-- Dal momento che noi dobbiamo a parecchie generazioni di uomini

politici lo stato spaventoso di corruzione, di opportunismo e di comodo

scetticismo affaristico nel quale è caduto a poco a poco il

parlamentarismo italiano, noi, poeti ed artisti, che soli abbiamo

conservato -- per quella che io chiamerei una assoluta mancanza di

mercato rimunerativo -- la fiamma di un disinteresse assoluto, sotto la

luce acciecante di un ideale di bellezza irraggiungibile, -- noi che

scriviamo versi, dipingiamo quadri, componiamo musiche, senza speranza

di guadagno sufficiente, non abbiamo forse, noi, il diritto d'insegnare

il disinteresse? E perchè non dovrebbe dunque essere permesso, a noi, di

scacciare i mercanti dal tempio e di offrire i nostri muscoli e i nostri

cuori all'Italia, in nome dell'arte?

Ci credete forse incapaci di praticità politica, per eccesso di

fantasia? Certo non potremo, malgrado tutte le nostre leggerezze

artistiche, far peggio dei nostri predecessori. Del resto, noi ci

crediamo attesi dalla storia. Avrete senza dubbio notato, nello

svolgersi degli avvenimenti umani, che ad un periodo di violenza

idealistica e generosa succede sempre un periodo di mercantilismo

egoistico ed avaro, come quello che attraversiamo.

Ora, noi vogliamo risuscitare lo sforzo passionale e temerario della

razza che seppe realizzare l'indipendenza italiana, e faremo ciò senza

l'eccitante alcool delle bandiere spiegate e delle rosse fanfare, noi,

poeti ed artisti; senza ricorrere a nuovi sistemi politici, e solo

spargendo il fuoco di un entusiasmo inestinguibile in questa Italia che

non deve cadere nelle mani di scettici e d'ironici, solo elettrizzando

di un coraggio accanito questa Italia che appartiene ai combattenti!

Voi mi direte, seguendo gl'insegnamenti di Giorgio Sorel, che nulla è

più pericoloso degli intellettuali per gl'interessi del proletariato

rivoluzionario. Ed avrete ragione, poichè oggi intellettualità e cultura

sono sinonimi di rapacità egoistica e di oscurantismo retrogrado.

Ma noi artisti non siamo i così detti intellettuali. Siamo soprattutto

dei cuori palpitanti, dei fasci di nervi in vibrazione, degli istintivi,

degli esseri governati solo dalla divina, ubbriacante intuizione, e

crediamo di essere, o siamo, tutti accesi del così detto fuoco sacro.

Abbiamo attraversato, senza fermarci, le catacombe dell'erudizione

pedantesca; sappiamo quel tanto che basta per camminare, senza

inciampare, e non inciamperemmo mai, anche se fossimo meno colti, poichè

siamo dotati del sicuro fiuto della gioventù.

Alla gioventù noi accordiamo tutti i diritti e tutte le autorità, che

neghiamo e vogliamo strappare brutalmente ai vecchi, ai moribondi ed ai

morti.

Il Futurismo proclama così il necessario intervento degli artisti nelle

cose pubbliche, _per fare finalmente del governo_ un'arte

disinteressata, al posto di quello che è ora una pedantesca scienza del

furto.

Ma vi sento già mormorare della nostra inesperienza tecnica. Eh! via!...

non dimenticate che la razza italiana non sa produrre, in realtà, che

dei grandi artisti e dei grandi poeti, ai quali certo non può essere

impossibile l'istruirsi rapidamente, in pochi mesi d'osservazione, della

meccanica parlamentare.

Io credo che il parlamentarismo, istituzione politica fallace e caduca,

sia destinata fatalmente a perire. Io credo, che la politica italiana

vedrà inevitabilmente precipitare la sua agonia, se non si piegherà a

sostituire degli artisti -- ingegni creatori -- alla classe degli

avvocati -- ingegni dissolventi e palliativi -- che l'hanno

monopolizzato fino ad ora, manifestandovi oltre misura la loro funzione

specifica, che consiste nello sfruttar bene e nel vendere il loro

cervello e la loro parola.

