La tossa è insuperabil, la febbretta

era una lima sorda quotidiana;

tal ch'ella finalmente si rassetta

ad una santitá bizzarra e strana.

Toglie di fare una vita negletta,

declama sopra la miseria umana;

si vesta da pinzochera, scegliendo

per direttore un padre reverendo.

153

Vuol una stanza picciola e dimessa

con poche sedie, semplice e sfornita.

Ogni giorno per patto si confessa,

ogni tre dí va al pane della vita.

Tien la divota Ipalca sol con essa.

Per cibo una panata ha stabilito,

e in una sua scodella la volea,

che il nome di Gesú nel fondo avea.

154

Destava compunzione e riverenza

questa vergine mia pinzocherona,

quando uscía col suo velo da Fiorenza,

che la copriva, e in man colla corona.

Avea di poverelli concorrenza

dove passava, e un soldo a tutti dona;

le baciavan le vesti, ed ella umíle

dicea:--Non fate; io sono un vermo vile.--

155

Tal fin la bizzarria di Marfisa ebbe,

vivendo con la tossa ben trent'anni;

e il fine a Bradamante molto increbbe

piú dei bizzarri oltrepassati danni,

perché la santa in casa era un giulebbe,

una lingua da dar di molti affanni,

che col labbro divoto e il cor zelante

trattava da bagascia Bradamante.

156

E nota il tempo ch'ella si confessa,

se cambia confessore, e s'egli è bello,

se ragiona con uomini alla messa:

sempre è scandalezzata d'un bordello.

Con ironia la chiama padronessa;

eran le fanti mezzane a pennello:

per le finestre spia le sue vicine,

e fa che son zambracche e concubine.

157

Lettor, giacché Marfisa è fatta santa,

io non ho cor d'ucciderla altrimenti,

ché il buon esempio è una bella pianta

da non tagliar, s'è specchio a malviventi;

e perché eternamente non si canta

per non seccar le natiche alle genti,

e perché pur sgonfiata ho la zampogna,

fo punto e attendo il plauso o la vergogna.

FINE DEL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO

APPENDICE

I

LO SCRITTORE DELLA «MARFISA»

a' suoi lettori umanissimi

Leggesi che gli antichi padri della Chiesa greca, non meno gran santi

che gran filosofi, usavano ne' sermoni che esponevano da' pergami alle

adunanze raccolte ad ascoltarli, l'innestare de' ritratti degli uomini

affascinati e perduti nel vizio.

Le loro accurate osservazioni sulla umanitá fornivano il loro pennello

di tratti e di colori i piú vivi ed espressivi per porre sotto agli

occhi degli uditori le figure degli ebbri, degli iracondi, de' golosi,

de' superbi, degli avari, de' molli effeminati, de' sfrenati,

libidinosi e d'altri brutalmente abbandonati ne' vizi; e con tali

fisonomie, tali guardature, tali attitudini, tali scorci naturali,

veri e abborribili ne' loro aspetti, che destavano negli ascoltatori

ribrezzo e timore di somigliare a que' schiffi ritratti.

Una filosofica efficace facondia pittrice faceva qualche buon effetto,

e metteva alcun freno di vergogna nella umanitá traviata e corrotta

da' vizi.

L'urbano satirico osservatore sul genere umano, buon ritrattista e non

cinico detrattore, laceratore, uccisore alla vita civile; che si

attiene a' generali e non si scaglia a mordere particolarmente e

nominatamente; non mosso da collera, da ambizione, da invidia e da

vendetta o da venalitá, ma soltanto mosso da un sentimento di zelo

inclinato al bene di tutti, potrebbe lusingarsi di purgare colle tre

pitture in iscorcio ridicolo o schiffo, ma sempre naturali e vere,

almeno in parte, il contagio di que' rei ammorbati costumi, che presto

o tardi involgono ne' flagelli le intere nazioni.

Devo dire con mio intenso dolore ciò che altri dissero e affermarono

con franchezza.

La patria mia, un tempo specchio di soda religione, di pietá, di

giustizia, d'integritá, di valore, di coraggio, di prudenza, di

costanza e d'ogni virtú, poco a poco, e particolarmente dopo

l'insidiosi sparsi sofismi novelli, detti «filosofia», tendenti ad

offuscare cervelli, a capovolgere tutte le leggi, tutti gli ordini

salutari e a dar libero il corso a tutte le passioni degli uomini e

delle femmine, è divenuta il ricinto delle leggerezze, delle

immodestie, delle sfrenatezze, della infingardaggine, della ignoranza,

della malafede, della stolida miscredenza e di quel lusso, di quelle

mollezze, incontinenze e lussurie, che cagionarono un giorno la caduta

de' regni de' Sardanapali d'Assiria.

