DALLE ORIGINI A CRISTOFORO MORO.

1156-1471.

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ORIGINI DELLA ZECCA

E

PRIME MONETE DI VENEZIA.

Arduo e spinoso riesce certamente ogni studio storico intorno ai tempi

di remota antichità o a quelli che ci sembrano quasi più lontani per

la distruzione barbarica di una civiltà già arrivata a mirabile

altezza. Per ciò stesso sono più importanti e di maggior interesse

quelle ricerche, che hanno il felice risultato di rischiarare epoche

tenebrose, di cui mancano i documenti e le memorie scritte; e conviene

far tesoro di ogni umile traccia, di ogni debole raggio di luce, che

possa far intravedere un tratto del difficile cammino.

Interpretati da sapienti ricercatori molto hanno servito a questo

nobile scopo gli avanzi dei monumenti religiosi e civili; molto hanno

rivelato e più ancora promettono di rivelare i tesori che la terra

conserva nel suo seno e che di tempo in tempo generosamente concede.

Molto ancora possiamo sperare dalle amorose ricerche sopratutto sulle

monete e medaglie, che fin ora non furono abbastanza studiate e che

non sono ancora apprezzate da tutti al loro giusto valore. Sia per la

molteplicità degli esemplari, sia per il piccolo volume e per

l'intrinseco pregio, sia infine per lo scopo a cui sono destinate, che

le rende preziose all'universalità, le monete possono più facilmente

d'ogni altra cosa, nascondersi e sfuggire alle persecuzioni di tutti

coloro, che per mille svariate ragioni distruggono le memorie del

passato. Ed in vero il maggior numero di quelle che si conservano ed

arricchiscono le nostre raccolte provengono da nascondigli spesso

sotterranei, e l'abbondanza di queste scoperte in tutti i tempi è

prova della quantità inesauribile di tesori grandi e piccini, che

furono deposti in quel sicuro rifugio dal guerriero vinto, dal

mercante timoroso, dall'avaro inquieto, e persino dal colpevole, che

cercava nascondere il corpo del delitto.

Indipendentemente da questo pregio, la moneta ha sempre qualche dato

sicuro per conoscere l'epoca ed il luogo dove fu coniata, ha il nome o

gli emblemi della sovranità che le imprime il carattere. Ha poi la

nota importantissima della contemporaneità per essere vissuta, si può

dire, della vita del suo tempo, di cui porta le tracce incancellabili,

ragioni per le quali essa ci fornisce non poche notizie politiche

economiche ed artistiche, che spesso non si ritrovano in monumenti di

maggior volume.

Anche sulla storia dei primi secoli della nostra Venezia le monete

possono dare non pochi lumi. Esse vennero tirate in campo nella seria

e già antica controversia fra gli storici veneziani, che sostenevano

la assoluta indipendenza della loro città e repubblica sino dalla sua

origine, e gli storici non veneziani, i quali invece credevano che il

governo veneto per molti anni avesse riconosciuto l'alta sovranità

dell'impero prima greco, poi occidentale.

Naturalmente fu uno scrittore straniero pagato dall'oro spagnuolo,

che, nell'interesse di quella politica fatale all'Italia, citò le

monete di Lodovico il pio, quali prove incontestabili di dipendenza

dall'impero (1). Tali conclusioni furono accolte con entusiasmo da

altri autori, nei quali invano si cercherebbero la imparzialità e la

rigorosa critica storica: mentre gli scrittori veneziani, per amore di

patria e per ragioni a cui non era estranea la preoccupazione politica

e nazionale, respingevano vivamente una simile idea. Alcuni di essi,

non sapendo fare di meglio, negarono che tali monete appartenessero a

Venezia, attribuendole alla Venezia terrestre (2), ovvero alla città

di Vannes nella Armorica, come il senatore D. Pasqualigo (3) e G. G.

Liruti (4); ma la maggior parte sostennero semplicemente, che Venezia

aveva avuto fino dalla sua origine il diritto di coniare moneta (5),

ed alcuno come il Sandi (6), affermò perfino non esistere alcuna sua

moneta, sebbene antichissima, colla immagine degli imperatori greci o

latini, o con quella dei re d'Italia.

