politici lo stato spaventoso di corruzione, di opportunismo e di comodo
scetticismo affaristico nel quale è caduto a poco a poco il
parlamentarismo italiano, noi, poeti ed artisti, che soli abbiamo
conservato -- per quella che io chiamerei una assoluta mancanza di
mercato rimunerativo -- la fiamma di un disinteresse assoluto, sotto la
luce acciecante di un ideale di bellezza irraggiungibile, -- noi che
scriviamo versi, dipingiamo quadri, componiamo musiche, senza speranza
di guadagno sufficiente, non abbiamo forse, noi, il diritto d'insegnare
il disinteresse? E perchè non dovrebbe dunque essere permesso, a noi, di
scacciare i mercanti dal tempio e di offrire i nostri muscoli e i nostri
cuori all'Italia, in nome dell'arte?
Ci credete forse incapaci di praticità politica, per eccesso di
fantasia? Certo non potremo, malgrado tutte le nostre leggerezze
artistiche, far peggio dei nostri predecessori. Del resto, noi ci
crediamo attesi dalla storia. Avrete senza dubbio notato, nello
svolgersi degli avvenimenti umani, che ad un periodo di violenza
idealistica e generosa succede sempre un periodo di mercantilismo
egoistico ed avaro, come quello che attraversiamo.
Ora, noi vogliamo risuscitare lo sforzo passionale e temerario della
razza che seppe realizzare l'indipendenza italiana, e faremo ciò senza
l'eccitante alcool delle bandiere spiegate e delle rosse fanfare, noi,
poeti ed artisti; senza ricorrere a nuovi sistemi politici, e solo
spargendo il fuoco di un entusiasmo inestinguibile in questa Italia che
non deve cadere nelle mani di scettici e d'ironici, solo elettrizzando
di un coraggio accanito questa Italia che appartiene ai combattenti!
Voi mi direte, seguendo gl'insegnamenti di Giorgio Sorel, che nulla è
più pericoloso degli intellettuali per gl'interessi del proletariato
rivoluzionario. Ed avrete ragione, poichè oggi intellettualità e cultura
sono sinonimi di rapacità egoistica e di oscurantismo retrogrado.
Ma noi artisti non siamo i così detti intellettuali. Siamo soprattutto
dei cuori palpitanti, dei fasci di nervi in vibrazione, degli istintivi,
degli esseri governati solo dalla divina, ubbriacante intuizione, e
crediamo di essere, o siamo, tutti accesi del così detto fuoco sacro.
Abbiamo attraversato, senza fermarci, le catacombe dell'erudizione
pedantesca; sappiamo quel tanto che basta per camminare, senza
inciampare, e non inciamperemmo mai, anche se fossimo meno colti, poichè
siamo dotati del sicuro fiuto della gioventù.
Alla gioventù noi accordiamo tutti i diritti e tutte le autorità, che
neghiamo e vogliamo strappare brutalmente ai vecchi, ai moribondi ed ai
morti.
Il Futurismo proclama così il necessario intervento degli artisti nelle
cose pubbliche, _per fare finalmente del governo_ un'arte
disinteressata, al posto di quello che è ora una pedantesca scienza del
furto.
Ma vi sento già mormorare della nostra inesperienza tecnica. Eh! via!...
non dimenticate che la razza italiana non sa produrre, in realtà, che
dei grandi artisti e dei grandi poeti, ai quali certo non può essere
impossibile l'istruirsi rapidamente, in pochi mesi d'osservazione, della
meccanica parlamentare.
Io credo che il parlamentarismo, istituzione politica fallace e caduca,
sia destinata fatalmente a perire. Io credo, che la politica italiana
vedrà inevitabilmente precipitare la sua agonia, se non si piegherà a
sostituire degli artisti -- ingegni creatori -- alla classe degli
avvocati -- ingegni dissolventi e palliativi -- che l'hanno
monopolizzato fino ad ora, manifestandovi oltre misura la loro funzione
specifica, che consiste nello sfruttar bene e nel vendere il loro
cervello e la loro parola.
Quindi, è specialmente dallo spirito avvocatesco, che noi vogliamo
liberare la vita politica italiana. Ed è perciò che noi combattiamo
energicamente gli avvocati del popolo, e in genere tutti
gl'intermediari, i mezzani, i mediatori, tutti i grandi cuochi della
felicità universale, particolarmente nemici di ogni violenza, ignobili
maestri di diplomazia bassa, che noi riputiamo dannosi ed ingombranti
nell'ascensione della maggiore libertà.