Furono pochi quelli della mia patria scopritori che le parole sparse

«dirozzare», «ripulire», «umanizzare», «risvegliare», «illuminare»,

«spregiudicare», fiancheggiate da ingegnosi insidiosi sofismi

adulatori e commiseratori delle umane passioni tenute a freno (sofismi

coperti dal velo mentitore della parola «virtú», degenerati ne' due

stolidi e in un seducenti ululati: «libertá» ed «eguaglianza»), non

erano che stimoli alle sanguinarie rivoluzioni alla frattura delle

provvide leggi de' saggi, dettate dalla gran maestra esperienza, e

sofismi guide ad una generale corruttela de' costumi e della solida e

sana morale.

Coloro i quali non iscorgono quest'infelici precursori effetti

conseguenti, avvenuti, prima che in altri climi, nel clima medesimo

dond'ebbero scaturiggine le parole e i sofismi sopraccennati (effetti

conseguenti di generale angoscia, dilatati poscia negli altri climi)

non sono né «dirozzati» né «ripuliti» né «umanizzati» né «risvegliati»

né «illuminati» né «spregiudicati», ma ciechi ed ebbri sonnambuli

disumanati, che girano brancoloni per entro una densa nebbia

contagiosa e fetente, da essi creduta lume risplendentissimo e

quintessenza di cribrata e purificata filosofia.

La _Marfisa bizzarra_, poema di aspetto scherzevole, non è che un

quadro storico del costume corrotto, di ritratti naturali, di

caratteri veramente de' nostri giorni, della mia patria infelice e

un'allegorica predizione del di lei finale destino.

Convien dire che gli antichi greci, i quali ascoltavano i loro

predicatori, avessero i cuori piú atti alla sensibilitá, alla

vergogna, alla compunzione, de' miei patrioti.

Si pongano nel conto de' nulla parecchi tratti giocosi satirici

contenuti nel mio poema contro alcuni scrittori del tempo in cui lo

composi, i quali, assecondando la corruttela del costume, sviavano la

gioventú dalle regolaritá e guastavano la nobile semplicitá, la fedele

legittimitá, la nitidezza del nostro eccellente idioma e il buono e

vero gusto di scrivere in prosa ed in verso della nostra un tempo

brava nazione; i quali cattivi scrittori non si astennero di pungere e

dividere sgraziatamente e dozzinalmente la opinion mia, ch'io sostenni

per legittima con quella inutilitá medesima con la quale ho combattuta

per quanto potei la irreparabile inondazione della epidemica

corruttela guastatrice della soda e sana morale.

Alcuni hanno giudicato che le importanti mire con le quali presi a

scrivere la _Marfisa_ dovessero essere esposte con uno stile

differente, vale a dire piú serio, piú elevato e piú altitonante.

Oltre a che io fui sempre di un naturale piú inclinato al socco che al

coturno, e sempre risibile sugli oggetti che presenta al mio sguardo

questo basso mondo, per la opinion mia, cotesti giudici condannavano

la mia composizione ad avere pochi lettori, siccome avviene oggidí per

lo piú alle opere di morale scritte con sublimitá e catedraticamente

per combattere i costumi corrotti.

A me stava a cuore che la _Marfisa_ fosse letta e intesa

universalmente da tutti senza promuovere sbadigli; e sapendo che le

veritá innegabili de' miei ritratti e de' costumi della mia patria,

pennelleggiati comicamente con uno stile italiano colto, ma che

pizzica dell'urbano satirico lepido, avrebbe avuto maggior numero di

lettori, volli scriverla com'ella è scritta.

Fui da alcuni ecclesiastici tacciato di troppo ardire e d'imprudenza

nel dipingere nella _Marfisa_ parecchi della loro classe in

un'attitudine indecorosa al loro carattere.

Se questi alcuni tali avessero mantenuta la dovuta decenza,

inseparabile dal loro carattere, non comparirebbero nel mio quadro di

veritá in uno scorcio indecente, esoso e ridicolo.

Al tenere in silenzio i vizi di alcuni ecclesiastici della mia patria

non avrei giammai potuto dare il titolo di prudenza, ma piuttosto il

titolo d'ipocrisia, vizio infernale e da me piú ch'altro vizio

abborrito e perseguitato.

