RELIQUIE

La ghiaia del viale scricchiolò sotto le ruote, la nostra vettura passò

lenta sotto l’androne, svoltò nel cortile e andò a fermarsi davanti

alla porta del fabbricato civile.

I due custodi, marito e moglie, sbucarono fuori dalla casetta rustica;

l’uno si diede attorno a scaricar le nostre robe, l’altra andò per

le chiavi, aprì larga la porta, salì le scale e comparve a spalancar

successivamente ciascuna delle finestre per rinnovare l’aria,

disperdere l’odore di rinchiuso, rinfrescare e spazzar dappertutto.

Il domani s’apriva la caccia.

Appena entrati in casa, Mario ed io, pensammo prima ai fucili, ai

pacchi di cartuccie, alle munizioni, che furono collocate in un armadio

al sicuro, fuori dell’umidità; poi alle nostre persone. Furono tratti

dalle valigie gli abiti di tela chiari e leggieri e sostituiti sui

nostri individui agli abiti di panno scuri e pesanti, i cappelli di

feltro furono cambiati in cappelli di paglia e si terminò l’operazione

con uno scrollamento generale di tutta la persona ed un sospiro

profondo di beatitudine, quasichè fossimo rimasti chiusi fino a quel

momento nell’arnese di acciaio d’un uomo d’arme del 1500.

Michelina cacciava giù per la scala a gran colpi di granata le mummie

delle mosche, i cadaveri stecchiti dei topi morti di fame, i ragni

malconci che agitavano le zampe nel pattume. La polvere s’alzava come

una nube.

Mario mi prese il braccio, mi tirò all’aperto in cortile, prima che il

nembo ci cogliesse.

Di fronte alla casa, sopra un tavolo in pietra all’ombra del grosso

pino, il custode avea collocati una bottiglia, due bicchieri ed un

canestro coperto di foglie.

Mario vi andò e levò le foglie. Oh le belle pesche rubiconde! le Reines

Claudes trasparenti come d’ambra! le grosse prugne color d’ametista!

Ne fu incominciata immediatamente la distruzione mentre si guardava la

casa. — In paese la chiamano il Palazzo — disse Mario, scegliendo nel

canestro la quinta pesca.

Non era un palazzo, ma una costruzione molto semplice invece: due piani

ed una galleria ad arcate sotto il tetto. Era d’una tinta generale

bigio caldo, aveva gli spigoli, le modanature, i contorni delle porte

e delle finestre segnati da striscie bianche a stucco, lavorate a

graffito.

Lungo tutto il primo piano correva un balcone in legno ingombro di

masserizie, di canestri lunghi e piatti, nei quali seccavano al sole

funghi, prugne e pesche dimezzate.

Quattro tralci di vite, che neri e contorti come serpenti,

s’inerpicavano lungo la muraglia, lo coprivano tutto di pampini, dai

quali usciva, in quell’ora, il ronzìo monotono, rabbioso, incessante

delle vespe, delle api e dei calabroni collegati all’assedio di certi

sacchetti di carta nei quali erano riparati i grappoli dell’uva.

In mezzo alla facciata era dipinto un orologio solare, quasi per intero

lavato via dalle pioggie, e sulla lunga sbarra in ferro destinata a

segnar coll’ombra le ore, si riposavano in fila cinguettando alcune

rondinelle.

— Adesso poi basta, osservò Mario a un tratto, ti consiglio a smettere

d’inghiottire e conservar l’appetito per la cena.

Bastava certo, restavano nel canestro poche prugne a metà consumate dai

calabroni.

— Ora, seguitò, se credi, andiamo in paese a veder le rarità; e,

spingendo un cancello che si apriva nel centro di un muricciuolo di

mattoni disposti a graticcio, mi introdusse nel giardino.

Un giardino qualunque: alberi nani da frutta, viali delineati da siepi

basse di mortella dominate a tratti da gran cespugli tagliati un tempo

a seggioloni, a confessionali, ora cresciuti ineguali e scarmigliati.

Lungo le siepi dalie, girasoli, begliomini; nel centro del giardino

una vasca piena di melma e d’erbaccie, un vero _club_ di rospi e di

salamandre.

Per una porticella praticata nel muro di cinta, mi fece uscir sul

sagrato.

Nella Chiesa parrocchiale, mi obbligò a veder tutto: organo, pulpito,

coro, sagrestia, un calice gotico, i frammenti d’antico affresco,

trasportati dietro suo consiglio da un’antica cappella demolita.

Mi fece scendere e guardare lungo la via Maestra, che il sole

tramontando avvolgeva in un pulvisculo luminoso ed abbagliante;

le montagne in fondo si perdevano sfumate nella nebbia d’oro, gli

spigoli delle finestre, dei balconi, i vetri dei lampioni mandavano

fulgori accecanti, come riflettori di luce elettrica, il ruscello che

scendeva nel mezzo della via, pareva la lama sfolgorante d’uno spadone

colossale. Le ombre serie e maestose del parroco e del sindaco, l’ombra

magra del maestro, avviati alla loro passeggiata di tutte le sere nel

viale degli Olmi, si allungavano smisuratamente sul selciato.

— Quella casa a destra color di rosa, colle persiane azzurre, è il

palazzo comunale; ti farò veder l’archivio, proseguì Mario, vi sono tre

o quattro documenti curiosi e sopratutto poi gli statuti del Comune,

anno Domini 1471, manoscritti su pergamena con iniziali in rosso; bel

margine, buona legatura in assicelle di legno e borchie di bronzo.

Non bisogna lasciar che Mario entri nè col pensiero, nè col discorso,

nell’antichità o nell’archeologia: se v’entra col discorso, parla

troppo, se col pensiero, non parla più affatto. Quando si cade

sull’argomento antichità, d’un salto egli è nelle nubi, rapito in

estasi dalla poesia delle cose passate, e senza far preferenze,

s’interessa tanto all’antichità romana, quanto al medioevo, all’epoca

preistorica come al milleottocentotrenta.

Dotato d’una memoria di ferro e d’una curiosità insaziabile, vuol

imparar tutto, tutto vedere, toccare, acquistare. Entra nelle botteghe,

si ficca nelle case, nei corridoi, nelle sacrestie, caccia la testa

nelle finestre a pian terreno, s’arrampica per le scale, copia le

iscrizioni, le date, disegna gli stemmi, si procura i calchi delle

pitture, cerca di comprar i mobili, le stoviglie, le lanterne, le

campanelle degli usci, e mette in tutte queste operazioni tanta

insistenza, e diciamolo pure, tanta indiscrezione, che più di una

volta ebbi a veder male interpretati certi suoi atti, sguardi od

apprezzamenti innocentissimi e mi toccò soffrir, per amor suo, in sua

compagnia, rimbrotti, impertinenze ed anche peggio.

Nessuno al mondo saprà mai quello che capitò a lui ed a me per

soverchio interesse dimostrato ai fregi in terra cotta di una certa

finestrina nel villaggio di... Lasciamo stare, è un segreto che deve

scendere nella tomba con noi.

Intanto rifiutai recisamente di veder l’archivio.

— Allora andiamo al castello, — mi disse Mario. — Peccato poi che è

tardi, se no, dopo t’avrei condotto a due miglia di qui, ad una certa

torre detta della Rea. Un marito vi tenne chiusa non so quanto tempo la

moglie. Su quel tema un parroco qui del paese ha scritto un dramma: Un

piccolo dramma, diceva lui, uso Shakspeare!

Si dice che sotto terra vi sia la solita strada che comunica col

castello. Una favola: qui c’è l’acqua ad ottanta centimetri di

profondità; altro che strade!

Al castello mi fece osservare, alla luce dubbia del crepuscolo, la

perfetta conservazione della torre, la coda di _rondine_ dei _merli_

(fenomeno che può parer strano ad un ornitologo, ma naturalissimo ad

un archeologo). Sopratutto poi: alcuni colpi di scure sulla porta e la

data 1618.

— Ecco una data che si riferisce ad una tradizione locale. Nei villaggi

vicini quei di Murello son detti i _testardi_.

— Poteva immaginarlo, — gli dissi.

— Non sono del paese, amico mio, sono nato a Torino. Nel 1618, dunque,

alcuni spagnuoli sbandati capitarono qui all’improvviso, e cominciarono

a dare il sacco. Era d’estate; in paese: vecchi, vecchie e bambini,

tutti gli altri alla campagna. Vi fu tuttavia qualcuno che corse al

campanile e cominciò a suonare a stormo.

I terrazzani così avvertiti accorsero a furia, piombarono sugli

spagnuoli, li cacciarono malconci, e quelli che lavoravano qui di scure

dovettero naturalmente lasciar l’impresa e ritirarsi cogli altri.

Un contadino, che aveva il campo lontano, arrivava tardi, tutto

trafelato, quando ad uno svolto della strada si trovò dinanzi uno

di quei ladroni che se ne andava col manicotto di sua madre. Egli lo

accostò pianamente, gli posò le mani sulle spalle e gli diede con sì

bel garbo del capo nel petto, che lo fece ruzzolar morto nel fossato.

Fu così luminosamente provato che i Murellesi avevano la testa dura:

di qui il soprannome glorioso di _testardi_. — Del resto, come vedi,

il paese e una miniera di tradizioni, e la sua storia non sarebbe forse

priva d’interesse se fosse conosciuta a fondo.

Allora entrò a gonfie vele nel mare della storia locale. Cominciò

proprio dalle origini, e seguitò; visitando la sua cascina, davanti

ai buoi premiati all’esposizione di Cuneo, al cospetto del majale la

cui dimensione era proverbiale nel circondario, nel vasto pollaio,

ove mi sentivo invader la persona dai pollini microscopici, seguitò

dissertando a provarmi che nella divisione legale dei beni di Bonifacio

marchese di Savona e del Vasto e Signore di Saluzzo tra i suoi sette

figli, nell’anno 1142, Murello fu compreso nella parte assegnata al

secondogenito Guglielmo, marchese di Busca, il quale, istituita una

Commenda, la godette pacificamente colla famiglia per molto tempo e

finì poi col venderla ai Templarii.

Quando finalmente, a notte, rientrammo in casa per la cena, i

Templari erano bensì soppressi, ma, Dio mio! la Commenda di Murello

veniva solamente allora aggiudicata ai cavalieri di San Giovanni di

Gerusalemme!

Si finiva di cenare; Mario accendeva il sigaro alla fiamma della

candela.

Fu urtato all’uscio.

— Avanti!

Entrò il vecchio Rocco, l’affittaiuolo, l’uomo di confidenza, il Griso

di Mario che veniva a prendere gli ordini pel domani.

Aveva fama in paese e nei dintorni di cacciatore abilissimo ed

ardentissimo, si narravano di lui colpi straordinarii, si diceva

dormisse, durante la stagione della caccia, col carniere e col fucile

ad armacollo.

Alto, magro, come disseccato dai continui sudori, Rocco aveva il viso

tutto grinze a forza di stare al sole, il naso da Calmucco, la bocca

come un gran taglio, — coi suoi occhi piccoli, grifagni, dotati di

gran potenza scorgeva un lepre appiattato nel solco ad una distanza

veramente straordinaria. Se poi è vero che gli animali vestono il

colore del luogo in cui sogliono dimorare, egli era tutto color di

terra, fuorchè il bavero della giubba, di velluto verde, che pareva

fatto col muschio dei boschi.

— Buona sera, signor Mario e la compagnia.

— Buona sera Rocco, — e così la salute c’è? — e Mario gli colmò un

bicchiere di vino.

— Grazie, alla sua, e vuotatolo si passò la mano sul muso, e scosse

subito melanconicamente il capo prevedendo la domanda di Mario.

— Come stiamo a selvaggina?

— Oh santo Dio! poco bene, — male anzi..... si va perdendo la razza di

tutto...

Se il Governo non piglia le misure, se la seguita ad andar così, fra

un paio d’anni quando si vorrà tirare una schioppettata, la sarà per le

cavallette, le lumache o gli scarafaggi.

— Potevi scrivere, e non si veniva.

— Eh! via, hanno fatto bene a venire, dico per dire, un giro si può

sempre fare con profitto; vi sono qua e là nel territorio, dei campi

freschi, nei quali le quaglie non possono mancare... poi lascino fare a

me che ho sempre in serbo qualche novità, oggi nei grani turchi, domani

nella macchia, saranno pernici, saranno fagiani... Gli altri in paese

non trovano perchè non san cercare. Infine se ce ne sarà per gli altri,

ce ne sarà anche per noi.

Poi entrò a discutere con Mario, se ci tornava di più fare il giro di

qua o di là dal fiume, per arrivar prima dei cacciatori di questo o di

quel villaggio ecc., e durante quella pioggia di frasi caratteristiche,

di vocaboli cinegetici, di nomi barbari di regioni note a me quanto

l’interno dell’Africa, mi addormentai senz’altro.

