Mamma.... Amorosa.... Nuovo cibo.... Nuovo sangue.... Che cosa mancava
ancora a Pinotto?
Le nuove idee e il nuovo sangue gli fecero ribollire più potentemente
nella testa l’immagine dell’arte.
Egli si ricordò dell’immensità di libri da lui letti, studiati e
venduti, dei suoi manoscritti distrutti, di cui però non aveva perduto
dentro di sè neppure una sola goccia di sostanza, perchè si sentiva
ancora lui, tutto lui, più forte di prima e più capace di rifondere le
sue statue e inchiodarle eternamente sopra un piedestallo di porfido.
Un giorno alla finestra parve che gli passassero sotto le narici
tutti i profumi di Villa Pamphili e di Villa Borghese; e gli venne
nel cervello un nome, il nome di un villaggio, che era pure il nome
patronimico di una famiglia, e doveva essere il soggetto di un suo
nuovo prossimo racconto.
— VOLAR DI FIORI.... Due sposini, il conte e la contessina _Volar
di fiori_ sopra un balcone, davanti a un giardino all’italiana del
settecento.... Belli, belli, quali i pittori dipingono sè stessi e
le loro amanti, quando vogliono dipingersi per prototipi di bellezza
in costume di feudatari.... buoni, buoni, e tanto più preziosamente
buoni, quanto era più facile l’essere cattivi per i nobili dei secolo
passato....
I fiori del giardino erano giunti all’ultima loro splendidezza,
all’ultima loro prosperità: loro più non rimaneva altro a fare, che
dar luogo ai frutti.... — Venne una folata di vento nel giardino.... —
Spicca, ramassa, fa turbinare le teste dei fiori....
— _Volar di fiori!_ si dicono soavemente il contino e la contessina
guardandosi negli occhi.
Bisogna descrivere il volo dei fiori, l’incrociarsi dei loro colori
e dei loro profumi per l’aria, come una gazzarra d’amore celeste
e combinare i fiori con i bisbigli e coi baci dei nobili sposi
tortoreggianti.... profilare per il ritratto della contessina,
profilare in rosa, in oro e in perle la signorina del notajo.... —
Ma non solo parole e descrizioni.... Idee! Idee!... Far presagire da
quei bellissimi e felicissimi sposini l’ottantanove, i nuovi destini
della plebe, la necessità di una nuova religione.... Baci.... fiori....
amori.... Volar di fiori.... —
Durante questa concezione letteraria, Pinotto si sentì colare in seno
tanto dolce di miele da disgradarne le labbra di Galatea; si sentì
capace di innamorare e far svenire di soavità tutti i ciclopi d’Italia;
e ad un tempo si sentì addosso una forza da Sansone, per far rinculare
di ottanta passi tutti i letterati del secolo.
Si mise al tavolino con la febbre di scrivere le più raggianti cose che
si siano mai scritte.
Scrisse, scrisse, si levò in piedi, e riscrisse; e tanto si inebbriò
nel suo soggetto, che non fu più lui; ebbe un ineffabile prudore e
languore nel cuore e nel cervello; vide luccicare le idee, come gemme
e come spade sulla testa, e volargli i fiori a mille a mille intorno
alla fronte, piccargli contro al petto, e dargli solletichi strazianti,
abbattimenti di gioia e tutto inghirlandarlo figlio, amante e poeta.
L’usciere rientrando in casa trovò il suo ospite con il volto così
trasumanato, che egli, dopo avere aperto la bocca, non osò dirgli più
nulla.
Non c’era che dire: dallo scrivere _Volar di fiori_ al discorrere con
l’usciere era un bel cascare dalla poesia alla prosa. Eppure Pinotto
si trovò così buono nello sfogo del suo Bello, che, appena visto
l’amico, mise frettolosamente l’impagliatura di una scranna sopra
il suo manoscritto e poi corse a girare le braccia intorno al collo
dell’usciere.
Questi allora incoraggiato parlò: — Volevo dire.... Non si offenda
sa.... Io mi sono permesso, perchè sapeva che, Ella desiderava un
impiego, mi sono permesso, di parlare per lei al mio capo-sezione,
cognato della cugina del mio colonnello.
— Ebbene? domandò con affannoso desiderio Pinotto.
— È contento Lei? Sia lodato Iddio! Le ho ottenuto un posto da
scrivano nelle Ipoteche con settanta lire al mese.... Può incominciare
domani.... Lo accompagnerò io....
— Grazie! Grazie! Gioja! Gioja! — Esclamò Pinotto prendendo l’usciere
per le mani e forzandolo a far un mezzo giro di monferrina.
Il Capitano baciò il suo protetto, e quel corifeo di Fido gli saltò
sulle spalle.
Sfogato il primo impeto, Pinotto ripercosse le mani insieme dicendo:
— Adesso, Capitano! Capitanò!...
— Ebbene, che cosa?
— Senta, senta, se non sono indiscreto. Abbia ancora la bontà di
farmi l’anticipazione di un’altra lira sul mio futuro stipendio....
Veda, veda! desidero ardentemente di comperarmi una cravatta, una
famosa cravatta, con cui ho fatto all’amore tutta questa mattina sul
Corso. Questa mi otterrà di colpo una promozione, appena mi presenterò
all’ufficio.
