VI.

Qualcheduno non intese a sordo le paure del R. Ispettore, le preghiere

del santo arcivescovo e il lungo soliloquio del cavaliere artista: e fu

un personaggio coreografico che non parla, il Sole.

Questo pastore di mondi, cui regge, illumina e colorisce, sebbene di

indole impassibile, qualche volta si degna fissare nel mare infinito

degli esseri da lui dipendenti qualche pecorella prediletta, e

specialmente qualche bella ragazza.

Un mattino di aprile, Elena Floresin sciorinava sul ballatoio la

biancheria di bucato; si levava sulla punta dei piedi, tendeva le

braccia, si torceva, si spenzolava, come volesse sciorinare tutta la

sua forma al sole: girava il capo come volesse leccarlo, incoronarlo di

raggi; gli si spiattellava innanzi come un ninfale elitropio.

E il sole le corrispondeva: faceva correre palpiti di calore crescente

nel suo altoforno empireo: i suoi raggi cocenti fremitavano: e

cremandola le artigliavano la testa come carezze di leone amoroso.

La mamma da basso gridava: Elena, vien giù.... Non hai ancora finito?...

— No, mamma.

— Che cosa fai?... A momenti vengo su io.... Non sembra vero.... Stare

lì delle ore ad alloccare quei seminaspezie che tornano dalla scuola e

che non valgono ancora tutti insieme un bottone nell’aria.... a costo

di prenderti una solata.... vieni giù, dico.... ti comando di venir

giù. —

In quel punto Elena si sentì crocchiare qualcosa nella testa, come uno

schiaccia-nocciole le avesse fracassato la vôlta del cranio; e discese

a basso con una encefalite.

Quattro giorni dopo, essa era distesa sopra un fianco nel suo

letticciuolo con le braccia riverse fuori delle lenzuola in segno di

eternale stanchezza. Pareva che le sue labbra sfarfallassero: dormo:

non toccatemi in eterno. E niuno era ardito di toccarla in quel

momento, salvo una mosca. Pareva che la morte l’avesse ridotta in

marmo cogliendola nell’ascesa di un palpito, e conservando nel cadavere

verginale tutte le tumide promesse di una splendida Eva.

Suo padre e sua madre ululavano; e furono trascinati in casa dei

prossimi parenti.

Si fece la sepoltura a mezzogiorno. Le campane spandevano rimbombi, che

incalzavano al cimitero tutto il villaggio.

Il sole glorioso rinfocava nel suo coperchio fiammante i suoi marosi di

luce; e si univa alle campane per isferzare al cimitero le nuche dei

sacerdoti, dei confratelli, delle consorelle e dei bimbi infiorati.

Niuno poteva reggerne il riflesso. Erano obbligati a calare le

palpebre, e così procedendo ad occhi chiusi vedevano le strane visioni

dell’emorragia: laghi di pece, in cui guizzavano e si coagulavano

raggi neri, iridi nere. Un’onda di suono, di sole, e di malinconia

avvolgeva e conduceva al cimitero tutto il villaggio. Ed agli sguardi

del campanaro che sbatacchiava dall’alto, il funerale pareva avanzarsi

in un deserto immenso, svolgendosi come un bruco caldo, colle punte del

dorso scintillanti.

Quando sentirono il tonfo della piccola bara, i fiori circostanti

mostrarono un tremolío di letizia come per un tocco farfallino, e

ravvivarono i colori, per fare un complimento festoso alla nuova

vicina.

Rovine · 第 68 / 82 题