTE.

(Fot. Alinari).]

[Illustrazione: FONTANA DELL'ELEFANTE. (Fot. Martinez).]

Altri sontuosi edifizii e monumenti ornarono l'antica città, offesi dal

tempo, dalla natura e dagli uomini quanto i delubri, ed anche peggio.

Sorgevano un Foro, una Basilica, una Curia, un Erario, una Zecca, ed

altre costruzioni profane e sacre nel tratto oggi compreso fra il

cortile di S. Pantaleone ed il convento di S. Agostino; ma anche di

queste nulla o troppo poco si vede più sul luogo. Il Foro, secondo

Vitruvio, aveva forma di parallelogramma, con una piazza nel mezzo,

girata da un portico a colonne; secondo il Bolano era di pianta

quadrata, a due piani; al tempo di questo cronista mancava il solo lato

occidentale, e degli altri rimasti in piedi si vedevano ancora molte

stanze dell'ordine superiore, essendo l'edifizio interrato: otto a

mezzogiorno, sette a levante e quattro a settentrione; ora non restano

altro che le vôlte di qualcuna di queste stanze, e per vederle bisogna

scendere sotterra, al lume delle lanterne, in quelle che il popolino

chiama _Grotte di San Pantaleo_, e che sono veri antri dove il piede non

trova più l'antico pavimento a grandi lastre di pietra calcare, per due

ragioni entrambe molto concludenti: la prima è che l'acqua perennemente

stagnante in quei luoghi non permette al visitatore d'inoltrarsi; la

seconda è che l'antico lastricato, quando il monumento scompariva, ne fu

strappato e servì poi a pavimentare il secondo atrio del museo Biscari.

Gli unici avanzi, ormai anch'essi sepolti, della Curia, della Basilica,

della Zecca e via dicendo, sono probabilmente le vôlte e i portici sui

quali fu costruito il convento di S. Agostino: solo le colonne trovate

in questi dintorni esistono ancora, e sono le trentadue che formano i

portici di piazza Mazzini. Catania ebbe anche un Ippodromo o Circo,

decorato di statue, incrostato di marmi, bagnato da due ordini di

canali, i maggiori denominati Nili, i minori Euripi: nulla più ne resta,

ad eccezione degli obelischi che ne segnavano la spina e le mete. Uno

sarebbe quello che si custodisce, rotto, nel museo Biscari; l'altro

quello che sorge in piazza del Duomo, sulla fontana dell'Elefante;

monumento singolare dove sono rappresentate o simboleggiate tre civiltà:

la punica, dall'elefante che i Catanesi tolsero a stemma--come si vede

fin da un suggello del conte di Paternò--per avere respinto gli assalti

dei Cartaginesi, nonostante che la loro cavalleria fosse provveduta

d'uno squadrone di questi spaventosi pachidermi; l'egizia, dall'obelisco

che, o servisse di meta nel circo, o fosse invece qui trasportato al

tempo delle Crociate, viene presumibilmente dalla terra dei Faraoni, e

forse dalle cave di granito di Siene, e ne parla con i geroglifici che

vi sono scolpiti; e da ultimo la cristiana, dal globo, dalle palme,

dall'Epigrafe angelica e dalla croce che lo incoronano.

[Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEL CONTE DI

PATERNÒ. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PROCESSIONE DIONISIACA.

(Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--MOSAICO DELLE TERME DIONISIACHE.

(Fot. Grita).]

La città antica ebbe anche un Ginnasio, che se non fu istituito da

Caronda 680 anni prima dell'Era volgare, fu restaurato da Marcello in

premio della fedeltà serbata dai Catanesi a Roma nella guerra contro

Siracusa; ma non ne resta altra memoria fuorchè nei libri. C'era anche

un grande acquedotto che recava le acque di Licodia, lungo non meno di

sedici miglia; ma non se ne vede altro che qualche altro misero avanzo.

Tanta copia d'acque era necessaria ad alimentare la Naumachia--i cui

ultimi resti sparvero sotto le lave dianzi citate--il Ninfeo eretto da

Ero Apolline e restaurato da Arsinio, prefetto in Sicilia, a cura di

Flavio Ambrosio, e le moltissime Terme, parecchie delle quali si vedono

ancora conservate discretamente.

