L'autore della _Marfisa_, accademico granellesco, figurato in Dodone

dalla mazza, si divertiva, all'occasione delle raccolte di poesie per

le dette circostanze, a far stampare delle facete composizioni in

versi, ch'erano giuste censure e dileggi arditissimi contro gli

scritti del Chiari e del Goldoni e de' scrittorelli lor partigiani e

imitatori, come si può rilevare nel di lui poemetto intitolato _I

sudori d'Imeneo_ e in una moltitudine di poetiche bizzarrie, fatte da

lui stampare ne' giorni di quelle ridicole controversie.

_Stanza 45._

E dalle _Madri tradite_ dir posso...

La _Madre tradita_ è il titolo che portava una commedia del Chiari.

_Stanza 46._

dell'_Impressario turco dalla Smirne_...

Tale è il titolo d'una commedia del Goldoni.

_Stanza 47._

poi vanno a partorir _Filosofesse_...

Romanzo del Chiari, intitolato _La filosofessa italiana_. Sino

l'ottava 52 è critica sugli scritti pubblicati dall'abate Chiari.

_Stanza 72._

Un dí di carnoval era, e la pressa

de' cavalieri e paladini è grande,

per gir nella Ruet dopo la messa,

ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande

da' sedili di paglia...

L'autore della _Marfisa_ cambia nel nome di «Ruet» ciò che a Venezia

si chiama «Liston», ch'era una viottola nella piazza di San Marco,

formata da sedili posti in due lunghe file, in cui avvenivano le cose

descritte nelle ottave 72-76. Da parecchi anni tal adunanza non è piú

in costume.

ANNOTAZIONI AL CANTO QUINTO

_Stanza 2._

Non sempre e in ogni loco curiosa

soffro la gente molto volentieri,

e, verbigrazia, a un'opera fecciosa

che corra e spenda e gridi e si disperi.

Questa curiositade è perniziosa,

io dico, e di cervei troppo leggeri...

Allude al fanatismo risvegliato in Venezia dalle opere sceniche

dell'abate Chiari e del Goldoni.

Quel fanatismo aveva divisa la intera popolazione in due partiti

infuocati. Le chiavi de' palchetti de' teatri si vendevano un

occhio. I contrasti d'opinione de' due partiti assordavano e

cagionavano delle dissensioni fino nelle famiglie tra padri e figli,

fratelli e sorelle.

_Stanza 44._

e ciocche di cristallo risplendente,

non dico del Briati, che non c'era...

Giuseppe Briati muranese fu benemerito inventore privilegiato in

Venezia della pasta del terso cristallo, e particolarmente di ciocche

magnifiche da illuminare le sale de' gran signori, i teatri e le vie

in occasione di solennitá.

_Stanza 46._

che pareva quel giorno il bucentoro...

Il bucentoro era un naviglio ricchissimo, tutto intagli e dorature,

d'un costo sommo, in cui il doge di Venezia nel giorno dell'Ascensione

veniva condotto al porto di mare detto del Lido, con un sèguito di

galere e gran numero di barche; laddove giunto, per segno di antico

dominio del mare Adriatico, sposava, con un anello gettato nell'onde,

codesto mare.

_Stanza 114._

Marco dal pian di San Michel, poeta...

Cioè l'abate Chiari, di cui l'autore della _Marfisa_ dá un'idea del

carattere in quell'ottava e nella seguente.

_Stanza 113._

Anche Matteo, poeta suo nimico...

Il Goldoni ed il Chiari erano in quel tempo rivali e nimicissimi. Si

censuravano ferocemente nelle opere loro. In quell'ottava l'autore

della _Marfisa_ fa una pittura del carattere del Goldoni, gran

coltivatore d'un grosso partito agli scritti suoi con una umiliazione

e un'adulazione niente poetica.

_Stanza 117._

Dodone dalla mazza, detto «il santo»,

era venuto, e guardava ogni cosa

stando a un tavolier solo da un canto,

facendo vista di fiutar la rosa.