Mario mi svegliò che erano le dieci:

— Vedo che la tua conversazione con noi langue. Se invece di dormir

male sul tavolo, preferisci dormir bene nel letto, puoi quando tu

voglia, salir in camera..... Io esco in paese con Rocco, così, per

sentir dove vanno gli altri domani.

— Ti sono proprio riconoscente.

— Bisognerà uscir per tempo, sai, essere i primi in campagna se è

possibile. Però mi rincresce vederti così assonnato, speravo farti

ancora gustare una piccola sorpresa storica, archeologica.

— Ti ringrazio di cuore. Rimettiamola a domani, anzi a doman l’altro.

— No, no, ne godrai ugualmente stassera, ma non avrai la sensazione

così netta. Pensa che t’ho fatto apparecchiare la camera gialla, nella

quale nessuno ha più dormito dal... dal... ora ti faccio il conto...

Lo guardai subito di traverso.

— Senti, gli dissi, se per caso si tratta della solita camera gialla,

rossa, verde o pavonazza, nella quale nessuno vuol dormire, credo bene

di prevenirti che quando non dormo di notte, ho inesorabilmente mal di

capo al domani; perciò avrai tutta la mia riconoscenza se ti vorrai

risparmiare il disagio d’alzarti a mezzanotte più o meno precisa, e

venir avvolto in un lenzuolo bianco di bucato, a far lo spettro, a

scuoter le catene del pozzo, a cacciar urli, empir la camera col fumo

di colofonia, che puzza, e malsano e sciuperebbe i tuoi mobili... siamo

intesi. Mettimi a dormir dove vuoi, ma non seccarmi.

Mario scosse le spalle, inarcò le ciglia, accese un lume, s’avviò

precedendomi su per la scala, e giunto alla camera gialla sollevò alto

il candelliere acciocchè potessi in un sol colpo d’occhio abbracciarne

l’insieme.

— Vedi!... è o non è interessante anche senza spettri la camera gialla?

— Guarda, osserva, esamina, — dormi tranquillo, come farò anch’io, e fa

d’essere in piedi piuttosto prima che dopo le tre.

Mi trovai solo col cuore leggermente serrato da quel senso vago

d’ansietà, che accompagna ogni cambiamento un po’ importante nelle

nostre abitudini.

Guardai intorno sollevando in alto il lume e cercando, nella luce un

po’ dubbia, di farmi un’idea netta di tutta la camera.

L’aspetto n’era singolare; non ispiravano melanconia nè letizia;

trasportava, senza sforzo d’immaginazione, indietro di molti anni; e

l’ambiente del principio di questo secolo era così ben definito, che si

provava l’intuizione, direi quasi retrospettiva, d’avervi vissuto.

I mobili di maggior mole ed importanza, come i più piccoli arredi,

avevano tra loro come un’aria di famiglia. Erano tutti fabbricati nello

stesso carattere, involti e coperti d’una medesima patina, e dormivano

nell’ordine, nel luogo a loro destinato da chi aveva abitato un tempo

quella stanza; ordine e sonno rispettato poi dai successori, che, vuoi

per venerazione, vuoi per combinazione di speciali circostanze, non

avevano più portato in quel sito il movimento e l’agitazione della

vita.

Nel soffitto erano dipinte a chiaroscuro le quattro stagioni. V’era

un vecchio coperto d’una pelle di volpe, che raffigurava l’inverno.

La primavera era una giovinetta dalle forme sviluppate e le mani piene

di rose. Un giovane nudo con un covone al fianco ed una falce in mano,

una venditrice d’uva e di pomi, rappresentavano l’uno l’estate, l’altra

l’autunno.

Un gran letto di legno scolpito, ornato di piastre e trofei in bronzo,

s’avanzava fino nel mezzo della stanza.

Un canapè, due seggioloni ed alcune seggiole collocate lungo le pareti,

tese d’una tappezzeria gialla a mazzolini di rose, avevano, nel dorso

rigido e rettangolare, scolpita una lira colle sue corde.

Sul caminetto, v’era un orologio a pendolo a foggia di tempietto

d’alabastro e sotto al quadrante di questo, tra le colonnine, due

colombe posate sul margine d’una piccola vasca si dissetavano in un

pezzetto di specchio, che rappresentava l’onda cristallina.

Accompagnavano l’orologio, due vasi sottovetro, pieni di fiori di carta

scolorita.

Di fianco al letto, appiccata al muro, una rastrelliera reggeva un

fucile, due pistole a pietra, un gran carniere a reticella verde ed

una mazza il cui pomo tornito con una certa combinazione di giri,

rappresentava il profilo di Napoleone I.

Non sentivo più d’aver sonno: andavo e venivo lungo le pareti, me ne

scostavo ad un tratto, e fermo nel mezzo della camera, alzavo il lume

dirigendolo a destra, a sinistra, in alto, in basso per scoprir nuove

cose; poi mi avvicinavo ad osservar minutamente gli oggetti, attirato,

spinto a proseguir il mio inventario da fremito intenso di curiosità

rispettosa.

Al disopra del canapè era appeso un ritratto d’uomo.

Salii sul mobile ed attirandomi sulla persona un nuvolo di polvere e di

ragnatele, lo staccai per esaminarlo da vicino.

Era mediocremente dipinto, ma ben disegnato, in linguaggio accademico:

una bella _testa di espressione_.

I capelli tirati sulla fronte ed i pizzi corti che inquadravano le

guancie, interamente bianchi, contrastavano in modo singolare coi

lineamenti d’un viso giovane ancora. Le fattezze tutte del volto erano

pure, regolari, delicate e l’assenza completa di pelo alle labbra ed al

mento comunicava loro una apparenza alquanto femminile.

Nei suoi occhi traspariva poi un sentimento di così profonda mestizia,

che vi fermava lo sguardo, v’obbligava a pensarvi, v’interessava per

modo che avreste voluto aver lui vivo d’innanzi, saperne i casi, la

vita, ricevere le sue confidenze.

Incominciai a spogliarmi per pormi a letto.

Avendo l’abitudine di leggere prima di prender sonno, tolsi alla

biblioteca, appesa accanto al caminetto, alcuni piccoli volumi, tutti

insieme così per vederne i titoli.

Fatta la mia scelta volli riporre a luogo gli altri, ma pel vano aperto

mi apparve al di dietro, dove avrebbe potuto essere una seconda serie

di libri, una scatola rettangolare, che liberata e spolverata, venne in

luce sotto la forma d’un vecchio cofanetto in lacca del Giappone.

Inutile dire che pensai subito ad aprirlo, vi sentivo ballar dentro

degli oggetti, che dalla varietà dello strepito, giudicavo di diversa

natura.

La chiave mancava, non la trovai nel vano lasciato nella biblioteca nè

fra i libri rimasti.

Provai tutte quelle che aveva nel taschino; non entravano nella toppa o

giravano a vuoto.

Non potendolo aprire in via naturale, non volendo ricorrere alla

violenza, posai il mobiletto sull’ottomana e seguitai a spogliarmi non

senza volger lo sguardo di tanto in tanto, a quel bucolino scuro della

serratura che, col suo piccolo punto brillante nel centro, pareva un

occhio piccino piccino che mi guardasse insistente per eccitare la mia

curiosità.

Ero in letto, e tenevo fra le mani il libro scelto: _L’Abrégé portatif

de la chasse du cerf tiré des meilleurs auteurs qui ont traité de cette

matière et d’après la méthode pratiquée à la cour du roi de Sardaigne —

Turin 1782_.

No. Non potevo tardare a pigliar sonno.

Un cordoncino in seta rossa pendeva tra i fogli come un segno.

Aprii a quel punto per vedere a che quel segno si riferisse, un oggetto

racchiuso frusciò scorrendo tra i fogli, luccicò sfuggendone... cercai

fra le pieghe del lenzuolo... a capo del cordoncino rosso pendeva una

piccola chiave dorata.

Un momento dopo ero seduto in camicia sul canapè: dal cofanetto aperto

sulle ginocchia un profumo soave, sottile, sconosciuto, mi penetrava

per le nari nel cervello, maneggiavo adagio, con riverenza, un piccolo

portafoglio legato in avorio, un guanto lunghissimo ed una scatola

circolare.

Il guanto era di donna senza dubbio e contemporaneo dell’imperatrice

Giuseppina.

Nelle taschine di raso rosato del portafoglio vi erano su pagine di

carta velina, alcune note insignificanti; alcune massime:

Souvenez vous de la faiblesse humaine, il est de notre nature de

tomber et de faire des fautes. En avez vous commis? — ne craignez

pas de les reparer.

Votre âme est elle malade? Cherchez à la guérir.

La vie est courte; ne portons pas trop loin nos espérances.

Erano d’una scrittura femminile finissima.

V’erano dei versi d’un altro carattere più probabilmente maschile:

Mes yeux ont contemplé ce portrait enchanteur,

Que me donna sa main dans mes jours de bonheur!

Cet aspect consolant soutenait mon courage:

Avec recueillement j’adorais son image.

J’y retrouvais ce front, si noble sans fierté

Trône de la pudeur et de la vérité;

Cette bouche où souvent (oserai-je le dire?)

Je vis, à mon approche, errer un doux sourire;

Et cet œil qui, sévère et tendre tour-à-tour

Imprimait le respect, en inspirant l’amour:

Un jour, ce souvenir, m’occupera sans cesse,

Parcourant ce portrait, si cher à ma tendresse,

Au feu de mes regards il parut s’animer:

Ce que je ressentais, il parut l’exprimer.

Un voile de douleurs, s’étendit sur ses charmes;

Il semblait me parler, frémir, verser des larmes,

Et je crûs un moment, satisfait et trompé,

Qu’il répandait les pleurs, dont je l’avais trempé.

_Tiré de la lettre du comte de Comminges._

La scatola era in tartaruga cerchiata d’oro, tutta seminata di stelle

dello stesso metallo.

L’aprii era vuota.

Trovai strano lo spessore del coperchio in proporzione del fondo.

Girando e rigirando, provai a torcere con forza, sentii che si svitava

e lo ebbi fra mani diviso ancora in due.

Due occhi neri, pieni d’una straordinaria intensità di vita vennero,

se osassi dirlo, ad incontrare i miei. Mi trovai davanti un viso di

donna dai lineamenti così perfettamente regolari che, di primo tratto,

pensai fosse creazione d’una meravigliosa fantasia d’artista, e non mi

persuasi ch’era un ritratto se non dopo lungo esame, a certi dettagli

della bocca e degli occhi, appena percettibili ma assolutamente

personali.

Quegli occhi, brillanti d’amore, d’intelligenza, di comando,

avviluppati nell’ombra leggiera e misteriosa delle ciglia lunghe e

scurissime, il disegno puro delle sopracciglia e del naso, capriccioso

delle labbra, i capelli scendenti folti sulla fronte e sulle spalle

bianchissime, formavano un insieme di figura fantastico e delizioso che

inquietava ed affascinava.

Nella miniatura, come lavoro d’arte pregevolissima, non era raffigurata

che mezza la persona, ma colla mia fantasia eccitata dall’oscurità, dal

silenzio, da una certa disposizione particolarmente tenera dell’animo,

io scorgevo al di là dei confini di quel cerchiolino d’oro che serviva

di cornice e vedevo tutta la figura snella, altera, elegantissima.

Una di quelle donne che la natura si compiace di formar completamente

belle, che non possono passar nella via senza attirarsi uno sguardo

d’ammirazione anche dall’uomo più rozzo o più distratto; che hanno un

modo loro proprio di volgere il capo, di piegar la vita flessibile, di

levare in faccia il lampo splendido dei loro occhi.

Una di quelle donne infine, le quali trovate sul cammino della vostra

vita, al teatro, a passeggio, in viaggio, dovunque, senza aver

scambiata una parola, senza averne incontrata la pupilla, sentite

che colla perfezione delle forme, colla calma indolente, colla severa

misura del gesto, della parola, dello sguardo, si portano via nella

loro apparizione, forse fugacissima, una parte dell’anima vostra, vi

fanno anelare che la logica del caso vi rimetta alla loro presenza, vi

spiegano come un uomo possa in certe circostanze abbandonar per loro le

ricchezze, i parenti, la patria, la vita.

Provavo davanti a quel piccolo dipinto di sette centimetri,

un’impressione strana, come un senso di soggezione, quasichè avessi

commessa una grave indiscrezione a turbarne il riposo, e presentarmi a

lei così nell’aspetto sconveniente d’un uomo un po’ meno che in maniche

di camicia.

Fui sgradevolmente interrotto nel mio _tête à tête_ e richiamato alla

prosa.