Quindi, è specialmente dallo spirito avvocatesco, che noi vogliamo

liberare la vita politica italiana. Ed è perciò che noi combattiamo

energicamente gli avvocati del popolo, e in genere tutti

gl'intermediari, i mezzani, i mediatori, tutti i grandi cuochi della

felicità universale, particolarmente nemici di ogni violenza, ignobili

maestri di diplomazia bassa, che noi riputiamo dannosi ed ingombranti

nell'ascensione della maggiore libertà.

La loro presenza è diventata ormai goffa e ridicola in questa nostra

vita ferrea e convulsa, ebbra di una frenetica ambizione e sulla quale

giganteggia la nuova e tremenda divinità del pericolo.

Le forze oscure della Natura, prese nei lacci e nelle reti delle formole

chimiche e meccaniche, e così asservite all'uomo, si vendicano

terribilmente, balzandoci alla gola con la selvaggia irruenza dei cani

arrabbiati.

Ben lo sapete, voi, operai degli arsenali, fuochisti dei transatlantici,

marinai dei sottomarini, operai delle acciaierie e dei gasometri!

Mi sembra inutile dimostrarvi qui come, per lo sviluppo fulmineo della

scienza, per la prodigiosa conquista delle velocità terrestri ed aeree,

la vita essendo diventata sempre più tragica, e l'ideale di una serenità

georgica essendo ormai definitivamente tramontato, convenga oggi che il

cuore dell'uomo si famigliarizzi sempre più col pericolo immanente, per

modo che le generazioni future possano essere ringagliardite da un vero

amore di questo pericolo.

Il progresso umano esige sempre più delle anime da giocatori d'azzardo,

dei fiuti da segugi, delle intuizioni temerarie da aviatori, delle

sensibilità medianiche, delle divinazioni da poeta.

La complessità psichica del mondo è singolarmente aumentata per

l'accumularsi delle esperienze fornite dalla storia, per la corrosione

continua e il controllo eccitante che la stampa va operando.

La febbrilità e l'instabilità delle razze sono divenute tali da

sconvolgere ogni calcolo di probabilità storica.

Potrei anche parlarvi del logorio che hanno subìto tutte le vecchie

formole sintetiche che influenzavano il movimento dei popoli, tutte le

ricette e le panacee di sicura e immediata felicità.

È ormai profonda in noi la convinzione che tutto si complica, che ogni

semplificazione ideologica, dimostrativa o amministrativa è illusoria, e

che _l'ordine assoluto in materia politica_ o sociale è assurdo.

Siamo giunti alla necessità di accettare in noi e fuori di noi la

_convivenza degli elementi più contradittorî_.

Il popolo non potrà per nessuna forza, per nessuna volontà, rinunciare

mai alle sue libertà conquistate. Rinunciarvi, sarebbe come volersi

servire della diligenza, ora che le reti ferroviarie hanno rimpicciolito

e offerto il mondo ad ogni singolo cittadino, come un giocattolo da

palleggiare e da osservare.

Queste libertà individuali, che ingigantiscono nel loro sviluppo verso

una possibile e desiderabile anarchia, debbono coesistere con un

principio di autorità. Questo, per meglio salvaguardare le singole

libertà, tende a distruggerle.

Vi è dunque una convivenza ed insieme una lotta salutare di principî

ostili, come fra i diversi elementi che compongono il sangue dell'uomo.

Cosicchè l'Italia dovrà sempre più attivare in sè il doppio fervore di

una possibile rivoluzione proletaria e di una possibile guerra.

Tra il popolo, sinonimo di libertà crescente, e il governo, sinonimo di

autorità decrescente, corrono in certo modo i rapporti, amichevoli e

antagonistici insieme, che corrono tra il proprietario e gl'inquilini di

una casa.

Vi è infatti qualche cosa di simile tra una rivoluzione contro un

governo colpevole di tirannide o d'incapacità, e il brusco trasloco di

un inquilino, quando il suo padrone di casa rifiuta di fare le

riparazioni necessarie contro le invasioni della pioggia, del vento e

del fulmine, o quando egli non seppe difendere i proprî inquilini dai

ladri notturni.

In quest'ultimo caso, come l'inquilino scinde il contratto, così il

popolo fa la rivoluzione.

Bisogna che ogni italiano concepisca nettamente il fondersi di queste

due idee: rivoluzione e guerra, distruggendo la stupida rettorica

paurosa che le avvolge di orrore, esaltando in sè e fuori di sè l'idea

di lotta e il disprezzo della vita, che solo può sublimare l'uomo, dando

il massimo splendore e il massimo valore ad ogni attimo vissuto.