La loro presenza è diventata ormai goffa e ridicola in questa nostra
vita ferrea e convulsa, ebbra di una frenetica ambizione e sulla quale
giganteggia la nuova e tremenda divinità del pericolo.
Le forze oscure della Natura, prese nei lacci e nelle reti delle formole
chimiche e meccaniche, e così asservite all'uomo, si vendicano
terribilmente, balzandoci alla gola con la selvaggia irruenza dei cani
arrabbiati.
Ben lo sapete, voi, operai degli arsenali, fuochisti dei transatlantici,
marinai dei sottomarini, operai delle acciaierie e dei gasometri!
Mi sembra inutile dimostrarvi qui come, per lo sviluppo fulmineo della
scienza, per la prodigiosa conquista delle velocità terrestri ed aeree,
la vita essendo diventata sempre più tragica, e l'ideale di una serenità
georgica essendo ormai definitivamente tramontato, convenga oggi che il
cuore dell'uomo si famigliarizzi sempre più col pericolo immanente, per
modo che le generazioni future possano essere ringagliardite da un vero
amore di questo pericolo.
Il progresso umano esige sempre più delle anime da giocatori d'azzardo,
dei fiuti da segugi, delle intuizioni temerarie da aviatori, delle
sensibilità medianiche, delle divinazioni da poeta.
La complessità psichica del mondo è singolarmente aumentata per
l'accumularsi delle esperienze fornite dalla storia, per la corrosione
continua e il controllo eccitante che la stampa va operando.
La febbrilità e l'instabilità delle razze sono divenute tali da
sconvolgere ogni calcolo di probabilità storica.
Potrei anche parlarvi del logorio che hanno subìto tutte le vecchie
formole sintetiche che influenzavano il movimento dei popoli, tutte le
ricette e le panacee di sicura e immediata felicità.
È ormai profonda in noi la convinzione che tutto si complica, che ogni
semplificazione ideologica, dimostrativa o amministrativa è illusoria, e
che _l'ordine assoluto in materia politica_ o sociale è assurdo.
Siamo giunti alla necessità di accettare in noi e fuori di noi la
_convivenza degli elementi più contradittorî_.
Il popolo non potrà per nessuna forza, per nessuna volontà, rinunciare
mai alle sue libertà conquistate. Rinunciarvi, sarebbe come volersi
servire della diligenza, ora che le reti ferroviarie hanno rimpicciolito
e offerto il mondo ad ogni singolo cittadino, come un giocattolo da
palleggiare e da osservare.
Queste libertà individuali, che ingigantiscono nel loro sviluppo verso
una possibile e desiderabile anarchia, debbono coesistere con un
principio di autorità. Questo, per meglio salvaguardare le singole
libertà, tende a distruggerle.
Vi è dunque una convivenza ed insieme una lotta salutare di principî
ostili, come fra i diversi elementi che compongono il sangue dell'uomo.
Cosicchè l'Italia dovrà sempre più attivare in sè il doppio fervore di
una possibile rivoluzione proletaria e di una possibile guerra.
Tra il popolo, sinonimo di libertà crescente, e il governo, sinonimo di
autorità decrescente, corrono in certo modo i rapporti, amichevoli e
antagonistici insieme, che corrono tra il proprietario e gl'inquilini di
una casa.
Vi è infatti qualche cosa di simile tra una rivoluzione contro un
governo colpevole di tirannide o d'incapacità, e il brusco trasloco di
un inquilino, quando il suo padrone di casa rifiuta di fare le
riparazioni necessarie contro le invasioni della pioggia, del vento e
del fulmine, o quando egli non seppe difendere i proprî inquilini dai
ladri notturni.
In quest'ultimo caso, come l'inquilino scinde il contratto, così il
popolo fa la rivoluzione.
Bisogna che ogni italiano concepisca nettamente il fondersi di queste
due idee: rivoluzione e guerra, distruggendo la stupida rettorica
paurosa che le avvolge di orrore, esaltando in sè e fuori di sè l'idea
di lotta e il disprezzo della vita, che solo può sublimare l'uomo, dando
il massimo splendore e il massimo valore ad ogni attimo vissuto.
