La mattina seguente rientrava in Roma il Capitano; rientrava come
Sganarello scornato e bastonato dall’amante della moglie. Infatti
dopo molte, lunghe ed ostinate ricerche aveva scovato a Napoli la
sua ostessa, e ne aveva avuto alcune moine. Ma essa se n’era stufata
presto, e dopo avergli vuotato il portamonete lo aveva fatto pigliare
fra due usci dal suo drudo.
Dice Brofferio: — «Non vedeste mai un gatto lussurioso nel mese di
febbraio, dopo dieci o dodici giorni di soggiorno clandestino sopra le
gronde o in fondo alla cantina, presentarsi tutto ad un tratto in casa
col pelo ritto, colle orecchie coperte di ragnateli, magro, sottile,
trasparente come una bestia immorale che ha fatta cattiva vita?»
Tale e quale era il reduce usciere.
Dopo essere passato a casa sua e aver trovato l’uscio chiuso, trottò
verso la stanzetta di Pinotto.
Fido gli si fece incontro silenzioso; e silenzioso, aprendo la bocca
come una pinza, gli diede una ganasciata così forte in una gamba, che
gli lacerò i calzoni e la pelle, facendogli gocciolare del sangue. Così
lo castigò meritamente della sua improvvida scappata.
Il povero usciere trovò il suo amico freddo cadavere. Gli fece fare la
sepoltura, cui egli seguì dietro la bara, solo, al luogo dei parenti e
in sembianza di reggere tutti lui gli invisibili cordoni del feretro;
Fido, tenendo la coda e le orecchie basse in segno di cordoglio, gli
camminava dappresso con quei passi che fanno i cavalli gualdrappati di
nero nei funerali militari. Quando ritornò a casa, la povera bestia era
tutta coperta di bioccoli di cera, come un fratello della Misericordia.
L’usciere si affrettò a scrivere alla signora Placida, che il figlio
di lei era morto _nelle braccia_ del proprio cane, e mandò un analogo
telegramma ad Edoardo.