Io credo infatti che non importasse salvare la vita di Francisco Ferrer,

chiusa da una veglia e da una morte eroiche, che hanno generato la

volontà liberatrice di Canalejas, -- mentre era necessario impedire ad

ogni costo un nuovo trionfo dell'oscurantismo clericale.

Disgraziatamente, la scuola, inquinata dalla morale cristiana, che esige

lo stupido perdono delle offese, degenerato in vigliaccheria

sistematica, lavora assiduamente alla evirazione della razza.

Null'altro s'insegna oggi in Italia, se non l'obbedienza supina, e la

paura davanti al dolore fisico, e questo avviene con la tremante

collaborazione delle madri italiane, le quali certo non son fatte per

preparare dei soldati, nè dei rivoluzionari.

Noi futuristi esaltiamo dovunque, con la parola e con l'esempio, la

necessità di un'attivissima propaganda di coraggio personale.

Vogliamo che uno spirito di rivolta e di guerra circoli come un sangue

impetuoso nella gioventù italiana.

La nazione, che ha origine violenta, non può che essere rafforzata da

questa doppia circolazione irruente di sangue che mantenendo

l'elasticità delle arterie amministratrici, rinvigorisce il senso di

responsabilità nella testa e nei centri governativi.

Noi crediamo ormai infantile quel concetto dell'evoluzione rotativa

storica per la quale, secondo il sogno di molti imperialisti miopi, si

dovrebbe fatalmente ritornare a una forma di governo tirannico e ad una

supina schiavitù popolare.

Ci raffiguriamo invece l'evoluzione futura dell'umanità come il

movimento oscillante ed irregolare di una di quelle pittoresche ruote di

legno munite di secchielli e mosse da un quadrupede bendato, che, in

Oriente, estraggono l'acqua per l'irrigazione degli orti.

Per la costruzione primitiva della ruota e dei secchielli, l'acqua

estratta è mista con della sabbia, la quale, riversandosi anch'essa,

alza di continuo il livello del suolo circostante, di maniera che il

congegno stesso deve essere di continuo e sempre più innalzato.

Vi sarà sempre, nel rivolgersi della storia, insieme con la monotona

acqua degli avvenimenti una sempre crescente sabbia fine di libertà.

Gl'imperialisti sembrano ignorare, per esempio, la novità assoluta e

l'importanza eccezionale di quello che a me sembra l'avvenimento più

importante di questi ultimi cent'anni: voglio dire la libertà di

sciopero, conquistata meccanicamente dal proletariato; libertà tanto più

forte inquantochè non riconosciuta dalla legge; libertà che nessun

Napoleone potrebbe abolire.

Questa libertà non è che un risultato logico ma inaspettato della già

lontana Rivoluzione francese, la quale, come tutte le rivoluzioni

registrate dalla storia, produsse effetti lentamente fecondatori

paragonabili a quelli delle periodiche inondazioni del Nilo.

L'autorità dello stato non può più essere concepita come un freno alle

aspirazioni libertarie del popolo. Noi crediamo invece che lo spirito

rivoluzionario del popolo debba frenare -- o meglio -- corrodere

lentamente l'autorità dello stato e il suo spirito conservatore, indizio

di vecchiezza e di paralisi progressiva.

Rammentatevi della celebre frase di Clemenceau: «Io sono il primo

Poliziotto di Francia». Con questa espressione che sembrò un motto di

spirito, il grande ministro espresse esattamente la necessità che

costringe i socialisti -- spinti al potere dalla forza ascensionale del

proletariato, quali esponenti e difensori della libertà -- a

trasformarsi immediatamente in ferocissimi reazionari.

Un dilemma infatti si presenta a costoro: o diventare un coperchio

pesantissimo e soffocante sul ribollire della caldaia popolare, o

prestarsi ad essere lanciati via dalla traboccante veemenza di questa

furia accesa.

È sottinteso, nondimeno che simili coperchi non possono resistere a

lungo. I radico-socialisti Clemenceau e Briand, divenuti i poliziotti

barcollanti e feroci del movimento rivoluzionario francese dànno una

nuova prova della convivenza tumultuosa di quegli elementi contradittorî

di cui vi ho già parlato.