Io credo infatti che non importasse salvare la vita di Francisco Ferrer,
chiusa da una veglia e da una morte eroiche, che hanno generato la
volontà liberatrice di Canalejas, -- mentre era necessario impedire ad
ogni costo un nuovo trionfo dell'oscurantismo clericale.
Disgraziatamente, la scuola, inquinata dalla morale cristiana, che esige
lo stupido perdono delle offese, degenerato in vigliaccheria
sistematica, lavora assiduamente alla evirazione della razza.
Null'altro s'insegna oggi in Italia, se non l'obbedienza supina, e la
paura davanti al dolore fisico, e questo avviene con la tremante
collaborazione delle madri italiane, le quali certo non son fatte per
preparare dei soldati, nè dei rivoluzionari.
Noi futuristi esaltiamo dovunque, con la parola e con l'esempio, la
necessità di un'attivissima propaganda di coraggio personale.
Vogliamo che uno spirito di rivolta e di guerra circoli come un sangue
impetuoso nella gioventù italiana.
La nazione, che ha origine violenta, non può che essere rafforzata da
questa doppia circolazione irruente di sangue che mantenendo
l'elasticità delle arterie amministratrici, rinvigorisce il senso di
responsabilità nella testa e nei centri governativi.
Noi crediamo ormai infantile quel concetto dell'evoluzione rotativa
storica per la quale, secondo il sogno di molti imperialisti miopi, si
dovrebbe fatalmente ritornare a una forma di governo tirannico e ad una
supina schiavitù popolare.
Ci raffiguriamo invece l'evoluzione futura dell'umanità come il
movimento oscillante ed irregolare di una di quelle pittoresche ruote di
legno munite di secchielli e mosse da un quadrupede bendato, che, in
Oriente, estraggono l'acqua per l'irrigazione degli orti.
Per la costruzione primitiva della ruota e dei secchielli, l'acqua
estratta è mista con della sabbia, la quale, riversandosi anch'essa,
alza di continuo il livello del suolo circostante, di maniera che il
congegno stesso deve essere di continuo e sempre più innalzato.
Vi sarà sempre, nel rivolgersi della storia, insieme con la monotona
acqua degli avvenimenti una sempre crescente sabbia fine di libertà.
Gl'imperialisti sembrano ignorare, per esempio, la novità assoluta e
l'importanza eccezionale di quello che a me sembra l'avvenimento più
importante di questi ultimi cent'anni: voglio dire la libertà di
sciopero, conquistata meccanicamente dal proletariato; libertà tanto più
forte inquantochè non riconosciuta dalla legge; libertà che nessun
Napoleone potrebbe abolire.
Questa libertà non è che un risultato logico ma inaspettato della già
lontana Rivoluzione francese, la quale, come tutte le rivoluzioni
registrate dalla storia, produsse effetti lentamente fecondatori
paragonabili a quelli delle periodiche inondazioni del Nilo.
L'autorità dello stato non può più essere concepita come un freno alle
aspirazioni libertarie del popolo. Noi crediamo invece che lo spirito
rivoluzionario del popolo debba frenare -- o meglio -- corrodere
lentamente l'autorità dello stato e il suo spirito conservatore, indizio
di vecchiezza e di paralisi progressiva.
Rammentatevi della celebre frase di Clemenceau: «Io sono il primo
Poliziotto di Francia». Con questa espressione che sembrò un motto di
spirito, il grande ministro espresse esattamente la necessità che
costringe i socialisti -- spinti al potere dalla forza ascensionale del
proletariato, quali esponenti e difensori della libertà -- a
trasformarsi immediatamente in ferocissimi reazionari.
Un dilemma infatti si presenta a costoro: o diventare un coperchio
pesantissimo e soffocante sul ribollire della caldaia popolare, o
prestarsi ad essere lanciati via dalla traboccante veemenza di questa
furia accesa.
È sottinteso, nondimeno che simili coperchi non possono resistere a
lungo. I radico-socialisti Clemenceau e Briand, divenuti i poliziotti
barcollanti e feroci del movimento rivoluzionario francese dànno una
nuova prova della convivenza tumultuosa di quegli elementi contradittorî
di cui vi ho già parlato.