Più saggia critica storica usarono gli autori moderni nel trattare di

questo periodo della moneta veneziana. Lo Zon non osa combattere il

pregiudizio comune, ma trova vano e superfluo discutere su tradizioni

incerte ed arbitrarie, se la moneta veneziana abbia cominciato prima o

dopo del 911 e 938, ed in sostanza ammette timidamente che la zecca

cominciasse a lavorare solo nel secolo nono o decimo (7). Il conte di

San Quintino, discorrendo di questo argomento con profondità di

dottrina e con abbondanza di critica acuta ed imparziale, dimostra che

le monete di Lodovico e di Lotario col nome di Venezia sono battute

nella zecca palatina, che esisteva nel palazzo imperiale o nella sede

del governo, e cerca di conciliare gli opposti pareri, dimostrando che

il nome di Venezia è posto per manifestare apertamente le vere o

supposte ragioni di sovranità, che agli imperatori d'occidente erano

sempre contrastate dai Bizantini e dai Veneziani (8). Cartier (9) e

Barthelemy (10) riproducono le idee di San Quintino e credono potersi

attribuire tali monete a Venezia senza ledere la sua indipendenza.

Finalmente Vincenzo Promis, in una saggia ed erudita memoria (11),

riassume la questione, riporta tutte le opinioni e determina

l'attribuzione delle monete in un modo assai soddisfacente, e sul

quale resta ben poco da dire.

Così la numismatica erasi purificata, è vero, dagli errori più

grossolani, giungendo a stabilire con sufficiente esattezza l'età e

l'attribuzione delle monete; ma non si erano tratte ancora dalle

premesse tutte le conseguenze che la critica storica naturalmente

poteva dedurne, per cui gli errori ripullulavano anche quando non vi

era più la giustificazione di preoccupazioni politiche o nazionali.

Infatti Romanin suppone (12) che i Veneziani stabilissero, col

consenso degli imperatori, una zecca, da cui uscissero monete che

avevano corso nelle terre italiane e greche, e crede che, quando Carlo

Magno fece chiudere molte officine dell'impero per far coniare

soltanto in _Domo palatii_, la zecca veneziana continuasse ad

esistere. Anche Cecchetti e Padovan ritengono che prima delle monete

ducali conosciute si battesse a Venezia moneta veneziana (13). Citando

documenti del X ed XI secolo, che parlano di _denari nostri_ o

_veneziani_, Padovan (14) respinge l'idea, che le monete uscite dalla

zecca veneta sino al 1156 fossero _soltanto_ le imperiali, parendogli

impossibile, che un governo così altiero della propria indipendenza,

fondasse una zecca per battervi moneta straniera. In fondo è la solita

tradizione degli storici veneziani; si crede alla zecca che battesse

più qualità di monete ed alla indipendenza della repubblica fino dai

primi tempi; il che, a mio avviso, ripugna alla critica storica,

perché le nazioni e gli stati, come gli uomini, passano per le varie

fasi della vita, dall'infanzia all'adolescenza, alla giovinezza, prima

di arrivare alla virilità. Così Venezia cominciò ad esistere debole e

piccina, studiandosi di sfuggire i pericoli che minacciavano la sua

esistenza, cercando l'appoggio dei più potenti, e crebbe poi

rigogliosa di forze e di vitalità; ma passo a passo, e solo col tempo,

coll'attività e colle virtù dei suoi cittadini, raggiunse la forza

bastante ad essere indipendente, ed a far sì che questa sua

indipendenza fosse riconosciuta e rispettata dai vicini, che non

furono sempre deboli, o benevoli verso di lei.