Da tutto ciò, è ovvio concludere che la violenza è oggidì divenuta la

miglior condizione di vera salute per un popolo. L'ordine, il pacifismo,

la moderazione, lo spirito diplomatico e riformista, non ne sono forse

l'arteriosclerosi, la vecchiaia e la morte?

È soltanto con la violenza, che si può ricondurre l'idea di giustizia,

ormai sciupata, non a quella fatale che consiste nel diritto del più

forte, ma a quella igienica, sana, che consiste nel diritto del più

coraggioso, e del più disinteressato, cioè all'eroismo.

Partendo da questo principio, io posso soddisfare subito quelli fra voi

che più sono assillati dal desiderio o dal bisogno di una precisione

dogmatica, collo stabilire che _il bene_ è per noi, tutto ciò che

accresce e sviluppa le attività fisiche, intellettuali e istintive

dell'uomo, spingendolo al suo massimo splendore, mentre _il male_ è

tutto ciò che diminuisce e interrompe lo svilupparsi di queste attività.

Come il pacifismo e la paura della guerra hanno creata la nostra

dolorosa schiavitù politica, così l'orrore della violenza hanno fatto

del cittadino italiano un fantoccio ridicolo, malmenato dagli

azzeccagarbugli, che risponde a un ceffone con una querela o con un

ricatto.

E qui tocchiamo uno di quei facili conflitti fra l'autorità ordinatrice

e la libertà individuale, la quale deve sempre finire col vincere, per

la legge ascensionale verso l'anarchia, che governa l'umanità.

Il principio delle sanzioni giuridiche in materia di offese personali

distrugge il senso importantissimo della dignità fisiologica,

intimamente legata a quella psichica, e canalizza tutte le attività

umane verso l'astuzia sfruttatrice, l'usura, la taccagneria e la

divinità tirannica del denaro.

Siamo ricaduti così, per altra via, nello stagno della vita nostra

italiana, le cui rive sono custodite dagli sterpi intricati delle leggi

poliziesche e dalle siepi burocratiche, destinate soltanto a stancare e

a dilaniare ogni istinto profondamente umano e ogni legittima

ribellione.

Per giungere a questo agognato rinnovamento sociale e politico del

nostro Paese, noi dobbiamo forzatamente vincere degli ostacoli, i quali,

a prima vista, sembrano insormontabili, poichè li portiamo in noi stessi

sotto forma di elementi caratteristici della nostra razza.

Voglio parlare del _personalismo_, dell'_utilitarismo clericale_, della

_ipersensualità_ e dell'_ironia_ mordace e demolitrice.

Chiamo _personalismo_ quell'abitudine intellettuale che consiste nel

sottomettere qualsiasi giudizio a delle considerazioni, a delle simpatie

o a delle antipatie assolutamente personali. -- Chiamo personalismo

l'indifferenza, o meglio il disprezzo che ogni italiano nutre per le

pure idee, combattendole soltanto quando siano sostenute da un nemico,

amandole soltanto quando siano sostenute da un amico.

Bisogna combattere questo vizio gravissimo, anzitutto trasformando il

nostro mefitico sistema scolastico, inteso solo a premiare la bassa

cortigianeria degli allievi sgobboni ed imbecilli, che, leccando

quotidianamente la vanità di un professore finiscono coll'assorbirne la

tronfia e dogmatica imbecillità.

Noi futuristi, che accordiamo ai giovani tutti i diritti e tutte le

autorità, vorremmo che nelle scuole fossero invece incoraggiati e

premiati quegli studenti che manifestano fin dai primi anni, di avere

delle idee personali e una maniera spiccata di giudicare uomini e libri.

La libera intuizione, cioè la facoltà di avere e di creare delle idee

nuove: ecco ciò che noi vogliamo esaltare! Ed è per questo, che noi

proscriviamo dalla scuola il prete, il quale, non potendo più oggi

preparare delle fedi nell'assenza di un vero sentimento religioso, si

accontenta di rammollire e di abbassare le anime, creando quel fenomeno

di _utilitarismo cretino e pauroso_ che si chiama il Clericalismo.

Italiani! Conviene intensificare ed accendere ovunque una guerra

accanita contro il clericalismo, partito politico, che non basandosi

ormai più sul sentimento mistico e pure avendo ormai perso l'obbiettivo

del potere temporale minaccia, nei nostri figli, la nostra grandezza

futura.

Utilitarismo pretino, paura quietista: ecco il brago in cui la nostra

razza si avvoltola, coprendosi del fango dell'accidia e

dell'_ipersensualismo_.

