6 marzo 1842.

Ho trovato questi fogli stamane rimaneggiando le mie carte.

Sono vecchio, vicino al fine... non vorrei lasciare indietro nulla

d’inutile... Avevo già bruciate tante lettere, tante carte, quando ho

trovato queste. Le ho gettate nel fuoco col resto,... mi è cresciuto

subito in gola un singhiozzo e le ho riprese.

Poi ho riletto attentamente.

Da molti anni ritirato, non più attore, ma spettatore della vita,

al riparo oramai da tutto ciò che inebbria e che illude, triste,

misantropo come un vecchio moralista, non avrei creduto più che la

lettura di poche frasi da tanto tempo sepolte, potessero suscitare

in me tal tempesta. Ho rimosso le ceneri, cercato nel cuore tutti i

ricordi sopiti, li ho evocati e mi sono gettato indietro con loro nel

passato, ora da essi accarezzato, ora atrocemente ferito, sorridendo,

piangendo, smaniando come un giovane.

Ogni attività deve calmar l’anima; così mi parve di potermi sbarazzare

di tutte queste idee, di tutti questi rimpianti scrivendoli... Trovare

conforto ai pensieri dolorosi esprimendoli, aggiungendo invece di

distrurre, compiendo ora quello che avevo incominciato a tanta distanza

di tempo.

È un’ultim’eco della gioventù lontana tanto, o non piuttosto un’idea di

vecchio rimbambito?

Vi è poco ad aggiungere a quei fatti, se non avrò la forza di finire,

lascierò così queste pagine, come saranno, abbandonate al loro destino.

Il mio esempio sarà forse utile a qualcuno.

Il mio esempio?....

Mancano gli esempi nel passato, nel presente? Mancheranno nell’avvenire?

Chi seguisse, per esempio, sol nei giornali la storia di certi amori,

notasse le ferite, le morti... a capo d’un anno avrebbe, sommando, un

campo di battaglia, un mare di lacrime e di sangue.

Così vorrei gettare un grido lontanissimo nel futuro ed avvertire i

figli di mio figlio, i miei lontani nipoti, di risparmiare alla loro

vecchiaia certi terribili rimpianti.

Esaminando freddamente la condotta di chi spia, osserva, attende l’ora

per torre ad un altro la moglie; pensando a tutto quello ch’ei fa per

trionfar del dovere, anche all’infuori delle leggi morali e religiose,

nasce in cuore il disprezzo.

Eppure la mia passione era come una religione che divinizzava l’essere

amato; composta d’abnegazione e d’entusiasmo avrebbe accettato

qualunque sacrificio... Mi pareva che l’anima mia si fosse scelta una

compagna fin dalla fanciullezza,... che malgrado gli ostacoli Elena

m’appartenesse per un diritto naturale, potente, superiore ad ogni

legge, ad ogni umana convenzione.

. . . . . . .

L’ultima domenica del mese di agosto, Elena doveva venire al boschetto,

alle tre, come nei giorni precedenti.

Ero arrivato molto prima dell’ora fissata, il tempo mi pareva lungo

nell’aspettare.

Dal punto in cui mi trovavo potevo scorgere, oltre al viale, la porta

del cortile che metteva nella piccola via verso il paese. Vidi aprirsi

la porta ed uscire le persone di servizio di Miniuti, allegre, in

frotta, vestite a festa. Mi ricordai, che ad una borgata vicina, al

Verneto, si celebrava San Bartolomeo; costoro dovevano aver avuto

licenza d’andarvi. Se Miniuti era uscito a caccia come al solito, Elena

era certo sola in casa... Guardai l’orologio, segnava le due e mezzo

appena.

Aveva piovuto nei tre giorni innanzi, da tre giorni non l’avevo veduta,

e mi frenavo a stento, impiegando tutte le forze della ragione, della

prudenza, per non spingermi fino alla casa. Mi aggiravo pel bosco e

sentivo nell’aria satura di elettricità l’avvicinarsi d’un temporale.

Saliva dall’orizzonte, al di sopra degli alberi, un gruppo di nuvoloni

cenerognoli, le foglie dei pioppi spiccavan tremolando, come piastrelle

d’argento, sul fondo già scuro del cielo.

Ritornai sempre più concitato al solito posto.

