funzionarî d'Italia, segretario alla Deputazione provinciale di Milano,
interrogato da me sui recenti progetti di riforma della burocrazia, mi
rispondeva con le seguenti considerazioni:
Il progetto di riforma della burocrazia presentato recentemente dalla
Commissione di studio presieduta dal senatore Villa al Ministero del
Tesoro è, nelle sue linee generali, lodevole.
Si eleva, con esso, di colpo, il tono delle categorie così dette _di
concetto_ nelle quali il criterio d'avanzamento è fissato in base a
concorsi e premi per speciali benemerenze. L'allettamento materiale è
dato dall'aumento sensibile degli stipendi, dalla garanzia della
carriera a _ruoli aperti_ e dal modernissimo criterio delle
_cointeressenze_ sugli utili dell'azienda pubblica.
Un miglior organamento delle pensioni con possibilità di realizzo di
capitali dopo un certo numero d'anni di servizio, segna qualcosa di
veramente _umano_, finalmente, in questo argomento sul quale tante
chiacchiere vane vennero fatte e meglio invece sarebbe stato, _pietatis
et dignitatis causa_, tacere in attesa d'agire.
Lo Stato traccia, così, le sue linee generali. Le Provincie ed i Comuni
dovranno seguirle, ormai sicuri di non trovare inceppi negli organi
tutori che, finora, siluravano i progetti organici più audaci
trincerandosi dietro la comoda ragione che non si potessero fare ai
funzionari degli Enti locali trattamenti più favorevoli di quelli fatti
ai funzionari dello Stato.
È tempo che queste distinzioni sorpassatissime, abbiano a cessare. Tutti
i lavoratori degli uffici sono uguali di fronte alla Pubblica Cosa.
I Comuni altro non sono che deanellamenti istologici, attraverso la
spina dorsale delle Provincie, dello Stato. E nei grandi Comuni e nelle
grandi Provincie è risaputo che la vita amministrativa non è se non un
più analitico processo della vita politica, certo ne è il lievito
elementare, sempre essa si irradia attraverso organismi tecnici i quali
costituiscono ormai dei veri e propri dicasteri.
La politica del lavoro, questa grande ossigenatura della vita pubblica
moderna, è fatta ormai anche dagli Enti locali. Ogni Giunta municipale,
ogni Deputazione Provinciale che si rispetti ha preceduto lo stesso
Governo nella creazione d'un Dicastero del Lavoro.
E così la materia delicata e complessa degli Organici può ormai
sottrarsi allo stitico quando non sia ostile àmbito di Presidenze
retrive o di Ragionerie microcefale per essere portato nella sua degna e
naturale sede, là dove si dibattono con vedute nuove i problemi della
mano d'opera e dei conflitti fra capitale e lavoro, alla luce dei tempi
che corrono e col concorso democraticamente pareggiato delle due parti.
Col nuovo progetto sulla burocrazia vengono moralmente assai più elevate
le figure oltrechè dei Direttori generali, dei Capi Divisione e dei
Segretari.
Il che, di conseguenza, importerà un congruo elevamento, nelle
Amministrazioni locali, delle figure dei Segretari generali e degli
altri Funzionari di Segreteria, oggi spesso ingiustamente disconosciute,
messe ad un livello virtualmente inferiore a quello dei Segretari
Comunali, che sono i veri maggiorenti nei piccoli Comuni, quasi ovunque
sacrificati alle invadenze delle Ragionerie le quali dovranno avere,
alla lor volta, garantiti i migliori sviluppi materiali e morali, ma a
parte, in una carriera ben delimitata, di puro controllo cifrario,
estranea ad ogni _débordement_ di merito, ridotti alle proporzioni dei
Corpi contabili nell'Esercito, dove solo prevale uno Stato Maggiore di
intellettuali che costituzionalmente si sovrappone agli stessi ufficiali
delle armi dotte e delle specialità scientifiche.