Un gran pipistrello entrato in camera non so come, cominciò, radendo

la terra, rimontando al soffitto, a dar di cozzo nei mobili, ad agitar

la fiamma della candela, ad avvolgermi nei suoi giri cabalistici,

gettandomi l’aria delle sue ali nel viso.

Ho ribrezzo dei pipistrelli; se poi sono leggermente vestito, mi par di

sentirli appiccicarsi in un punto qualunque della persona, coi dentini

bianchi ed affilati e suggermi quel po’ di sangue che posso aver nelle

vene.

Posai tosto il ritratto, impugnai la canna dal profilo dell’_Uomo

fatale_, e dopo aspro combattimento, colto in aria il mostro alato, lo

vidi ai miei piedi sul pavimento con un’ala distesa e l’altra chiusa,

le fauci aperte e gli occhiolini neri, maligni, scintillanti.

Gettato il vinto fuor della finestra, mi toccò ancora scostare il letto

dalla muraglia per evitare che un grosso ragno che scendeva gravemente

dal soffitto, attraversasse nel suo viaggio il mio viso. Poi entrai

in letto, e stanco delle mie scoperte, meditazioni e battaglie, noiato

dalle mosche del soffitto che svegliate dal lume si aggiravano ronzando

e finivano per piover sui fogli del mio libro coll’ali bruciate,

soffiai la fiammella, e m’addormentai.

Ho domandato ad un sapientissimo amico che cosa siano le allucinazioni.

Mi rispose che le allucinazioni sono false sensazioni, spontaneamente

percepite dal sensorio, senza il concorso d’agenti esteriori, senza

partecipazione dei sensi; fenomeni cerebrali, che non dipendono da una

lesione propria di questi, non da associazione viziosa d’idee, non da

vizio dell’immaginazione, ma bensì da un turbamento encefalico d’ignota

natura.

Le allucinazioni, seguitò egli, nei loro effetti non differiscono dalle

sensazioni reali, se non per l’assenza di attuali impressioni.

Così si può ascoltare una voce che non venne emessa, udire una parola

non pronunciata, vedere un aggressore, un demonio, una donna bella,

un angelo, avvertire un profumo gradevole, un odor disgustoso, gustar

sapori fantastici, prender cibo, bevanda, ghermire un nemico, brandire

un’arma, tutto per allucinazione.

L’amico poi voleva dividere le allucinazioni in olfattiche, acustiche,

gustative e tattili, suddividere queste in viscerali e sensoriali,

ma mi dichiarai soddisfatto, lo ringraziai della lezione e preferii

pensare che nella notte dal 14 al 15 agosto ho semplicemente sognato.

Non potrei dire qual ora fosse della notte... sul canapè batteva un

raggio di luna, un raggio pallido che illuminava un piccolo disco

lucente: il ritratto in miniatura.

Io lo guardavo, e ne venivo raffigurando distintamente le linee come se

lo avessi nelle mani, sott’occhio.

A poco poco, per un lavorìo inesplicabile che certo si veniva compiendo

nella mia mente, i contorni divennero più fermi, presero proporzioni

maggiori, ed infine lentamente, insensibilmente, senza sforzo, la

figura si sviluppò al naturale e me la vidi dinanzi seduta sul canapè.

Era immobile nella posa del ritratto, pallida, lo sguardo fisso,

le braccia nude bianchissime, le mani raccolte l’una nell’altra,

abbandonate sulla veste chiara e sottile che disegnava le linee

purissime d’un corpo meraviglioso.

Ad un tratto venne come un soffio che le infuse la vita: il seno

cominciò a sollevarsi palpitante, il capo si piegò soavemente sulla

spalla, le pupille si mossero sotto le ciglia... l’occhio si aperse

limpido... si rivolse sfavillante d’una tenerezza indicibile al

ritratto dell’uomo appeso sul di lei capo.

Allora vidi balenar come in un lampo la cornice dorata che si staccò

dal muro, che scivolò senza strepito lungo la parete e l’uomo mi

apparve tutto, alto, elegante, nobilissimo, al fianco di lei, vivo e

palpitante.

Lo vidi cingerle col braccio la vita, baciarne a più riprese la mano

lunga e sottile e le sue labbra aprirsi e chiudersi come se parlasse un

linguaggio tenero, ardente, appassionato, accompagnato da gesti vivaci

ed eloquenti.

Ella si era scossa tutta in un tremito nervoso, poi aveva appoggiato,

come stanca, il capo sulla spalla di lui, ed ora, ad una parola di

fuoco mormoratale nell’orecchio gli aveva cinto il collo colle braccia,

come d’una candida sciarpa, ed avvicinando lentamente il viso al suo,

cercava colle pupille smarrite...

— Ohè!... sono le tre e cinque minuti... alzati marmotta!

Ero seduto sul letto ansante, sudato, col cuore che palpitava rabbioso,

nulla discernendo nella camera oscurissima.

— E così, rispondi o non rispondi? — gridava Mario fuor dell’uscio. Sei

sveglio? — Bene alzati e fa presto... non hai zolfanelli?

Ed entrato in camera accese col suo il mio lume.

— Sai che sei pallido come uno spettro! — Hai avuto male? Perchè non

hai chiamato? — Te lo voleva dire, ieri sera, di non mangiar tante

pesche.

— Ma no... grazie, sto bene sai, ho dormito benissimo.

— Quando è così, spicciati, non basta arrivar presto, bisogna arrivar

primi.

E sparve, impaziente ed affaccendato, giù per la scala.

Non potevo staccar gli occhi da quel punto.

Sogno, allucinazione, illusione dei sensi, fantasia;... siano pure...

le linee squisite di quel gruppo trepidante d’un amore sconfinato e

soprannaturale, mi sono incise nel cervello e ci andrà del tempo prima

ch’io le senta affievolirsi e confondersi.

M’avvicinai al lungo mobile. La piccola miniatura posava sui cuscini

accanto al ritratto d’uomo, appoggiato al bracciuolo; la muraglia in

alto era leggermente scalcinata, il chiodo giaceva sotto il canapè.

Eppure avrei giurato d’averlo la sera riappiccato al muro, quel

ritratto!

Eravamo armati ed in ordine. Mario aprì l’uscio verso il cortile, i

cani si precipitarono in casa e vedendo brillare i fucili, cominciarono

a latrare festosi: era venuto il tempo d’empire le nari, diguazzando

nella rugiada, cogli effluvii grassi della selvaggina, venuto il tempo

di piantar i denti nelle carni ancor vive e palpitanti degli animali

feriti, e sfogar l’istinto feroce assaporando tra le fauci il sangue

caldo e fumante, cogli occhi chiusi ed il corpo accosciato sotto i

ceffoni ed i calci largiti dai padroni troppo frettolosi di ritirar la

preda.

Un lampo abbagliante seguito immediatamente da fortissimo tuono,

ci arrestò sulla soglia; i goccioloni caddero larghi e violenti, si

fecero fitti, i lampi ed i rombi si succedettero, e così cominciò un

bell’acquazzone con tutti i sintomi di durata più dichiarati.

Rinunzio a descrivere l’ira di Mario. — Io guardavo alla finestra

volendo anche persuadere me, mentre cercavo persuadere lui: — Non può

durare, caro mio un temporale, più è violento meno dura; fra mezz’ora,

un’ora al più, saremo fuori.

L’acquazzone prolungandosi diminuì di violenza, si cambiò in una

pioggia fitta, cheta, perfettamente verticale. Il cielo si rischiarò

solo quanto bastava per provare che il giorno era venuto, vestì una

tinta unita color del piombo e parve disporsi a restar così tutta la

giornata.

Salii alla camera gialla. Volevo rivedere i due ritratti che si

volevano tanto bene.

Due fisonomie animate e pensanti, piene di rilievo e d’espressione

mi si disegnavano nella fantasia; i loro lineamenti si spiegavano, si

illuminavano a vicenda, il sogno m’aveva lasciata quasi l’impressione

d’un fatto reale.

Presi da una mano il ritratto grande, nell’altra il piccolo e scesi.

Mario saliva alla galleria per esaminar l’orizzonte. Veniva su

svogliato, dondolandosi ad ogni scalino, aveva le ciglia alte,

inarcate, teneva in mano un tozzo di pane, e vi mordeva tanto per

sfogarsi, quanto per far colazione.

— E così, disse fermandosi a guardar quel che portavo, non ti resta a

far di meglio che turbare il riposo ai miei avi?

— Tuoi avi?

— Sicuro, questo è il padre di mio padre, mio nonno Maurizio.

— E questa?

Mario mi tolse di mano la miniatura, la guardò, fece un atto di

ammirazione e di meraviglia, poi entrò nella camera gialla e andò

difilato alla finestra per osservarla in una luce chiara e decisa.

— È tua nonna, forse? gli domandai.

— Mia nonna no certo, questa signora non l’ho vista mai, non so niente,

non so chi sia... Ma, per Dio, è una splendida creatura!... Dove

diavolo sei andato a snidarla?

— Sono stato indiscreto?

— No... perchè forse non l’avrei trovata mai.

Allora gli dissi minutamente dove e come aveva scoperto la miniatura.

Egli mi ascoltò cogli occhi fissi sul ritratto.

Mentre parlavo vedendo che si mangiava cogli occhi quella figurina,

provavo un senso strano di gelosia e due o tre volte, stesi le mani

quasi cercando ritorgliela. Infine scorgendolo serio ed attento, mi

arrischiai a dirgli del sogno.

Or bene, non m’interruppe con impazienza, non rise, non l’attribuì come

mi aspettavo alle uova sode mangiate coll’insalata, all’essere andato

a letto subito dopo cena. Abbozzava probabilmente in quel punto un

idillio con quella donna vissuta settant’anni addietro.

Andò poi lentamente nell’altra stanza, tornò con un martello ed un

chiodo e rimise il ritratto del nonno a sito; quindi scostato, nella

parete in faccia, l’orologio sul caminetto, collocò la miniatura di

fronte, in modo che i due personaggi si potessero guardare.

Aperto infine il cofanetto giapponese fiutò, esaminò il guanto, lesse

le note e le massime contenute nel piccolo portafoglio.

Ho detto che, oltre alle massime scritte da mano certamente femminile,

vi erano alcuni versi di pugno più probabilmente maschile. Mario li

osservò attentamente, poi uscito, tornò tosto tenendo fra le mani

alcuni fogli manoscritti, confrontò i caratteri delle due scritture e

parve soddisfatto di trovarle identiche.

— Ecco, mi disse porgendomi quei fogli, qui c’è il romanzo, il

protagonista lo conoscevo, poichè ne avevo il ritratto, restava a

_chercher la femme_, e tu l’hai trovata. Tu sai, seguitò, che in questi

tempi si sono rinvenute, inventate, pubblicate lettere, memorie,

note senza fine. La scoperta più o meno vera d’un manoscritto, in

cui è narrata per filo e per segno tutta una storia, è un vecchio

artificio sul quale non abbiamo più molte illusioni; l’abbiamo

accettato dai romanzieri e novellieri vecchi, l’accettiamo dai moderni,

l’accetteremo, non potendone fare a meno, dai futuri. Eppure, eccoti

qui alcuni fogli, che nessuno certo si divertì ad inventare ed a

cacciar poi nel vecchio baule dove li ho trovati io.

L’anno scorso, quando in una dolorosa circostanza ho dovuto

mettere mano al baule tarlato, ai sacchi sdrusciti delle vecchie

carte di famiglia, e frugar a fondo nei testamenti, negli atti di

lite, nei vecchi titoli di proprietà, questi fogli sbucarono fuori

all’improvviso, pagine chiare e colorite, perdute fra i documenti serii

e tediosi, come fiori in un sacco di patate.

Il carattere è quello di mio nonno Maurizio, l’ho confrontato con altri

documenti che di lui mi rimangono. Come vedi sono fogli staccati,

diversi di dimensione e di colore, e contengono la storia un po’

sconnessa, d’una sua violentissima passione per una donna che gli

involò il cuore per modo che non lo riebbe mai più.

Nessuna data, nessuna cifra, salvo nell’ultimo, nel quale il carattere

è come invecchiato, e si capisce scritto dalla medesima persona ed

unito agli altri, molti anni dopo. Vedrai leggendo, al modo scucito,

incompleto e disordinato di scrivere che l’autore non era uomo di

lettere nè scrittore di professione, ma prendeva la penna così per

scrivere senza preoccupazione di forma o di dettato al momento in

cui gliene veniva la volontà, o l’idea. In molti punti le lettere

tradiscono l’emozione della mano che le ha tracciate; insomma queste

sono pagine di vita vissuta, evidentemente non scritte per essere

conservate, per formare un così detto giornale, ma buttate là per

sfogo, per calmare la febbre del cervello e dell’anima... cominciate,

interrotte, riprese, testimonii forse di molti sospiri, di lagrime

amare, di lotte tremende tra la ragione ed il cuore.

Quanto al personaggio, sono poco informato.