In una cittá, in cui i vizi giungono di gran lunga a preponderare

sulla virtú, comunicano il loro veleno anche in quelle persone le

quali dovrebbero con l'esempio e con la forza e la facondia d'una

logica efficace combattere e fugare il vizio medesimo.

Questo mostro, che deride la rattenutezza, i riguardi, la modestia, il

pudore, la castitá, la temperanza, la sobrietá, accresce il numero

all'infinito de' bisogni, al di lui alimento, e protetto dalla

innumerabile schiera de' suoi seguaci possenti, riduce l'umanitá alla

natura de' bruti, senza distinzioni di grado, di nascita o di

ministero.

I giusti veri osservatori e conoscitori del corrotto costume della mia

patria confesseranno che le pitture, con le quali delineai e

tinteggiai tratto tratto nel mio (in apparenza) scherzevole poema

della _Marfisa_ alcuni ecclesiastici nostri, rappresentano originali

ritratti della veritá.

L'avvilimento da me dipinto, di cui lordarono que' tali il loro

rispettabile carattere con perniciosissimo esempio, meritavano la

sferza del zelo mio, siccome l'hanno meritata i loro protettori, che

accrebbero l'avvilimento di quelli con que' modi che appariscono dal

poema della _Marfisa_.

Nel colloquio che tiene il mio allegorico paladino Ruggiero col mio

allegorico Turpino, arcivescovo del mio allegorico Parigi, nell'ottavo

canto del mio allegorico poema, si rileverá in qual rivolta il vizio

avesse ridotte le famiglie; di qual guasto costume il vizio avesse

lordata una infinitá di ecclesiastici, e con quale impossibilitá le

viziose protezioni sopraffatrici incatenassero la pia volontá dei piú

saggi e santi capi della Chiesa, di frenare, correggere, castigare e

riformare il contegno de' loro leviti sfrenati, scandalosi e viziosi.

Non si creda giammai ch'io abbia preteso di porre in un fascio tutti i

viventi a' giorni miei nella mia patria con gli accecati gruffolatori

nel marciume e nel lezzo de' vizi rovinosi alla patria mia.

Non meno che nella lega del popolo e ne' particolari da tal lega

separabili, conobbi ne' présidi al governo politico, civile e

criminale e nel ceto ecclesiastico nostro, secolare e regolare, delle

persone venerabili, fornite di ottimi sentimenti, di dottrina, di

prudenza, di fervente zelo, di religione, di retta morale, veggenti

non lontani i fulmini smantellatori, e adoperarsi con tutto lo spirito

loro per allontanarli, ma con quella inutilitá con cui dugento

d'intelletto intemerato e fermo vorrebbero porre a dritto cammino

cento e piú mila intelletti sviati, frenetici, guasti da falsi

dettami, guidati soltanto dalle sguinzagliate passioni e da' sensi

viziati e brutali, ridotti torrente insostenibile e dominatore.

Ma i pochi saggi, buoni, divoti e credenti furono dalla moltitudine

de' viziosi considerati imbecilli, accecati da' pregiudizi d'una

stolida educazione falsa e antiquata.

I pochi buoni zelanti ecclesiastici furono dalla immensitá de'

viziosi giudicati furbi, impostori, ipocriti, spaventacchi e lusingatori

de' popoli di eterni celesti beni, per cupidigia di beni e d'oro

terreno.

I pochi ottimi présidi al governo, che osarono, con troppo tardi

maturi decreti emanati, di ridurre la gran massa de' viziosi al

raccoglimento, alla moderazione, alla temperanza, e di regolare il

costume disordinato e corrotto, di separare le ore del divertimento da

quelle del riposo, di procurare che il giorno fosse considerato

giorno, la notte considerata notte, onde i tribunali di giustizia e

gli uffici non fossero occupati e amministrati da persone sonniferose,

rese astratte, balorde ed ebbre dalle veglie, da' stravizi, dal

giuoco, da' liquori, dalle notturne lussurie, di por freno a' vestiti

immodesti, lascivi, attraenti, solleticatori e coltivatori del vizio

nelle femmine rese baccanti dalle furie e dalle sfrenatezze del vizio,

furono chiamati dalle orrende strida di un enorme tumulto di voci

assordatrici, uscite dalle gole dell'immenso brulicame vizioso

fremente, sopraffattori, ignoranti, vaneggiatori addormentati nelle

goffaggini e muffaggini smodate, deliranti, disumanati, tiranni della

natura e punibili.