Da tutto ciò, è ovvio concludere che la violenza è oggidì divenuta la
miglior condizione di vera salute per un popolo. L'ordine, il pacifismo,
la moderazione, lo spirito diplomatico e riformista, non ne sono forse
l'arteriosclerosi, la vecchiaia e la morte?
È soltanto con la violenza, che si può ricondurre l'idea di giustizia,
ormai sciupata, non a quella fatale che consiste nel diritto del più
forte, ma a quella igienica, sana, che consiste nel diritto del più
coraggioso, e del più disinteressato, cioè all'eroismo.
Partendo da questo principio, io posso soddisfare subito quelli fra voi
che più sono assillati dal desiderio o dal bisogno di una precisione
dogmatica, collo stabilire che _il bene_ è per noi, tutto ciò che
accresce e sviluppa le attività fisiche, intellettuali e istintive
dell'uomo, spingendolo al suo massimo splendore, mentre _il male_ è
tutto ciò che diminuisce e interrompe lo svilupparsi di queste attività.
Come il pacifismo e la paura della guerra hanno creata la nostra
dolorosa schiavitù politica, così l'orrore della violenza hanno fatto
del cittadino italiano un fantoccio ridicolo, malmenato dagli
azzeccagarbugli, che risponde a un ceffone con una querela o con un
ricatto.
E qui tocchiamo uno di quei facili conflitti fra l'autorità ordinatrice
e la libertà individuale, la quale deve sempre finire col vincere, per
la legge ascensionale verso l'anarchia, che governa l'umanità.
Il principio delle sanzioni giuridiche in materia di offese personali
distrugge il senso importantissimo della dignità fisiologica,
intimamente legata a quella psichica, e canalizza tutte le attività
umane verso l'astuzia sfruttatrice, l'usura, la taccagneria e la
divinità tirannica del denaro.
Siamo ricaduti così, per altra via, nello stagno della vita nostra
italiana, le cui rive sono custodite dagli sterpi intricati delle leggi
poliziesche e dalle siepi burocratiche, destinate soltanto a stancare e
a dilaniare ogni istinto profondamente umano e ogni legittima
ribellione.
Per giungere a questo agognato rinnovamento sociale e politico del
nostro Paese, noi dobbiamo forzatamente vincere degli ostacoli, i quali,
a prima vista, sembrano insormontabili, poichè li portiamo in noi stessi
sotto forma di elementi caratteristici della nostra razza.
Voglio parlare del _personalismo_, dell'_utilitarismo clericale_, della
_ipersensualità_ e dell'_ironia_ mordace e demolitrice.
Chiamo _personalismo_ quell'abitudine intellettuale che consiste nel
sottomettere qualsiasi giudizio a delle considerazioni, a delle simpatie
o a delle antipatie assolutamente personali. -- Chiamo personalismo
l'indifferenza, o meglio il disprezzo che ogni italiano nutre per le
pure idee, combattendole soltanto quando siano sostenute da un nemico,
amandole soltanto quando siano sostenute da un amico.
Bisogna combattere questo vizio gravissimo, anzitutto trasformando il
nostro mefitico sistema scolastico, inteso solo a premiare la bassa
cortigianeria degli allievi sgobboni ed imbecilli, che, leccando
quotidianamente la vanità di un professore finiscono coll'assorbirne la
tronfia e dogmatica imbecillità.
Noi futuristi, che accordiamo ai giovani tutti i diritti e tutte le
autorità, vorremmo che nelle scuole fossero invece incoraggiati e
premiati quegli studenti che manifestano fin dai primi anni, di avere
delle idee personali e una maniera spiccata di giudicare uomini e libri.
La libera intuizione, cioè la facoltà di avere e di creare delle idee
nuove: ecco ciò che noi vogliamo esaltare! Ed è per questo, che noi
proscriviamo dalla scuola il prete, il quale, non potendo più oggi
preparare delle fedi nell'assenza di un vero sentimento religioso, si
accontenta di rammollire e di abbassare le anime, creando quel fenomeno
di _utilitarismo cretino e pauroso_ che si chiama il Clericalismo.
Italiani! Conviene intensificare ed accendere ovunque una guerra
accanita contro il clericalismo, partito politico, che non basandosi
ormai più sul sentimento mistico e pure avendo ormai perso l'obbiettivo
del potere temporale minaccia, nei nostri figli, la nostra grandezza
futura.