So però che egli nacque in Torino nel 1782, da parenti che non erano

nobili, appartenevano all’alta borghesia ma frequentavano la nobiltà,

ne avevano presi i modi e le opinioni, tantochè furono poi classificati

fra i così detti _aristocrates_.

Da giovanissimo egli era stato destinato alla carriera delle armi, e

tutti i suoi studi erano volti a questo scopo; ma poi uno zio, tornato

di non so dove, aveva voluto farlo entrar nel commercio. Così inviato

in Isvizzera ed in Francia, prima aveva imparato a volar sul ghiaccio

coi pattini, a traversar laghi e fiumi a nuoto; poi s’era perfezionato

nell’equitazione, nella scherma e nel tiro alla pistola.

Tornato a Torino, non aveva fatto il negoziante, e soldato lo diventò

solo più tardi, quando si guadagnò il titolo di barone dell’impero,

benchè semplice luogotenente, e la stella della Legion d’Onore.

Al tempo in cui probabilmente scrisse i primi di questi fogli,

avendo fama di elegante fra gli eleganti, lavorava ad accrescerla

e mantenerla, e lo immagino giovane, allegro, matto, disinvolto: in

quell’età in cui certi vapori offuscano il cervello, in cui si sogna

come felicità unica, intensa, suprema, essere pazzamente amato da una

donna altera e bellissima con tutto il raffinamento della eleganza,

della passione, della colpa.

Quanto al fisico, non so se fosse l’Antinoo coi muscoli d’Ercole, se

avesse _le torse d’airain, le poignet de fer, les muscles d’acier_. Mai

davanti agli occhi il ritratto a mezza figura, puoi immaginarti tutta

la persona: prolungar l’abito azzurro chiaro, veder le gambe fine e

nervose serrate nei calzoni color camoscio, ed i piedi aristocratici da

_ci-devant_, finamente calzati da stivali neri a ghiandina d’oro. Oltre

al ritratto, ci sono io suo discendente diretto, guardaci; e formati da

questi due documenti umani un ideale poetico quanto vuoi.

Ecco quei fogli in tutta la loro integrità:

_(Iº)_

. . . . . . .

Che non ci sia proprio modo di pigliar sonno stanotte?.... Ho provati

tutti i mezzi citati come infallibili: contati i numeri dall’uno

al mille, poi ricominciato... Ho cercato di fermar la mente su cose

noiose, sul libro di commercio che mi mandò ier sera lo zio... le idee

scappano a divertirsi altrove e non riesco a seccarmi tanto da far

venir il sonno.

Non potendo leggere, voglio provare a scrivere. È una occupazione quasi

nuova per me.

Scrivere a chi?

A nessuno.

Scrivere per metter fuori in qualche modo tutto quel trambusto che ho

nel cervello stanotte, poichè non ho sonno, non posso leggere, non

so che fare, ho bisogno di star solo, di sfogarmi da solo; tantochè

se avessi qui un amico, non gli direi quello che penso, lo pregherei

di andarsene perchè mi disturberebbe e mi riescirebbe assolutamente

importuno. Sento che sfuggirei la più piacevole compagnia per potermi

abbandonar liberamente ai miei pensieri.

E poi, ho questi bei fogli bianchi sul tavolo, mi sorride l’idea di

farci scorrere sopra la penna... di appoggiarne di tanto in tanto il

capo piumoso alla fronte, e quando mi par bene imbevuto, bene inzuppato

d’idee, lasciar colar giù tutto, i pensieri insieme coll’inchiostro.

Se mi annoierò verrà il sonno, nel caso contrario vuol dire che mi

divertirò, e non domando di meglio.

Anche dodici ore or sono mi annoiavo.

Un sole di fuoco nelle vie, e nessuna energia per ritrarmi all’ombra.

Visitati tutti gli antiquari senza trovar nulla[1]. Non una forma

femminile interessante, nella strada, alle finestre, ai balconi.

Nessun dolce pensiero da canticchiare fra i denti...

La noia è il gran male della mia vita; talvolta giungo a divertirmi

anche solo colle immagini appassionate o bizzarre che nascono nella

fantasia; ma oggi no, oggi avevo la mente intorpidita.

Se non fossi entrato nel cortile delle diligenze, forse avrei

continuato ad annoiarmi fino a sera.

In certi giorni tutto è distrazione.

Quando mi accade di veder arrivare una di quelle grandi macchine che

fanno traballar mobili e vetri con tutto quel fracasso di cavalli,

ruote, sonagli, colpi di frusta, mi assale una gran curiosità, un

desiderio irrequieto di sapere chi vi sta dentro.

Niente poi mi diverte quanto il trambusto della partenza, quando

vi assisto come spettatore: i viaggiatori che vanno e vengono, i

facchini che smuovono, portano, caricano sacchi, il conduttore,

sempre tal quale, col suo berretto di pelliccia, il foglio coi nomi

dei passeggieri in mano, rosso come un dindo, affannato a scalmanarsi

bestemmiando attorno alle ruote, ai finimenti, ai bagagli male

allogati.

Che sfilar di tipi. Quante figure curiose. _gotiche_ e strane che non

s’incontrano altrove! — Quel tale che oggi andava,... fino, a Vercelli

forse,... con un gran canestro di provvigioni, in una tasca una

bottiglia, nell’altra una gran pistola che gli tirava il pastrano fino

a terra.

Quei due poveri giovani cogli occhi fissi e rossi che non potevano nè

piangere, nè parlare, nè separarsi... A quante scene da romanzo, da

tragedia o da commedia non assisterebbe in un mese chi frequentasse

tutti i giorni il cortile della gran posta.

Quando arrivò la diligenza di Lione, se m’avessero proposto

d’indovinare chi vi era dentro... Elena! Proprio lei, dopo tanti anni,

qui in Torino!

Ed il caso che mi fa trovare presente all’arrivo, come incaricato di

riceverla, di farle gli onori!

Così avessi potuto avvicinarmi e parlarle!

Come ho presente tutto quello che mi accadde da quel momento fino a

ieri sera, quando sono rientrato in casa!

Tutti i pensieri di prima, tutte le cose passate, affari, amori,

piaceri antecedenti alla giornata di ieri, si fondono ora in una

sola circostanza, in una sola persona, in un solo finale,... e non ho

più potuto far altro stanotte che riandar colla mente tutti i minuti

particolari di quel che mi avvenne, raccontarli, ripeterli, commentarli

a me stesso.

Ecco perchè ho lo spirito tanto irritato, ecco perchè non mi è

possibile dormire.

Ricomincio sempre daccapo: rivedo la diligenza che si ferma, le

portiere fra le due ruote che si spalancano; incominciano a venir fuori

prima le _houppelandes_ ed i _bonnets à poils_ degli ufficiali, poi

quell’individuo grasso, col panciotto color fuoco a frangie verdi, il

più pacifico fra gli orologiai di ginevra, senza dubbio, poi quel calvo

alto, dalla _rédingote_ a sei pellegrine; poi ho visto quella manina

finamente inguantata uscir dallo sportello del coupè e posarsi sul

braccio dell’uomo già sceso prima e non ho più guardato altro.

Saltò a terra svelta e leggiera e non la conobbi, ma mi parve che il

cortile, la diligenza, le case, la gente intorno, tutto si illuminasse,

come quando il cielo è grigio e scuro, e sbuca fuori all’improvviso un

raggio di sole.

L’ho riconosciuta poi nella sala dell’amministrazione, allorchè

sentendosi guardata, si volse verso di me si fece tutta rossa ed andò

a passare il braccio in quello del marito senza rendersi, io credo,

ragione dell’atto.

Aveva, mi pare, le ciglia un po’ serrate, l’insistenza di

quell’individuo quasi nascosto in un angolo scuro, a divorarla cogli

occhi, le dovette parere una bella e buona indiscrezione.

Ma Dio mio! non mi saziavo di guardarla.

Era così bella in quella _douillette_ dall’orlo di pelliccia, vista

così di profilo, mentre batteva col piede leggermente il pavimento...

aspettando che colui,... il marito, avesse finito coi bagagli.

Non m’ero ancor riavuto dalla sorpresa di riconoscerla, ero ancora

intento a confermar la scoperta, che già sentivo nel cervello brulicare

migliaia di ricordi. Scappavano fuori dagli angoli in cui erano sopiti,

svegliandosi tutti ad un tempo come tanti freschi profumi, come avessi

odorato un mazzo composto di fiori svariati.

E anche adesso, in questo momento... quante cose a cui non ho

pensato più! Tutta quella splendida primavera, per esempio, passata

nell’Astigiano, alla campagna della cugina Irene, Elena ed io eravamo

sempre insieme.

Credo abbiamo tutti nel passato cotesti amori di fanciullo, vagiti del

cuore che si sveglia, l’alba che precede il sole.

Che bei momenti in quelle passeggiate verso sera cogli altri

villeggianti; le mamme indietro parlavano delle faccende di casa, e

i nonni, i papà e gli zii, si fermavano di tanto in tanto, perduti

in lunghi e interminabili discussioni, segnavano colle mazze, linee

intricate nella polvere gialla della strada; tanti piani di battaglie.

Non capivo nulla di quel che dicevano i grandi; noi, fanciulli e bimbi,

ci facevano camminare avanti.

Elena ed io serii e composti ci davamo la mano camminando, gli altri

strillavano, scorrazzavano nell’erba, entravano nei fossi a pigliar le

rane; ricordo i pugni che facevo piovere sul dorso del piccolo Luciano,

sgarbato come un carrettiere, quando buttava il fango sulla vestina di

lei. Quella veste di mussolina, all’_enfant_, la vedo ancora!

Quante memorie, quante memorie!

Quando le scrissi: _Cara ti voglio tanto bene e sono il tuo Maurizio_.

E posi la lettera nel cavo del melo, in giardino, dicendole d’andarla a

prendere e di farmi una risposta.

E quando andando a porre nel cavo un bigliettino, Elena fu punta da una

vespa nascosta. La sentii piangere, accorsi tutto sconvolto e piansi

anch’io, senza accorgermi che le lagrime lavavano via il fango fresco

che le applicavo sul ditino per calmare il dolore.

E la lettera perduta nel viale, e trovata dal giardiniere che per

fortuna non sapeva leggere, e non scoprì la trafila tenebrosa del

nostro intrigo.

Quanti anelli di perle infilate dati in cambio dei fiori che le

portavo, e come era divenuto gonfio il suo libro da messa col fermaglio

che non mordeva più, e i fiori che scappavano via da tutte le parti!

Come pianse quando ci separammo.

Io volevo far l’uomo. Sicuro! Bisognava essere calmi, forti, era

questione di tempo, sarei tornato di Svizzera, l’avrei sposata

senz’altro.

Ed invece!...

Un famoso biglietto di _faire part_, a Lione, anni dopo, colla sua

brava vignetta: due cuori che ardevano sull’ara, una colomba che vi

teneva col becco sospesa sopra una corona, l’arco e la faretra, un cane

simbolo di fedeltà ed il motto: _L’Amour nous unit!_ Annunzio di nozze

del cittadino Giacomo Miniuti colla cittadina Elena Moreni.

Quanti discorsi a quei giorni cogli amici sull’incostanza delle donne,

sui loro tradimenti, sulle illusioni perdute per sempre.

La sapevo col marito a Parigi... m’ero fatto all’idea di non vederla

più, ed oggi, d’un tratto, dopo tanti anni, me la trovo davanti e per

tutta una sera il destino ci colloca in presenza l’uno dell’altro, con

ostinazione incredibile... e benedetta sia l’ostinazione del destino!

Ero persuaso quando la vidi all’angolo della Place Impériale[2]

svoltare nella rue des Garde-Enfants[3] e scomparire nel portone

dell’Hôtel de la Bonne Femme, che stanca dal viaggio non sarebbe più

uscita nella giornata, ed invece, mentre al caffè del Rondeau parlavo

cogli amici, eccola, fresca come una rosa, a braccia del marito, entrar

nel viale di sinistra[4] e seguire al Po l’onda dei Torinesi, che vanno

ogni giorno a vedere, ai lavori del Ponte, i prigionieri spagnuoli che

fabbricano la palafitta.

Era bella quest’oggi la città; Ella deve averne riportato buona

impressione; molte donnine eleganti, nei viali pieni d’ombra, molti

bimbi che cercavano scarafaggi, empivano di ghiaia i carretti, facevano

galloria nell’erba. Un’allegria di sole meravigliosa sui prati, sulla

collina in fondo, enorme mosaico di verdi variati, di seni tranquilli,

di ville bianche e splendenti.

La vidi ritornar per l’altro viale, rimontar la via di Po, entrar

a riposare nel gabinetto letterario di Carlo Bocca, la rividi al

ristorante Dufour... al teatro Carignano.