Non credo necessario di trattenermi lungamente sugli errori più

evidenti degli antichi autori, che furono già dimostrati insussistenti

dagli illustri scrittori di numismatica che mi hanno preceduto, in

modo tale, da non lasciare più alcun dubbio. Per esempio,

l'affermazione del Gallicciolli, che a Venezia siano state coniate

monete d'oro dette _redonde_ in un'epoca in cui non si coniava moneta

d'oro in Europa, se non dai principi longobardi di Salerno e

Benevento, è bastevolmente contrastata dal Promis (15), il quale (16)

ha pure a sufficienza risposto al Sandi: imperocché, se è giusto alla

lettera che non si trova sulle monete veneziane l'effigie e il

ritratto degli imperatori, si trova però secondo l'uso del tempo,

impresso su di esse il nome, che ha lo stesso valore ed eguale

importanza.

Il Conte di San Quintino ha dimostrato, coll'approvazione di tutti gli

studiosi, e così che nessuno potesse più tornare sull'argomento,

essere affatto insussistente la supposizione che le monete col nome di

"V E N E C I A S" fossero coniate a Vannes in Francia.

Così pure non occorre aggiungere molte parole a quelle già dette dal

Promis (17) sopra il sistema architettato dal Carli (18) e seguito dal

Filiasi (19), e cioè che i Veneziani avessero per i commerci

coll'Occidente le monete di cui ora trattiamo coi nomi degli

imperatori franchi e coniassero per l'Oriente _bisanti_ dei tre

metalli, mentre poi per l'interno si servissero di speciali denari,

che sono quelli colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R A T".

Una tale confusione non si è mai veduta in nessun paese, e non si

comprende come potesse accogliersi da storici e critici di tanto

valore. Infatti basta vedere i denari di Lodovico e di Lotario per

assicurarsi che sono più antichi di quelli con "C R I S T V S spazio I

M P E R A T", i quali invece per tipo e peso sono più vicini certo a

quelli di Corrado e degli Enrici. Monete veneziane poi con tipo

bizantino non se ne videro mai, nessun documento ne parla, e conviene

quindi confinarle con altre fantasie che hanno infestato e continuano

a rendere difficile la storia dei primi tempi della zecca veneta.

Mi tratterrò invece brevemente sull'errore più diffuso ed in cui

cadono quasi tutti gli storici veneziani, cioè che Venezia, dai tempi

immemorabili, abbia avuto diritto di zecca e lo abbia esercitato. Lo

Zon ed il Lazari sono forse i soli che non credono anteriore al secolo

nono la zecca di Venezia, ma, più che dirlo, lo pensano. Tutti gli

altri ripetono, senza nemmeno l'ombra del dubbio, le stesse parole, e,

sicuri della innata indipendenza di Venezia, suppongono che ne abbia

ugualmente avuti tutti i diritti inerenti, fra i quali principalissimo

quello della moneta: anzi taluno deplora che sieno stati già perduti

quei nummi, dei quali ci porgono indubbia prova le memorie ufficiali

(20).

Questo è giudicare di fatti antichi con idee moderne; il coniare

moneta ed il porvi il proprio nome fu sempre considerato come indizio

di sovranità, ma il coniare moneta per far prova dinanzi al mondo

della propria sovranità è un'idea che comincia solo nell'epoca civile,

e mostra la conoscenza del passato quale guida del presente. Laonde

troveremo anche nella storia veneta un simile atto, ma più tardi solo

quando il progresso civile sarà già alquanto avanzato, o quando

Venezia, divenuta più forte, vedrà meno potenti i suoi vicini.

Il primo periodo storico di Venezia è quello che corrisponde alla

dominazione dei Goti in Italia. È facile dimostrare e comprendere che

in tale epoca, come in quella della invasione longobarda, i Veneziani

non avevano né la potenza, né l'autorità di aprire una zecca, e questa

verità è tanto evidente che ne conviene lo stesso Romanin (21).