Quest'altro vizio italiano, anzi latino, si manifesta in mille modi, ed

anzitutto nella tirannia dell'amore, che falcia le energie degli uomini

di azione, nell'ossessione della conquista femminile, nell'ideale

romantico della fedeltà e nella tendenza immonda alla più fatale e

snervante lussuria.

Questa nefasta tendenza deve essere contrastata, nella scuola e fuori,

mediante un continuo e sapiente sviluppo degli _sports_ violenti, della

scherma, del nuoto, e particolarmente della ginnastica. Questa deve

essere liberata dall'antico acrobatismo e dalla gesticolazione di

parata: una ginnastica razionale, atta ad amplificare il torace, a

dilatare i polmoni, a liberare il cuore, a contenere gli intestini, la

riattivare la circolazione del sangue, ad aumentare l'ematosi, a

fortificare i legamenti articolari, e a tonificare i muscoli, per la

formazione di un corpo d'uomo bello, svelto, forte e resistente, che

sappia pensare, volere ed atterrare uomini, idee e cose con uguale

disinvoltura.

Noi futuristi, convinti dell'influenza che l'Arte esercita su tutte le

attività di un popolo, vogliamo purificarla dal sentimentalismo, dalla

erotomania d'annunziana e dal dongiovanismo, creando un'arte che

glorifichi la forza e la libertà individuale, le vittorie della scienza

e il dominio crescente delle forze oscure della natura.

Sappiamo infatti che il romanticismo voluttuoso esagera l'importanza

dell'amore nella vita nostra.

La donna italiana, madre dolcissima, ma coltivatrice di viltà nei propri

figli, quando non sia semplicemente dominata dal prete o dal desiderio

assiduo di un lusso sfarzoso -- diventa un nemico quasi invincibile e

una barriera insormontabile, in tutte le grandi fiammate guerresche o

rivoluzionarie.

Il nostro ipersensualismo genera non solo questa esagerata importanza

della donna unicamente voluttuaria e ingombrante, ma anche ciò che ne è

una conseguenza: la mania del lusso appariscente e delle grandi

agiatezze domestiche.

Ahimè! talvolta basta la preoccupazione di un buon pranzo, o di un

cappello piumato per la signora, o di un bel tappeto da fare ammirare

agl'invitati, talvolta basta -- dicevo -- una preoccupazione di questo

genere, a far deviare un uomo politico italiano dalla sua rotta

disinteressata, o a troncare un programma di eroismo e di sacrificio.

Abbiamo visto recentemente, con nostro grande dolore, uomini dagl'ideali

altissimi e violenti subire a tal punto la snervante atmosfera di

serenità coniugale, da rinunciare totalmente a qualsiasi audacia

direttiva, per sprofondarsi scetticamente in una comoda poltrona --

coltissimi fra i troppo amati, inutili ed amici libri -- ed accogliere

il nostro irrompere entusiastico col sorriso della più facile e

scoraggiante ironia demolitrice.

Questa facile e scoraggiante ironia demolitrice, ecco il quarto vizio

grave, profondamente italiano, dal quale deriva un disastroso

misoneismo, opposto ad ogni arditezza, ad ogni sano ottimismo

eccitatore; ecco il veleno tragico e gaio che inquina purtroppo la parte

migliore d'Italia, voglio dire le popolazioni meridionali, le più ricche

d'immaginazione costruttrice e di divinazione geniale.

È questa ironia, fatta di epicureismo, di spirito caustico, e di

spensieratezza, che in un tramonto color di fucina, 12 anni or sono,

davanti al Cimitero monumentale di Milano, cadenzava stupidamente, con

un ritmo allegro di baldoria e di danza il ritorno di una massa

rivoluzionaria che aveva accompagnata la bara sinistra di un operaio

ucciso in un grave conflitto con le truppe.

Aveva seguito anch'io quella nera marea umana, schiumosa di faccie

livide, su cui sobbalzava, come un funebre canotto, la bara, che i

portatori curvi rendevano stranamente gambuta.

Sopra, si gonfiavano delle bandiere rosse, col movimento acceso e il

respiro di altrettanti mantici enormi.

Fiamme di torce, come stracci di miseria sanguinante, oratori riformisti

chini con la fiòcina per infilzare il viscido polpo del mezzo-termine;

discorsi di una stomachevole moderazione, tali da far cadere per la noia

le stelle e pel disgusto la luna, come un fulgido sputacchio!