L'autore della _Marfisa_, figurato nel paladino Dodone, si spassava

continuamente a far l'osservatore e l'anatomista sui caratteri, sul

pensare e sul raziocinare dell'umanitá, come si può rilevare dal suo

poema e da tutti gli scritti suoi.

Il giuoco dell'«undici», descritto nell'ottava soprapposta, è giuoco

cappuccinesco e da solitario, che cerca un passatempo in una

combinazione semplice di numeri da sé solo in disparte, per non

impegnarsi in partite di giuochi di carte d'applicazione, da lui

abborrite, e per star separato da una societá romorosa.

ANNOTAZIONI AL CANTO SESTO

_Stanza 32._

Pareva scritta dal fine al principio,

siccome l'orazion di sant'Alipio.

L'«orazione di sant'Alipio» è una di quelle poesie di versi

trivialissimi, che i pitocchi e i ciechi cantavano per le strade e

sotto alle finestre delle case, accompagnando il canto loro con un

chitarrone, per trarre qualche elemosina.

_Stanza 33._

E cominciava: «O vergin, vergin bella,

estro e natura canora e sonora».

Marco poeta a rider si smascella,

e critica ogni detto che vien fuora...

Si è detta la rivalitá che correva allora tra il Chiari e il Goldoni.

I due primi versi dell'ottava 33 contengono in caricatura lo stile del

Goldoni, qualora voleva impacciarsi a comporre de' versi sostenuti.

_Stanza 35._

Dodone alcuni versi avea finiti

pel maritaggio, e pronti per le stampe,

che correggean que' vati fuorusciti.

I parigin non voglion che gli stampe,

e vanno minacciando i revisori

ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori...

Alludesi a' due partiti infiammati divisi de' partigiani del Chiari e

del Goldoni. I garbugli, i sottomani, gli occulti uffici, che facevano

quei due partiti onde non fossero licenziate per le stampe le

composizioni dell'autore della _Marfisa_, facetamente derisorie le

poesie del Chiari e del Goldoni, erano instancabili e furenti.

ANNOTAZIONI AL CANTO SETTIMO

_Stanza 3._

contro anche san Francesco, e va nel verde.

Nelle concorrenze agli uffici in Venezia s'usano tre bussoli da

raccogliere i voti secreti. L'uno di questi bussoli è bianco, l'altro

rosso, l'altro verde. I voti che si trovano nel bussolo verde

escludono il concorrente dall'officio al quale aspira.

_Stanza 30._

Una bocca facea, che somigliava

le denonzie secrete e peggio ancora...

Addietro s'è detto che le denunzie secrete, fitte nel muro

esternamente a' magistrati di Venezia, erano teste di mascheroni

mostruosi con una bocca larga oltre misura.

_Stanza 32._

svimèr, landò, carrozze, venti legni...

«Svimèr», «landò», «cucchier», «cudesime» ed altri nomi, che non si

trovano nel vocabolario della Crusca, sono carrozze posteriori alla

compilazione del detto vocabolario, ma carrozze in costume a' tempi

nostri, introdotte dalla mollezza e dal lusso, giunte dalla Francia,

dalla Germania e dall'Inghilterra in Italia.

_Stanza 51._

e tremila zecchini veneziani...

L'autore della _Marfisa_ ha protestato, nella prefazione al suo poema,

di voler usare quanti anacronismi vuole per far chiara la sua

allegoria, e di non curarsi di critici in questo punto. I zecchini

ch'escono dalla zecca di Venezia sono di purgatissimo oro e in pregio

di tutte le nazioni.

_Stanza 52._

Or qui potrebbe dirmi alcun lettore

che una dama alle truffe non discende.

Ed io rispondo che Matteo scrittore

faceva in quell'etá commedie orrende...

E fino a tutta l'ottava 54 sono censure alle commedie del Goldoni, il

quale spesso metteva in iscena de' nobili titolati d'un pessimo

carattere e come si legge nelle soprannotate tre ottave.