Durante l'impero romano la facoltà di coniare moneta si esercitava

esclusivamente dall'imperatore, e lo stato era così geloso di questa

sua importante prerogativa, che a nessun altro l'accordò giammai, e

persino nell'epoca della decadenza e della rovina dell'impero

d'occidente, il prestigio dello stato romano e l'idea del potere

imperiale erano ancora così grandi, che gli stessi barbari vincitori

non osarono mettere iscrizioni nella propria lingua e la effigie del

proprio re sulle monete, ma soltanto il monogramma o il nome in

latino, lasciando sempre sul diritto l'effigie dell'imperatore romano

residente in Costantinopoli, quasi che in nome suo esercitassero

l'autorità regia. È ben naturale che, tale essendo il sentimento dei

vincitori verso il vinto, non potesse essere inferiore il rispetto

degli abitanti delle lagune verso il sovrano di Bisanzio, ch'era

sempre il continuatore ed il rappresentante dell'impero romano.

Sia che la veneta laguna abbia dato ricetto a gran parte dei nobili e

ricchi abitanti fuggenti le invasioni barbariche, sia che i poveri

pescatori e modesti naviganti sfuggissero all'invasione per le difese

naturali e per la loro pochezza, il fatto è che in quell'epoca sola le

nostre isole cominciarono ad avere un'importanza e ad organizzare un

governo proprio. Qualunque delle due ipotesi si debba accogliere, gli

abitanti delle isole dovevano riguardare come nemici i barbari, ed

avere i loro sguardi rivolti verso l'imperatore, trovando la naturale

protezione nel sovrano di Bisanzio, che conservò il potere imperiale

in tutte quelle parti d'Italia, che non furono invase dai barbari.

Pur troppo sono assai scarse le notizie storiche, e quasi nessun

documento ci resta di quell'epoca interessante; la raccolta delle

lettere di Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, è uno dei pochissimi

raggi di luce in queste tenebre. In varie lettere parla dei Veneziani,

ma la XXIV del XII libro è diretta ai tribuni delle isole venete, e

sebbene sia conosciuta da tutti gli studiosi della nostra storia, non

sarà inutile rammentarla, perché è una descrizione così viva ed

interessante, che mostra a qual punto erano giunte le industrie a

Venezia, la forza rigogliosa del suo commercio e l'attività robusta

dei suoi abitanti, che già si vedono destinati ad un grande avvenire.

"Con un comando già dato, ordinammo che l'Istria mandasse

felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che

ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di

essa possedete numerosi navigli provvedete con pari atto di

devozione, acciocché, quanto quella è pronta a dare, voi vi

studiate di trasportare celermente. Sarà così pari e pieno il

favore dell'adempimento, mentre l'una cosa dall'altra dissociata,

non più si avrebbe l'effetto. Siate dunque prontissimi a tal

viaggio vicino, voi che spesso varcate spazii infiniti. Voi,

navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri

alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si

apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocché quando per

l'infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via

per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffii,

toccano terra con somma facilità e non sanno perire, esse che sì

frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo

avviene, talora di credere che siano tratte per praterie, e

camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme

alle gomene; cosicché, mutata condizione, gli uomini a piedi

ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza

fatica, e in luogo delle vele si servono del passo più sicuro dei

nocchieri. Ci piace riferire come abbiam vedute situate le vostre

abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso

mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità

del lido jonio, dove l'alternante marea ora chiude, ora apre la

faccia dei campi. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici

uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando vedi mutato

l'aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle

abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma

fondate dall'industria degli uomini. Perciocché la solidità della

terra colà viene aggregata con vimini flessibili legati insieme, e

voi non dubitate opporre si fragile riparo alle onde del mare,

quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque,

non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli

abitatori poi hanno abbondanza soltanto di pesci; poveri e ricchi

convivono colà eguaglianza in eguaglianza. Un solo cibo li nutre

tutti; simile abitazione tutti raccoglie; non sanno invidiare gli

altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto

il mondo. Ogni emulazione sta nel lavorare le saline; voi usate i

cilindri in luogo degli aratri e delle falci. Con ciò ottenete

ogni prodotto, perché di là avete anche quel che non fate, e in

certo modo battete una specie di moneta per il vitto. Dall'arte

vostra ogni produzione deriva. Taluno può chiedere l'oro, ma non è

chi non desideri di trovare il sale, e giustamente, perché a

questo si deve che possa esser grato ogni cibo. Ancora una volta

io vi raccomando, approntate al più presto possibile i navigli che

stanno ne' vostri cantieri, come altrove la domestica armenta

nella stalla del contadino".