[Illustrazione: TEATRO ANTICO--ARCO DELLA SCALA D'ACCESSO E PILONI

DEGLI ARCHI DEL PORTICO. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: TEATRO ANTICO--INGRESSO ALLA SCENA. (Fot. Grita).

PRIMO CORRIDOIO.]

Le achillee, o dionisiache, così chiamate perchè prossime al tempio di

Bacco, furono restaurate dal proconsole Lucio Liberio e stanno oggi

sotto la cattedrale e il limitrofo Seminario; le fondazioni di questi

edifici impediscono di esplorarle tutte e lasciano vedere solo un

corridoio, una stanza con la vôlta sostenuta da quattro grandi pilastri

e ricoperta di stucchi adorni di figure a bassorilievo: puttini, tralci,

grappoli d'uva ed altri emblemi bacchici; un bassorilievo, piccolo ma

squisito, rappresentante una processione dionisiaca, è serbato nel museo

Benedettino. La chiesetta di S. Maria della Rotonda è anch'essa

l'avanzo e probabilmente l'atrio od il laconico d'una gran terma, molti

cimelii della quale, come pezzi di mosaico, frammenti di lapidi e

d'iscrizioni, si conservano nei due musei cittadini. Altri minori ruderi

di terme si trovarono in altri punti della città; l'avanzo più

ragguardevole, quasi un intero stabilimento termale, esiste ancora sotto

il convento di Santa Maria dell'Indirizzo: da una prima stanza si passa

all'apoditerio o spogliatoio, ad una specie di bagno appartato, ad una

seconda stanza comunicante col laconico e ad una terza di pianta

ottagonale ai lati della quale sono disposti i clipei. Esistono ancora

le fornaci, una conserva d'acqua, varii condotti per l'aria rarefatta,

il sito della sedia stercoraria, l'emissario delle acque luride,

gl'incavi dove erano confitte le condutture di piombo serbate nel museo

Biscari.

[Illustrazione: TEATRO ANTICO--SECONDO CORRIDOIO. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: TEATRO ANTICO--PARTE CENTRALE DELLA CAVEA.

(Fot. Grita).]

[Illustrazione: TEATRO ANTICO--ULTIMI CUNEI DI SINISTRA DELLA CAVEA.

(Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--PIEDESTALLO DEL TEATRO ANTICO.

(Fot. Grita).]

Fra le rovine dei pubblici edifizii nobilitanti l'antica colonia

calcidese altre ve ne sono, ancora più notevoli. Il primo posto per

antichità spetta senza dubbio al teatro, che è detto greco, ma che più

propriamente dovrebbe chiamarsi greco-romano. Di costruzione romana sono

indubbiamente le parti appariscenti; ma è probabile che l'edifizio

romano sorgesse su fondamenta greche, perchè ai tempi greci si legge

nelle storie che Catania ebbe appunto un teatro, dove Alcibiade, come

uno dei comandanti dell'esercito ateniese venuto a conquistar Siracusa,

arringò i cittadini per volgerli al suo partito. Se Diodoro e Cicerone

non fanno più menzione del teatro catanese, la cosa è stata spiegata coi

terremoti e con le lave che probabilmente lo abbatterono e ricopersero:

sugli avanzi è probabile che i Romani erigessero poi la loro mole

sontuosa, della quale anch'oggi si può avere un'idea da ciò che ne

resta, allo scoperto in parte, ed in parte sotterra: tre ordini di

corridoi, le scale per le quali si passa dall'uno all'altro, quelle che

dividono la cavea in cunei, il pavimento dell'orchestra di marmo bianco

e rosso sul quale alzavansi i sedili, ed i frammenti di sculture e di

architetture custoditi nel museo Biscari: una graziosa figura di Musa,

rottami di statue, capitelli e piedistalli, il maggiore dei quali ha

effigiati nel dado una vittoria e due guerrieri senza cimiero nè celata

nè asta; rocchi ed architravi, uno dei quali ha scolpiti nel fregio una

Nereide vinta da un Ercole. Alla scena ed alla loggia appartennero anche

le colonne che furono trasportate in altri punti della città, le sei che

ornano la facciata del Duomo, le due del Palazzo comunale e l'altra

della piazza dei Martiri; i marmi bianchi e rossi dei sedili furono

adoperati per pavimentare il Duomo. Oltre che per la ricchezza degli

ornati, il teatro catanese fu dei più notevoli per ampiezza: conteneva

il doppio degli spettatori dell'ateniese e poco meno di quanti ne

entravano nel siracusano. Ma la maggiore sua importanza è dimostrata

dall'Odeo che gli era ed è ancora annesso. Mario Musumeci, valente

architetto e dotto archeologo fiorito un secolo addietro, diede una

bella illustrazione di questo secondo edifizio e ne rilevò l'importanza.