_Stanza 79._

Turpino scrive che le sputacchiate...

Gli applausi, che si fanno nelle chiese di Venezia a' predicatori e

alle fanciulle che cantano nei pii conservatorii musicali, quando

piacciono, sono di raschiamenti universali delle trachee e un gran

sputacchiare catarroso degli uditori.

_Stanza 89._

Dalle commedie e da' romanzi nuovi

traea gran parte de' suoi bei riflessi...

Nuovo scherzo satirico alle commedie del Goldoni e alle commedie e

romanzi del Chiari, ch'erano le letture predilette di Marfisa,

riformata dall'antico costume.

ANNOTAZIONI AL CANTO OTTAVO

_Stanza 19._

e le stimate fece colle mani,

giunta a Marfisa...

Modo usato da Luigi Pulci nel suo poema del _Morgante_, forse tratto

dall'attitudine in cui è dipinto san Francesco dalle stimate, con le

braccia e le mani aperte in atto di preghiera.

_Stanza 30._

Facendo il sordo o albanese messere...

«Far albanese messere» è proverbio toscano antico, e vale finger di

non capire.

_Stanza 38._

Di Marco e di Matteo nelle riforme

scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.

Altro scherzo derisorio satirico sugl'infiniti volumi posti alle

stampe dal Goldoni e dal Chiari, tenuti da Marfisa per classici ed

eccellenti.

ANNOTAZIONI AL CANTO NONO

_Stanza 44._

suo padre di Martan fu servitore...

Martano è dipinto, nell'_Orlando furioso_ di Lodovico Ariosto,

codardo, traditore ed esecrabile.

_Stanza 57._

--Corpo di Bacco!--giura in ogni lato--

del primo mio romanzo nella storia

vo' metter la persona del marchese

in vista da far ridere il paese.

Il «corpo di Bacco!» era il giuramento favorito del Chiari. Tal

giuramento si legge con frequenza ne' suoi romanzi e nelle sue

commedie.

Il Chiari, se aveva collera con alcuno, si svelenava ne' suoi romanzi,

mettendo in quelli i suoi avversi in un aspetto ridicolo e

abborribile, a misura del di lui cruccio e con una trivialitá plebea,

sfogando persino la sua bile a farli perire per le mani d'un

carnefice. Dalla ottava 57 fino alla 63 è derisoria censura delle

opere del Chiari e del Goldoni e sulle replicate edizioni di quelle.

_Stanza 63._

che sembrava un'idea del Masgumieri...

Il Masgumieri fu noto ciarlatano, venditor di balsami e taccomacchi in

Venezia.

_Stanza 64._

Un altro scrittorel di simil forma,

il qual delle _Stagion_ facea poemi...,

Certo conte Orazio Arrighi Landini, che in quel tempo scriveva e

stampava poemetti sulle _Stagioni dell'anno_ ed altre poesie,

dedicando le operette sue indistintamente a soggetti da' quali sperava

qualche sovvenimento. Egli passava in Venezia per buon poeta alla

sprovveduta. Questo signore, niente censurabile sull'ottimo carattere

e costume, era però infelice poeta. Un piccolo tratto di gioviale

ironia poetica, sopra a' suoi scritti e sopra gli accidenti della sua

vita, dello scrittore della _Marfisa_, lo fece entrare in furore e nel

desiderio di vendicarsi con qualche scrittura, che fu ignuda affatto

di merito, e di maniere incivili, le quali non fecero che far ridere

l'autore della _Marfisa_. Le ottave 64-67 contengono un cenno di

questo fatto.

_Stanza 68._

Gl'impostori scrittor d'allora in caldo

appiccorno question co' buon scrittori.

Sino all'ottava 73 è storia veridica e satirica sopra al Chiari e il

Goldoni, iracondi con gli accademici detti granelleschi, ch'esistevano

in Venezia, gran difensori della puritá del nostro idioma e della

buona poesia.

