Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva, trattava così
crudelmente Pinotto, questi non trattava meno crudelmente il mondo
da lui conosciuto; prova ne siano gli _appunti ed aforismi_, che egli
scriveva sul suo taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di
qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone alcuni tratti
spietati, o volgari, o semplicemente barocchi, o addirittura infami:
——
«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità umana, e ne
ottenni i seguenti risultati:
«Detta felicità non consiste, come taluni credono, nel _lavoro_;
imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l’uomo felice, bisogna sia una
esplicazione di forze geniali, quanto dire, sia già determinato da un
sentimento di felicità.
«Del resto, che razza di felicità è mai il _lavoro?!_
«Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a copiare un
estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo punto mi venne una
vertigine, ed ebbi uno sforzo di vomito, come dopo il mio tentativo di
mangiare gli avanzi di Glafir.»
——
«Neppure la tranquillità della propria coscienza costituisce la vera
felicità umana.
«Ammetto, che, quando taluno stia per partire da questo mondo, provi
un certo gusto nel volgersi indietro, e trovare, che non abbia mai
commesso una viltà o altra azione cattiva. È una cara soddisfazione,
che ho provata io stesso molte volte.
«Ma questa non è la felicità, nè l’igiene della vita; è la felicità,
l’igiene della morte.»
——
«Adunque la vera felicità secondo me consiste nella illusione, nella
presunzione o nella ferma persuasione di essere felici, dettata
dall’amor proprio, più o meno coadiuvato da una malattia o anche da una
sanità del cervello.»
——
«In prova facciamo la rassegna alfabetica degli uomini felici.
«A., mio capo ufficio, è un uomo che ha l’incrollabile convinzione di
avere una bella voce. Tutti coloro, che ebbero la disgrazia di sentirlo
a cantare, riconoscono invece unanimamente, che la sua voce è molto
inferiore di pregi a quella della foca, _di questo vitello marino, che
allatta anche i nostri figliuoli, preso dal celebre capitano Carbone
Kock, nei deserti della rabbia_, come diceva stamattina colui, che
faceva la spiegazione nel Baraccone di Piazza di Termini.
«Eppure nè il Collegio de’ Cavalieri dell’Annunziata, nè il Presidente
del Senato, nè il sommo Pontefice, nè altre autorevoli persone e
nemmanco suo padre, se tornasse dall’altro mondo, potrebbero diminuire
di un atomo la persuasione ferrea del signor A., di avere una voce
stupenda.
«Il mondo, d’ordinario, quando vede in qualcheduno una stima
invincibile di sè stesso, la rispetta, si tratti di qualsiasi materia,
anche più importante della musica e della politica. Quindi il signor
A. è lasciato nel pieno e pacifico possesso della sua immaginazione,
ed è per sopprappiù mantenuto giuridicamente nel medesimo dalla
giurisprudenza delle Corti di Cassazione di Firenze e di Torino, che
accordano l’azione _De Reintegranda_ contro chi tentasse uno spoglio
violento e clandestino di qualsiasi possesso d’immaginativa.
«In questo stato di cose, egli non può più stare nella pelle dal
contento. Tanto è vero, che avendo affittato alcuni giorni sono un
villino nella campagna di Frosinone, e avendo sentito suonare un
pianoforte nella palazzina limitrofa, volle curiosamente informarsene;
e seppe, che lo suonavano due signorine da lui sconosciute, le quali
ogni mattina ad una data ora andavano ad _abbeverarsi_ ad una certa
fontana magnesiaca.
«Si trovò anch’egli all’ora fissa presso la fontana magnesiaca,
si levò il cappello, aprì le braccia con uno slancio rapido, che
fece fare al cappello una graziosa curva di un metro e mezzo e si
presentò da sè stesso alle signorine con questa magnifica ed inaudita
autopresentazione: — Sono loro, signorine, che suonano così bene il
pianoforte? me ne rallegro... (quindi con un accento inesprimibile) Ed
io sono.... Sono baritono!
«Oh, uomo (più che baritono) felice!»
——
«B., altro mio superiore di ufficio, ha comperato parecchi ettolitri
di vino siciliano scelleratissimo, che dà al palato il gusto preciso
dell’inchiostro. Eppure nessuno potrebbe togliere dalla testa al signor
B., che quel vino, perchè l’ha comperato lui, non sia ottimo, e che
il vinattiere, vendendoglielo, non abbia per lo meno rimesse del suo
cinque lire ogni ettolitro per la sua bella faccia. Ed egli è tanto
contento di questa sua persuasione, che contro la sua abitudine di bere
annacquato, giunto alla frutta, si permette di versarsi nel bicchiere
un dito puro della sua _nuova compera_; e lo centellina con tanto
gusto, che pare ascolti la propria ammirazione; poi dice a sua moglie:
— Ah! non c’è nessuno che sappia e che possa comperare del vino buono,
come noi!»
