OMERO.

Omero ebbe nome Melesigenete, però che nacque sopra le sponde del fiume

Melete. Perduta la vista a Colofone, deliberò ripararsi a Cyma: povero e

cieco offerse ai cittadini prendere stanza in cotesta città e farla co'

suoi versi immortale, dov'essi consentissero a nudrirlo co' danari del

pubblico. Presentatosi al Senato, esponeva l'offerta e le condizioni. La

più parte dei senatori si mostrava inchinevole ad accettare; uno solo si

oppose, tra le altre cose dicendo, che ove avessero tolto a nudrire gli

_Omeri_, ben tosto rimarrebbe esausto lo erario per la incomportabile

gravezza. Di qui venne a Melesigenete il nome di Omero, perchè i

Cymiani, nel vernacolo loro, chiamano i ciechi Omeri; e i foranei,

specialmente, di ora in avanti presero a indicare il Poeta con nome

siffatto. L'Arconte concluse non doversi nudrire l'Omero; i senatori

prima bene disposti mutarono consiglio, e vinse il partito di lasciare

il divino Poeta derelitto e cieco in balía dell'avversa fortuna! Quando

gli fecero palese la deliberazione, Omero proruppe nei seguenti versi,

però che le sue passioni e i suoi pensieri, come limpida fonte che

sgorga da grotta montana, gli uscissero dai labbri in tuono di canto:

«O Giove padre! a quali duri destini commettesti me, nudrito

delicatamente sopra le ginocchia di madre veneranda, nei tempi in cui i

popoli di Fricio, valorosi domatori di cavalli, e prodi in guerra,

edificarono sopra le sponde del mare, per tuo comandamento, o Saturnio,

la città eolia, la inclita Smirne bagnata dalle acque sacre del Melete!

— Le figlie divine di Giove ordinarono che io eternassi con i miei versi

questa illustre città, ma i suoi abitanti insensati, chiusi alla mia

voce gli orecchi, sdegnarono i miei canti armoniosi. Or sia così: ma

chiunque avrà cumulato ingiuria sopra il mio capo, non andrà impunito.

Io sopporterò animoso il fato al quale il Dio mi condannava dalla mia

nascita: intanto io non calpesterò più le larghe strade di Cyma; i miei

piedi ardono per uscirne, e il mio gran cuore mi stringe a ricovrarmi in

terra straniera, a cercare asilo in altro luogo per oscuro che sia.»

Non meno leggiadro e pieno di passione parmi il canto del Vasellaio.

Uscendo il cieco divino da Samo, certi vasai, mentre attendevano a

scaldare la fornace, lo invitarono a improvvisare qualche verso,

promettendogli alquanti dei vasi che stavano per cuocere. Omero così

cantava:

«O vasellai! se mi darete la mercede promessa, io vi rallegrerò co' miei

canti. Scendi, invocata, o Pallade, e proteggi la fornace con la tua

mano potente. Tu fa che tutti i cotili e tutti i vasi si tingano di un

bel colore nero, si cuociano in punto, e procaccino all'artefice

guadagno in copia. Fa che molti se ne vendano sul mercato, molti per le

strade, e aumentino la sostanza al vasaio, come tu, o Dea, possa

aumentare a me il tesoro della sapienza.

»Se poi, inverecondi, vorrete ingannarmi, io invoco sopra la vostra

fornace tutti gli Dei nemici: Syntripe, Smarago, Asbeto, Abacto e

Ornodamo, generatori di esizio alle fornaci. Io li supplicherò a

rovesciare questo portico e questa casa, a mandare in fiamme la fornace

in mezzo ai gridi lamentosi e ai gemiti dei vasellai: come freme un

cavallo indomito così frema la fornace mentre i vasi si rompono in

frantumi. Figlia del Sole, o Circe, famosa per gl'incantesimi, versa i

tuoi veleni sopra l'opera e l'operaio. E tu pure, Chirone, conduci i

tuoi Centauri, non pure quelli che si salvarono dalle scosse di Ercole,

ma gli altri ancora che perirono combattendo contro di lui, e vieni a

rompere tutti questi vasi! Cada inabissata la fornace sotto i vostri

colpi, ed i vasai contemplino piangendo l'atroce guasto! Io esulterò

della vostra sventura. E se taluno audace troppo si avvisasse chinarsi

per guardare più da vicino lo incendio, la fiamma gli abbronzisca il

viso, affinchè tutti imparino ad osservare la giustizia.»

Traduzioni · 第 55 / 75 题