Mentre scoccavano al campanile della parrocchia le tre, la vidi

arrivare frettolosa, stesi le braccia allontanando il fogliame per

aprirle il passo fino al mio petto,... poi lasciai le fronde, che si

rinchiusero avvolgendoci.

L’avevo finalmente tra le braccia, le mormoravo colle labbra nel collo,

quanto sentivo in cuore da tre lunghi giorni.

Un soffio minaccioso passò sibilando fra gli alberi, i nuvoloni

grigi comparvero nell’alto, cacciando davanti uno sciame di nuvolette

bianchiccie, disperse, scarmigliate come brani di cencio sfilacciati;

poi guizzò un lampo, seguì subito uno scroscio di tuono, sentii sul

viso una goccia, una sulla mano, altre mille crepitar sul fogliame.

Elena si sciolse e si affrettò verso casa.

Laggiù le imposte sbattevano, la banderuola del comignolo girava

cigolando furiosa, gli alti alberi del giardino, disperatamente

contorti, s’inchinavano sino sul tetto.

Io seguitai Elena... non mi pareva di doverla lasciare...

nessuno poteva essere tornato ancora. L’uragano, scoppiato quasi

all’improvviso, doveva aver costretti quelli che erano fuor di casa a

cercar ricovero nel riparo più vicino.

La pioggia portata dal vento, cessò mentre si attraversava il viale,

ma ricominciò quando giungemmo alla porta ed allora le goccie presero a

scendere violente, filate come freccie d’acciaio.

Elena aprì l’uscio ed entrò.

Non ebbi tempo, a pensare, a riflettere, ad esitare, mi trovai travolto

dall’uragano, curvato, spinto al di là della soglia, una folata

rabbiosa, all’aprirsi della porta, scese rombando giù per la scala, e

la rinchiuse su di noi con fracasso.

Quando tornai verso Polonghera i nuvoloni neri sparivano all’orizzonte,

il cielo in alto era terso, azzurro, con una sfumatura d’arco baleno.

Il vento correva sui cespugli, sfiorando, inchinando le erbe e gli

steli, rendeva ora cupo, ora chiaro e lucente il verde dei prati,

staccava dai rami fronzuti le goccie d’acqua, che traversate dai raggi

radenti, brillavano in aria come diamanti.

Mi ricordo di tutto.

Mi ricordo che affondavo nei solchi, sentivo l’acqua penetrarmi negli

stivali, che l’aria freschissima e profumata mi accarezzava il viso,

e la respiravo con ebbrezza... il passato con le sue amarezze era

lontano, spariva indietro all’orizzonte coi biechi nuvoloni, l’avvenire

era davanti come un gran velo color di rosa, ben teso, senza pieghe,

e mi pareva di non aver che a stendere la mano e sollevarlo pian piano

badando solo a non squarciarlo brutalmente.

Quando giunsi all’albergo, le stelle si accendevano in alto, in fondo

il Monviso spiccava ancora netto sulla tinta ranciata che andava

morendo; una gran pace pioveva dal cielo e si allargava sul villaggio e

sulla pianura, ad ora ad ora più sfumati, più perduti nell’aria che si

andava oscurando.

Montai alla cameretta, trovai imbandita la cena, accese sul tavolo due

candele.

Posato nell’angolo vicino al canterano il fucile, sedetti a tavola ed

aprii per abitudine contratta un libro. Ma perduta tosto ogni coscienza

dell’azione, cominciai a riandare la benedetta storia del cuore.

Rivedevo così le vicende tutte della giornata: la partenza al mattino

nel timore di non trovarla neppur quel giorno, le ore d’aspettativa

angosciose, il momento ineffabile della sua apparizione... il

temporale... poi la camera a pian terreno... la pioggia che scrosciava

al di fuori, che si frangeva sui vetri in lucide lacrime, infine,... i

ricordi ardenti che mi bruciavano il sangue.

Aveva trovato sulla spalla un lungo filo lucente, un capello nerissimo,

lo avevo avvolto al dito, e vi posavo con frenesia le labbra.

In faccia, fuori della finestra aperta, i rami d’un pero poveri

di foglie, staccavano sul cielo come zampe d’un ragno fantastico,

colossale.

All’improvviso là, di mezzo a quei rami uscì uno strido vicino, acuto,

malaugurato, che mi scosse, mi ruppe brutalmente il filo delle idee, mi

gettò un freddo nelle ossa.

M’alzai, venni alla finestra e battei con forza le palme, credendo così

di cacciar l’uccello di sinistro augurio.

