Il poeta futurista Paolo Buzzi che è anche uno dei rarissimi geniali

funzionarî d'Italia, segretario alla Deputazione provinciale di Milano,

interrogato da me sui recenti progetti di riforma della burocrazia, mi

rispondeva con le seguenti considerazioni:

Il progetto di riforma della burocrazia presentato recentemente dalla

Commissione di studio presieduta dal senatore Villa al Ministero del

Tesoro è, nelle sue linee generali, lodevole.

Si eleva, con esso, di colpo, il tono delle categorie così dette _di

concetto_ nelle quali il criterio d'avanzamento è fissato in base a

concorsi e premi per speciali benemerenze. L'allettamento materiale è

dato dall'aumento sensibile degli stipendi, dalla garanzia della

carriera a _ruoli aperti_ e dal modernissimo criterio delle

_cointeressenze_ sugli utili dell'azienda pubblica.

Un miglior organamento delle pensioni con possibilità di realizzo di

capitali dopo un certo numero d'anni di servizio, segna qualcosa di

veramente _umano_, finalmente, in questo argomento sul quale tante

chiacchiere vane vennero fatte e meglio invece sarebbe stato, _pietatis

et dignitatis causa_, tacere in attesa d'agire.

Lo Stato traccia, così, le sue linee generali. Le Provincie ed i Comuni

dovranno seguirle, ormai sicuri di non trovare inceppi negli organi

tutori che, finora, siluravano i progetti organici più audaci

trincerandosi dietro la comoda ragione che non si potessero fare ai

funzionari degli Enti locali trattamenti più favorevoli di quelli fatti

ai funzionari dello Stato.

È tempo che queste distinzioni sorpassatissime, abbiano a cessare. Tutti

i lavoratori degli uffici sono uguali di fronte alla Pubblica Cosa.

I Comuni altro non sono che deanellamenti istologici, attraverso la

spina dorsale delle Provincie, dello Stato. E nei grandi Comuni e nelle

grandi Provincie è risaputo che la vita amministrativa non è se non un

più analitico processo della vita politica, certo ne è il lievito

elementare, sempre essa si irradia attraverso organismi tecnici i quali

costituiscono ormai dei veri e propri dicasteri.

La politica del lavoro, questa grande ossigenatura della vita pubblica

moderna, è fatta ormai anche dagli Enti locali. Ogni Giunta municipale,

ogni Deputazione Provinciale che si rispetti ha preceduto lo stesso

Governo nella creazione d'un Dicastero del Lavoro.

E così la materia delicata e complessa degli Organici può ormai

sottrarsi allo stitico quando non sia ostile àmbito di Presidenze

retrive o di Ragionerie microcefale per essere portato nella sua degna e

naturale sede, là dove si dibattono con vedute nuove i problemi della

mano d'opera e dei conflitti fra capitale e lavoro, alla luce dei tempi

che corrono e col concorso democraticamente pareggiato delle due parti.

Col nuovo progetto sulla burocrazia vengono moralmente assai più elevate

le figure oltrechè dei Direttori generali, dei Capi Divisione e dei

Segretari.

Il che, di conseguenza, importerà un congruo elevamento, nelle

Amministrazioni locali, delle figure dei Segretari generali e degli

altri Funzionari di Segreteria, oggi spesso ingiustamente disconosciute,

messe ad un livello virtualmente inferiore a quello dei Segretari

Comunali, che sono i veri maggiorenti nei piccoli Comuni, quasi ovunque

sacrificati alle invadenze delle Ragionerie le quali dovranno avere,

alla lor volta, garantiti i migliori sviluppi materiali e morali, ma a

parte, in una carriera ben delimitata, di puro controllo cifrario,

estranea ad ogni _débordement_ di merito, ridotti alle proporzioni dei

Corpi contabili nell'Esercito, dove solo prevale uno Stato Maggiore di

intellettuali che costituzionalmente si sovrappone agli stessi ufficiali

delle armi dotte e delle specialità scientifiche.

