Qualcheduno non intese a sordo le paure del R. Ispettore, le preghiere
del santo arcivescovo e il lungo soliloquio del cavaliere artista: e fu
un personaggio coreografico che non parla, il Sole.
Questo pastore di mondi, cui regge, illumina e colorisce, sebbene di
indole impassibile, qualche volta si degna fissare nel mare infinito
degli esseri da lui dipendenti qualche pecorella prediletta, e
specialmente qualche bella ragazza.
Un mattino di aprile, Elena Floresin sciorinava sul ballatoio la
biancheria di bucato; si levava sulla punta dei piedi, tendeva le
braccia, si torceva, si spenzolava, come volesse sciorinare tutta la
sua forma al sole: girava il capo come volesse leccarlo, incoronarlo di
raggi; gli si spiattellava innanzi come un ninfale elitropio.
E il sole le corrispondeva: faceva correre palpiti di calore crescente
nel suo altoforno empireo: i suoi raggi cocenti fremitavano: e
cremandola le artigliavano la testa come carezze di leone amoroso.
La mamma da basso gridava: Elena, vien giù.... Non hai ancora finito?...
— No, mamma.
— Che cosa fai?... A momenti vengo su io.... Non sembra vero.... Stare
lì delle ore ad alloccare quei seminaspezie che tornano dalla scuola e
che non valgono ancora tutti insieme un bottone nell’aria.... a costo
di prenderti una solata.... vieni giù, dico.... ti comando di venir
giù. —
In quel punto Elena si sentì crocchiare qualcosa nella testa, come uno
schiaccia-nocciole le avesse fracassato la vôlta del cranio; e discese
a basso con una encefalite.
Quattro giorni dopo, essa era distesa sopra un fianco nel suo
letticciuolo con le braccia riverse fuori delle lenzuola in segno di
eternale stanchezza. Pareva che le sue labbra sfarfallassero: dormo:
non toccatemi in eterno. E niuno era ardito di toccarla in quel
momento, salvo una mosca. Pareva che la morte l’avesse ridotta in
marmo cogliendola nell’ascesa di un palpito, e conservando nel cadavere
verginale tutte le tumide promesse di una splendida Eva.
Suo padre e sua madre ululavano; e furono trascinati in casa dei
prossimi parenti.
Si fece la sepoltura a mezzogiorno. Le campane spandevano rimbombi, che
incalzavano al cimitero tutto il villaggio.
Il sole glorioso rinfocava nel suo coperchio fiammante i suoi marosi di
luce; e si univa alle campane per isferzare al cimitero le nuche dei
sacerdoti, dei confratelli, delle consorelle e dei bimbi infiorati.
Niuno poteva reggerne il riflesso. Erano obbligati a calare le
palpebre, e così procedendo ad occhi chiusi vedevano le strane visioni
dell’emorragia: laghi di pece, in cui guizzavano e si coagulavano
raggi neri, iridi nere. Un’onda di suono, di sole, e di malinconia
avvolgeva e conduceva al cimitero tutto il villaggio. Ed agli sguardi
del campanaro che sbatacchiava dall’alto, il funerale pareva avanzarsi
in un deserto immenso, svolgendosi come un bruco caldo, colle punte del
dorso scintillanti.
Quando sentirono il tonfo della piccola bara, i fiori circostanti
mostrarono un tremolío di letizia come per un tocco farfallino, e
ravvivarono i colori, per fare un complimento festoso alla nuova
vicina.