Noi gli vedemmo rovesciati da' lor tribunali con tempesta di viziosi

voti repubblicani forsennati iracondi, e vedemmo il vizio vittorioso

gl'interi giorni e le intere notti scorrere la cittá pel suo

dilatarsi, consolidarsi, torreggiare e signoreggiare.

Ben lo disse l'ottimo filosofo morale francese, osservatore profondo,

Giovanni La Bruyère, ne' suoi _Caratteri_: che chi pretende di por

argine agli abusi del corrotto vizioso costume, dilatati,

impossessati, inveterati sopra le popolazioni, non fa che come colui

che fruga in una cloaca per iscemare il puzzo: altro non fa che

innalzare piú violento e piú insoffribile il fetore.

Se si vorrá considerare senza collera, senza maligna prevenzione e a

mente serena il poema intitolato _La Marfisa bizzarra_, si troverá che

tra il piccolo numero dei buoni inutili, a fronte degl'innumerabili

guasti e corrotti, campeggiano, in quel poema giovialmente e

urbanamente satirico, gli Orlandi, i Dodoni, gli Uggieri, gli

Angelini, le Aldabelle, le Ermelline ed alcuni altri buoni personaggi,

le cui grida, le cui lagnanze, le cui predichette zelanti furono

derise e seminate tra le ortiche ed i pruni, come quelle de' pochi

buoni della mia patria.

Preghiamo e speriamo che de' benigni influssi delle fulgenti stelle

che ci soprastano purghino le menti sviate e guaste e le rimettano a

dritto cammino, per la pace e tranquillitá d'una patria in cui nacqui,

crebbi e invecchiai, desiderando ognora il legittimo bene di tutti i

miei concittadini, spoglio di presunzione, alienissimo dalla piú

minuta pretesa, salvo quella di voler dire apertamente la veritá mal

sofferta.

II

ANNOTAZIONI

AVVERTIMENTO

Dovrebbe essere superfluo l'avvertire i lettori che chi si è posto a

scrivere la _Marfisa bizzarra_, poema faceto, non abbia presa materia

(com'egli tratto tratto asserisce scherzevolmente) da Turpino; e che

Carlo Magno, Parigi, i paladini e i personaggi descritti dal Boiardo,

dall'Ariosto e da alcuni altri scrittori degli antichi poemi, non

sieno stati presi dallo scrittore della _Marfisa_ che per coprire

d'una veste allegorica un piccolo abozzo del prospetto de' costumi,

della morale de' giorni suoi e de' caratteri in generale de' suoi

compatrioti, riformati da' scrittori perniziosi e dalla scienza del

nostro secolo detto «illuminato».

Tuttavia do questo avvertimento preliminare alle annotazioni fatte

sulla _Marfisa_, onde le fantasie interpretatrici non escano dal

quadro storico de' costumi e de' caratteri in generale ch'esistevano

nella patria dello scrittore della _Marfisa_, poema faceto, nel tempo

che fu composto.

ANNOTAZIONI AL CANTO PRIMO

_Stanza 1._

Se non credessi offender gli scrittori

che han rotto con lo scrivere ogni sbarra,

e son fatti del mondo inondatori,

io canterei di Marfisa bizzarra...

Ardeva, nel tempo in cui l'autore si pose a scrivere il poema della

_Marfisa_, una controversia lepidamente satirica tra gli accademici

denominati «granelleschi» esistenti in Venezia, gran difensori della

lingua litterale italiana e della colta poesia di vario genere, e gli

scrittori che le sfiguravano e guastavano colle opere loro, d'un

libero e goffo mescuglio di esteri linguaggi, di maniere e frasi

grossolane, di ampollositá snaturate, di corrotti vernacoli.

Uno scopo, tra i molti altri dell'autore della _Marfisa_, accademico

granellesco sotto il nome del «Solitario», fu di prendere di mira i

cattivi scrittori che in quella stagione in Venezia sviavano le menti

dalla coltura, e particolarmente il Goldoni ed il Chiari, scrittori di

commedie, di romanzi, di prose e di poetiche composizioni in ogni

genere e metro infelicissime. Si troveranno nel poema della _Marfisa_

buon numero di squarci di censura e dileggio diretti a' cattivi

scrittori del tempo in cui fu composto, né si nega che, nel mezzo

agl'infiniti caratteri presi in generale, che campeggiano nel poema,

sotto i due nomi de' paladini Marco e Matteo dal Pian di San Michele

sono figurati particolarmente il Chiari e il Goldoni, i due maggiori e

piú arrabbiati nimici degli accademici granelleschi accennati.