Che l'importanza di questi Funzionari direttivi debba essere

definitivamente fissata e posta in rilievo anche dai nuovi organici

degli Enti locali è intuitivo, ove si pensi che il progetto di riforma

della burocrazia di Stato non toglierà di mezzo, se pure li attenuerà, i

difetti ai quali si imputa ogni giorno in Italia l'arrugginimento della

Macchina governativa. In Italia, dico io, e in Francia (per parlare del

paese che la Vittoria ha ancor più affinizzato al nostro) se uno dei più

eletti spiriti politici della latinità moderna, Paul Déchanel, ha, in un

suo nuovo libretto: _La Décentralisation_, non da oggi invocato dal

decentramento la salvezza dell'Amministrazione anche nella luminosa

Repubblica, di cui probabilmente l'anno venturo sarà il Presidente. In

Italia bisognerebbe essere incoscienti per non comprendere che la chiave

di volta del miglior assetto pubblico (ed io aggiungo la sola

piattaforma positiva sulla quale si dovrebbero impiantare le imminenti

elezioni) è il Decentramento.

Tornerò, per meglio spiegarmi, su questo tema essenziale, con la dovuta

ampiezza e l'indispensabile coraggio civile.

Ma io dico fin d'ora: per ben decentrare, bisogna che si trovi già

saldamente impiantato il telaio organico delle Amministrazioni

centrifughe. Si potrà e si dovrà, ben inteso, fare tutta una rifusione

di forze burocratiche, liberamente scambiabile, dal centro alla

periferia, per tener conto di tutti i lavoratori disponibili e delle

conseguenze diverse.

Ma il montaggio dei pezzi dislocati non potrà essere fatto che intorno

ai motori fissi di produzione etnica che già si trovano in posto. Lo

Stato si scinderà in Regioni che le Provincie ricostituiranno sulla base

delle loro tradizioni storiche, economiche, politiche e burocratiche. I

Comuni, prendendo alla lor volta fiato, oltrechè dalle proprie

tradizioni, in Italia magnifiche, dalle nuove correnti energetiche della

vita nazionale, meglio producendo e meglio ricavando dall'ambito

costituzionale alleggerito, dinamizzati dallo stesso isveltimento del

ritmo pubblico locale, che si farà sentire attraverso la finanza, la

cultura, l'igiene, la viabilità, le comunicazioni, l'assistenza e la

previdenza sociale, ecc., daranno man forte alla Regione, invece di

richiederne, come oggi fanno, alla Provincia. E l'atmosfera liberista e

laburista, la sola unica vera nella quale oggi debbono muoversi gli

organismi collettivi, si troverà saldamente piazzata dalle Alpi al Mare

sopra un cumulo di forze ringiovanite, sorrette da crediti rinsanguati

ed equilibratamente distribuiti, per la salvezza e la fortuna d'Italia.

Decentrati gli organismi di Stato, io vedo in gran parte tolti i mali

attivi e passivi della Burocrazia. La macchina si velocizzerà perchè

negli elementi dinamici sarà penetrata la passione che nasce dai più

facili riconoscimenti materiali e morali. E, sopratutto, si sarà operata

la selezione dei migliori: ed i mediocri saranno spazzati a colpi di

frusta dal tempo, come si augura, nel suo brillante articolo (apparso

sull'ultimo numero di _Roma futurista_) lo Zuccari.

Perchè tutti sono d'accordo che i servizi miglioreranno se saranno

decentrati, non solo, ma ridotti d'organico. Date a dei giovani

d'ingegno e di volontà una pattuglia pur scarna di lavoratori: e libertà

d'azione e pieno senso di responsabilità. Ciò che fu fatto nelle

trincee, si farà negli uffici. Allungate pure gli orari commisurandoli

agli aumentati supplementi d'onorario. Cointeressate al più intenso

rendimento dell'opera: premiate il valore burocratico: assicurate ai

pochi ma buoni un _massimo_ di carriera possibile: e per i servizi in

subordine, per le mansioni ausiliarie nelle quali il numero può essere

indispensabile a pregiudizio, talvolta, dell'entità del compenso,

anzichè reclutare dell'elemento maschile che potrebbe trovare più sano

collocamento nell'industria, nel commercio o nell'agricoltura, reclutate

delle donne!

