XLVIII.

Quando Edoardo e gli altri amici ricevettero la notizia della morte

di Pinotto, ne rimasero costernati.... Per un pezzo si sentirono lo

spirito spento dal dolore e dallo stupore, e si maledissero in secreto,

per non essere nati milionari, per non aver potuto custodire in un

Eden quell’anima bella, fintantochè avesse potuto o voluto luccicare in

faccia al mondo.

Riavutisi, si dissero: — è impossibile, che sia morto Pinotto!... Era

così vivo.... —

E ne aspettarono per un po’ di tempo la risurrezione.

Ma vedendo che Pinotto, al pari degli altri estinti non risuscitava,

presero a parlarne con tutti, come se si fosse trattato di una morte

europea, telegrafata dall’Agenzia Stefani, per cui tutti fossero in

diritto e in obbligo di commuoversi.

Quando sentivano lodare un letterato di prima pezza: — Che! Che! —

prorompevano: — Pinotto avrebbe pigliato a scapaccioni lui, e altri

della stessa risma, se ce ne fossero stati.

Per maggiore sfogo proposero di erigergli un busto con una lapide

(solito pane, con cui si sfamano i letterati morti di fame) e

di fare un pellegrinaggio apposito a Campo Varano, pubblicando

contemporaneamente un volume di componimenti esequiali in suo onore.

Tutta questa colluvie di progetti commemorativi, al solito, si condensò

in un articolo necrologico, che comparve nel giornale di Edoardo.

Noi ne riporteremo poltronescamente la chiusa, a scanso di far noi

tutta la morale del Racconto. Diceva:

. . . . . . .

... «E così si dileguò a ventott’anni al pari di un volgare disgraziato

quell’indole fiera e singolare; e si portò via con sè i suoi fantasmi

estetici e bisbetici, le folgori e i coltelli della sua satira, i

tesori della sua mente e gli entusiasmi del suo cuore e quella forma

orgogliosa e squisita, che egli aveva vagheggiato così lungamente e

così caldamente, e che temette o sdegnò profanare, non avendo concesso

neppure una riga di suo al pubblico, benchè non gli siano mancati i

difficili inviti a dar fuori i propri scritti con profferte di sollievo

alle sue strettezze.

«Certo egli disprezzava sovranamente il basso pubblico dei barbieri

sfaccendati, di quei _travetti_, che con gli sbadigli scroccano la

paga e degli altri _ignorantelli_ borghesi, che non posseggono altro

motto o altro pensiero fuorchè quello dell’ultimo articolo letto, sono

sprovvisti di grammatica, di ortografia ed eziandio di un vocabolario

tascabile _Longhi e Menini_, sono muniti di albagia e di ottusità,

eppure sotto la veste di assidui formano il gusto corrente e l’opinione

pubblica dittatrice per la letteratura di parecchi giornali importanti

d’Italia.

«I brutti scherzi, che Mefistofele voleva fare agli angioli del Padre

Eterno e che i bambini fanno alle libellule, sono nulla in paragone dei

martirii gaudiosi, che egli escogitò per umiliare quel pubblico poco

rispettabile — altro che concedergli un alito di sè stesso!

. . . . . . .

«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga.

Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui

inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatosi con il più

tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse

un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua

famiglia.

«Egli infine, ridotto al lumicino, lasciò la costosa adorazione degli

idoli estetici, chi sa con quale orribile sacrifizio della sua anima

di artista! e logorò acutamente gli ultimi anni della sua tisica vita

nelle facchinerie più materiali, per il bello ed onesto proposito

di rendere sereni gli occhi dei suoi cari e gloriosi di lui, posato

finalmente sopra il solito piedestallo di un impiego, gioja pressochè

unica di moltissime famiglie.

«Ma egli, che aveva attraversato a zig zag elettrici i fiori della

vita, non potè raccoglierne, assaporarne nè farne assaporare neppure

un frutto, egli che pure aveva ingegno, onestà, portatura, cavalleria,

_chic_ e conoscenza di lingue straniere, per riuscire stupendamente

e meritamente nella prosa del mondo, dove ingrassano, lustrano e

spampanano a tradimento miriadi di fanulloni, di minchioni e di

cialtroni.

«Povero giovane! Povero amico! Ma benchè finito misero e oscuro — noi

dobbiamo altamente asserirlo: — Egli fu grandissima parte del nuovo

gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti

moltissimo, avendo ricevuto o trasfuso nei loro lavori qualche lembo di

quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo

esprimere nulla, come egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.

«Povero perduto! a cui fecero guerra spietata le immagini del _Meglio_

e dell’_Ottimo_, nemici proverbiali del _Bene_ positivo, semplice e

pratico.»

. . . . . . .

Il giornalista avrebbe potuto aggiungere ragionevolmente e

coscienziosamente, che Pinotto, non ostante i suoi ideali troppo

superlativi, sarebbe certo riuscito ad egregie cose, ove avesse trovato

la direzione pratica del lavoro nel sorriso intelligente di sua madre.

Rovine · 第 55 / 82 题