È strano il fascino che esercita la donna bella ed onesta anche sui più

indiavolati.

Stassera si faceva un baccano d’inferno da Dufour. La conversazione

era quasi generale; un parlar alto, risate piene e sonore, frastuono di

bicchieri, di piatti, di forchette.

Quei quattro ufficiali del 7º corazzieri colla loro Volpianina,

cominciavano anche a passare il segno.

Quando comparve sulla soglia Elena col marito, ecco farsi la calma,

l’ordine, la modestia, il silenzio.

Mi ricordò la scuola, l’entrata del professore in mezzo al tafferuglio

della scolaresca.

Li vidi rimaner ambedue come imbarazzati da quel silenzio improvviso.

Ella poi si fece di fuoco in volto quando non trovando tavoli liberi in

nessuna delle sale, si videro soli ritti fra gente seduta, bersaglio a

tutti gli sguardi, nella situazione leggermente umiliante di chi non ha

potuto conseguire quel che bramava.

Ho fatto presto ad alzarmi ed offrire il mio posto... temevo che

qualcuno mi prevenisse.

Ella s’inchinò senza guardarmi... e Miniuti:

— Merci, monsieur, ecc. ecc...... Me ne andai a seguitar il pranzo col

mio vecchio amico dal dorso convesso.

Come era elegante stassera; i capelli all’_oiseau royal_, l’abito _bleu

céleste_ coi bottoni _histoire naturelle_, il cappello all’_écuyère_,

cravatta _en couleur_, occhialino, brillante nel dito, e catenelle

lunghe fino alle ginocchia.

Bel tipo costui.

Pensavo ai tipi che si incontrano nel cortile delle diligenze; anche da

Dufour, bisogna dire, ve n’è ogni sera bella collezione.

Quel signore, per esempio, seduto sempre al tavolo d’angolo in fondo,

vestito come sotto Luigi XVI, coll’abito di _bourracan_, calzoni corti,

calze _chinés_, scarpe a fibbia, e capelli incipriati. Egli è stato in

tutte le grandi capitali, conosce tutti i gran personaggi, non nomina

mai Roma senza far di cappello, ed ha scritto un libro misterioso sulle

rivoluzioni del Kamtschatka, pieno, a quel che si dice, d’allusioni

finissime alla nostra situazione politica.

Quell’altro che ci saluta tutte le sere, perchè il domani parte in

missione diplomatica e la sera dopo è ancor là, fresco al suo tavolo,

colla sua _julienne_ davanti e la metà di pollo al riso.

E il conte S...[5] non si lascia scappar proprio una parola.

Ma come originalità il mio gobbetto la vince su tutti[6], sempre

cerimonioso fino all’esagerazione.

Stassera, sedendomi, gli ho pestato maledettamente un piede. Sono certo

d’avergli dato un dolore atroce: Niente, prego!... colpa mia, tutta

mia, ho l’orribile abitudine di cacciar troppo avanti i piedi.

Poi subito un aneddoto di circostanza:

La signorina Alessi, che, danzando davanti a Napoleone, nel ballo

dato al Teatro dell’Opera, in occasione della sua venuta a Torino,

posò un piede su quello dell’Imperatore: _Eh! mademoiselle_, sclamò

l’imperatore, _vous me faites reculer_. E lei di scatto: _C’est donc la

première fois._

Come sa raccontar con brio ed ascoltar con garbo. Approva col capo,

leva gli occhi al cielo, prende una faccia grave, ridente, addolorata a

seconda del racconto... poi a discorso finito, se è una signora che ha

parlato, le bacia la mano, se è un uomo, glie la stringe calorosamente.

Conosce tutto il mondo. L’ho fatto parlare su Miniuti, sul marito di

Elena.

Lo ha conosciuto, anni addietro, prima del matrimonio, lo ha praticato

pochissimo, tuttavia, se a Parigi non s’è cambiato, può assicurare che

è uomo educato, ma freddo ed impassibile. Geloso poi senza fallo. — Non

di quelli certo che scherzano col pericolo e godono delle adorazioni

pioventi sulle mani, sul collo, sul seno, della loro moglie quando la

conducono in società. Lo crede insensibile e violento, uno di quei

certi caratteri pieni di contraddizioni, capace di battersi con chi

sparla d’un loro amico, e non trovar poi nè una parola di compianto, nè

una consolazione per questo medesimo amico caduto nella sventura.

Aggressivo e duellista ha un famoso colpo dritto, rapido come una

pistolettata, nessuno con lui arriva alla parata. A Torino, aveva

riputazione di un vero _bretteur_, anzi si diceva scherzando di lui

che aveva avuti tre duelli in un giorno, il primo con un francese che

l’aveva guardato in faccia, l’altro con un russo che l’aveva guardato

nel dorso, il terzo con un inglese che non l’aveva guardato!

E la rividi ancora al Teatro Carignano, alla: _Donna soldato_.

Ecco alla metà del 1º atto aprirsi l’uscio del palco, proprio di faccia

al mio e comparir lei ancora.

Sciolta dallo sciallo di cachemire; elegantissima nella sua semplice

veste di _levantine_ azzurrina, coi capelli rilevati dal pettine di

corallo, ed il suo solito giro di perle al collo... eccola posare,

con grazia tutta sua, il braccio tondo e bianchissimo sul davanzale di

velluto rosso del palco e rimaner subito tutta attenta, assorta dallo

spettacolo.

Non ci fu modo di trovarne gli occhi in tutta la sera; ho maledetta

anche la musica di Pavesi e la voce della Gafforini!

Si fermerà Essa in Torino? Lunedì ballo dal Principe, la vedrò?...

potrò parlarle?

_(2º)_

Rientrando dopo tante ore passate in mezzo al frastuono della festa,

sento nel silenzio profondo di questa camera i palpiti frequenti

del cuore, il sangue che scorre nelle arterie, tutto il congegno, il

meccanismo della vita.

Nello stesso tempo mi vibra ancora nelle orecchie il ritmo insistente

della musica, ed ho negli occhi tante immagini, in varia situazione,

in momenti diversi, d’una sola persona, circonfusa dall’atmosfera calda

della gran sala piena di raggi e di riflessi.

Provo un sentimento d’oppressione, d’ebbrezza al cervello,... lo direi

un magnetismo indefinibile e snervante.

Sono triste ed affaticato, e penso che se finora ai balli mi ero in

realtà raramente divertito, stanotte ho proprio sofferto.

Mi struggevo di vederla,... poi quando m’apparve tanto bella, là nel

cerchio delle signore, avrei voluto non vi fosse venuta.

Tutti quegli uomini, ritti in piedi dietro le dame, col cappello

sotto al braccio, lo spadino al fianco, tanti bruchi in un’assemblea

di farfalle,.. mi pareva guardassero tutti lei,... parlassero tutti

di lei, che colla sua veste color ortensia, i capelli alla greca e la

croce alla Jeannette sul petto, era la più bella.

La più semplicemente abbigliata, ma la più singolarmente bella!

Non saprei, come esprimermi, ma mi pare che quella forza occulta e

misteriosa dell’anima che imprime alle forme, ai movimenti del corpo,

un carattere speciale, che plasma e colorisce tutto quello che entra

nel circolo della nostra vita, debba agire, appiccicarsi anche alle

cose materiali, come il profumo all’ampolla che lo contiene; le vesti

per conseguenza devono, più d’ogni altra cosa, subirne l’impronta e

diventare come lo specchio dell’indole, dello spirito, delle abitudini

di chi le porta.

Invece no, l’abbigliamento d’Elena è stranamente e meravigliosamente

impersonale.

In questi tempi nei quali una donna non può far un passo senza rivelar

tutte le grazie della sua persona, la sua bellezza basta a se stessa.

Ella respinge ogni inutile ornamento, veste colla massima semplicità,

tantochè il suo vestire si direbbe dover essere quello delle donne

di tutti i tempi, di tutti i paesi, il vestimento femminino, logico

ed umano per eccellenza, in armonia con tutte le bellezze dell’arte

statuaria.

Copiata così da un artista non ne risulterebbe un ritratto, ma la

creazione d’un tipo.

Nelle altre dame invece, che sfarzo di vesti di seta, di raso,

di mussolina, guernite di nastri smaglianti, che busti a colori

vivacissimi, largamente aperti sul petto, orlati di merletti,

passamani, piuma di cigno!

Che profusione di larghe cinture a striscioline d’oro, a laminette

d’argento!

Che esuberanza di fermagli e spilloni d’oro, d’orecchini in brillanti,

di braccialetti, di pettini, d’ornamenti ricchissimi!

Non ricordo d’aver assistito ad altro ballo in cui lo spettacolo fosse

più completo, così meraviglioso, così affascinante.

Tutta quella luce che pioveva sulle capigliature bionde, brune,

nerissime, disposte alla greca, alla Cornelia, all’olandese... tutte

quelle testine che s’inchinavano le une verso le altre, che scattavano

a destra e a sinistra con parole pronunziate sottovoce, con sussulti

leggerissimi di riso... tutte quelle spalle che ondeggiavano, quelle

braccia tonde, quelle piccole mani continuamente occupate a battere

una piega gualcita, a fissare una ciocca ribelle, a ristabilire un

fermaglio spostato, un pettine di traverso...

E tutti quei piedini in giro come una ghirlanda di fiori sul pavimento

lucidissimo e pieno di riflessi, quella varietà di scarpine rosee,

bianche, dorate, ricamate, brillantissime, allacciate con nastri,

serrate con fibbie, legate alle gambe con cordoncini come i coturni

delle statue antiche...

Speravo d’avvicinarmi ad Elena subito dopo l’arrivo del Principe[7], ed

appena egli avesse aperto il ballo.

Egli entrò alle nove come al solito... e non parlai ad Elena che dopo

le due.

Quanto lavoro, quanta fatica per arrivare fino a lei! E come sono

noiosi gli amici in certe circostanze!

Ferdinando Balbo, e Luigi Ornato, che volevano persuadermi ad entrar

nell’Accademia Letteraria dei Concordi[8] mi avrebbero chiamato

l’Indorato!.. Li ringraziai di cuore.

E M.me Constant, che mi fermò per annunziarmi l’arrivo da Parigi

d’un gruppo in cotto di porcellana: _Une Patrouille d’amours_... mi

trattenne per descrivermelo,.. a me, secondo lei tanto intelligente di

cose d’arte e mi aspetta per farmelo ammirare domani, dalle tre alle

cinque a casa sua!

Domani, cioè oggi, dalle tre alle cinque farò invece di vedere Elena

alla passeggiata.

Le giunsi vicino, proprio mentre entrava a far parte d’una contraddanza.

Poi il ballerino la lasciò alla parte opposta del salone e bisognava

ricominciare a scivolar tra i gruppi, prima una spalla e poi l’altra,

pianamente, con garbo;.. mentre avrei voluto rovesciarli tutti o

saltarli a piè pari!

Poi venne la _gavotte_, la _monferrina_... persino l’antica

_périgourdine_, dei tempi di mia nonna, le hanno fatto ballare

stanotte! Però tanto mi aiutai, che anche la fortuna, mi aiutò!

M’ingegnai di essere vicino alla porta d’uno dei saloni quadrati quando

s’aprì per la cena, e potei entrar subito dietro lei e trovarmi in

piedi dietro la sedia.

Quando l’ebbi davanti, e sentii la fragranza sottile dei suoi capelli,

scorsi l’orecchio piccino, roseo, delicato, le spalle non magre,

non opulenti, bellissime, le braccia bianche, tonde, nascenti nella

trasparenza finissima delle trine,... provai come una vertigine, avrei

voluto posar le labbra sulla nuca bianchissima e... morire.

Come la sentivano bella anche le signore vicine come la esaminavano,

sott’occhio!

Teneva lo sguardo fisso sulla tavola, pareva abbagliata da tutto quel

scintillar di cristalli, di vasi d’argento.... e ne era forse col

pensiero molto lontana.

Non avrei osato parlarle per certo, se non l’avessi veduta allungar

lentamente la mano verso la gran coppa delle fragole e portar alle

labbra così rosse, un frutto rossissimo.

Sentii un ricordo sbocciar come un profumo nel cervello, un’ondata

calda di sangue avvolgermi il cuore.

Mi rividi solo con lei nei boschi di Costaombrata, ambedue fanciulli.

Eravamo arrampicati sul fianco della collina, un usignuolo cantava, ed

Elena voleva vederlo ad ogni costo:... non ne aveva veduti mai degli

usignuoli; erano piccoli augellini, non è vero?... color di rosa?

azzurri? gialli forse come i canarini?

Si sentivano diminuire le voci dei nostri parenti che camminavano nella

valle e si saliva pian piano, i piedi nell’erba, passando leggieri tra

le fronde; ma ad un punto ecco un tappeto di foglioline compatte, tutto

smaltato di globetti rossi.