ANNOTAZIONI AL CANTO DECIMO

_Stanza 3._

par loro avere in sul capo il mantello...

I birri, che pigliano qualche delinquente in Venezia per condurlo in

prigione, gli mettono in sul capo un tabarro per coprirlo alla vista

del popolo. I soli ladri sono via condotti, da' birri, scoperti.

_Stanza 4._

ma come, verbigrazia, quel di Praia...

A Praia, nel territorio padovano, v'è un ricchissimo convento di

monaci cassinensi.

_Stanza 37._

Correa pel monastero una pazzia:

che si tenea per moral lavorio

l'opre e i romanzi del poeta Marco,

ed ogni tavolin n'era giá carco.

Le universali letture erano allora le opere del Chiari e del Goldoni.

Dalla ottava 37 all'ottava 46 è censura derisoria de' romanzi del

Chiari.

_Stanza 71._

... Grazie a Salomone

ed a Rutilio, in altro sono dotto...

Servo mille persone del paese

con la mia _Fiorentina_ e _Bolognese_.

Rutilio Benincasa fu astronomo, e l'opere sue sono molto studiate e

considerate da' giuocatori al lotto. La _Fiorentina_ e la _Bolognese_

sono di que' molti libriccini di cabale numeriche, che si vendono

agl'infiniti creduli giuocatori del lotto. Quanto agli anacronismi

dell'ottava 71, si è detto che l'autore della _Marfisa_ volle usarli a

suo talento per render chiara la sua allegorica intenzione, senza

curarsi delle stitiche censure in tal proposito.

ANNOTAZIONI AL CANTO UNDECIMO

_Stanza 8._

e dice:--Eccovi alfin quel del formaggio...

Proverbio comune in Venezia. «Trovar quel del formaggio» vale

abbattersi a chi sa castigare.

_Stanza 9._

ne sa quanto un Macope ad una cura...

Macope fu celebre professore di medicina nella universitá di Padova.

_Stanza 79._

No, che non v'è ne' romanzi del Chiari

sorpresa a quella di Marfisa eguale...

L'abate Chiari nelle sue commedie e nei suoi romanzi studiava e

procurava sempre di sbalordire gli spettatori e i lettori colle

sorprese maravigliose e gli accidenti impossibili.

_Stanza 102._

Certi Macmud dipingono prudenti,

molto teneri in cor, molto pietosi,

certi bey, filosofi saccenti,

moralisti, divoti e generosi;

e per converso cristian malviventi,

marchesi ladri e conti pidocchiosi...

Son prese di mira le commedie del Goldoni, e particolarmente le

_Persiane_ e le altre commedie turche, che correano in quel tempo ne'

teatri di Venezia.

_Stanza 108._

perocché certo e' le sapeva tutte

e aggiunge alle dottrine di Margutte.

Margutte è il personaggio d'un ateo, ladro, ghiottone e colmo di tutti

i vizi, dipinto anche con troppa vivacitá e imprudenza, ma felicemente

e comicamente, da Luigi Pulci nel suo poema del _Morgante_.

ANNOTAZIONI AL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO

_Stanza 5._

Solo i Marchi e i Mattei da San Michele

hanno alcune cagion d'irritamento...

L'ottava contiene una ingenua e cordiale veritá, non essendo l'autore

della _Marfisa_ (sempre risibile e scherzevole) stato avverso al

Chiari ed al Goldoni che per uno zelo letterario d'opinione, in

accordo co' suoi soci accademici detti granelleschi, e per la

sovversione che facevano gli scritti di quelle due persone, sviando la

gioventú dallo studio della nostra lingua legittima litterale, dalla

eloquenza, dalla varietá dello stile e dalla colta poesia italiana ne'

differenti generi.

_Stanza 23._

con que' meschin cinque ducati al mese...

Gli ufficiali militari dell'armata veneta, che venivano riformati dopo

il loro servizio, restavano con la sola paga mensuale di venti soldi

al giorno.