Che l'importanza di questi Funzionari direttivi debba essere
definitivamente fissata e posta in rilievo anche dai nuovi organici
degli Enti locali è intuitivo, ove si pensi che il progetto di riforma
della burocrazia di Stato non toglierà di mezzo, se pure li attenuerà, i
difetti ai quali si imputa ogni giorno in Italia l'arrugginimento della
Macchina governativa. In Italia, dico io, e in Francia (per parlare del
paese che la Vittoria ha ancor più affinizzato al nostro) se uno dei più
eletti spiriti politici della latinità moderna, Paul Déchanel, ha, in un
suo nuovo libretto: _La Décentralisation_, non da oggi invocato dal
decentramento la salvezza dell'Amministrazione anche nella luminosa
Repubblica, di cui probabilmente l'anno venturo sarà il Presidente. In
Italia bisognerebbe essere incoscienti per non comprendere che la chiave
di volta del miglior assetto pubblico (ed io aggiungo la sola
piattaforma positiva sulla quale si dovrebbero impiantare le imminenti
elezioni) è il Decentramento.
Tornerò, per meglio spiegarmi, su questo tema essenziale, con la dovuta
ampiezza e l'indispensabile coraggio civile.
Ma io dico fin d'ora: per ben decentrare, bisogna che si trovi già
saldamente impiantato il telaio organico delle Amministrazioni
centrifughe. Si potrà e si dovrà, ben inteso, fare tutta una rifusione
di forze burocratiche, liberamente scambiabile, dal centro alla
periferia, per tener conto di tutti i lavoratori disponibili e delle
conseguenze diverse.
Ma il montaggio dei pezzi dislocati non potrà essere fatto che intorno
ai motori fissi di produzione etnica che già si trovano in posto. Lo
Stato si scinderà in Regioni che le Provincie ricostituiranno sulla base
delle loro tradizioni storiche, economiche, politiche e burocratiche. I
Comuni, prendendo alla lor volta fiato, oltrechè dalle proprie
tradizioni, in Italia magnifiche, dalle nuove correnti energetiche della
vita nazionale, meglio producendo e meglio ricavando dall'ambito
costituzionale alleggerito, dinamizzati dallo stesso isveltimento del
ritmo pubblico locale, che si farà sentire attraverso la finanza, la
cultura, l'igiene, la viabilità, le comunicazioni, l'assistenza e la
previdenza sociale, ecc., daranno man forte alla Regione, invece di
richiederne, come oggi fanno, alla Provincia. E l'atmosfera liberista e
laburista, la sola unica vera nella quale oggi debbono muoversi gli
organismi collettivi, si troverà saldamente piazzata dalle Alpi al Mare
sopra un cumulo di forze ringiovanite, sorrette da crediti rinsanguati
ed equilibratamente distribuiti, per la salvezza e la fortuna d'Italia.
Decentrati gli organismi di Stato, io vedo in gran parte tolti i mali
attivi e passivi della Burocrazia. La macchina si velocizzerà perchè
negli elementi dinamici sarà penetrata la passione che nasce dai più
facili riconoscimenti materiali e morali. E, sopratutto, si sarà operata
la selezione dei migliori: ed i mediocri saranno spazzati a colpi di
frusta dal tempo, come si augura, nel suo brillante articolo (apparso
sull'ultimo numero di _Roma futurista_) lo Zuccari.
Perchè tutti sono d'accordo che i servizi miglioreranno se saranno
decentrati, non solo, ma ridotti d'organico. Date a dei giovani
d'ingegno e di volontà una pattuglia pur scarna di lavoratori: e libertà
d'azione e pieno senso di responsabilità. Ciò che fu fatto nelle
trincee, si farà negli uffici. Allungate pure gli orari commisurandoli
agli aumentati supplementi d'onorario. Cointeressate al più intenso
rendimento dell'opera: premiate il valore burocratico: assicurate ai
pochi ma buoni un _massimo_ di carriera possibile: e per i servizi in
subordine, per le mansioni ausiliarie nelle quali il numero può essere
indispensabile a pregiudizio, talvolta, dell'entità del compenso,
anzichè reclutare dell'elemento maschile che potrebbe trovare più sano
collocamento nell'industria, nel commercio o nell'agricoltura, reclutate
delle donne!