Non si pensò più all’usignuolo... ella cominciò a spigolare... io

cercavo le più mature, le più rosse,... e godevo tanto nel vederle

sparir tra i bianchi dentini!

Se n’erano mangiate delle fragole quel giorno!

Ho cercata la frase un’eternità, poi mi sono chinato e le ho detto: Non

erano così belle, signora, le fragole di Costaombrata?

E lei con voce ferma, tranquilla, senza voltar il capo: No, non così

belle,... ma avevano maggior profumo.

Dunque anche lei si ricordava!... Che gioia, intensa, squisita,

trepidante,.. un istante che fu un secolo di voluttà.

Poi volevo proseguire, dire tante cose: Sapete ancora il mio nome?

Vi ricordate la nostra buona amicizia? Devo star lontano o vicino?

Siete per me ritrovata o perduta per sempre? E non potevo parlare,...

il cuore martellava, guardavo l’orecchio di lei che si era fatto più

roseo, il seno sollevato da un palpitare forte e frequente.

Poi apparve tra la folla un abito color pulce... un bavero violetto,

due occhi grigi, freddi, penetranti.

Quando penso che ora ella è moglie di colui, un rivale legittimo,

munito d’ogni diritto e d’ogni autorità... e se mi accadesse d’amarla,

una gelosia di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti...

_(3º)_

Ecco, questo foglio vorrei porlo sotto i suoi occhi, se per un miracolo

potessi farlo pervenire nelle sue mani.

Ero ben persuaso che le grandi felicità sono procurate dall’amore, e

lo cercavo in tutte le avventure possibili, ma ero scettico, volevo le

prove autentiche della sensazione;... ridevo dell’amor puro, dell’amor

platonico.

Ora più nulla cangierà l’idea che ha colpito l’anima: fortunata o

sventurata questa passione che aumenta ad ogni ora, che mi domina,

riempirà tutto il mio avvenire.

Ilo voluto nei giorni addietro ancora, rigettarmi nella vita... ho

trovato ogni piacere svanito; da quel lato l’orizzonte è chiuso.

Poi ho voluto analizzare le nuove sensazioni, ho spiato me stesso,

frugato a fondo nel cuore, esasperato di non trovarmi più quello di

prima. Ho combattuto, mi sono avvinghiato colla passione invadente,

cercando vincerla, tenerla palpitante sotto al ginocchio, dominarla e

non venirne dominato... ma i miei nervi sono rimasti scossi e vibranti,

il cervello si è infiammato, ogni sensibilità esacerbata, ed ecco a

furia arrivar le insonnie, le inquietudini allucinate e bizzarre, i

capricci morbosi, le pazze energie, le prostrazioni snervate, le mille

sofferenze indefinibili.

Ella vede la mia vita di tutti i giorni... al mattino quando passeggio

in Piazza Imperiale, quando li seguo alla lontana nella via Nuova,

quando mi fermo sull’angolo di via Santa Teresa ad aspettare che

abbiano presa la loro tazza di cioccolatte nella bottega d’Imoda

Dalmazzo; sa, ne son certo, che ritorno dietro loro, mentre il marito

l’accompagna all’albergo. Non mi vede mancar mai al dopo pranzo, alla

passeggiata sotto gli Olmi della Cittadella, al viale dei Platani,

al giardino Imperiale. Alla sera al teatro Carignano, al Sutera o al

D’Angennes!

Ma ella non può indovinare la febbre incessante del cuore, questo

intenerimento ostinato che mi rende impossibile ogni occupazione.

Ella non può sapere che ho perduta ogni speranza di vivere tranquillo

oramai, che passo i giorni coll’orecchio e l’occhio all’erta, che

vorrei sapere, vedere, scoprir tante cose... Non sa come le mie notti

scorrano agitate, nel dubbio, nell’inquietudine, occupato continuamente

a rendermi miserabile, ed a persuadermi d’esser tale.

La seguo umile, triste, rassegnato da tanti giorni, ed in tutto questo

tempo, mi parve d’essere stato due o tre volte da lei salutato con un

sorriso impercettibile... Se è un’illusione, il Cielo me la conservi!

L’altra sera a teatro la vidi contrarre le ciglia, forse m’era spinto

troppo avanti per vederla. Mi sentivo morir dalla smania e volevo

trovarne lo sguardo.

Eppure darei la vita piuttostochè venirle a fastidio.

A certe ore mi pare d’avere un istrumento di tortura nel cervello... Se

potessi riposare, di tanto in tanto e cessar di pensare!

Elena è con me dovunque io vada. Le parlo a lungo, combinando

col pensiero mille incidenti, mille incontri, e lavoro... lavoro

continuamente a fabbricar chimere, che alimento, accarezzo; che poi di

scatto si rivoltano e mi straziano l’anima con unghie di ferro.

_(4º)_

Sono due giorni che non la vedo.

Così volessero precipitare queste poche ore che mi separano dall’alba!

Fu il demonio che mi fece entrar da Dufour l’altra sera, che mi suggerì

d’immischiarmi nella questione insorta fra quei capi scarichi che

cenavano vicino alla mia tavola.

Ma nello stato d’animo in cui sono, compiango tutti coloro che amano

e che soffrono... E il povero Giorgio soffriva davvero ai motteggi dei

compagni sul suo amore per la contessa.

Detesto tutti coloro che scherzano sui sentimenti altrui, quando questi

siano serii e sinceri. Pochi individui singolarmente privilegiati o

profondamente imbecilli, possono vantarsi di non aver attraversate mai

certe crisi.

Quel rosso dal mal pelo, maresciallo d’alloggio della guardia del

Principe, appartiene certo alla categoria degli imbecilli malvagi... fu

lui che con pessimi scherzi avvelenò la questione.

Sentivo una gran smania di gettargli il mio piatto in faccia, ancorchè

la cosa non mi riguardasse,.... mi sarebbe toccata così la prima parte

nella tragedia, invece m’ebbi solo la seconda. Intanto ho provato

ancora una volta l’atroce emozione di veder un uomo che respira, pensa,

agisce nella pienezza delle facoltà fisiche e morali e che può fra un

momento non essere più che un cadavere.

La ferita di Giorgio non è grave.... ma non potevo abbandonarlo nelle

mani dei suoi che avevano perduta affatto la testa; più ci penso, più

sento d’aver agito bene continuandogli la mia assistenza anche nella

notte...

Stamane, quando lasciato il letto del ferito, invece di ritrarmi a

casa, corsi alla Place Impériale, proprio mi pareva di ritornare da un

lungo viaggio.

Era ancor così presto. Ma a casa, già, non sarei rimasto.

Non sapevo che il sole che si alzava lassù sopra le colline, mi

riportava ancora una brutta giornata.

Per due lunghe ore, ho spinto il tempo innanzi, come se avessi potuto

fargli violenza. L’ho rotto, sminuzzato in piccoli periodi, analizzato

per farlo riuscire più breve; così ho passeggiato or lentamente,

or concitato, ho letto i bandi, gli avvisi, appiccicati sui canti,

ascoltato i discorsi di chi passava, studiato il cielo polveroso, le

montagne violacee, annebbiate, le pozzanghere lasciate dal temporale di

ieri che seccavano al sole, osservate le rondini attorno al castello,

luccicanti sotto i raggi, il loro numero che pareva duplicato dalle

ombre guizzanti sulle muraglie...

Poi i loro trilli festosi m’infastidirono.

Sentii arrivare quel tedio che dà sensazione come d’un peso che poggia

sulla nuca e preme ed opprime.

Poi l’inquietudine mi morse al cuore ed andai rapidamente all’angolo

della piccola via.

Le finestre da loro occupate nell’albergo erano spalancate, vuote,

guardavano come occhi morti...

Erano già usciti dunque?

Mi allontanai per via Nuova, girai nella via Santa Teresa, tornai sui

miei passi, ripassai sotto le finestre...

Stassera, alla passeggiata l’aria era tepida, impregnata dell’odore

del fieno tagliato di fresco ed ammucchiato nei prati vicini. Una sera

stupenda per andare in giro sotto gli alberi.

Perchè dunque non è venuta? Eppure l’ho cercata tanto fra la gente a

piedi,... ho visto sfilar tutte le carrozze... finchè migliaia di punti

luminosi mi danzarono davanti agli occhi e mi offuscarono la vista.

Eppoi il cuore che legge, sente, indovina, mi gridò tutto il giorno nei

suoi battiti furiosi che mi rimbalzavano nelle orecchie, che ella non

c’era, non c’era, non c’era... ch’era inutile cercarla.

Così volessero precipitare queste ore ed appena sarà giorno mi

presenterò senz’altro all’albergo.

_(5º)_

Ecco quindici orribili giorni... la Dio mercè sono passati!... Rivedrò

Elena.

Quando all’albergo mi sentii rispondere: — Partiti... non so come ebbi

la forza di domandar ancora: per dove? — Per la campagna... e fu tutto,

nessuno sapeva di più. Non so che cosa io abbia fatto quel giorno, ma

al mattino di poi, allo svegliarmi dopo una notte di sonno febbrile,

quando sentii le idee schiarirsi e divenir nette, pensando ch’ella non

era più in città e che non sapevo dove rintracciarla, mi sentii come

una gran voglia di urlare, ricaddi sul letto mordendo l’origliere...

dopo mi sentii tutto intronato come avessi toccata una sassata al

capo... e mi si formò in gola un gruppo maledetto che non si sciolse

più. Mi aggirai, sfuggendo quanti conoscevo, per le vie, nei viali, nei

giardini, a capo chino, quasi cercando un’orma che pur sapevo di non

trovare... provando ad ogni passo come in certe condizioni dell’animo,

un sito, un atto, una parola, che so io, il mutar d’un raggio,

d’una nube, l’odor d’un fiore... possano risvegliar nella memoria la

reminiscenza viva di giorni che furono, la soavità d’un incontro, d’uno

sguardo, la speranza d’un amor lungo, lo spasimo acuto d’una perdita

dolorosa, un mondo d’impressioni violente, lancinanti, tristi da

morirne.

Mi sentii tante volte rimescolar il sangue all’apparir d’una forma

lontana... che inseguivo affrettando il passo, urtando i passanti, come

un pazzo od un ubbriaco, ed avvicinandola, nell’atto di raggiungerla mi

avvedevo, sentivo che non era lei, eppur mi piantavo davanti a guardar

stralunato quella figura sconosciuta.

Nelle ore terribili della sera... quando il cuore si turba col diminuir

della luce, si rattrista e si affonda nel pelago dei rimpianti,

dei lunghi struggimenti dolorosi, rifugge davanti all’incertezza

dell’avvenire, e si abbandona ai ricordi, troppo ineffabilmente dolci,

o troppo in quell’ora atrocemente pungenti, mi parve più volte d’aver a

perdere la ragione.

Un mattino mi svegliai col desiderio imperioso, cocente, irresistibile

di rivederla, invasato dalla frenesia del movimento, e subito mi gettai

alla campagna, percorrendo a piedi, a cavallo, in vettura, le ville, ed

i villaggi dei dintorni, senza ordine, senza norma, senza precauzione.

Rientravo affranto, colle membra rotte, coll’impazienza del domani

sconosciuto, e ripartivo all’alba quasi senza riposare, parendomi

ora che se avessi dovuto rimaner un giorno neghittoso, sarei morto od

impazzito.

Finalmente... ora lo so dove essa è andata!... Ho bisogno di

ripetermelo per respirare... per persuadermi che la rivedrò ad ogni

costo, contro qualunque pericolo.

Stamane non avrei saputo più dove andare, avevo percorsa a cavallo, via

Tilsitt...[9], via d’Arcole[10], la via San Filippo a capo chino senza

saper prendere una decisione.

Passando davanti alla chiesa avevo sentita una spina acutissima al

cuore; in un momento d’angoscia disperata m’ero ricordato di tutte le

domeniche di questa primavera, quando alla messa di mezzogiorno, in

piedi vicino alla porta, sentivo, avvertito da un brivido, ch’ella

s’avvicinava; indovinavo, senza voltarmi, il momento preciso in cui

sollevata la tenda, entrava, e passandomi vicina con un lieve fruscio

andava a prender posto nella serie dei banchi a destra.

Stamane l’interno della chiesa era buio come un sepolcro, il vano della

porta nel quale vedevo apparire all’uscita, tra le faccie volgari,

indifferenti o sconosciute, il suo volto adorato, era freddo e deserto.

Sui gradini ch’ella sfiorava col piede stava raggomitolata una cenciosa

vecchiaccia.

Esitai un momento, quasi mi sentivo spinto a por piede a terra ed

entrarvi, trascinato da un’amarissima avidità di soffrire.

In piazza Napoleone[11] non sapevo dove rivolgermi, il cavallo

attraversava la piazza a caso, abbandonato a sè... giunto nel mezzo,

raccolsi le redini e lo fermai per non urtar di traverso un calesse che

andava a precipizio.