_Stanza 32._

Dal suo procurator corre volando.

Ecco un messo togato viene ansante,

che intima una gran pena al conte Orlando

e nel casotto sequestra il gigante...

Dalla ottava 32 a tutta la ottava 35 l'autore della _Marfisa_ dá

un'idea al lettore de' raggiri interminabili usati da' causidici del

fòro veneto.

_Stanza 49._

da que' che balzan giú da' campanili...

I suicidii erano divenuti frequenti in Venezia. Parecchi disperati

avevano scelta la morte volontaria con lo scagliarsi dall'enorme

altezza del campanile di San Marco, e morivano stritolati e

stracciati.

_Stanza 56._

a' mascalzoni affamati e assetati...

A Venezia vivono molti viziosi scioperati della plebaglia vendendo

relazioni a stampa, vere, inventate o false, bandi e notizie di rei

giustiziati, gridando con voci fastidiose e correndo per tutta la

cittá, anche prima che l'infelice condannato abbia subita la sentenza,

per trarne sollecitamente danari da spendere alla taverna.

_Stanza 67._

la favola di Mida e del barbiere...

La favola di Mida, re di Frigia--che aveva le orecchie d'asino e le

teneva occulte per vergogna, e del barbiere che lo tondeva e che, pena

la vita, non doveva palesare il secreto; il quale si sfogò palesandolo

in un buco della terra, dal quale buco spuntarono canne, che percosse

dal vento suonavano: «Mida ha l'orecchie d'asino», palesando cosí la

sciagura di Mida,--è favola nota.

_Stanza 89._

Si leggea nel lunario da Bassano...

Altro anacronismo dell'arbitrio dell'autore della

_Marfisa_. Moltissimi lunari degli anni successivi, che si vendono in

Venezia, giungono dalle stamperie di Bassano o di Trevigi.

_Stanza 114._

Non eran di Parigi i bei talenti...

Sotto il nome di Parigi e di Francia s'interpreti sempre Venezia

allegoricamente.

_Stanza 116._

Marco e Matteo non eran piú scrittori,

ché di seccar le coglie erano rei...

Le opere teatrali del Chiari erano rifiutate da' comici, perché non

facevano piú alcun effetto in iscena, ed egli s'era ritirato a

Brescia. Il Goldoni era passato a Parigi a cercar quella fortuna che

in Venezia s'era per lui raffreddata.

_Stanza 145._

Ecco i ministri ch'alzano il sipario,

e son piú di duemila giunti in scena...

I ministri della repubblica di Venezia stipendiati e con la cieca

facoltá di poter lucrare quegl'incerti, ch'essi sapevano procurarsi e

far certi, erano un numero infinito.

NOTA

Una parte della storia della _Marfisa_ è data dal G. stesso, un po'

nella prefazione, un po' nelle _Annotazioni_. Sicché possiamo

risparmiarci di rifarla per intero, bastando riprenderla dal punto in

cui l'autore l'ha lasciata.

Scritti dunque i primi dieci canti nel 1761, e gli ultimi due, nonché

dedica e prefazione, sette anni dopo (cioè nel 1768), il G. tenne

chiuso per altri quattro anni il ms. nel suo cassetto, prima di darlo

alla luce. Infatti soltanto nel 1772, con la falsa data di Firenze (ma

con l'aggiunta: «E si vende da Paolo Colombani in Venezia, all'insegna

della pace»), venne pubblicata per la prima e sola volta: _La Marfisa

bizzarra, poema faceto, nelle opere del conte_ CARLO GOZZI

_tomo VII_. È un volume in-16 di 398 pagine, oltre una pagina

innumerata di _Errata-corrige_, nella quale, a dir vero, non è

elencata neppure la metá dei molti errori di stampa ond'è deturpata la

non bella edizione.