Le donne hanno dato la loro parte di nobile rendimento alla causa della
guerra. Non dimentichiamole! Esse, se intelligenti e colte, sono delle
eccellenti collaboratrici nelle pubbliche aziende. Il loro lavoro vibra,
quasi sempre, di passione ed è doppiamente redditizio di quello degli
uomini. Negli archivi, dove la necessaria pazienza nel rintraccio e nel
riordino delle carte è quella insita ai loro stessi domestici istinti
conservatori, nelle copisterie dove le Remington hanno ereditato il
ritmo delle Singer passandolo dal pedale alla tastiera, nelle spedizioni
dove la celerità e l'ordine, pregi essenzialmente femminili, facilitano
il movimento dei carteggi, ai telefoni, ai magazzini, ai depositi, lo so
per prova diretta, ormai, che le donne sono indispensabili e
garantiscono la dignità dell'Amministrazione che non ha più, mercè loro,
bisogno d'assoldare dei paria sempre malcontenti e perciò, in fondo,
sabotatori del buon lavoro altrui.
Con ciò credo aver toccato alcuni punti essenziali della riforma
burocratica, che, ripeto, per esperienza e per convinzione, reputo
estensibile, ormai, a tutte le Amministrazioni pubbliche d'Italia,
statali e non statali.
Inutile un esame psicologico della questione. In fondo siamo sempre ai
termini che Balzac ha immortalato nel suo saggio _Les Employés_, perchè
gli uomini saranno sempre gli uomini e le greppie (dico io) sempre
saranno le greppie.
Ma non posso in tutto dividere l'avversione dello Zuccari contro la
casta.
Non è vero che la burocrazia italiana sia un branco di parassiti e di
fannulloni. Vi sono dei valori realissimi di cultura, d'ingegno,
d'abnegazione che rendono al Paese il 100 per 10. E non dimentichiamo
che da noi, in mancanza di mecenati e di pensioni accademiche, in più
d'un caso lo stipendio serve a garantire il pane al pensatore,
all'artista, allo studioso che sa sdoppiarsi ed offrire una doppia
energia alla Patria. Vi sono, si capisce, i rovesci di medaglia, i casi
di pietà e, se non d'obbrobrio, di disperazione. Il Corbino trattò con
mano felicissima, in indimenticabili puntate della Rivista
_Avvenimenti_, il lato negativo del problema burocratico. Sono pagine,
direi, antropologiche d'una sincerità e d'una evidenza suprema.
Ma io, che da più di vent'anni vivo fra gli Impiegati e li studio con
occhi miei, credo che da una classe, per senso abnegativo del dovere e
per intenso amor di patria non inferiore a nessuna altra, l'Italia, da
matrigna divenendo finalmente madre, molto potrà attendersi alla vigilia
del suo rinnovamento ideale e sociale.
Rispondo a Paolo Buzzi:
1) Trovo lodevole la garanzia delle carriere a ruoli aperti. Trovo
lodevole l'elevare il tòno delle categorie così dette di concetto col
criterio d'avanzamento fissato in base a concorsi e a premî per speciali
benemerenze. Ma dichiaro che disgraziatamente si procederà con timidezza
mentre il criterio d'avanzamento e premî per speciali benemerenze
dovrebbe essere dominatore e applicato sistematicamente.
2) L'aumento degli stipendi deve essere sensibilissimo e parallelo alla
diminuzione degli impiegati.
3) Il criterio delle cointeressenze sugli utili dell'azienda pubblica
deve essere generale.
4) Bisogna procedere immediatamente al decentramento amministrativo.
Decentramento regionale di tutte le attribuzioni amministrative e
relativi controlli.
Bisogna sviluppare le autonomie regionali e comunali; fare di ogni
amministrazione uno strumento agile e pratico, diminuire di due terzi
gli impiegati, raddoppiando gli stipendi dei Capi-servizio e rendendo
difficili ma non teorici i concorsi. Dare ai Capi-servizio la
responsabilità diretta e il conseguente obbligo di alleggerire e
semplificare tutto.
Tutto ciò non basta, bisogna per raggiungere ad un'agile amministrazione
decentrata poco costosa, semplificatrice e pratica, abolire l'immonda
anzianità in tutte le amministrazioni.
Nella carriera diplomatica e in tutti i rami della vita nazionale.
Bisogna premiare direttamente l'ingegno pratico e semplificatore dei
buoni impiegati e giungere così ad una organizzazione semplificata a
tipo industriale.
