XLVII.

La mattina seguente rientrava in Roma il Capitano; rientrava come

Sganarello scornato e bastonato dall’amante della moglie. Infatti

dopo molte, lunghe ed ostinate ricerche aveva scovato a Napoli la

sua ostessa, e ne aveva avuto alcune moine. Ma essa se n’era stufata

presto, e dopo avergli vuotato il portamonete lo aveva fatto pigliare

fra due usci dal suo drudo.

Dice Brofferio: — «Non vedeste mai un gatto lussurioso nel mese di

febbraio, dopo dieci o dodici giorni di soggiorno clandestino sopra le

gronde o in fondo alla cantina, presentarsi tutto ad un tratto in casa

col pelo ritto, colle orecchie coperte di ragnateli, magro, sottile,

trasparente come una bestia immorale che ha fatta cattiva vita?»

Tale e quale era il reduce usciere.

Dopo essere passato a casa sua e aver trovato l’uscio chiuso, trottò

verso la stanzetta di Pinotto.

Fido gli si fece incontro silenzioso; e silenzioso, aprendo la bocca

come una pinza, gli diede una ganasciata così forte in una gamba, che

gli lacerò i calzoni e la pelle, facendogli gocciolare del sangue. Così

lo castigò meritamente della sua improvvida scappata.

Il povero usciere trovò il suo amico freddo cadavere. Gli fece fare la

sepoltura, cui egli seguì dietro la bara, solo, al luogo dei parenti e

in sembianza di reggere tutti lui gli invisibili cordoni del feretro;

Fido, tenendo la coda e le orecchie basse in segno di cordoglio, gli

camminava dappresso con quei passi che fanno i cavalli gualdrappati di

nero nei funerali militari. Quando ritornò a casa, la povera bestia era

tutta coperta di bioccoli di cera, come un fratello della Misericordia.

L’usciere si affrettò a scrivere alla signora Placida, che il figlio

di lei era morto _nelle braccia_ del proprio cane, e mandò un analogo

telegramma ad Edoardo.

Rovine · 第 54 / 82 题