Non so perchè in quel lampo guardai sotto il mantice.

Fu come un tuffo nel sangue!... V’era Miniuti.

L’ho lasciato entrar nella Rue Pauline[12] poi mi son mosso, ho

piantato gli occhi sul mantice, sulla cassa verde e non li ho distolti

più. Avevo il faro che mi guidava al porto.

_(6º)_

Eccomi presso al nido in cui ella è nascosta. Eccomi a due miglia,

nel villaggio più vicino a quello abitato da lei... sotto il medesimo

cielo... nel medesimo ambiente, s’ella si affaccia in questo momento

alla finestra, deve vedere, come la vedo io, quella nuvola d’oro così

bizzarramente rotta, travagliata dal vento....... Durante il temporale

di ieri sera, quando rimbombò quel terribile scoppio di tuono,

pensai che anche lei doveva averlo udito. L’aria mi pare piena di

profumi soavi e delicati; mi sorprendo di tanto in tanto ad aspirarla

avidamente cogli occhi socchiusi, come se avesse lambite le labbra di

Elena.

Fanciullaggini coteste, che mi fanno così bene!...

Dovendo star nascosto di giorno, non potendo fissare il pensiero sui

libri, scriverò.

Non ricordo come mi sia venuta l’idea di scrivere... non mi raccapezzo

con che scopo; comunque sia, e stata un’idea buona che mi aiuterà a far

passare i giorni, ed attendere con calma le sere, e sopratutto gioverà

forse a calmar la fantasia irritata del pensar sempre ad una cosa sola.

Stassera poi mi avvicinerò arditamente a lei, quanto mi sarà possibile.

Oggi ho percorso la strada che da Polonghera mette a Murello, per

impararla bene.

La strada è orribile, stretta, tortuosa, piena di rigagnoli, di

pozzanghere, corre per lunghi tratti fra i boschi che sorgono sulle

rive della Varaita.

Fin dove può spingersi lo sguardo, il terreno è paludoso, pieno di

melma, di giunchi alti e flessuosi, di cannuccie sottili a foglie

taglienti, di alte erbe acquatiche affilate come lame di Toledo; ne

spuntano fuori i tronchi gibbosi e contorti dei salici dalle grandi

chiome grigie e scapigliate: un paradiso per le rane, le gallinelle, le

anitre, i beccaccini.

Nei tratti ombrosi della strada il fango è perenne come la neve sulle

alte cime.

_(7º)_

Che strana vita è la mia. Tutto l’avvenire è avvolto nella nebbia,

nulla di certo, di positivo; vorrei sapere, movermi, agire, ed invece

devo aspettare.

Le facoltà attive, l’energia, il coraggio, mi sono inutili, bisogna che

io abbia _pazienza_, una virtù questa che ho sempre sdegnato conoscere.

Mi freno pensando alla mutabilità delle cose.

S’ella sapesse che io son qui durante queste tremende giornate di

luglio, soffocanti, monotone, noiosissime...

Ogni mattina prima che albeggi, l’ostiere, raccolti gli stivali davanti

alla mia porta, rientra in camera, e sento attraverso l’assito che

incomincia, nettandoli, una lunga diatriba colla moglie... contro il

_muscadin_, che sta tutto il giorno a legicchiar sul letto, per darsi

il gusto d’andare all’ora dei pipistrelli a scambiettare nel fango Dio

sa dove!

— Meno male che paga — è la sua conclusione.

Lo sento quando nella scuderia attacca l’asino e parte col carretto

per Racconigi, dove va a vendere i legumi e far le provviste. Poi la

sua donna si alza, veste i piccini che precipitano la scala con un

gran martellar di zoccoli, e dopo un momento, ecco nel cortile le voci

ingrate delle oche, delle anitre e delle galline, cui viene aperto

l’uscio del pollaio.

Nel pomeriggio, l’afa ed il silenzio, rotto a tratti dal ronzar

pesante delle mosche, dal chiocciar d’un pollo, dalla voce rauca d’un

carrettiere, che fermato il carro, entra sotto, nella sala a pian

terreno, a domandar del vino.

Ma quando il sole è tramontato, quando le donne smettono di filar

sulla soglia ed entrano in casa, e gli uomini, tornati dai campi,

accendono le pipe che brillano come lucciole nell’aria scura; esco

per una porticella di dietro dell’osteria, e giunto fuor del paese,

percorro rapidamente le due miglia che mi separano da Murello, giro

intorno al villaggio penetrando fra le siepi degli orti, di soppiatto

come un malvivente, finchè trovato un certo muro di cinta, una ben nota

scalcinatura fra i mattoni, v’introduco il piede, mi aggrappo colla

sinistra alla cresta del muro, e d’un balzo eccomi al di là, sull’erba

del giardino. Ed allora, coll’orecchio teso, la pupilla dilatata, tutti

i sensi eccitati dalla brama di vedere, striscio sotto gli alberi,

camminando sull’erba con cautele infinite, fino al punto nel quale

m’appare la casa.

Carpone nell’erba molle, colla fronte ardente tuffata nelle foglie

stillanti rugiada, coi grilli che trillano vicinissimi e le lucciole

che mi danzano sul capo, pianto gli occhi su quelle muraglie, seguito

le striscie di luce che passano dietro i vetri, che penetrano fra

le assicelle delle persiane, raccolgo avidamente ogni lieve rumor di

passo, ogni soffio percettibile di voce, ogni strepito indeciso, ogni

brivido di vita, che trapelando fra le salde pareti, pervenga fino a

me: È là... a pochi passi, potrebbe udir la mia voce!... Fermo nella

strozza un grido che proromperebbe violentissimo, e m’arriva al petto

uno stringimento nervoso, amaro come un singulto...

_(8º)_

Stassera ho dovuto tornare indietro... a quest’ora sarei nel giardino,

ne vedrei l’ombra sulle tende bianche della finestra e ne udrei

forse come ieri sera, per un momento, la voce; se stassera mi fossi

abbandonato al primo slancio mi sarei senza dubbio perduto.

Or dunque Miniuti s’allontana ogni tanto dalla sua villa?

Vedendo due lumi brillare nell’oscurità della strada, apparire e

sparire fra gli alberi, indovinai ch’era la sua vettura.

Tornava, ne son certo, da Torino, come la prima volta che l’ho

incontrato in Piazza Napoleone.

Saltai nel campo per non essere scoperto, e lo vidi passare, col

domestico a cassetta, che guidava.

Non lo vedo mai senza emozione, provo nel guardarlo come un piacer

pungente, un brivido furioso che mi serpeggia nelle vene, due

sentimenti opposti che si intrecciano, si accavallano nei labirinti

del cuore: egli mi interessa perchè le vive vicino, perchè la vede, le

parla, è compreso nel circolo della sua vita... e nello stesso tempo...

Ritornato alla strada, seguivo coll’occhio l’andatura a sbalzi di quel

legno, che s’inchinava or sull’uno or sull’altro fianco, sprofondando

nelle rotaie fangose. E sparita poi ad un punto la luna nelle masse

opache dei nuvoloni, non discernevo più che i lumi agitati, tremolanti,

lontani,... li accompagnavo coll’anima, sapendo dove si sarebbero

fermati... uno sciame d’idee strane mi volteggiava pel cervello...

Di scatto li vidi dar un balzo improvviso; l’uno sparir verso terra,

l’altro sollevato in alto, immobile, illuminar di sotto in su le fronde

vicine. Udii tosto alcune parole tronche di lamento, d’imprecazione,

poi una voce elevarsi alta e chieder soccorso.

La vettura era ribaltata. (Che io abbia per Miniuti il malocchio?).

Mi lanciai a quella volta con ottime intenzioni, poi m’arrestai...

Perdio!... Come avrei giustificato la mia presenza a quell’ora, su

quella strada? Eppure mi sapeva male lasciar così due cristiani a

guazzar come tinche nel pantano, mi pareva sentirli divincolare e far

forza per uscir di sotto al legno.

Mentre esitavo tuttavia, udii rispondere dalla cascina a destra, nei

campi, poi vidi dei lumi che si agitavano ed alcuni contadini uscir

correndo sulla strada, con sbarre e con funi.

Mi avvicinai quanto fu possibile senza essere scoperto. Volevo almeno

sapere se Miniuti s’era o no rotto il collo.

La vettura, non troppo fracassata, fu presto rimessa sulla strada.

Miniuti ed il servo alla luce delle lanterne, luccicavano, il tuffo

l’avevano fatto senza dubbio nell’acqua del fossato, ma parevano goder

l’uso completo e libero delle loro membra.

Il servo era già a cassetta, i contadini si allontanavano, quando lo

vidi frugar sotto i cuscini, richiamarli indietro e cercar a lungo con

loro tra le ruote, in terra, nel fossato.

Che cosa può aver egli perduto d’importante?

_(9º)_

Guardavo il sole che scendeva verso i monti lento, troppo lento, —

avrei voluto all’opposto di Giosuè, affrettarne il tramonto. — L’oste

bussò alla mia porta e mi annunziò che c’era chi voleva parlare col

signor ingegnere (non so perchè mi si chiami così). Rimasi molto

perplesso e sconcertato... non sapevo chi potesse cercar di me...

Entrò un villanello esile, pallido... età: dodici, come diciotto anni,

sucido, seminudo.

Un cane fulvo, dal muso di volpe come il padrone, entrò con lui e si

mise a fiutar dappertutto.

— Ebbene che cosa vuoi?

Si guardò intorno, chiuse l’uscio, cercò in seno e tirò fuori una

pistola lorda di fango e me la porse.

È montata in argento cesellato, calcio lavorato a squame molto

ripiegato, fabbrica francese. È un’arma fina, di prezzo, eccellente

senza dubbio, e deve avere una compagna.

— Dove l’hai tolta? — gli domandai subito.

— L’ho trovata, non tolta... — rispose il monello, e prese subito un

tono piagnucoloso — trovata, proprio trovata andando al pascolo.

— Così, si trovano delle pistole da queste parti, andando al pascolo?

— Non sempre, nossignore, anzi mai, ma questa che è qui l’ho proprio

raccolta colle mie mani. Ero giù da quella parte di là, a Robella alta,

in faccia alla cascina e mentre le bestie mangiavano, cercavo i gamberi

nel rio, sotto le pietre... poi sono entrato sotto al ponte che è in

traverso alla strada... Era scuro, scuro,... ho pensato di levar via un

asse già smosso per aver luce lì sotto, ed ho visto la pistola. E tutto

questo poi vero, come è vero che c’è la Madonna.

— E perchè non l’hai restituita subito a chi l’ha perduta?

— So io chi l’abbia perduta?

— Perchè non hai fatte ricerche, prese informazioni, in questo e nei

villaggi vicini? a Murello per esempio?

— Non vado a Murello... Hanno fatto le sassate domenica con noi di

Polonghera... e adesso stiamo tutti all’erta,... loro come noi, se

qualcuno passa il fosso di Robella, che è il confine, badi alle fionde!

Lei che è ricco, è _buono_ a comprarla lei la mia pistola, lei se

ne intende, sa quanto vale... Ed aspettava, girando tra le mani il

berretto e lanciando di sottocchio, sguardi cupidissimi sulla borsa che

io avevo estratta.

Ghermì la moneta, la chiuse nel pugno, salutò con un rapido cenno del

capo, e sparì volando giù per la scala.

Avendogli data una moneta d’oro, temeva forse mi fossi sbagliato.

Cominciai, rimasto solo, a nettar la canna della pistola dalle chiazze

rosse di ruggine che l’appannavano, poi con la pelle d’un guanto presi

a fregar gli ornamenti d’argento offuscati dall’umidità.

Sulla piastrella del calcio, sono incise due iniziali intrecciate, una

_J_ ed un _M_...: Jacques Miniuti;.... ho nelle mani l’oggetto da lui

perduto ieri sera.

_(10º)_

Finalmente ho trovato il modo di penetrare nell’antro dell’orso.

L’idea è certo arrischiata, ma voglio uscire dal mondo dei sogni ed

entrar nel campo dell’azione... la mia vita intera è diventata un

desiderio sconfinato, potente, insaziabile: vorrei gettare tutta la mia

gioventù, la mia forza, la mia intelligenza ai piedi d’Elena per averne

un sorriso, una parola, una speranza.

Una scintilla mi ha accennata una via; quel povero merciaio entrato

stamane nel cortile dell’osteria mi ha innocentemente posto fra le mani

un filo, che varrà a guidarmi... forse...

L’avevo già fatto venire in camera, l’avevo davanti col bicchiere colmo

di vino, e non sapevo ancora come entrar nell’argomento.