Questo non potrà avvenire fintanto che trionferà l'assurdo prestigio dei
diplomi accademici e fintanto che l'iniziativa commerciale e industriale
procederà lentamente senza un assiduo incoraggiamento di premî
allettatori e sostentatori.
Non condivido il pessimismo di Paolo Buzzi sull'ingombro burocratico che
egli crede insanabile. È questione di coraggio nell'operazione
chirurgica che dovrà essere violenta, profonda, e senza pietà partendo
da questi due principî:
1) Decentramento.
2) Abolizione della anzianità.
Non condivido l'ottimismo di Paolo Buzzi sulla classe degli impiegati.
Vi sono eccezioni ma naufragano nell'oceano dei parassiti e dei
fannulloni.
Parassiti e fannulloni plasmati tali dall'atmosfera tediosa, pedante,
scettica, irresponsabile, senza luce, senza ambizione, quietista, vile
taccagna, abbrutente degli attuali ambienti burocratici.
Volete diventare rivoluzionarî? Volete sentirvi nelle mani un desiderio
pazzo di lanciar bombe, bruciare, massacrare, radere al suolo?
Volete, malgrado il vostro temperamento placido e sedentario, diventare
il più violento e sanguinario anarchico?
Passate mezz'ora in un ufficio governativo!
Non è ammissibile che la nostra meravigliosa guerra rivoluzionaria,
vittoriosa, dopo averci liberati dall'Impero austroungarico, feroce
burocrazia esterna, non ci liberi dall'assurda elefantiasi burocratica
interna.
Non ho che un sol timore quando penso alla rivoluzione: Quello che anche
violentissima, totale e ben diretta lasci sussistere in Italia la forse
immortale Burocrazia.
Tutti gli Italiani intelligenti pensano come me. Vi sono dovunque nel
mondo -- oggi -- dei tentativi riuscitissimi per creare nuovi organismi
su basi antiburocratiche.
La conflagrazione portando un uomo giovane e di grande ingegno come il
generale Badoglio dal grado di tenente colonnello, al grado di sottocapo
di Stato Maggiore di un esercito di 5 milioni di uomini, ha dato una
mazzata energica al principio di anzianità. Più volte abbiamo
glorificato questo carattere assolutamente futurista della
conflagrazione.
Nello sviluppo meraviglioso dell'aviazione inglese dominarono
fortunatamente due principî futuristi:
1) Si diedero i gradi di merito e venne abolita l'anzianità.
2) Trionfò sistematicamente il principio di preferire il più giovane.
La gioventù non fu un argomento per impedire che un aviatore abile,
intelligente, esperto, avesse il grado meritato. Vi furono molti _assi_
gloriosi per aver precipitato numerose vittime nemiche che rimasero a
lungo sottotenenti poichè il coraggio, l'abilità di volo e d'attacco non
bastavano. Si dava, secondo la concezione _veramente_ futurista molta
importanza all'abilità organizzatrice.
Predominava non soltanto il principio del merito fuori d'ogni anzianità,
del più giovane, ma specialmente del migliore organizzatore. Ed era
logico poichè si trattava di creare _dal nulla_ una grande
organizzazione.
Fu così possibile creare più di 40.000 piloti inglesi e di mettere a
disposizione della linea francese 2500 aeroplani pronti a volare.
Queste constatazioni non devono però ispirarci un eccessivo pessimismo
sullo sforzo aviatorio italiano, veramente glorioso.
È indiscutibile che il merito dell'Inghilterra in questo sforzo
trionfale è diminuito dallo spreco enorme di denaro. Un aviatore inglese
mi diceva: «il denaro ha salvato l'Inghilterra. Lo sforzo aviatorio
italiano è infinitamente più grande del nostro perchè fatto con denaro
limitato».
Questo aviatore inglese aggiungeva che in Scozia il governo inglese
spese 500.000 sterline per fondare una scuola d'aviazione _per assi_ e
il denaro fu tutto perduto perchè la località prescelta ventosissima e
burrascosa, non permetteva di volare che 4 mesi all'anno.