Mentre di pochissimi altri Odei restano troppo scarsi vestigi, undici

cunei del catanese, su diciassette, si vedono ancora; gli altri sei,

distrutti, sono indicati dal perimetro dell'edifizio. Alla testata di

levante della precinzione, che è allo scoperto, s'appoggiavano tredici

gradini scendenti fino all'orchestra, circoscritta, dalla parte del

pulpito, dal muro oltre il quale non si vedono altre costruzioni. Il

rivestimento esterno è formato da pezzi di lava squadrati e disposti in

file orizzontali e parallele di diseguale altezza, alla maniera

pseudo-isodoma: c'è una sola comunicazione fra l'interno e l'esterno,

attraverso il cuneo centrale: prova che l'Odeo non poteva servire a

grandi riunioni popolari, ma solo a ristrette adunanze, ai concorsi

degli autori drammatici e alle prove dei cori, come è confermato dalla

mancanza della scena. Anche qui terremoti e vandali hanno lasciato i

loro segni: perdute le colonne che ornavano il pulpito, distrutti i

pezzi ornamentali del muro di precinzione e di quello esterno dalla

cimasa in su: solo qualche frammento se ne volle trovare nella

decorazione della porta settentrionale del Duomo, come si dirà a suo

luogo. L'edifizio, pertanto, appena si riconosce: mutilato, squarciato,

convertito nelle parti ancora resistenti in abitazione di umile gente,

con gli archi dei cunei trasformati in orribili terrazzini ed in luride

stamberghe.

[Illustrazione: L'ODEO.]

[Illustrazione: L'ANFITEATRO ROMANO--L'ENTRATA DELL'ARENA.

(Fot. Ursino).]

Mentre qui s'aspetta ancora l'invocata opera del restauratore, si è

posto mano ultimamente al discoprimento di altri avanzi gloriosi: quelli

dell'Anfiteatro, che fu uno dei maggiori di Sicilia. Limitrofo al

palazzo del Proconsole ed alle prigioni, esso aveva forma elittica, con

il grande asse esterno lungo 125 metri e 71 l'interno; con un piccolo

asse esterno di 106 metri e l'interno di 193. Vi si contavano 56 archi,

tre ordini di sedili, due precinzioni; era alto più che 30 metri e

capiva 16 mila spettatori. Ma, fino a poco tempo addietro, la maestà

della mole si desumeva dai libri e da un vecchio quadro del Niger;

perchè, quasi non fossero bastati i terremoti e gli incendii, la mano

dell'uomo ne aveva consumata l'estrema rovina. Non se ne vedevano, fino

all'anno scorso, se non qualche pezzo di muro, qualche arco, qualche

vôlta sotto le fondamenta di case moderne: vestigi che se consentirono

al Garruccio, col sussidio dei libri, di illustrare dottamente il

sontuoso edifizio, non bastavano ad altri scrittori neanche ad

ammetterne l'esistenza. Ora, grazie agli scavi intrapresi in piazza

Stesicorea, gli scettici possono vedere con gli occhi e toccar con le

mani tutto un fianco della gran mole, parte della gradinata, gran parte

dei corridoi, parecchi ordini di archi e la porta che metteva

nell'arena. Quel mutilato scheletro, se accusa la barbarie delle

generazioni che lo ridussero in uno stato così miserando, attesta

ancora, nondimeno, con la severa nobiltà dei suoi profili, con la

maestosa solidità del suo impianto, l'antica grandezza della città.

[Illustrazione: ARCHI DELL'ANFITEATRO.]

[Illustrazione: L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).]

[Illustrazione: PIAZZA STESICOREA CON L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).]