Le donne hanno dato la loro parte di nobile rendimento alla causa della

guerra. Non dimentichiamole! Esse, se intelligenti e colte, sono delle

eccellenti collaboratrici nelle pubbliche aziende. Il loro lavoro vibra,

quasi sempre, di passione ed è doppiamente redditizio di quello degli

uomini. Negli archivi, dove la necessaria pazienza nel rintraccio e nel

riordino delle carte è quella insita ai loro stessi domestici istinti

conservatori, nelle copisterie dove le Remington hanno ereditato il

ritmo delle Singer passandolo dal pedale alla tastiera, nelle spedizioni

dove la celerità e l'ordine, pregi essenzialmente femminili, facilitano

il movimento dei carteggi, ai telefoni, ai magazzini, ai depositi, lo so

per prova diretta, ormai, che le donne sono indispensabili e

garantiscono la dignità dell'Amministrazione che non ha più, mercè loro,

bisogno d'assoldare dei paria sempre malcontenti e perciò, in fondo,

sabotatori del buon lavoro altrui.

Con ciò credo aver toccato alcuni punti essenziali della riforma

burocratica, che, ripeto, per esperienza e per convinzione, reputo

estensibile, ormai, a tutte le Amministrazioni pubbliche d'Italia,

statali e non statali.

Inutile un esame psicologico della questione. In fondo siamo sempre ai

termini che Balzac ha immortalato nel suo saggio _Les Employés_, perchè

gli uomini saranno sempre gli uomini e le greppie (dico io) sempre

saranno le greppie.

Ma non posso in tutto dividere l'avversione dello Zuccari contro la

casta.

Non è vero che la burocrazia italiana sia un branco di parassiti e di

fannulloni. Vi sono dei valori realissimi di cultura, d'ingegno,

d'abnegazione che rendono al Paese il 100 per 10. E non dimentichiamo

che da noi, in mancanza di mecenati e di pensioni accademiche, in più

d'un caso lo stipendio serve a garantire il pane al pensatore,

all'artista, allo studioso che sa sdoppiarsi ed offrire una doppia

energia alla Patria. Vi sono, si capisce, i rovesci di medaglia, i casi

di pietà e, se non d'obbrobrio, di disperazione. Il Corbino trattò con

mano felicissima, in indimenticabili puntate della Rivista

_Avvenimenti_, il lato negativo del problema burocratico. Sono pagine,

direi, antropologiche d'una sincerità e d'una evidenza suprema.

Ma io, che da più di vent'anni vivo fra gli Impiegati e li studio con

occhi miei, credo che da una classe, per senso abnegativo del dovere e

per intenso amor di patria non inferiore a nessuna altra, l'Italia, da

matrigna divenendo finalmente madre, molto potrà attendersi alla vigilia

del suo rinnovamento ideale e sociale.

Rispondo a Paolo Buzzi:

1) Trovo lodevole la garanzia delle carriere a ruoli aperti. Trovo

lodevole l'elevare il tòno delle categorie così dette di concetto col

criterio d'avanzamento fissato in base a concorsi e a premî per speciali

benemerenze. Ma dichiaro che disgraziatamente si procederà con timidezza

mentre il criterio d'avanzamento e premî per speciali benemerenze

dovrebbe essere dominatore e applicato sistematicamente.

2) L'aumento degli stipendi deve essere sensibilissimo e parallelo alla

diminuzione degli impiegati.

3) Il criterio delle cointeressenze sugli utili dell'azienda pubblica

deve essere generale.

4) Bisogna procedere immediatamente al decentramento amministrativo.

Decentramento regionale di tutte le attribuzioni amministrative e

relativi controlli.

Bisogna sviluppare le autonomie regionali e comunali; fare di ogni

amministrazione uno strumento agile e pratico, diminuire di due terzi

gli impiegati, raddoppiando gli stipendi dei Capi-servizio e rendendo

difficili ma non teorici i concorsi. Dare ai Capi-servizio la

responsabilità diretta e il conseguente obbligo di alleggerire e

semplificare tutto.

Tutto ciò non basta, bisogna per raggiungere ad un'agile amministrazione

decentrata poco costosa, semplificatrice e pratica, abolire l'immonda

anzianità in tutte le amministrazioni.

Nella carriera diplomatica e in tutti i rami della vita nazionale.

Bisogna premiare direttamente l'ingegno pratico e semplificatore dei

buoni impiegati e giungere così ad una organizzazione semplificata a

tipo industriale.