Il futurista Volt risponde con acume alle obbiezioni correnti dei
difensori della anzianità:
Se tutti i vecchi fossero della tempra del vecchio Clemenceau, io non
esiterei a schierarmi fra i paladini della più ferrea gerontocrazia.
Disgraziatamente o fortunatamente non è così.
È noto che fra i trenta e i quarant'anni la maggior parte degli uomini
normali subiscono quella specie di involuzione spirituale che viene
eufemisticamente chiamata «metter giudizio». Se si tratta di un artista,
l'individuo prende moglie e per dar da mangiare ai marmocchi si mette a
far dell'arte commerciale. Se è un uomo politico, mette accuratamente da
parte ogni opinione meno che ortodossa per irreggimentarsi nella
incolore maggioranza politica del momento. Ai _difetti_ della età
giovanile succedono, a unanime compiacimento di amici e congiunti, le
_qualità_ dell'uomo serio e maturo: la prudenza (leggi: paura cronica),
la ponderazione (cioè indecisione, mancanza di iniziativa e lentezza) e
la gravità (adorazione del mezzo termine e orrore di ogni specie di
innovamento).
E siccome gli uomini di governo vengono esclusivamente reclutati fra
questi _uomini serii_ e ben stagionati, ne segue che le suddette
_qualità_ senili danno la loro impronta a tutto l'indirizzo della
politica estera e interna di una nazione.
La politica estera sarà quindi _prudente_ e cioè pronta alle peggiori
rinunzie (vedi «politica delle mani nette», «piede di casa»,
«neutralismo») e _ponderata_, cioè lascierà sfuggire le migliori
occasioni per affermare la potenza politica della nazione (Cairoli,
ecc., ecc.). La politica interna poi sarà _grave e seria_, cioè basata
sul compromesso ed essenzialmente conservatrice, benchè larvata di
formule avveniristiche (giolittismo, Depretis e C.).
Tale infatti è la storia politica del Regno d'Italia da Custoza
all'impresa di Tripoli. La guerra attuale capovolse codesto sistema di
cose. Le qualità eminentemente giovanili e interventiste del coraggio,
della iniziativa e dell'agilità spirituale sopraffanno impetuosamente la
mentalità tarda e neutrale della vecchia Italia. Coronamento pratico e
giuridico di questa rivoluzione spirituale del popolo italiano non potrà
essere altro che l'_abolizione del criterio di anzianità_ in tutte le
carriere governative e nel libero apprezzamento del pubblico.
14.
Il proletariato dei geniali.
È indiscutibile che la nostra razza supera tutte le razze per il numero
stragrande di geniali che produce.
Nel più piccolo nucleo italiano, nel più piccolo villaggio vi sono
_sempre_ sette, otto giovani ventenni che fremono d'ansia creatrice,
pieni d'un orgoglio ambizioso che si manifesta in volumi inediti di
versi e in scoppi di eloquenza sulle piazze nei comizi politici.
Alcuni sono dei veri illusi, ma _sono pochi_. Non potrebbero giungere al
vero ingegno. Sono però sempre dei temperamenti a fondo geniale, cioè
suscettibili di sviluppo e utilizzabili per accrescere l'intellettualità
geniale di un paese.
In quello stesso nucleo o piccolo villaggio italiano è facile trovare
sette, otto uomini maturi che nella loro piccola vita d'impiegato, di
professionista nei caffè del loro quartiere e in famiglia portano sul
capo l'aureola malinconica del geniale fallito. Sono dei rottami di
genialità che non hanno mai avuto un'atmosfera favorevole e furono
perciò subito stroncati dalle necessità economiche e sentimentali.
Il movimento artistico futurista da noi iniziato 11 anni fa aveva
precisamente per scopo di svecchiare brutalmente l'ambiente
artistico-letterario, esautorarne e distruggere la gerontocrazia,
svalutare i critici e i professori pedanti, incoraggiare tutti gli
slanci temerarî dell'ingegno giovanile per preparare un'atmosfera
veramente ossigenata di salute, incoraggiamento e aiuto a tutti i
giovani geniali d'Italia.
Sono certamente due o trecentomila in Italia.
Incoraggiarli tutti, centuplicarne l'orgoglio, aprire davanti a loro
tutti i varchi, diminuire al più presto, così, il numero dei geniali
italiani falliti e stroncati.