Ma più che dai ruderi di questo e degli altri maestosi edifizii dei

quali si è ragionato, il grado di floridezza e di civiltà di Katana si

desume da più piccole, da veramente minuscole opere d'arte: le monete

che vi furono battute. Nella meravigliosa collezione dei conii

greco-siculi posseduta dal barone di Floristella, in Acireale, i

catanesi sono fra i più abbondanti, contandosene una sessantina, d'oro,

d'argento e di bronzo; e se tutti hanno qualche lor proprio pregio,

alcuni stanno tra i più eccellenti saggi di quest'arte che la Sicilia

greca portò alla perfezione. Il tetradramma con la testa d'Apollo e la

quadriga, lavorato e firmato da Herakleidas, ha ben poco da invidiare

alle Aretuse siracusane. Evainetos, Choirion, Prokles, altri artisti il

cui nome è perduto, diedero a Catania altri conii bellissimi; dove con

le teste dell'Amenano, di satiri, di fauni, di divinità, e con le

spighe, le bighe, le quadrighe, i tori a testa umana, le Vittorie, le

Giustizie, si trovano segni e figure locali, come quelli del gambero

detto imperiale, come i gruppi dei Fratelli Pii, Anapias ed

Anfimos, sollevanti i genitori per salvarli dal fuoco dell'eruzione

etnea chiamata appunto dei Fratelli Pii. Ma forse il conio catanese più

bello, certamente il più raro e interessante, del quale un solo

esemplare si conosce finora, è quello risalente al tempo quando la città

fu chiamata Etna: nell'iscrizione infatti, invece che KATANAION si legge

AITNAION. Non si può dire se è più bello il _retto_, dove si vede la

testa del calvo e barbuto Sileno, con le orecchie caprine e il capo

inghirlandato di edera, o il _verso_, dove dinanzi a un'aquila che sta

con le ali raccolte in cima a un pino, Giove Etneo, indossante un

_imation_ attaccato sulla spalla sinistra, siede sopra un ricco trono, e

mentre s'appoggia con la destra ad un'asta piegata ad uncino, regge con

la sinistra il fulmine alato.

[Illustrazione:

1. TORO ANDROPROSOPO E VITTORIA.

TETRADRAMMA D'ARGENTO ANTERIORE AL 476 A. C.

(Fot. Pennisi).

2. TESTA DI SATIRO E TORO COZZANTE.

LIBRA D'ARGENTO ANTERIORE AL 476 A. C.

3. TESTA DI AMENANO E DI SATIRO.

DRAMMA D'ARGENTO, ANNI 415-403 A. C. (Fot. Ursino).

4. I FRATELLI PII (BRONZO).

5. DIONISOS E FRATELLI PII, ANNI 415-403 A. C. (BRONZO).

(Fot. Ursino).

6. APOLLO LAUREATO E QUADRIGA--TETRADRAMMA

D'ARGENTO (ANNI 415, 403 A. C.)--FIRMATA DA

HERAKLEIDAS. (Fot. Pennisi).

7. DRAMMA D'ARGENTO FIRMATO «EVAI (METOS)».

TESTA DI AMENANO E QUADRIGA, ANNI 415-403 A. C.

8. TESTA DI AMENANO E BIGA, ANNI 415-403 A. C.

(Fot. Pennisi).

9. MERCURIO E VITTORIA, ANNI 415-403 A. C. (BRONZO)

10. DIONISOS E CARRO TIRATO DA PANTERE

ANNI 415-403 A. C. (BRONZO)

(Fot. Ursino).

MONETE DI KATANA]

[Illustrazione: L'ANFITEATRO ROMANO--RESTAURAZIONE.]

III.

[Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).]

Decaduta, ammiserita, spopolata durante l'età di mezzo, Catania ebbe

nondimeno anche allora qualche nobile opera d'arte, specialmente

cristiana; ma se già degli edifizii pagani restano vestigi tanto scarsi

e malconci, neppure dei tempii cristiani, costruiti a spese delle

classiche architetture, i terremoti hanno lasciato maggiori

testimonianze. Quasi tutto ciò che resta parla di S. Agata, la vergine

martoriata da Quinziano, pretore o proconsole romano in Sicilia verso la

metà del terzo secolo.

[Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--INTERNO DELLA CAPPELLA DI CASA

PATERNÒ. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: FINESTRA DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI DI FLERES, ORA

CASA LEOTTA. (Fot. Castorina).]

Narrano gli Atti latini che, nata da nobili parenti, tra il 237 e il

238, sotto Decio, Agata aveva abbracciato la fede di Gesù e si era a lui

votata, allorchè Quinziano volle farla sua per soddisfare la duplice

cupidigia eccitata nel suo animo pravo dalla bellezza e dalla ricchezza

della giovinetta appena trilustre. Resistendo ella strenuamente alle

lusinghe, alle promesse, agli esempi di corruzione nella casa della

matrona Afrodisia a cui il prepotente Romano l'aveva affidata, costui la

fece tradurre in giudizio quale negatrice dei Numi. Ammonita a venerarli

come era debito, ella li schernì, ed alle minaccie di terreni tormenti

rispose minacciando l'eterna dannazione al suo persecutore. Ricondotta

alla prigione e brutalmente sospinta dai manigoldi, fu vista

prodigiosamente star ferma, immobile, con le piante dei piedi impresse

nella pietra; poscia, entrata spontaneamente nel carcere, vi passò un

giorno pregando; finchè, ancora una volta tratta dinanzi al tiranno, con

tanta forza continuò a resistergli, che l'imbestialito Quinziano ordinò

ai littori di tormentarla con verghe e lame roventi sul durissimo

eculeo, poscia di torcerle e strapparle una mammella, e finalmente di

stenderla sui carboni ardenti; ma nel punto che ella pativa questo

estremo supplizio, un terremoto scosse la città dalle fondamenta, due

assessori del Proconsole, Silvino e Falconio, che si godevano il truce

spettacolo, restarono sepolti sotto le rovine, ed il popolo, vedendo nel

cataclisma un castigo di Dio, insorse contro il tiranno, il quale fu

costretto a sospendere il supplizio ed a fuggire, trovando di lì a poco

la morte al passo del Simeto. Troppo tardi tratta dalla fornace,

l'esausta martire spirò, e i suoi pii correligionarii ne deposero il

corpo in un sepolcro nuovo; allora, nel punto che il sarcofago stava

per esser chiuso, un bellissimo fanciullo, sopravvenuto insieme con

cento compagni, depose presso la salma una tavoletta marmorea con

l'Epigrafe angelica, le iniziali della quale si vedono ora ripetute in

tanti luoghi: _Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo Et Patriae

Liberacionem_. I Catanesi cominciarono pertanto a venerarla come la loro

celeste protettrice, e quando ebbero fede nella sua divina potenza il

suo culto cominciò a diffondersi oltre i confini della città e

dell'isola, per tutto il mondo. Nel 263 il vescovo Everio le consacrò,

sulle rovine del Pretorio, una prima cripta o edicola; trascorso

ancora mezzo secolo, nei primordi del IV, le fu eretta una chiesa che S.