Utilitarismo pretino, paura quietista: ecco il brago in cui la nostra
razza si avvoltola, coprendosi del fango dell'accidia e
dell'_ipersensualismo_.
Quest'altro vizio italiano, anzi latino, si manifesta in mille modi, ed
anzitutto nella tirannia dell'amore, che falcia le energie degli uomini
di azione, nell'ossessione della conquista femminile, nell'ideale
romantico della fedeltà e nella tendenza immonda alla più fatale e
snervante lussuria.
Questa nefasta tendenza deve essere contrastata, nella scuola e fuori,
mediante un continuo e sapiente sviluppo degli _sports_ violenti, della
scherma, del nuoto, e particolarmente della ginnastica. Questa deve
essere liberata dall'antico acrobatismo e dalla gesticolazione di
parata: una ginnastica razionale, atta ad amplificare il torace, a
dilatare i polmoni, a liberare il cuore, a contenere gli intestini, la
riattivare la circolazione del sangue, ad aumentare l'ematosi, a
fortificare i legamenti articolari, e a tonificare i muscoli, per la
formazione di un corpo d'uomo bello, svelto, forte e resistente, che
sappia pensare, volere ed atterrare uomini, idee e cose con uguale
disinvoltura.
Noi futuristi, convinti dell'influenza che l'Arte esercita su tutte le
attività di un popolo, vogliamo purificarla dal sentimentalismo, dalla
erotomania d'annunziana e dal dongiovanismo, creando un'arte che
glorifichi la forza e la libertà individuale, le vittorie della scienza
e il dominio crescente delle forze oscure della natura.
Sappiamo infatti che il romanticismo voluttuoso esagera l'importanza
dell'amore nella vita nostra.
La donna italiana, madre dolcissima, ma coltivatrice di viltà nei propri
figli, quando non sia semplicemente dominata dal prete o dal desiderio
assiduo di un lusso sfarzoso -- diventa un nemico quasi invincibile e
una barriera insormontabile, in tutte le grandi fiammate guerresche o
rivoluzionarie.
Il nostro ipersensualismo genera non solo questa esagerata importanza
della donna unicamente voluttuaria e ingombrante, ma anche ciò che ne è
una conseguenza: la mania del lusso appariscente e delle grandi
agiatezze domestiche.
Ahimè! talvolta basta la preoccupazione di un buon pranzo, o di un
cappello piumato per la signora, o di un bel tappeto da fare ammirare
agl'invitati, talvolta basta -- dicevo -- una preoccupazione di questo
genere, a far deviare un uomo politico italiano dalla sua rotta
disinteressata, o a troncare un programma di eroismo e di sacrificio.
Abbiamo visto recentemente, con nostro grande dolore, uomini dagl'ideali
altissimi e violenti subire a tal punto la snervante atmosfera di
serenità coniugale, da rinunciare totalmente a qualsiasi audacia
direttiva, per sprofondarsi scetticamente in una comoda poltrona --
coltissimi fra i troppo amati, inutili ed amici libri -- ed accogliere
il nostro irrompere entusiastico col sorriso della più facile e
scoraggiante ironia demolitrice.
Questa facile e scoraggiante ironia demolitrice, ecco il quarto vizio
grave, profondamente italiano, dal quale deriva un disastroso
misoneismo, opposto ad ogni arditezza, ad ogni sano ottimismo
eccitatore; ecco il veleno tragico e gaio che inquina purtroppo la parte
migliore d'Italia, voglio dire le popolazioni meridionali, le più ricche
d'immaginazione costruttrice e di divinazione geniale.
È questa ironia, fatta di epicureismo, di spirito caustico, e di
spensieratezza, che in un tramonto color di fucina, 12 anni or sono,
davanti al Cimitero monumentale di Milano, cadenzava stupidamente, con
un ritmo allegro di baldoria e di danza il ritorno di una massa
rivoluzionaria che aveva accompagnata la bara sinistra di un operaio
ucciso in un grave conflitto con le truppe.
Aveva seguito anch'io quella nera marea umana, schiumosa di faccie
livide, su cui sobbalzava, come un funebre canotto, la bara, che i
portatori curvi rendevano stranamente gambuta.
Sopra, si gonfiavano delle bandiere rosse, col movimento acceso e il
respiro di altrettanti mantici enormi.