——
«C., mestierante di letteratura, benchè di complessione atletica, è
nello scrivere molto più snervato dell’Abate Chiari di evirata buesca
memoria; eppure egli ha l’intima convinzione di essere uno scrittore
colossale come la sua corporatura e di dare il suo nome per lo meno a
un quarto di secolo.
«Questa credenza non gli è inspirata dal consenso universale delle
serve e delle signore, che gli manca, ma dalla superba fiducia in sè
stesso; ed egli ne dimostra la relativa felicità con la lunghezza e la
nerezza del frac, e con la maniera grave di sbottonarlo, quando ha da
pagare il vermout: frac e maniera copiati dai ritratti in rame dei più
celebri scrittori francesi contemporanei.»
——
«D., è un altro negoziante di carta sporca, sebbene anch’egli abbia
pochissimi compratori della sua merce. In fondo, egli è certamente un
ottimo ragazzo, ma di _dottrina scarsa e menna_; come il Bonghi diceva
del compianto Rattazzi. Quando io volgo lo sguardo alla sua cultura,
provo una sensazione penosa, come se dovessi passeggiare a piedi
nudi sul pavimento di una bottega da rigattiere o peggio in un campo
seminato di bicchieri rotti.
«Eppure il signor D., trincerato rigidamente nel suo castelletto di
quattro idee fisse, è completamente soddisfatto di sè stesso, perchè
egli è fortemente persuaso che quel poco, che egli sa, sia tutto ciò
che un cervello acuto e assegnato come il suo debba sapere, e che quel
moltissimo che egli non sa, non meriti per verun conto che una creatura
ragionevole lo sappia.»
——
«E., ha una moglie brutta come la notte, nojosa come il male di pancia,
e cattiva come i debiti per le persone timorate.
«La peggiore non se l’è sognata Simonide scrivendo la sua satira contro
alle donne. Io preferirei alla medesima un reggimento di cimici.
«Eppure il signor E. crede di possedere un miracolo di moglie. La
ragione ne è semplicissima.
«Il signor E. è un uomo di giudizio, anzi è un uomo realmente furbo.
«Se quindi sua moglie se la fosse sposata, anzichè lui un suo amico,
egli sarebbe stato il primo a riconoscere la costui disgrazia e a
deplorarla con sincerità e profondità di convinzione. Ma per tutto
quello che fa egli personalmente, la sua furbizia gode di una specie
di infallibilità pontificia; è impossibile che egli dimostri un solo
momento di non avere buon gusto o peggio ammetta di aver fatta una
corbelleria.
«Quindi la cosa non è neppure discutibile: la signora E., per la sola
ragione che il signor E., ha creduto bene di sposarsela, deve essere e
diventa effettivamente un portento di bontà e di leggiadria per lui e
per tutti.»
——
«F., possiede un’amante, che cede di molto in dignità a quelle
disgraziate suonatrici ambulanti, che girano nelle birrerie di ultima
classificazione a strimpellare sulla chitarra con accompagnamento di
voce fessa, _camicia rossa, camicia ardente...._
«Ebbene il signor F., è persuaso che con la benefica irradiazione del
suo animo sempre caldo di poesia elevata e simili ingredienti, e con
l’insistenza e l’opportunità de’ suoi savi consigli, egli ha oramai
riabilitata, che so io, rigenerata quella creatura perduta, insomma le
ha salvata addirittura l’anima.
«Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Barolo secco, e
va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei pochi, avrebbe già
mandato, chi sa quante volte, a carte quarantanove quell’uggiosissimo
predicatore!
«Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che non vorrebbero
sentirlo; ma per il signor F., è impossibile che egli ne sappia nulla,
ne senta nulla. Del resto, egli non sarebbe più quello, cui egli si
stima, cioè il Direttore Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con
monopolio bancario di riabilitazione femminina.
——
«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e nipoti di una
portinaia; hanno tutte l’ossame grosso con certe facce mascoline,
che starebbero molto bene non già alle nove muse, ma ad altrettanti
suonatori di tamburo della defunta Guardia Nazionale.
«Eppure esse formano una potenza di felicità.
«Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cui sono tutte
impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare visibilmente per via la
loro felicità terribile.
«È un mercato, una fiera luminosamente allegra che passa. Nessuno,
che le guardi, commette il minimo peccato di desiderio per loro conto.
Eppure esse si infischiano sovranamente di tutto e di tutti.
«Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal mattino alla sera,
hanno costituito una rispettabile consorteria di pensieri e di buon
umore, di gergo convenzionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e
di occhiate assassine, a cui nulla resiste.
«Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgraziatamente davanti
il loro casotto, sia egli un pezzente o un _pajno_, un capitano dei
pompieri od un uomo di Stato, e lo colpiscono con mirabile divinazione
nel suo lato debole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi
esso nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente o negli
stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano con una maestria
di una felicità invidiabile, che meglio non potrebbe fare Vittorio
Imbriani.»
——
«R., (si ommette _honestatis causa_).
——
«S. — Severina è una perla di ragazza, un colonnino di bellezza, di
morbidezza e di dolcezza.
«Fu assassinata anzitutto da suo padre, che prima di morire ebbe cura
di mangiarle disgraziatamente quattro quinti della sostanza lasciatale
dalla defunta sua mamma. In seguito fu vieppiù assassinata dai preti,
i quali continuano a rosicchiare le due vecchie cugine, con cui ella
convive mantenendole del suo.
«Nessun giovinotto osò amarla, perchè la sua fortuna andò sempre
liquefacendosi in modo viemmaggiormente riconoscibile, e anche perchè
ella non diede mai una stretta di mano, che non fosse frigida e rigida.
«Oltre a ciò la poveretta non divide la terza parte delle credenze e
delle pratiche religiose, in cui infuriano le vecchie beghine, alla cui
compagnia si è condannata.
«Per tutti questi motivi, Severina avrebbe tutti i diritti di essere
infelice: lei bella senza ricchezze; buona, senza amore; sempre
in mezzo all’odore di sacristia, essa che ha il cervellino mezzo
filosofico; per di più pare sia stato scritto per lei — _nessun maggior
dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria!_ — Infatti se non
fosse stato di certi se, in cui ella non ci ebbe proprio veruna colpa,
insomma, se le cose fossero andate, come dovevano andare, ella avrebbe
dovuto trovarsi al presente sfolgoratamente ricca e corteggiata.
«Eppure nonostante questi ottimi requisiti di infelicità, Severina
è tutt’altro che infelice. Con la squisitezza del suo animo e
l’elevatezza del suo ingegno si è fabbricata alcune massime, che mette
rigorosamente in pratica, e della loro scoperta è gelosa e contentona,
più che se avesse ottenuto da un Congresso Astronomico il permesso
autentico di battezzare con il suo nome quattro nuovi pianeti e il
relativo brevetto di invenzione dal Ministero di Agricoltura, Industria
e Commercio.
«Per esempio ella ha trovato, che le ragazze povere non devono mai
amare, perchè glielo proibiscono l’interesse e soprattutto la dignità.
«Questa _trovata_ è una delle sue principali ricchezze. Ha poi scartato
da sè, mediante un lunghissimo processo di analisi, quasi tutta la
scoria degli atti del culto esterno, ed ha condensato la sua religione
in un brodo consumato di ideale evangelico.
«Tutto questo preparato di chimica religiosa secondo lei è riuscito
addirittura un capolavoro, cui ella va ogni giorno raffinando di
più, mentre vi si affina lei stessa; per cui, oramai atrofizzatosi
completamente il cuore con altre parti della vita animale, non solo
si crede ma si _sente_ in diretta relazione con certe intelligenze e
consolazioni di ordine sovranaturale; quindi giornalmente compie atti
di eroismo domestico con la più felice ed eterea indifferenza.»
——
«T. (non si può inserire per la ragione detta alla lettera R).
——
«U. (Idem).
——
«V. (Idem).
——
«Z. è un dottorino lungo e rettilineo con la testa da rettile, nella
quale si trova un cervellino microscopico, che brilla di una luce
insistente, rabbiosa e ridicola come una scheggia di madreperla in un
banco di sabbia.
«Egli è venuto al mondo con la sconfinata ambizione di signoreggiare
la Società, mostrandole apertamente il proprio disprezzo; cómpito
difficile e metodo fallacissimo, imperocchè la Società non concede i
suoi favori se non a chi la piaggia vistosamente; padronissimo questi
di sputarle contro, ma solo dopo essersi trincerato nel più stretto
incognito.