Del lavoro il G. non restò troppo soddisfatto: gli pareva, a suo dire,

macchiato «di sbagli ed errori, i quali accrescono bruttura alla

naturale bruttura del poema»[1]. Perciò, a libro finito, e, come pare,

dopo il 1797[2], vi tornò su, e ne apparecchiò una seconda edizione,

tempestando di correzioni i margini d'un esemplare stampato,

intercalando alcune giunte e portando alle proporzioni di vere e

proprie _Annotazioni_ le poche e brevi note sparse qua e lá

nell'edizione Colombani.

Questa nuova edizione avrebbe dovuto esser costituita, secondo il

desiderio dell'autore, da due piccoli volumi[3], e recare il titolo:

_La Marfisa bizzarra, poema faceto del conte_ CARLO GOZZI

_veneziano, cogli argomenti del medesimo autore. Seconda edizione,

ricorretta, emendata e accresciuta, giuntevi alcune annotazioni al

fine d'ogni canto._

Senonché la desiderata ristampa, per ragioni a noi ignote, non poté

mai aver luogo, vivente il G. Dopo la sua morte (1806), l'esemplare da

lui postillato, venuto in ereditá al nipote Carlo (figlio di Gasparo),

fu da quest'ultimo dato temporaneamente in prestito al segretario

Gradenigo, che s'affrettava a ricopiare giunte e correzioni su d'un

altro esemplare, alla fine del quale annotava: «1806, 14 luglio. Ho io

sottoscritto terminato di copiare le aggiunte e le correzioni fatte

dal chiaro autore sull'originale che potei avere scritto dal di lui

carattere. GRADENIGO». Quasi nel medesimo tempo (1809) Angelo

Dalmistro, grande ammiratore del Gozzi, s'accingeva a curar lui la

nuova edizione della _Marfisa_. Ottenne in prestito l'apografo

Gradenigo, lo apparecchiò per la stampa, aggiungendovi di sua mano

altre correzioni, trovò anche lo stampatore: non restava altro (cosa

che a lui sembrava facile) che il giá ricordato erede del Gozzi

accordasse il necessario consenso. «O il nipote dell'autore--scriveva

da Montebellun, il 5 febbraio 1809, per l'appunto al Gradenigo--la fa

stampare egli, o facciola stampare io: in ogni maniera io ne sarò

contento, purché un sí ricco dono si faccia all'Italia, che da qualche

anno l'aspetta». Ma, o che il consenso non fosse stato dato o quale

altra sia stata la ragione, la ristampa, disegnata dal Dalmistro con

tanta fermezza di propositi, andò in fumo. Chi ci perdette piú di

tutti, fu il povero Gradenigo. È vero che il Dalmistro gli aveva

promesso, nella lettera avanti citata, che «l'esemplare postillato,

anzi corredato di giunte, da _lui_ favorito, sarebbe stato tenuto

sotto la piú stretta custodia diurna e notturna». Senonché codesta

custodia fu cosí ferocemente gelosa o (che può anche darsi) cosí

sciaguratamente trascurata, che il prezioso libro, invece di ritornare

nelle mani del legittimo proprietario o del figlio di lui, il nobile

Vittore Gradenigo (che della non avvenuta restituzione si lagnava col

Cicogna), passò non si sa né come né quando (forse prima, forse dopo

la morte del Dalmistro), in quelle di Bartolomeo Gamba. Dal Gamba a

sua volta lo ebbe in prestito nel 1840 Emanuele Cicogna, il quale

ricopiò correzioni e giunte su di un terzo esemplare, che, giunto fino

a noi, si conserva nel Museo civico e Correr di Venezia (_Libri

postillati_, II 17).

Un solo punto oscuro resta in questa narrazione, che abbiamo riassunta

da un proemio aggiunto dal medesimo Cicogna all'esemplare sopra

menzionato.