Cassiodoro si rivolge ai tribuni marittimi delle isole venete e chiede

un servizio, che essi certo non potevano rifiutare e che probabilmente

avevano obbligo di prestare, ma lo chiede con tanta cortesia e con

frasi così lusinghiere che non si possono attribuire soltanto allo

stile enfatico e declamatorio dell'illustre retore. Il ministro di

Teodorico non avrebbe adoperata una forma così umile e complimentosa

con dei sudditi o vassalli, e siccome i veneti, anche se godevano di

una certa autonomia o individualità, come appare dal senso di questa

lettera, erano sempre troppo piccoli e troppo deboli per meritare

tanti riguardi, dobbiamo concluderne che essi avevano la protezione

dell'impero, col quale i Goti in quel momento desideravano conservare

i buoni rapporti.

Questa lettera risolve anche la questione della zecca, perché

Cassiodoro dice ai Veneziani:

"Pro aratris, pro falcibus cilindros volvitis inde vobis fructus

omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis possidetis.

Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis

fructus addictus est. Potest aurum aliquis quaerere, nemo est qui

salem non desideret invenire...".

Queste parole, che dobbiamo attribuire soltanto al solito stile

figurato di Cassiodoro, non significano già che il sale servisse come

mezzo di pagamento, né che a Venezia esistesse una speciale moneta

denominata _victualis_, come fu creduto da alcuno; ma non occorre

insistere su questo punto, concordando in tale opinione le autorità

del Muratori (22) e di San Quintino (23).

Intanto però l'Imperatore Giustiniano cominciava a porre ad effetto i

suoi progetti; nel 539 Belisario sconfigge gli Ostrogoti e conquista

Ravenna, Treviso ed altri siti importanti nel Veneto; nel 550 Narsete

prende il posto di Belisario, e, seguendo le coste del mare, riprende

Ravenna e dà il tracollo alla potenza dei Goti. Tutta l'Italia ritorna

in potere dell'imperatore romano d'oriente, ma per breve tempo, perché

nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, conquistano quasi senza

colpo ferire, la Venezia, e poco dopo presso che tutta l'Italia sino a

Spoleto e Benevento.

Le possessioni dei Greci si restringono sino a poche coste che

dipendono da' due centri di Ravenna e di Napoli; da questo momento

tutti gli sforzi, prima dei Longobardi, poscia dei Franchi, sono

rivolti a conquistare l'Esarcato, ciò che riuscì loro assai tardi, e

ad impadronirsi delle Lagune e dello Stato veneto, il che non venne

fatto né ai Longobardi né ai Franchi loro successori. È naturale però

che i Veneti non potessero resistere soli e senza amici a potenti e

ripetuti colpi; essi trovarono il naturale appoggio nei Bizantini, che

avevano gli stessi avversari, e coi quali i Veneziani erano legati per

tradizione, per interesse e per la comunanza del pericolo.

Già nell'epoca in cui Belisario e Narsete avevano respinto

vittoriosamente i Goti, questi condottieri dell'esercito imperiale si

tennero lungo la costa, ch'era per la massima parte dipendente dai

Greci, e considerarono Venezia come sito amico. È naturale che da

quell'epoca in poi il corso degli avvenimenti abbia stretto sempre più

i legami di Venezia con Costantinopoli, e che essa sia stata

considerata come parte dell'impero d'oriente. Invero qualche cronista

forestiero (24) tratta i veneziani quali sudditi degli imperatori

bizantini. Essi stessi tali si proclamano quando temono di cadere

nelle mani di Pipino (25) ma tali di fatto non furono mai, perché

nominarono sempre i loro magistrati e capi militari ed ebbero milizia

propria. Però essi riconoscevano l'alto dominio dell'imperatore, ne

ricevevano benefizi e gli prestavano ajuto, ciò che è conforme alle

idee dell'epoca, mentre l'imperatore romano era riconosciuto come

l'alto signore di diritto di tutti i popoli non barbari, _conservator

totius mundi_, come si dice in un documento veneziano (26), e

giudicherebbe colle idee del giorno d'oggi chi credesse

differentemente.