«Quindi il dottorino Z., invece di riempire di sè cento volte al
giorno, come neppure sarebbe bastato al suo desiderio, le Camere, la
Stampa, la Scienza, l’Italia e il mondo, divenne dopo mille sforzi
e rimase nel suo mestiere un oscurissimo specialista di malattie
vergognose.
«La sua anima dovrebbe esserne afflitta e _ruggire_ continuamente, come
lo _spirto d’abisso_, quando se ne parte _Vôta stringendo la terribil
ugna_.
«Eppure l’altra settimana io ho riveduto il mio caro dottorino, con uno
splendido cappello a cilindro che quasi mi abbarbagliò. — Quel cappello
— dissi meco stesso, — è un indizio certo di sicurezza e di felicità
interiore, perchè un’anima fiacca e malinconica fa il contrappelo al
suo cilindro nel primo uscio, in cui scantoni. Quale sarà la ragione di
questo fenomeno?
«La investigai.
«Mancando al Nostro qualsiasi supremazia esterna, egli si è
cristallizzato poco per volta nel suo sè un sentimento di supremazia
interna, per cui giunse a dire sul serio ad una allieva infermiera, che
egli non si credeva inferiore ad Alessandro Magno.
«Il continuo esercizio di questo sentimento gli fece ammucchiare
giorno per giorno un tesoro di prodigiosa imbecillità, che basterebbe a
rendere felici quattordici generazioni di Accademici delle Scienze, non
che un solo dottorino. Eccone due soli esempi:
«Il dottorino Z. l’altro giorno ricevette il diploma di _Italiano
benemerito_ della Società Neo-latina sotto la presidenza onoraria del
Principe Ereditario, con medaglia d’oro e mediante pagamento immediato
di lire ventisei.
«Ebbene egli, l’antico scettico, lo ha accettato, mandando senza
dilazione al Gran Maestro Creatore del nuovo ordine di iniziativa
privata il desiderato vaglia postale di lire ventisei, e non solo ha
fatto questo, ma scrivendo ad un mercante di campagna aggiunse alla
sua firma con la litania degli altri titoli anche quello di _membro
Italiano Benemerito della Società Neo-latina_ dimostrando l’evidente
pretesa, che il campagnuolo rispondendogli riproducesse tutto quel
carnevale di titoli sulla soprascritta.
«Un’altra più marchiana. — Ieri il dottorino Z. seminò in un vaso di
fiori un pizzico di seme bachi da seta, presumendo, che avrebbero a
spuntar come il trifoglio o il prezzemolo per la sola ragione che li
seminava lui.
«Si teme che quest’eccesso di felicità lo abbia a far tradurre
prestissimo al Manicomio Provinciale, locchè sarebbe per chicchessia la
massima delle felicità terrene.»
——
«Insomma, ricapitolando, senza una capitale presunzione non si dà
felicità a questo mondo, ed essa si può un’altra volta definire
con una piccola variante: — La felicità è la supposta _privativa_
della infallibilità personale per parte della cocciutaggine, della
imbecillità, e meglio della pazzia umana.
«Un immenso proverbio aveva già detto: — _chi si contenta, gode_.»
——
«Mi pare cosa certa, che oramai l’Arte si muta in mestiere, e l’Artista
in artigiano.
«Nessuna persona ammodo ha il coraggio di leggere un libro che abbia
fatto furore dieci anni fa, come niuna signora elegante ha il coraggio
di mettersi in testa un cappellino, che sia stato di moda dieci anni
prima.
«Si estendono agli artisti le regole degli artigiani, e prima di tutte
quella di non fare nulla che possa eccedere le facoltà estetiche ed
intellettuali, che sono normalmente comuni a tutti i _travetti_,
a tutte le maestre elementari, a tutti i parrucchieri, a tutti i
lavapiatti e a tutti gli _assidui_ dei giornali politici.
«Insomma si dà come principale norma dell’Arte la _misura_, la quale
fino a ieri è stata soltanto la norma dei sarti, dei calzolai e dei
falegnami.
«Secondo me invece la principale norma dell’Arte non è già la _misura_,
ma la _smisuratezza_.
«Per me il genio del vero artista è una specie di pazzo furioso, che dà
delle enormi capate in cielo e ne stacca stelle e procelle a illuminare
o interrorire la terra.
«Così mi è parso leggendo la Bibbia, Omero, Dante e Shakspeare.
«E la scienza del professore Lombroso è d’accordo con me nel GENIO E
FOLLIA!»