Che schifo! Eravamo sommersi da un diluvio di consigli stupidamente

paterni, ed era ben giusto che dopo una simile immonda commedia, la

folla se ne ritornasse in città, verso il desinare, con ritmo di danza,

cantando l'inno dei lavoratori, per accompagnare un secondo feretro: non

più quello di un operaio ucciso, ma quello della Rivoluzione!

Ironia! Ironia! Vecchia ironia italiana!... Ecco la nostra nemica, da

distruggere, da calpestare, a forza di entusiasmo, a forza di temerità,

a forza di ottimismo, anche artificiali!

Operai! Guardatevi dall'ironia scettica ed egoista, vi liquefa il cuore

nel giorno della giusta sommossa, e crea in voi quel vergognoso fenomeno

che è il _pànico dello squillo_!

Quante volte, nei dieci anni di vita milanese che io ho condotto

studiando quotidianamente il flusso e riflusso del socialismo italiano,

leggendo attentamente ogni comizio come il più interessante e doloroso

dei libri, quante volte ho arrossito, come italiano... ve lo ripeto:

_come italiano_, al vedere delle ingenti masse operaie, agitate dalle

più legittime rivendicazioni e da un magnifico desiderio di maggior

libertà, delle ingenti masse di popolo, dico, prese fulmineamente dal

più insensato spavento collettivo, al risuonare delle quattro note

insolenti dello squillo poliziesco!

Una mandra in fuga... Dorsi curvi e folli, gambe levate, davanti al

trotto sgangherato di una cavalleria incapace di correre sul selciato.

Naturalmente, gli oratori che riformisticamente avevano tinto di rosa,

non di rosso, la folla, erano spariti... Dove e perchè? Senza dubbio per

qualche loro improvvisa rivoluzione intestinale!...

Ma una rossa visione mi si affaccia alla mente: una visione che conforta

il mio sangue futurista...

Vedo un crepuscolo fumoso di capitale, su una strada viscida di pioggia

e già chiazzata e febbricitante di riflessi...

Nella grande rete dei fili tramviari e telefonici, mille luci arrabbiate

azzannano la polpa dell'ombra!... Pallore famelico delle case!... Oscuri

profili irritati!... Laggiù, nelle vie laterali, ove furono fracassati

tutti i lampioni, tenebre, tenebre massiccie, rotolate giù da chi sa

qual cielo distrutto!...

Ad uno sbocco di via, una folla compatta, nerissima...

È formata, quella folla, dalle vostre donne e dai vostri figli: braccia

intrecciate di notturna foresta africana; tutti incastrati l'uno fra gli

altri come i mattoni di una muraglia!

Voi, uomini, vi schiererete davanti alle vostre donne, in quella tragica

jungla di pietra e di ferro, sotto i rotondi frutti elettrici, esplosi,

lattescenti, bianchissimi, e caricherete tranquillamente le vostre

carabine, per le belve poliziesche.

Risuoneranno allora, improvvise e beffarde, le note dello squillo,

funebre rasoiata attraverso la gola muta del silenzio...

Ed ecco il comando urlato: «_Avanti!_».

Ma sento anche uno sghignazzamento formidabile rispondere a quello

squillo, e la folla, pietrificata dal coraggio, gridare: «Gli italiani

non fuggono! Pel sublime amor del pericolo, accettiamo una lotta

sanguinosa sotto le stelle fulgidissime d'Italia, che c'impongono di non

indietreggiare!...».

Vedo un immane groviglio rosso: la mischia furibonda dei cavalli

impennati, sotto un rovescio di tegole. Ben venga il macello!... Ce ne

rallegreremo insieme, operai italiani, se avremo sopravvissuto... Ce ne

rallegreremo, poichè null'altro sarà avvenuto; null'altro che un

salutare colpo di bisturì nel gigantesco foruncolo della paura e del

mediocrismo italiano!

Poichè, alla propaganda della vigliaccheria, noi opponiamo la propaganda

del coraggio e dell'eroismo quotidiano...

Poichè, all'attuale estetica di fango monetato noi opponiamo -- sia

pure, sia pure! -- una estetica di violenza e di sangue!

24.

Democrazia futurista: dinamismo politico · 第 8 / 9 段