Fiamme di torce, come stracci di miseria sanguinante, oratori riformisti
chini con la fiòcina per infilzare il viscido polpo del mezzo-termine;
discorsi di una stomachevole moderazione, tali da far cadere per la noia
le stelle e pel disgusto la luna, come un fulgido sputacchio!
Che schifo! Eravamo sommersi da un diluvio di consigli stupidamente
paterni, ed era ben giusto che dopo una simile immonda commedia, la
folla se ne ritornasse in città, verso il desinare, con ritmo di danza,
cantando l'inno dei lavoratori, per accompagnare un secondo feretro: non
più quello di un operaio ucciso, ma quello della Rivoluzione!
Ironia! Ironia! Vecchia ironia italiana!... Ecco la nostra nemica, da
distruggere, da calpestare, a forza di entusiasmo, a forza di temerità,
a forza di ottimismo, anche artificiali!
Operai! Guardatevi dall'ironia scettica ed egoista, vi liquefa il cuore
nel giorno della giusta sommossa, e crea in voi quel vergognoso fenomeno
che è il _pànico dello squillo_!
Quante volte, nei dieci anni di vita milanese che io ho condotto
studiando quotidianamente il flusso e riflusso del socialismo italiano,
leggendo attentamente ogni comizio come il più interessante e doloroso
dei libri, quante volte ho arrossito, come italiano... ve lo ripeto:
_come italiano_, al vedere delle ingenti masse operaie, agitate dalle
più legittime rivendicazioni e da un magnifico desiderio di maggior
libertà, delle ingenti masse di popolo, dico, prese fulmineamente dal
più insensato spavento collettivo, al risuonare delle quattro note
insolenti dello squillo poliziesco!
Una mandra in fuga... Dorsi curvi e folli, gambe levate, davanti al
trotto sgangherato di una cavalleria incapace di correre sul selciato.
Naturalmente, gli oratori che riformisticamente avevano tinto di rosa,
non di rosso, la folla, erano spariti... Dove e perchè? Senza dubbio per
qualche loro improvvisa rivoluzione intestinale!...
Ma una rossa visione mi si affaccia alla mente: una visione che conforta
il mio sangue futurista...
Vedo un crepuscolo fumoso di capitale, su una strada viscida di pioggia
e già chiazzata e febbricitante di riflessi...
Nella grande rete dei fili tramviari e telefonici, mille luci arrabbiate
azzannano la polpa dell'ombra!... Pallore famelico delle case!... Oscuri
profili irritati!... Laggiù, nelle vie laterali, ove furono fracassati
tutti i lampioni, tenebre, tenebre massiccie, rotolate giù da chi sa
qual cielo distrutto!...
Ad uno sbocco di via, una folla compatta, nerissima...
È formata, quella folla, dalle vostre donne e dai vostri figli: braccia
intrecciate di notturna foresta africana; tutti incastrati l'uno fra gli
altri come i mattoni di una muraglia!
Voi, uomini, vi schiererete davanti alle vostre donne, in quella tragica
jungla di pietra e di ferro, sotto i rotondi frutti elettrici, esplosi,
lattescenti, bianchissimi, e caricherete tranquillamente le vostre
carabine, per le belve poliziesche.
Risuoneranno allora, improvvise e beffarde, le note dello squillo,
funebre rasoiata attraverso la gola muta del silenzio...
Ed ecco il comando urlato: «_Avanti!_».
Ma sento anche uno sghignazzamento formidabile rispondere a quello
squillo, e la folla, pietrificata dal coraggio, gridare: «Gli italiani
non fuggono! Pel sublime amor del pericolo, accettiamo una lotta
sanguinosa sotto le stelle fulgidissime d'Italia, che c'impongono di non
indietreggiare!...».
Vedo un immane groviglio rosso: la mischia furibonda dei cavalli
impennati, sotto un rovescio di tegole. Ben venga il macello!... Ce ne
rallegreremo insieme, operai italiani, se avremo sopravvissuto... Ce ne
rallegreremo, poichè null'altro sarà avvenuto; null'altro che un
salutare colpo di bisturì nel gigantesco foruncolo della paura e del
mediocrismo italiano!
Poichè, alla propaganda della vigliaccheria, noi opponiamo la propaganda
del coraggio e dell'eroismo quotidiano...
Poichè, all'attuale estetica di fango monetato noi opponiamo -- sia
pure, sia pure! -- una estetica di violenza e di sangue!
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