_Stanza 2._

...e farò come il Cordellina e Svario,

c'hanno l'interruttore dietrovia

al loro arringo che grida il contrario...

Nel fòro veneto, alle dispute delle cause degli avvocati, v'è un

avvocato che interrompe a diritto ed a torto con voce tuonante

quell'avvocato ch'è l'ultimo ad arringare nella causa, e vien data

poca retta da quello che arringa all'interruttore.

Cordellina e Svario furono due de' piú celebri avvocati del fòro

veneto.

_Stanza 5._

Di Marfisa bizzarra cantar voglio.

Cantolla un altro, e non ebbe concetto...

onde rimase con Paris e Vienna

ad aspettar qualche moderna penna.

Un certo Dragontino da Fano scrisse un poema nel Cinquecento,

intitolato _La Marfisa bizzarra_, seguendo le fantasie romanzesche del

Boiardo e dell'Ariosto meschinamente.

Quel cattivo poema ebbe il destino ch'ebbero i triviali poemi di

_Paris e Vienna_, del _Buovo d'Antona_ e di parecchi altri cosí fatti,

comperati soltanto dal basso popolo.

_Stanza 6._

Voi, che non isdegnate i versi miei

e de' nostri buon padri avete stima...

Intendasi gli accademici granelleschi e tutti coloro che apprezzavano

la puritá e l'indole della nostra lingua litterale, della colta poesia

italiana in tutti i generi, ed erano fedeli agli antichi celeberrimi

nostri conformatori e fondatori di quelle.

_Stanza 14._

I romanzieri dall'eroiche imprese,

dalle battaglie e da' sublimi amori

piú non si nominavan nel paese,

perché i moderni eran usciti fuori...

E sino a tutta la stanza 16 è satira dileggiatrice sul profluvio de'

romanzi pubblicati dall'abate Chiari, ed è pittura satirica sopra

alcune commedie del Goldoni.

_Stanza 17._

Altri scrittor piú dotti e disonesti

per i lor fini, a tal cominciamento,

stampavan libri sottili e infernali

dipingendo i mal beni ed i ben mali.

Cioè i sofisti perniziosi del secolo, i quali col pretesto

d'illuminare il genere umano rovesciarono infiniti cervelli per

universale sciagura e trambusto.

_Stanza 48._

Talor soletto andava passeggiando

lá dove son le dinunzie secrete...

Si chiamavano in Venezia «denunzie secrete» alcune teste spaventose di

marmo, fitte nelle muraglie de' magistrati, le quali teste o

mascheroni avevano una gran bocca aperta, in cui i delatori, che

volevano star celati, scagliavano le querele scritte in una cartuccia

contro coloro che volevano accusare ed esporre a' processi

d'inquisizione.

_Stanza 53._

...fatto vecchio servente a Galerana...

Galerana, secondo gli antichi romanzi, fu imperatrice e moglie di

Carlo Magno. Il titolo di «servente» è abbastanza in costume a' giorni

nostri per intendere qual sia l'uffizio di quello.

_Stanza 55._

Marco e Matteo del Pian di San Michele...

Si è detto che sotto le persone de' due paladini antichi Marco e

Matteo dal Pian di San Michele sono figurati i due poeti Chiari e

Goldoni.

_Stanza 61._

Ma Dodon dalla mazza, paladino...

Non si cela che sotto il nome del paladino Dodon dalla mazza è

figurato l'autore del poema della _Marfisa_; il quale, unito agli

accademici granelleschi di lui soci, fu il martirio maggiore de' due

suaccennati poeti.

ANNOTAZIONI AL CANTO SECONDO

_Stanza 1._

Io mi son dilettato alquanto invero

il critico arruffato immaginando...

Fino compresa la quarta ottava è un immaginato dialogo tra

l'autore della _Marfisa_ e l'abate Chiari, uomo di carattere altero e

presuntuoso.

_Stanza 21._

Or vorrebb'esser stata ballerina,

or cantatrice divenir vorria...

Titoli di alcuni tra i moltissimi romanzi pubblicati dal poeta Marco,

cioè dall'abate Chiari, scrittore dei detti romanzi, de' quali Marfisa

era studente e associata alle stampe, ammiratrice e inclinata a

seguire le massime e i dettami di quelli.