Questo non potrà avvenire fintanto che trionferà l'assurdo prestigio dei

diplomi accademici e fintanto che l'iniziativa commerciale e industriale

procederà lentamente senza un assiduo incoraggiamento di premî

allettatori e sostentatori.

Non condivido il pessimismo di Paolo Buzzi sull'ingombro burocratico che

egli crede insanabile. È questione di coraggio nell'operazione

chirurgica che dovrà essere violenta, profonda, e senza pietà partendo

da questi due principî:

1) Decentramento.

2) Abolizione della anzianità.

Non condivido l'ottimismo di Paolo Buzzi sulla classe degli impiegati.

Vi sono eccezioni ma naufragano nell'oceano dei parassiti e dei

fannulloni.

Parassiti e fannulloni plasmati tali dall'atmosfera tediosa, pedante,

scettica, irresponsabile, senza luce, senza ambizione, quietista, vile

taccagna, abbrutente degli attuali ambienti burocratici.

Volete diventare rivoluzionarî? Volete sentirvi nelle mani un desiderio

pazzo di lanciar bombe, bruciare, massacrare, radere al suolo?

Volete, malgrado il vostro temperamento placido e sedentario, diventare

il più violento e sanguinario anarchico?

Passate mezz'ora in un ufficio governativo!

Non è ammissibile che la nostra meravigliosa guerra rivoluzionaria,

vittoriosa, dopo averci liberati dall'Impero austroungarico, feroce

burocrazia esterna, non ci liberi dall'assurda elefantiasi burocratica

interna.

Non ho che un sol timore quando penso alla rivoluzione: Quello che anche

violentissima, totale e ben diretta lasci sussistere in Italia la forse

immortale Burocrazia.

Tutti gli Italiani intelligenti pensano come me. Vi sono dovunque nel

mondo -- oggi -- dei tentativi riuscitissimi per creare nuovi organismi

su basi antiburocratiche.

La conflagrazione portando un uomo giovane e di grande ingegno come il

generale Badoglio dal grado di tenente colonnello, al grado di sottocapo

di Stato Maggiore di un esercito di 5 milioni di uomini, ha dato una

mazzata energica al principio di anzianità. Più volte abbiamo

glorificato questo carattere assolutamente futurista della

conflagrazione.

Nello sviluppo meraviglioso dell'aviazione inglese dominarono

fortunatamente due principî futuristi:

1) Si diedero i gradi di merito e venne abolita l'anzianità.

2) Trionfò sistematicamente il principio di preferire il più giovane.

La gioventù non fu un argomento per impedire che un aviatore abile,

intelligente, esperto, avesse il grado meritato. Vi furono molti _assi_

gloriosi per aver precipitato numerose vittime nemiche che rimasero a

lungo sottotenenti poichè il coraggio, l'abilità di volo e d'attacco non

bastavano. Si dava, secondo la concezione _veramente_ futurista molta

importanza all'abilità organizzatrice.

Predominava non soltanto il principio del merito fuori d'ogni anzianità,

del più giovane, ma specialmente del migliore organizzatore. Ed era

logico poichè si trattava di creare _dal nulla_ una grande

organizzazione.

Fu così possibile creare più di 40.000 piloti inglesi e di mettere a

disposizione della linea francese 2500 aeroplani pronti a volare.

Queste constatazioni non devono però ispirarci un eccessivo pessimismo

sullo sforzo aviatorio italiano, veramente glorioso.

È indiscutibile che il merito dell'Inghilterra in questo sforzo

trionfale è diminuito dallo spreco enorme di denaro. Un aviatore inglese

mi diceva: «il denaro ha salvato l'Inghilterra. Lo sforzo aviatorio

italiano è infinitamente più grande del nostro perchè fatto con denaro

limitato».

Questo aviatore inglese aggiungeva che in Scozia il governo inglese

spese 500.000 sterline per fondare una scuola d'aviazione _per assi_ e

il denaro fu tutto perduto perchè la località prescelta ventosissima e

burrascosa, non permetteva di volare che 4 mesi all'anno.

Il futurista Volt risponde con acume alle obbiezioni correnti dei

difensori della anzianità:

Se tutti i vecchi fossero della tempra del vecchio Clemenceau, io non

esiterei a schierarmi fra i paladini della più ferrea gerontocrazia.

