Nel principio dell’inverno seguente il cavaliere Alfredo, già fatto
deputato, si sentì stomacato della vita. Gli pareva che l’umanità
in generale e l’Italia in particolare fossero carcasse fruste, e
che i nostri scrittori e artisti più adulati d’adesso, succeduti
immediatamente alle olimpiche, pelasgiche, e basilicali intelligenze
di Canova, di Leopardi, di Gioberti e di Rossini fossero scarafaggi
ischeletriti, mancanti dei due sacramenti fondamentali dell’arte, lo
studio o l’intuizione dell’antico e l’osservazione o l’intuizione
moderna, sbalzati dal polo della realtà, sbalzati dal polo della
tradizione, — che uno di essi non avesse nerbo più appropriato di
quello che ci vuole per dare la biacca a un centurino e un altro
non avesse maggior cervello di quello che si richiede per combinare
un giuoco di pazienza infantile; — che il resto del prossimo fosse
bestiame di Sallustio; — e che intorno alla sua persona non si
aggirasse più un solo cervello integro. E sentiva una smania prepotente
di dare una presa di somaro a tutti, compreso il signor sè stesso.
Per lenire quel fastidio disperato, egli pensò di ricoverarsi nella
solitudine della sua villa e di passarvi tutto l’inverno. Quivi giunto,
venne assediato dalla neve che salì così alta da toccare le ginocchia a
Giorgio Antenna, il più grandonaccio svivagnato di Villarbona.
Guardando dalla finestra, Alfredo vedeva soltanto guanciali, tumuli,
baratri e basterne di bianco; nella corte, sul legname da ardere vedeva
cinghiali squartati nel marmo.
In mezzo a quel silenzio, a quel freddo e a quegli albori scintillanti,
il nobile artista sentì emergere nella sua fantasia l’immagine di una
vergine borghese, di Elena Floresin. E si disse: — degna di morire,
essa doveva vivere per la mia vita; solo il picchio vivido del suo
sangue potrebbe snidarmi questo gelo scettico dalle ossa: farmi riamare
il mio paese, il mio mondo e forse anche gli scrittori e gli artisti
contemporanei. Come sarebbe bella questa neve immensa per noi due;
trovarci prigionieri insieme, volerci bene tutto il giorno, rincorrerci
con la scopa per la fuga delle stanze, baciarci dietro un uscio e poi
scendere in cucina a fare le cialde! —