_Stanza 63._

Filinor non si scuote e non si move:

--Il mio costume--rispose--l'appresi

da' cavalier delle commedie nuove...

In questi versi sono sferzate alcune delle commedie del paladino

Matteo, cioè del Goldoni, nelle quali in confronto delle persone del

basso popolo, da lui dipinte virtuose, metteva conti, marchesi ed

altri titolati cavalieri in aspetto di bari, d'impostori e d'un

pessimo carattere di mal esempio.

ANNOTAZIONI AL CANTO TERZO

_Stanza 31._

Io trovo ne' romanzi di que' tempi

certe avventure magre da pidocchi

e fatti da sbavigli e casi scempi

di que' poeti, e lunghi un tirar d'occhi,

che informavan quegli antichi esempi

di battaglie, di giostre...

Il tratto satirico è diretto a' novelli romanzi, ma particolarmente

a quelli dell'abate Chiari.

_Stanza 34._

Perocché prima di cantar la messa

avea dato il manipolo a baciare...

A Venezia quasi tutti i preti ordinati da evangelo e da messa da'

prelati siedono nella chiesa con degli assistenti a fianco e con un

gran bacile dinanzi. Essi dánno a baciare a infiniti invitati, pregati

e spinti dagli uffici, quel sacro arredo che si chiama «manipolo»; e i

baciatori concorrenti tutti scagliano nel bacile divotamente una

moneta, chi grossa e chi minuta per offerta al prete novello. Tale

offerta giunge talora ad essere la somma di cinque o sei cento ducati,

secondo gli amici, i conoscenti e i protettori del prete. Questo pio

costume fu introdotto in Venezia per soccorso dei preti, i quali per

la maggior parte sono ordinati sacerdoti senza patrimonio, per la loro

povertá e per il solo merito d'aver servita la Chiesa sino da

cherichetti.

L'offerta, per quanto si dice, deve servire a que' preti per

provvedersi di libri ecclesiastici, da studiare per erudirsi nel loro

sacro ministero; ma parecchi de' preti veneziani consacrati fanno

l'uso di quell'offerta, che fece don Guottibuossi, cappellano in casa

di Ruggiero e servente di Bradamante.

_Stanza 69._

Voi siete pien di antichi pregiudizi,

né alle commedie nuove andate mai,

né i romanzi novei, pien d'artifizi

dotti, leggete, che insegnano assai.

Certe antiche virtudi ora son vizi...

Sferza a' costumi introdotti dalla falsa scienza del secolo, e precisamente

a' sentimenti e alle massime sparse con aria filosofica

nelle commedie e ne' romanzi del Chiari. Si noti che l'astuto don

Guottibuossi cappellano adulava ironicamente Marfisa, gran estimatrice

delle dette opere, per prenderla nella rete e per farla

sposa di Terigi.

ANNOTAZIONI AL CANTO QUARTO

_Stanza 37._

Marco e Matteo dal Pian di San Michele,

ch'eran torrenti della poesia,

a don Gualtieri accendevan candele

perché Terigi a un d'essi l'ordin dia...

Cioè l'ordine di apparecchiare la raccolta di poesie per le nozze:

ufficio che fruttava zecchini. Nella mala influenza poetica del Chiari

e del Goldoni, figurati nei due paladini Marco e Matteo, e che in quel

tempo passavano in Venezia per due poeti alla moda eccellenti,

venivano appoggiate quasi tutte le raccolte di poesie, in costume

nell'occasione de' matrimoni o di monacazioni o di esaltazioni a gradi

sublimi di personaggi illustri.

Bastava però che i celebrati fossero ricchi e splendidi, perocché si

vide una raccolta poetica, celebratrice di uno sposalizio ebraico,

formata da Marco poeta, sacerdote cattolico. Tali raccolte in quella

stagione servivano di campo a' morsi trivialmente satirici de' cattivi

scrittori verso gli accademici granelleschi, e servivano a'

granelleschi, difensori del retto pensare e del purgato scrivere, per

mordere e porre in dileggio i cattivi scrittori.

_Stanza 43._

Rugger per il costume del paese

qualche libretto anch'ei doveva fare.

Dodone il santo, figliuol del danese,

gli aveva detto:--Non farneticare,

ché un libriccin vo' farti alle mie spese

da far Marco e Matteo divincolare...

La Marfisa bizzarra · 第 15 / 17 段