Disgraziatamente o fortunatamente non è così.

È noto che fra i trenta e i quarant'anni la maggior parte degli uomini

normali subiscono quella specie di involuzione spirituale che viene

eufemisticamente chiamata «metter giudizio». Se si tratta di un artista,

l'individuo prende moglie e per dar da mangiare ai marmocchi si mette a

far dell'arte commerciale. Se è un uomo politico, mette accuratamente da

parte ogni opinione meno che ortodossa per irreggimentarsi nella

incolore maggioranza politica del momento. Ai _difetti_ della età

giovanile succedono, a unanime compiacimento di amici e congiunti, le

_qualità_ dell'uomo serio e maturo: la prudenza (leggi: paura cronica),

la ponderazione (cioè indecisione, mancanza di iniziativa e lentezza) e

la gravità (adorazione del mezzo termine e orrore di ogni specie di

innovamento).

E siccome gli uomini di governo vengono esclusivamente reclutati fra

questi _uomini serii_ e ben stagionati, ne segue che le suddette

_qualità_ senili danno la loro impronta a tutto l'indirizzo della

politica estera e interna di una nazione.

La politica estera sarà quindi _prudente_ e cioè pronta alle peggiori

rinunzie (vedi «politica delle mani nette», «piede di casa»,

«neutralismo») e _ponderata_, cioè lascierà sfuggire le migliori

occasioni per affermare la potenza politica della nazione (Cairoli,

ecc., ecc.). La politica interna poi sarà _grave e seria_, cioè basata

sul compromesso ed essenzialmente conservatrice, benchè larvata di

formule avveniristiche (giolittismo, Depretis e C.).

Tale infatti è la storia politica del Regno d'Italia da Custoza

all'impresa di Tripoli. La guerra attuale capovolse codesto sistema di

cose. Le qualità eminentemente giovanili e interventiste del coraggio,

della iniziativa e dell'agilità spirituale sopraffanno impetuosamente la

mentalità tarda e neutrale della vecchia Italia. Coronamento pratico e

giuridico di questa rivoluzione spirituale del popolo italiano non potrà

essere altro che l'_abolizione del criterio di anzianità_ in tutte le

carriere governative e nel libero apprezzamento del pubblico.

14.

Il proletariato dei geniali.

È indiscutibile che la nostra razza supera tutte le razze per il numero

stragrande di geniali che produce.

Nel più piccolo nucleo italiano, nel più piccolo villaggio vi sono

_sempre_ sette, otto giovani ventenni che fremono d'ansia creatrice,

pieni d'un orgoglio ambizioso che si manifesta in volumi inediti di

versi e in scoppi di eloquenza sulle piazze nei comizi politici.

Alcuni sono dei veri illusi, ma _sono pochi_. Non potrebbero giungere al

vero ingegno. Sono però sempre dei temperamenti a fondo geniale, cioè

suscettibili di sviluppo e utilizzabili per accrescere l'intellettualità

geniale di un paese.

In quello stesso nucleo o piccolo villaggio italiano è facile trovare

sette, otto uomini maturi che nella loro piccola vita d'impiegato, di

professionista nei caffè del loro quartiere e in famiglia portano sul

capo l'aureola malinconica del geniale fallito. Sono dei rottami di

genialità che non hanno mai avuto un'atmosfera favorevole e furono

perciò subito stroncati dalle necessità economiche e sentimentali.

Il movimento artistico futurista da noi iniziato 11 anni fa aveva

precisamente per scopo di svecchiare brutalmente l'ambiente

artistico-letterario, esautorarne e distruggere la gerontocrazia,

svalutare i critici e i professori pedanti, incoraggiare tutti gli

slanci temerarî dell'ingegno giovanile per preparare un'atmosfera

veramente ossigenata di salute, incoraggiamento e aiuto a tutti i

giovani geniali d'Italia.

Sono certamente due o trecentomila in Italia.

Incoraggiarli tutti, centuplicarne l'orgoglio, aprire davanti a loro

tutti i varchi, diminuire al più presto, così, il numero dei geniali

italiani falliti e stroncati.