Il Cicogna annota: «Oggi, primo giugno 1856, ho veduto presso il

signor conte Carlo Gozzi, figlio di Gaspare, _quondam_ Almorò [ossia

presso il nipote dell'ultimo dei fratelli del Nostro] l'originale,

stampa e manoscritto della _Marfisa_, ch'io e Tessier credevamo

perduto, ma che fu sempre gelosamente conservato nella famiglia di

Carlo, ed oggi è appunto nelle mani del consigliere Carlo Gozzi con

altri autografi del chiarissimo autore». Ora, ebbe il Cicogna l'idea

e l'agio di collazionare la copia, da lui estratta dall'apografo

Gradenigo, sull'autografo gozziano? Nessun documento abbiamo rinvenuto

che ci permetta di dare, a codesto interrogativo, una risposta

affermativa o negativa. C'è quindi solamente da augurarsi (e anche da

supporre, data l'accuratezza e la scrupolositá ben note del Cicogna)

che le cose sieno andate nel modo criticamente piú desiderabile; in

guisa che perfetto equipollente dell'autografo gozziano sia riuscita

la copia del Cicogna, che, in mancanza di meglio, abbiamo dovuto

prendere a fondamento della presente edizione.

Confrontata con l'edizione Colombani, essa, oltre molte varianti

formali, che non è il caso d'enumerare, presenta le seguenti aggiunte:

a) Canto I--ottave 51-2, 66-7, 72-8.

b) Canto V--ottave 84-100.

e) Canto XII--ottave 118-32, 139.

d) Tutta l'appendice[4].

Inoltre quelle che nell'edizione Colombani, per un assai palese errore

d'impaginazione, erano le ottave 12-5 del canto quinto, presero

nell'esemplare postillato il posto che loro toccava logicamente, il

posto cioè delle ottave 8-11; e cosí all'inverso.

Non ci pare necessario di fare troppe parole sui criteri, comuni a

tutti i volumi degli _Scrittori d'Italia_, seguiti in questa ristampa.

Basta avvertire che, oltre alla correzione di qualche svista

tipografica sfuggita al medesimo G., abbiamo rettificato anche alcuni

evidenti errori di distrazione, se non, anche essi, meramente

tipografici, che guastavano la struttura del verso (p. es., «avea» e

simili per «aveva», e all'inverso; «lor» e simili per «loro», e

all'inverso, ecc. ecc.).--E neppure mette conto di estenderci in

particolari bibliografici. Purtroppo la _Marfisa_, non ostante i suoi

innegabili pregi di vivezza e freschezza, che ne costituiscono uno dei

migliori poemi eroicomici della letteratura italiana (tale anzi da

esser collocata assai piú in alto di lavori congeneri, i quali godono

da secoli reputazione troppo superiore ai propri meriti), non ha

allettato finora nessuno studioso a farla oggetto d'uno studio

critico. Bisogna dunque contentarsi dei magri accenni che si trovano

in lavori d'indole generale intorno al G., giá catalogati quasi tutti

in bibliografie speciali, ricordate dal Prezzolini nella _Nota_ alla

sua edizione delle _Memorie inutili_.

Nostro dovere imprescindibile è invece quello di manifestare tutta la

nostra gratitudine al dr. Ricciotti Bratti del Museo civico e Correr

di Venezia, il quale, assumendosi cortesemente per noi la parte piú

delicata e ingrata del lavoro, ossia compiendo lo spoglio delle giunte

e varianti dell'apografo Cicogna, ci ha permesso di riprodurre la

forma definitiva voluta dal G., o almeno quella che, giusta i

documenti che si posseggono, deve essere ritenuta tale.

[1] Gamba, in _Biografie degli italiani illustri_ del DE TIPALDO,

III (Venezia, 1836), 339 n.

[2] «Osservo che le giunte e annotazioni del G. devono essere state

da lui fatte dopo il 1797, cioè dopo la caduta della repubblica,

se non tutte almeno in parte, giacché nella annotazione alla

stanza 46 del canto quinto si parla del bucintoro come cosa

ch'era ricchissima». Cosí il _Cicogna_, nel suo proemio piú

appresso citato.

La Marfisa bizzarra · 第 16 / 17 段