Ho spiegato in molte opere precedenti come i 3/4 dei vizi mentali, delle
debolezze, degli errori, delle viltà e delle lentezze che si opponevano
al celere progresso dell'Italia derivavano da ciò che noi chiamiamo il
Passatismo. Culto ossessionante del passato e delle glorie antiche,
misoneismo cocciuto, valutazione pessimista delle forze della nostra
razza, accademismo scolastico, purismo letterario, culto del plagio,
copia dell'antico, adorazione del museo, esaltazione dello sgobbone,
ecc.
Il Passatismo fu per molto tempo la essenza unica del sistema
d'insegnamento e dell'educazione familiare. Era favorito da molte
ideologie assurde più o meno importate e tipicamente antitaliane.
Regnava uno schifoso intellettualismo socialistoide, antipatriottico,
internazionalista, il quale separava il corpo dallo spirito, vagheggiava
una stupida ipertrofia cerebrale, insegnava il perdono delle offese,
annunziava la pace universale e la scomparsa della guerra, i cui
_orrori_ sarebbero sostituiti da battaglie d'idee. Intellettualismo di
origine germanica, ossessione del libro, bibliofilia, pedantedescheria.
Disprezzo per la ginnastica, abbrutimento dei ragazzi nelle aule
puzzolenti e chiuse, svalutazione completa della salute e della forza
muscolare.
Vegetava in quest'aria di muffa una gioventù stremenzita, senza
freschezza primaverile e senza virilità.
Quanti giovani abbiamo visto uscire dalle scuole, malinconici, curvi,
deboli, avari di voce e di gesti, pallidi, avvizziti, con occhiali doppi
e infinite miopie stringendo sotto il braccio con una specie di orgoglio
spaventoso e miserando «I Promessi Sposi», come Don Rodrigo stringeva il
suo foruncolo di peste bubbonica.
La loro peste bubbonica era il culturalismo teutonico.
Si andava predicando che i giovani italiani erano ignoranti e che il
loro ingegno aveva bisogno di una cultura solida, seria, metodica. In
realtà si predicava l'odio all'ingegno. Leggete, studiate, ponderate,
chiudetevi nelle biblioteche, compulsate i codici, studiate gli antichi!
Vivete nei musei! Copiate quadri e statue! Bisogna imparare a scrivere,
a dipingere, a scolpire copiando le opere dei grandi! La lingua italiana
è difficilissima, occorre decidere dopo _serie_ meditazioni quali siano
i maestri da preferire e i dizionarî da consultare. Il Bartoli, il
Boccaccio, Machiavelli, Tommaseo, Rigutini, Fanfani.... Occorre
postillarli. Il tale ha ingegno. Ma usa francesismi. «Questa dei
francesismi è peste varia...».
In questa rete di divieti, di difficoltà inesistenti e di false divinità
da rispettare, da evitare, da non offendere il giovane geniale smarrisce
il suo vero istinto propulsore e deprime il suo coraggio orgoglioso.
Tutte le sue forze rimangono contratte allo stato di angoscia dolorosa
davanti alla strada lunghissima, senza conforto nè aiuto.
Sotto il nuvolone minaccioso degli esami inutili da passare o la pioggia
torrenziale dei compiti cretini, lo studente educa il suo cervello e il
suo spirito alla paura e al pedantismo.
Egli trova ogni sera in famiglia la tipica atmosfera di grettezza, di
mediocrità, l'odio per tutte le forme di avventura e di audacia, i
moralismi pretini, la goffa lotta fra l'avarizia taccagna e l'ansia del
lusso provinciale, l'affettuosità morbosa accaparrante e soffocante
della madre e la dura prepotenza di un padre rammollito che crede però
suo dovere stroncare il figlio ad ogni costo _in tutto ciò che può
sognare, desiderare, volere_.
Questo giovane geniale si sente nei nervi una forza misteriosa,
violenta. Sarà poeta, pittore, artista drammatico, costruttore di ponti
su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare,
deputato, ecc.: egli non sa esattamente.
Rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno
a sè, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche,
per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di
questa sua forza.
Egli ha invece intorno a sè degli alti pessimismi neri, delle negazioni
massiccie; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in
tasca.