Leone riedificò od abbellì. Questa chiesa, denominata S. Agata la

Vetere, fu per lungo tempo la cattedrale di Catania; ma i due terremoti

del 1169 e del 1693 la conciarono in modo che quella ricostruita sulle

sue rovine non ne serba più alcuna traccia, fuorchè tre cimelii. Il

primo e più notevole è lo stesso «sepolcro nuovo» dove fu custodita per

tanti secoli la salma preziosa. L'arca propriamente detta è di marmo,

con bassorilievi dove si vedono--o per meglio dire si vedrebbero, se non

l'avessero incastrata e quasi murata nel nuovo altare maggiore--due

grifoni affrontati dinanzi a un candelabro ardente da una parte, e

centauri e combattenti nell'altra faccia. L'architetto Sciuto Patti, che

potè esaminarla, la riferì ai tempi di Roma imperiale, assegnando una

data molto posteriore al coperchio, che è d'altra pietra e porta emblemi

cristiani e la stessa figura del Redentore riferibili all'epoca

bizantina. Gli altri due avanzi dell'antica e veramente _vetere_ chiesa

di S. Agata furono ritrovati nel luglio del 1742: uno è la trascrizione

su marmo e con caratteri gotici dell'Epigrafe angelica, l'originale

della quale fu portato a Cremona: nel primo rigo, prima dei caratteri, è

scolpita una mano senza pollice, con l'indice e il medio distesi,

l'anulare e il mignolo piegati, in atto di benedire; l'altro avanzo, più

notevole, è un bassorilievo di marmo, con gli spigoli arrotondati, nei

quali sono scolpiti due nimbi crociferi terminati da un listello piano e

con le croci bizantine; anch'esso ha un'altra iscrizione dichiarante il

soggetto della scena rappresentata nella parte centrale: la visita,

cioè, di S. Pietro a S. Agata in carcere: figure rozze, semplicemente

abbozzate, ma non senza espressione, e rivelatrici dei caratteri proprii

alla prima età cristiana. I due avanzi sono stati murati uno sull'altro

e raccordati con incorniciature di marmo colorato.

[Illustrazione: DUOMO--ABSIDI NORMANNE E CUPOLA MODERNA.

(Fot. Gentile).]

[Illustrazione: IL DUOMO--ESTERNO. (Fot. Alinari).]

[Illustrazione: DUOMO--ABSIDI NORMANNE. (Fot. Castorina).]

Contigua a S. Agata la Vetere è l'altra chiesetta del S. Carcere; dove,

insieme con altre reliquie della martire--come l'impronta dei suoi piedi

nel sasso--si trovano altre vestigia della antica Catania dei tempi di

mezzo sfuggite ai terremoti ed ai vandali. A chi guarda esteriormente,

di fianco, la chiesa par che sorga sulle mura di Carlo V, dove il

bastione fa un angolo; ma nell'interno, per una scala buia, si scende in

una parte delle carceri romane. Quel che se ne vede fece giudicare allo

Sciuto Patti che si tratti di quella parte mediana--la _interior_--che

stava tra la superiore, o _custodia communis_, e l'_inferior_, o

_robor_. La costruzione rivela gli stessi caratteri che

contraddistinguono l'anfiteatro, il teatro, l'odeo, le terme e gli altri

monumenti romani; nelle pareti interne si trovano tracce di antichi

affreschi. Ma più singolare è sulla facciata barocca della chiesetta,

rifatta dopo il terremoto del 1693, la magnifica porta, della quale,

come appartenente in origine ad un altro monumento, e qui sovrapposta

nel Settecento, si ragionerà fra poco; intanto, prima di lasciare questo

Santo Carcere, è da notare che non tutta la chiesa crollò nel 1693; che

anzi la vecchia costruzione si rivela ancora nella parte dell'edifizio

rifatto e ingrandito, dove la vôlta a crociera di sesto acuto è decorata

da ogive molto sporgenti, impostate sopra colonne con capitelli di

grazioso disegno.

[Illustrazione: DUOMO--INTERNO. (Fot. Gentile).]

La stessa ossatura gotico-normanna, con la vôlta ad archi acuti

impostata sulle colonnette degli angoli, si osserva a S. Maria di Gesù,

nella cappelletta di casa Paternò, che rimase in piedi nel 1693 quando

tutto il resto della chiesa, poscia rifatta, andò in rovina. Il gotico

di questi due avanzi non è molto antico: tanto S. Maria di Gesù quanto

il Santo Carcere sorsero nella prima metà del XV secolo; di data più

remota doveva essere invece quello di S. Giovanni di Fleres, la cui

prima fondazione risale al VI secolo, e precisamente all'anno 532. Gli

avanzi di questa chiesetta che si vedevano ancora fino a pochi anni

addietro, all'angolo delle vie Mancini e Cestai, non avevano nessun

carattere, ridotti com'erano ai semplici muri risorti sui rottami

dell'antico edifizio; quando, abbattendosene ultimamente le rovine per

erigervi la casa Leotta, fu trovata sotto l'intonaco una graziosissima

finestra del più fiorito gotico. Il cimelio fu rispettato ed è

incorporato nel muro della casa moderna.

[Illustrazione: DUOMO--PORTA SETTENTRIONALE. (Fot. Ursino).]

[Illustrazione: DUOMO--PARTICOLARE DELLA PORTA SETTENTRIONALE.

(Fot. Ursino).]

[Illustrazione: CHIESA DEL SANTO CARCERE--LA PORTA. (Fot. Alinari).]

[Illustrazione: CHIESA DEL SANTO CARCERE--INTERNO. (Fot. Castorina).]

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