Ho spiegato in molte opere precedenti come i 3/4 dei vizi mentali, delle

debolezze, degli errori, delle viltà e delle lentezze che si opponevano

al celere progresso dell'Italia derivavano da ciò che noi chiamiamo il

Passatismo. Culto ossessionante del passato e delle glorie antiche,

misoneismo cocciuto, valutazione pessimista delle forze della nostra

razza, accademismo scolastico, purismo letterario, culto del plagio,

copia dell'antico, adorazione del museo, esaltazione dello sgobbone,

ecc.

Il Passatismo fu per molto tempo la essenza unica del sistema

d'insegnamento e dell'educazione familiare. Era favorito da molte

ideologie assurde più o meno importate e tipicamente antitaliane.

Regnava uno schifoso intellettualismo socialistoide, antipatriottico,

internazionalista, il quale separava il corpo dallo spirito, vagheggiava

una stupida ipertrofia cerebrale, insegnava il perdono delle offese,

annunziava la pace universale e la scomparsa della guerra, i cui

_orrori_ sarebbero sostituiti da battaglie d'idee. Intellettualismo di

origine germanica, ossessione del libro, bibliofilia, pedantedescheria.

Disprezzo per la ginnastica, abbrutimento dei ragazzi nelle aule

puzzolenti e chiuse, svalutazione completa della salute e della forza

muscolare.

Vegetava in quest'aria di muffa una gioventù stremenzita, senza

freschezza primaverile e senza virilità.

Quanti giovani abbiamo visto uscire dalle scuole, malinconici, curvi,

deboli, avari di voce e di gesti, pallidi, avvizziti, con occhiali doppi

e infinite miopie stringendo sotto il braccio con una specie di orgoglio

spaventoso e miserando «I Promessi Sposi», come Don Rodrigo stringeva il

suo foruncolo di peste bubbonica.

La loro peste bubbonica era il culturalismo teutonico.

Si andava predicando che i giovani italiani erano ignoranti e che il

loro ingegno aveva bisogno di una cultura solida, seria, metodica. In

realtà si predicava l'odio all'ingegno. Leggete, studiate, ponderate,

chiudetevi nelle biblioteche, compulsate i codici, studiate gli antichi!

Vivete nei musei! Copiate quadri e statue! Bisogna imparare a scrivere,

a dipingere, a scolpire copiando le opere dei grandi! La lingua italiana

è difficilissima, occorre decidere dopo _serie_ meditazioni quali siano

i maestri da preferire e i dizionarî da consultare. Il Bartoli, il

Boccaccio, Machiavelli, Tommaseo, Rigutini, Fanfani.... Occorre

postillarli. Il tale ha ingegno. Ma usa francesismi. «Questa dei

francesismi è peste varia...».

In questa rete di divieti, di difficoltà inesistenti e di false divinità

da rispettare, da evitare, da non offendere il giovane geniale smarrisce

il suo vero istinto propulsore e deprime il suo coraggio orgoglioso.

Tutte le sue forze rimangono contratte allo stato di angoscia dolorosa

davanti alla strada lunghissima, senza conforto nè aiuto.

Sotto il nuvolone minaccioso degli esami inutili da passare o la pioggia

torrenziale dei compiti cretini, lo studente educa il suo cervello e il

suo spirito alla paura e al pedantismo.

Egli trova ogni sera in famiglia la tipica atmosfera di grettezza, di

mediocrità, l'odio per tutte le forme di avventura e di audacia, i

moralismi pretini, la goffa lotta fra l'avarizia taccagna e l'ansia del

lusso provinciale, l'affettuosità morbosa accaparrante e soffocante

della madre e la dura prepotenza di un padre rammollito che crede però

suo dovere stroncare il figlio ad ogni costo _in tutto ciò che può

sognare, desiderare, volere_.

Questo giovane geniale si sente nei nervi una forza misteriosa,

violenta. Sarà poeta, pittore, artista drammatico, costruttore di ponti

su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare,

deputato, ecc.: egli non sa esattamente.

Rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno

a sè, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche,

per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di

questa sua forza.

Egli ha invece intorno a sè degli alti pessimismi neri, delle negazioni

massiccie; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in

tasca.

Democrazia futurista: dinamismo politico · 第 4 / 9 段