Vidi la civetta scuoter l’ali, camminar di fianco lungo il ramo,

perdersi tra le foglie, e ripetere subito il grido maledetto.

Allora andai all’angolo fra il muro ed il canterano e presi il fucile:

toccando l’acciarino m’avvidi che era scarico, stesi nell’ombra la mano

al chiodo ove solevo appendere il carniere, nel quale avevo polvere,

piombo, tutto l’occorrente.

Il carniere non v’era.

Guardai sul letto, cercai sul canterano, sul tavolo, per le sedie,

volli raccapezzarmi se l’avessi consegnato all’ostiere entrando con

selvaggina uccisa nel giorno.

No, quel giorno non avevo sparato...

Scesi la scala per entrare a pianterreno.

Sulla soglia una luce terribile mi abbagliò, mi rischiarò la mente.

Lo vidi, Dio Eterno! in quel momento il mio carniere,... lo vidi a

Murello, nella sala a pian terreno, nella casa del Miniuti!

Mi parve che il cervello dovesse scoppiare sotto l’urto del sangue che

vi affluì.

Ebbi subito la visione chiara, netta, terribile della scena che doveva

succedere in quel punto. Miniuti al suo ritorno aveva trovato il

carniere... vi aveva frugato, letto il mio nome, i miei connotati sulla

permissione di porto d’armi,... indovinava sull’atto, scopriva tutto,

si avventava contro Elena ruggendo, e lei si smarriva, non poteva

negare, schermirsi, non sapeva fuggire.

Li vedevo, li sentivo, la visione diventava realtà fino

all’allucinazione, alla pazzia.

Saltai nel cortile, sfondai d’un urto l’uscio della scuderia, senza

pensare ad aprirlo, gettai in fretta, in furia gli arnesi sul cavallo,

e balzato in sella, lo lanciai di carriera sul viale che mette alla

strada di Murello.

Volavo come nel sogno, nell’incubo; non potevo ragionare, nè formar

progetti.

Arrivare... portarla via, salvarla...

Mi pareva di sentir una voce lontana che mi chiamava là nell’oscurità,

dalla parte di Murello, e allora volevo cacciar come un grido altissimo

perchè si difendesse, fuggisse, mi aspettasse. Poi mi vedevo Elena

davanti, pallida, straziata, morente, che mi tendeva le braccia perchè

la prendessi, la salvassi, e stringevo rabbiosamente le ginocchia e mi

curvavo in sella, scosso dal capo alle piante da un gran tremito, col

sudore che mi gocciolava sulla fronte, mi rigava le gote, mi offuscava

la vista.

Ad un punto mi fermai di scatto, sentivo gorgogliar l’acqua a sinistra,

discernevo a destra un piccolo edificio chiaro.

Avevo sbagliato strada! Al santuario di Polonghera invece di torre

a destra verso Murello, avevo svoltato a sinistra, mi trovavo tra la

capella di San Giacomo ed il ponte sulla Macra, ad un trar di schioppo

da Racconigi.

Mi serrai coi pugni le tempia, mi parve di impazzire.

La strada da Racconigi a Murello mi si apriva davanti: erano tre

nuove miglia; serrai tra le gambe il cavallo, come se avessi voluto

soffocarlo, gli urlai all’orecchio le più strane e insensate parole,

le più violenti imprecazioni, e ricominciai ad andar come il vento

all’impazzata...

Ad uno svolto fui per dar di cozzo in una vettura che arrivava, essa

pure, precipitosa e senza lanterne.

Il mio cavallo schivò da sè, e la oltrepassai.

Sull’istante il scivolar rapidissimo di quel legno, a quell’ora,

nell’oscurità, nel mistero, mi insospettì: Lei forse... trascinata

lontano! bisognava saper chi vi era... Voltai bruscamente il cavallo,

la luna liberandosi in quel punto dalle nubi che la velavano, batteva

in pieno sulla strada: la vettura volava, diminuiva nella distanza.

In un baleno le fui di fianco, mi curvai, cacciai il capo sotto il

mantice...

E non ricordo più; mi par d’aver udito in un ringhio di rabbia,

pronunziato il mio nome, intravvisto un viso d’uomo sconvolto, un

braccio agitarsi, stendersi furiosamente contro il mio petto, un tuono,

un lampo poi più nulla.