L’ho fatto ciarlare e bere, e mentre beveva e ciarlava, ho maturato

il progetto e studiato i suoi gesti, gli atti, i suoi modi di dire,

per sapermi immedesimar nel personaggio, senza tradir poi le mentite

spoglie.

Povero diavolo, se mi va bene ogni cosa, voglio farlo contento.

Caporale nell’88.mo, ha servito Napoleone fino al passato autunno, ed è

ritornato di Spagna con un _régiment d’écloppés_[13]. Conta otto ferite

e ne avrebbe ricevute delle altre se _le brutal_[14] non gli avesse

rotto una gamba e la carriera.

Strana esistenza d’uomini che vanno ove li conducono, senza ragionare,

attraversando paesi nuovi e lontani senza guardarsi intorno, senza

osservare, senza stupire.

Accolgono disagi, privazioni, pericoli, come le bestie da soma, senza

accettarli nè respingerli.

Marciando quando li fan marciare, digiunando quando non dànno loro di

che sfamarsi, si battono perchè li fanno battere, si ricordano delle

giornate più fredde, di quelle più calde, del compagno di destra, di

quel di sinistra nel dormitorio come nella battaglia.

Soldato, mi pare che non sarei così.

Infine lo vidi cogli occhi teneri di riconoscenza e lucidi per la

beatitudine del vino bevuto, entrar nel periodo d’intimità, gli lanciai

la proposta, l’accettò senza discutere.

Era tutto quel che desideravo da lui.

Dio me la mandi buona!

_(11º)_

Giorno da segnarsi con bianca pietra.

Tutto andò bene.

Ma Dio Santo, quando mi guardai nello specchio al ritorno!

Quando penso che le sono andato davanti con quella giubba che non

avrei osato, in altri tempi, sollevar pur colle molle, con quei calzoni

rattoppati in tanti punti, coi capelli nascosti in quel berretto unto,

sotto quel cappellaccio di paglia sfilacciato, coi piedi in quegli

scarponi aperti a bocca di pesce.

Eppure Miniuti mi conosce, ne sono certo, di nome ed anche d’aspetto...

Guai se non mi fossi perfettamente camuffato.

Quando entrai nel cortile, che momento!

Col volto, il collo e le mani annerite, sudate, impolverate, la cassa

che mi schiacciava le scapule, le cinghie che mi rodevano le spalle,

i due cavalletti infilati nel braccio che mi battevano sulle gambe; e

dover alzar la voce e gridar forte le parole imparate ieri a memoria.

— Chi vuol veder l’immagine miracolosa della Santissima Madonna degli

Orti!... bisogno di nulla dal _marsé_?..[15]. Aghi, spille, stringhe,

ditali, forbici, specchi, pettini, bottoni, lino, lana, stoffe, filo.

E quella faccia rossa, tonda, stupida del servo, che comparve

all’inferriata della cucina:

— No, no, bisogno di niente, andate, andate via.

— Domandate alla signora se nulla le occorre, vi prego!

Lo vidi rientrare, e senza darsi la pena di restar il tempo necessario

per far l’imbasciata, soggiungere: la signora non vuol niente... andate

in santa pace.

Come? avrei dovuto dunque ritirarmi così, dopo tanta fatica, davanti

alla volontà stupida e brutale d’un domestico!

— E il signore, non c’è il signore?... ho qualcosa di fino, di

_soigné_, da fargli vedere.

— È andato a caccia.

— Starà molto a tornare?

— Oh! Santo Dio... volete andare colle buone o vi faccio andar colle

brusche!... L’avete capita che il signore non vuol veder gente in

cortile.

Come sentii le orecchie diventar calde!...

Mi domando ora come sarebbe finita se egli si fosse avanzato e mi

avesse toccato.

Poi lo vidi ritrarsi mormorando e guardar verso la porticella della

strada. Mi volsi; un cane da caccia era entrato tutto bagnato, e col

pelo aggrommato dal fango.

Poi entrò Miniuti tutto elegante nel suo abito di velluto verde, colle

uose fin sopra il ginocchio; gran carniere, ricco fucile.

Il servo mi gettò ancora uno sguardo di sbieco, poi prese una faccia

tutta sorridente, ritirò il carniere dalle mani di Miniuti, fece le

viste di trovarlo pesante, palpò per di fuori l’ammasso confuso di peli

fulvi e di piume scure chiuso fra le maglie, e disse: Ah! il signore ha

fatto buona giornata... oggi..., come sempre.

— Asciuga il cane, Lafleur, e dagli subito la zuppa...

Udii un fruscio leggiero in alto... una bella testina si era affacciata

tra le foglie che coprono tutto il balcone.

Una ninfa tra i pampini.

Poi si ritrasse sorridendo e ricomparve nella penombra della scala

interna. Un momento dopo era sulla soglia.

Certo, mi sentivo orribilmente pallido sotto il nerume artificiale.

Miniuti mi vide, e disse a mezza voce al servo:

— Cosa vuole colui?

— È un merciaio, signore.

— Mi par d’aver detto che voglio la porta sempre chiusa.

— Sissignore... non sono stato io che l’ho lasciata aperta è stata

Fanchette, che è uscita per conto della signora, colui non voleva andar

via, stavo per gettarlo fuori, quando il signore è entrato. Del resto

dice che ha non so che cosa da farle vedere.

— A me?...

— Sissignore.

Elena di sulla soglia mi guardava.

Miniuti mi si avvicinò e disse, squadrandomi con quei suoi occhi grigi

indiavolati:

— Dunque... cosa hai detto di avere nel tuo tesoro che mi convenga?

Gli mostrai la pistola.

— Ma, perbacco, sclamò egli togliendomela, questa è mia!

Finsi, come meglio potei, d’essere sorpreso.

— Mia certo, e come! ho la compagna in casa. L’ho fatta cercar tanto,

promesso mancie, fatto mettere il ponte sottosopra, mandati tutti i

monelli del paese a sguazzar nel fango del rio di Robella. Come diavolo

hai fatto a trovarla?

— L’ho comperata da chi l’ha rinvenuta.

— Quanto debbo darvi?

Avrei voluto dire, alla presenza d’Elena: se è vostra, signor mio,

tenetevela senz’altro.

Ma bisognava star nei panni.

— Lei ha giudizio... faccia lei quello che crede.

Mi diede un napoleone e gridò a Lafleur di portarmi da bere.

Gli avrei stiacciato il bicchiere sul viso, a Lafleur, invece dovetti

tracannarmelo tutto, lì sotto gli occhi di Elena che si era avvicinata.

Ella voleva veder la cassa.

Aprii i cavalletti, vi posai la bottega, e spalancai gli sportelli,

ingegnandomi di rimaner al coperto da chi fosse comparso all’improvviso

sulla soglia.

Il servo era rientrato in casa.

Si sentiva la voce di Miniuti che canterellava riponendo nella

rastrelliera il fucile, la fiasca della polvere, le tasche del piombo.

Mentre ella s’inchinava a guardare, le presentai un biglietto...

l’ultimo dei cento scritti e stracciati stamane.

Mi guardò fissamente negli occhi, mutata e fatta di fiamma in viso...

poi mi conobbe e diventò eccessivamente pallida.

— Elena ne va la vita... lo giuro.

Dovette vedermi l’anima negli occhi in quel momento.

Miniuti tornava all’uscio. Il biglietto mi sparì dalle mani in un lampo.

S’egli mi avesse ucciso colla pistola che teneva fra le mani, sarei

morto contento.

Egli aveva ripulita l’arma e la stava caricando. Era in un momento di

buon umore e forse per lui di espansione, mostrava sorridendo i denti

bianchi ed acuti sotto le labbra pallide. Alzò la pistola e mi disse:

— Questa, vedi, e l’altra sua compagna, sono sempre con me, sul tavolo

in casa, in vettura se viaggio,.. perciò fa di non venirmi tra i piedi

in un cattivo momento, che saresti un uomo morto e mi tolse, così

scherzando, di mira.

Vidi trasalir Elena. Egli se ne accorse, rise e le disse: — Oh! non

temere che lo ammazzi, non potrei sparare, vedi manca la selce al cane.

— A proposito, non avresti per caso selci da pistola in bottega?

— Oggi no, signore, ne farò ricerca subito, e quando tornerò a portar

la lana grigia per la signora, porterò anche le selci.

M’aprivo così una via a tornare.

— Cosa vuoi fare della lana grigia?

— La signora vuol far calze pei bimbi poveri del paese.

— Quanta filantropia! — Dà loro dei soldi ai bimbi, compreranno i dolci

dello speziale, avranno dolor di ventre, ma si divertiranno di più.

Ora vieni in casa, che l’aria è umida.

E le cinse la vita col braccio per farle salire i tre gradini, che

mettevano alla soglia.

La gelosia mi morse al cuore, piegai le robe, serrai la cassa colle

mani che tremavano.

— Chiudi l’uscio, galantuomo, mi gridò dietro, chiudi l’uscio, chè non

entrino altri vagabondi.

_(12º)_

Sono ritornato a portar la lana grigia e le selci, ma non ho potuto

scambiare con lei neppure una parola.

La faccia ineffabilmente stupida di Lafleur non ha lasciato un momento

l’inferriata della cucina, in tutto il tempo che io rimasi in cortile.

Mi ricorderò di lui per una buona mancia, se verrà l’occasione.

Le ho data però, nel viluppo di lana, una lettera.

_(13º)_

Che mattino lungo, eterno!

Sono agitato, nervoso, muoio d’impazienza, d’ansietà.

Al diavolo la penna! Non posso fermare i miei pensieri... Ancor tre

ore, tre mortali ore da far le volte del lione, poi mi metterò in

cammino...

S’ella poi non venisse?

_(14º)_

Qual contrattempo cotesta pioggia! Oggi farei inutilmente la gita,

Miniuti deve essere rimasto in casa, ella certo non può uscire.

Ecco tre giorni trascorsi in Paradiso. Ora ci siamo di nuovo al dover

scrivere per passare questo periodo di febbre.

Penserò a lei, a questi tre giorni di ebbrezza nei quali l’ho veduta

e le ho parlato. Miniuti esce a caccia il mattino, non rientra che a

sera.

Sono contento d’aver trovato modo d’evitar la strada, prendendo pel

bosco di Vallombrosa, scendendo nella macchia, lungo il Rio caldo,

arrivar così senza incontri fino al boschetto della Petriera e

penetrarvi non veduto.

Possa quel boschetto restare eternamente in piedi, possano i suoi

pioppi e le sue quercie, risparmiate dalla scure, dai fulmini, dai

venti, crescere secolari ed altri amanti dell’avvenire, dopo aver

attraversate sotto i raggi ardenti del sole, nel tremolio dell’aria

brulicante di vapori, le terre lavorate che lo circondano, ondulanti

lontano come il mare, trovar nella sua ombra deliziosa, come ho trovato

io, il refrigerio del corpo e quello dell’animo.

I giorni di sofferenza, di amarezza, mi paiono lontani tanto... quasi

impossibili nell’avvenire.

Come il primo giorno ella venne in fretta, pallida, ansante. Volevo

prenderle la mano, parlare.

— Lo so,... mi disse, v’intendo,... se è così partite.

Tutte le forze del mio essere erano sospese, le cercavo il cuore

negli occhi; le parole che pronunziavano le labbra, non potevano aver

importanza, il suo cuore volevo mi rispondesse.

Piangeva insistendo.

Non ricordo più quello ch’io dissi nè quello che poi mi rispose; so che

ho parlato a lungo, detto tutto tutto quel che sentivo... siamo tornati

indietro negli anni, abbiamo riandato insieme tante cose di quell’età

in cui tutto era sorriso.

Poi l’ho riveduta il domani, e so di rivederla e di parlarle ancora.

E non è un sogno (perchè in certi momenti m’assale proprio il dubbio

di aver sognato), così ieri ancora sono penetrato nel boschetto, ho

appoggiato il fucile ad un tronco, mi sono curvato nell’erbe alte e

selvatiche, fissato lo sguardo allo svolto del viale d’olmi, che dal

suo giardino mette capo al boschetto, al nostro boschetto: all’ora

consueta l’ho veduta comparire nella sua veste chiara a piccole rose,

bella, elegante, coi piedi nelle margherite, spiccante sul fondo verde

degli alberi, nella piena luce, nella pien’aria, tal quale l’ho ancora

negli occhi, come l’avrò sempre, campassi cento anni.

Ha promesso di ritornare. Non oggi, ma domani la vedrò ancora apparire

così: avanzare prima lenta lenta, poi studiare il passo, affrettarlo,

e sul volto chino, disegnarsi un sorriso e diffondersi un rossore di

soavissima allegrezza ed io come ieri, come ierl’altro, come il primo

giorno, non oserò muovermi, respirare, batter le ciglia, trepidante di

vederla dileguar come un sogno...

Reliquie - Le masse cristiane · 第 5 / 11 题