— Ma subito! Subito! S’immagini! Ecco.... Ecco mia gioja! —
Ma invece di pensare neppure a comperarsi la cravatta, Pinotto trottò
lesto all’ufficio telegrafico dove spedì il seguente telegrammino alla
mamma: — _Ottenuto impiego, finalmente! settanta lire mese. Evviva! tu,
Carolina, quanto contente! Lavoro._
Così entrato nelle Ipoteche con le più belle fantasie nella testa,
egli si mise a sgobbare altresì materialmente come un martire. Quando
era al banco, lo si vedeva girare qua e là con gli occhi che sembrava
volassero in cerca di pubblico da servire.... Poi su e giù per le scale
e per le scalette con enormi libracci sulle spalle.
Quei libracci, come si può immaginare, costituivano il vero carico
di un pover’uomo. Allorchè egli doveva toglierne tre o quattro dagli
scaffali o riporveli, metteva in mostra la più farraginosa disinvoltura
travettiana. Alzava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la
compressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero in terra
ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fossero state quelle del
prossimo! Certe volte pareva addirittura inchiodato come una bestia da
macello a quegli assi della scansia.
Appena uscito poi dall’ufficio, si metteva intorno al suo _Volar di
fiori_ e vi spendeva sopra molte ore della notte.
Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!... Che cosa mancava
tuttavia a Pinotto?
Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli mancava
l’assicurazione dell’amore e del soccorso materno.
Dopo aver aspettato indarno per una settimana la risposta della
signora Placida, il poveretto cominciava a ritornare di cattivo umore,
dubbioso, quando il Capitano gli si fece innanzi con cera allegra e
promettente.
— Ecco per lei!
E gli presentò due lettere: l’una con la soprascritta in caratteri
grossi e piatti del secolo passato, e l’altra con un bel corsivo
minutino e moderno.
Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua mamma.
Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammaticature e la più
grottesca ortografia, che l’avrebbero resa poco intelligibile al
pubblico; essa diceva:
«_Signor, signor figlio_,
«Dopo tutto quello, che hai fatto anche ultimamente, mi stupisco forte,
che tu abbia ancora avuto l’ardire di indirizzarti a una tua madre. Ah!
ci vuole un bel coraggio! Mangiar tutto, vendere tutto!
«Io l’ho subito detto, e poi me lo ha ripetuto anche il teologo, che
sarei pazza da legare se ti ascoltassi ancora. Ti ho già ascoltato fin
troppo per il passato, e pur troppo è stata la rovina tua e la mia.
«Adesso io ne ho appena abbastanza per andare innanzi con Carolina
onoratamente.... Invece tu mi sembra, che tu abbia ancora buon tempo
e delle storie per la testa. Dovresti tu aiutarmi nella vecchiaia
e non pretendere il contrario... Basta, basta, caro figlio; se tu
avessi avuto un po’ più di Religione non ti sarebbero capitate tante
disgrazie. Questo solo posso risponderti, di essere una volta bravo
e di andare sempre in chiesa a fare le tue devozioni da cristiano
battezzato. Ecco ciò che ti è capitato a voler disobbedire i Santi
Comandamenti di Dio e della Chiesa, e a stare a quello che dicevano
quei scellerati garibaldini, tuoi amici, e anche a scaldarti sempre la
testa con i romanzi che lo inferno li abbruciasse tutti una volta!
«Ah, caro figlio, mi raccomando tanto e poi tanto, va subito dentro
una chiesa a domandare perdono nel confessionale delle tue mancanze.
Io farò quantum possio per ottenere dalla Madonna la tua grazia.
Anderò a sentire una messa per te alla Consolata, e farò anche venire
la Carolina. Pregheremo con fervore la Madonna per la tua conversione
dei peccatori. Faremo magari accendere una candela dinanzi all’altare
maggiore in onore del Santissimo Esposto, acciocchè voglia toccarti più
facilmente il cuore.
«Guarda, Pinotto, guarda la bontà, che hanno ancora per te tua madre e
tua sorella, dopo tutto il male che hai fatto loro...
«Del resto noi due non possiamo fare mica di più, povere meschine che
siamo per causa tua! Quindi aggiustati da te, come meglio saprai o
potrai, soprattutto domandando perdono di cuore a Dio delle tue colpe e
accostandoti con frequenza ai Santi Sacramenti.
«Ti saluto, ti saluto, anche per parte della Carolina che adesso fa il
pastone dei Canarini.
«Addio, addio! Ai cagnetti non ho detto niente del tutto. Addio, addio.
Credimi, sono e mi chiamo tua affezionatissima madre, signora signora
Placida.
«_Vedova_ PANETIO _nata_ RHOCCIA»
«_N. B._ Ricevuto, appena dopo vergata presente, tuo dispaccio impiego.
«Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro nel telegrafo.
«Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi dà quasi fastidio.
Guarda, guardati sopratutto, come dice anche il teologo, che non sia
poi un impiego del Governo scomunicato e usurpatore in Roma della
Santa Sede di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia
che è sempre stata cristiana e non fare portar pena all’anima di tuo
padre, che è morto in seno alla nostra Sacrosanta Religione e non già
_sine crux e sine lux_, come le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto
far niente e digiunare in orazione piuttosto che servire un governo
ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella Cattolica di
Domenica. Guardati, guardati ben bene. — Questo è un vero consiglio da
madre, per salvarti. Sono, sono di nuovo tua affezionatissima madre,
Placida.»