Seppi di poi che un carrettiere, alla luce livida dell’alba, mi vide

steso in traverso alla strada. Costui mi portò ad una cascina, e

corse in tutta fretta a cercar un vecchio chirurgo militare ritirato

a Racconigi, molto abile nel curare le ferite prodotte dal piombo.

Egli estrasse la palla che m’era scivolata sotto le carni del petto

senza penetrar nella cavità, e dopo due mesi entrato in convalescenza,

camminavo, parlavo, ma ero come un uomo che si sveglia da un lungo

sonno, e stenta credere alla realtà degli oggetti che gli cadono

sott’occhio.

Poco si parlò a quei giorni dell’avvenimento, nessuno lo conobbe

nei suoi particolari veri ed esatti; — il Journal de Turin et de la

27.me Division de l’Empire français, gazzetta ufficiale del Piemonte,

non ne fece pur parola, — altri giornali parlarono d’un attacco di

briganti, nel circondario di Savigliano, e aggiunsero che, sebbene

il famoso Mayno, sedicente imperatore delle Alpi e re di Marengo,

fosse stato ucciso fin dal 12 aprile 1806, e la sua banda distrutta,

certi dipartimenti erano tuttavia infestati; insistevano perciò sulla

necessità delle ricerche, l’aumento delle taglie, ecc.

Ma in breve più nessuno s’occupò di quel fatto, le emozioni politiche

ed avvenimenti di terribile e capitale importanza assorbivano in quei

giorni l’attenzione del publico.

Il sangue altrove scorreva a flutti.

Tornai a Torino, ma l’animo non mi resse di restarvi; vagai nelle

città vicine senza scopo, finchè un giorno trovandomi ad Ivrea, presi

d’un tratto una vettura di posta per Aosta, traversai il San Bernardo,

discesi a Martigny, e per Ginevra e Bourg andai a Parigi.

Un mese dopo il mio arrivo presi servizio; speravo trovar potente

distrazione nel terribile avvicendarsi degli avvenimenti, o eterno

riposo nello spaventevole spreco di umane esistenze di quegli anni.

Fui ferito in Ispagna e guarii: in Russia ove andai sottotenente in

un reggimento di cacciatori a cavallo del corpo di Oudinot, lasciai

due dita sulle nevi, e ritornai in Piemonte coi capelli che ne avevano

preso il candore.

Un giorno questa casa, la cui soglia avevo già varcata una volta,...

divenne la mia.

Vi abitai sempre ed ho disposto di chiudervi gli occhi.

Nelle sue mura ancora per molti anni rapide apparizioni mi turbarono

l’animo, gettandomi agli occhi una forma, alle labbra un nome, nel

cuore un bisogno sconfinato, una smania terribile di riveder Elena, di

amarla ancora.

Per molto tempo cercai la notte, l’ombra, il silenzio, i sentieri, i

luoghi solitarii, serrandomi ai muri, alle siepi, come un ladro, un

mendicante.

Poi la calma della campagna cangiò i rimpianti in una melanconia dolce

e tranquilla, gli anni si aggiunsero agli anni; contrassi un debito

di riconoscenza verso un’angelica creatura che mi curò in una malattia

che doveva uccidermi, debito che mi fu dolce soddisfare, consacrai la

mia vita a chi l’aveva salvata, e ringrazio Iddio della felicità che mi

accordò in seguito.

Ora non ho più nulla a domandare alla vita; essa non è più davanti,

ma dietro di me; nessuna illusione mi nasconde la realtà, lasciandomi

apparire ancora orizzonti lontani... il termine è vicino, posso contare

i giorni che mi rimangono, un po’ di terra sul capo, _et en voila pour

jamais_.

Miniuti non l’ho rivisto più mai, d’Elena non ho forza scriver più.

Avrei potuto bruciar quei fogli e sperdere fino l’ultimo atomo delle

loro ceneri, ma non avrei potuto annientare che struggendo il cervello,

il rimpianto angoscioso, il rimorso d’essere stato la causa diretta

della fine atrocissima di una persona per la quale avrei data la vita

senza esitare.

Poichè tutto è lontano, tutto sparisce nel passato irrevocabile,

sparirà con me anche quest’ultimo spaventoso ricordo...

Il sole si alzò splendido il domani; Mario, Rocco ed io, entrammo in

caccia senza contrattempi.

Reliquie - Le masse cristiane · 第 6 / 11 题