Esisteva, è vero, a Venezia un partito insofferente dell'ingerenza dei

Greci, che teneva per coloro che erano padroni della terraferma (27);

ma la maggioranza dei cittadini preferiva un imperatore lontano e

debole ad un vicino potente ed inquieto. Venezia intestava i suoi atti

coi nomi e cogli anni degl'imperatori (28), pregava nelle chiese per

la salute dell'imperatore (29): l'imperatore negoziava e stipulava i

trattati per conto di Venezia (30). In fatti la posizione di Venezia

non differiva da quella di molti altri piccoli stati, che nei loro

primordî riconobbero la protezione di un qualche potente monarca,

conservando intera l'autonomia della amministrazione interna e

giovandosi delle circostanze per arrivare ad una completa

indipendenza, meta e desiderio generale e costante. Insomma i legami

con Costantinopoli non furono mai troppo stretti né troppo duri, e non

incepparono i progressi civili e commerciali di Venezia, anzi bene

spesso la dipendenza fu più di nome che di fatto, a seconda degli

eventi e della vacillante potenza dei Bizantini.

L'organizzazione del governo dei Veneziani è precisamente quella

stabilita dall'imperatore Giustiniano, quando ordinò l'amministrazione

delle provincie liberate dai Goti colla _pragmatica sanctio_ del 554

(31). I _tribuni_, i _duci_ sono eletti dal clero, dai magistrati e

dagli ottimati: nel raccontare le elezioni dei dogi anche i cronisti

veneziani adoperano frasi, che possono lasciar supporre una conferma

da Costantinopoli o dal rappresentante imperiale in Ravenna. Anche il

_magister militum_ è carica di origine greco-romana, e i dogi ricevono

quasi sempre dei titoli di onore dalla corte bizantina, come _ipati_,

_spatari_ e _protospatari_ ed altri, che talvolta nei documenti sono

anteposti al titolo di doge di Venezia. Nelle lotte religiose fra

l'oriente ed i papi, i Veneziani sono ordinariamente coll'imperatore,

e per aver ragione contro il patriarca di Grado il papa si rivolge

all'imperatore d'oriente, che fa arrestare il prelato e condurlo a

Ravenna. Finalmente, nella celebre guerra di Pipino contro i

Veneziani, questi dichiarano non voler essere sudditi dei Franchi, ma

dell'imperatore romano di Costantinopoli (32). Anche Carlo Magno

nell'803 riconosce che sopra Venezia e le città di Dalmazia, che

avevano serbato fede e devozione all'impero, egli non ha alcun diritto

(33), e promette di non molestarle, cose tutte confermate nel trattato

di Aquisgrana nell'810 (34).

Il cumulo di tutte queste circostanze non può a meno di colpire

chiunque non abbia il deliberato proposito di chiudere gli occhi; lo

stesso Romanin, così tenero nel seguire la tradizione degli storici

veneziani, conviene (35) che Venezia era sotto la protezione

dell'impero d'oriente con proprie leggi e proprî magistrati, ed

Agostino Sagredo con nobili parole proclama che si può ben confessare

una mediata dipendenza antica, se l'indipendenza assoluta si acquista

col sangue e colla vittoria.

Non è quindi strano che per tutta l'epoca in cui regnarono i

Longobardi in Italia, e durante il regno di Carlo Magno, non si trovi

moneta veneziana, e che, mentre abbiamo denari delle principali città

italiane col monogramma o col nome di Carlo, manchino quelle di

Venezia. Finché Venezia si considerò parte dell'impero romano

d'oriente essa non poté battere moneta, perché tale diritto a nessuno

fu mai concesso dall'imperatore, e non si trovano monete autonome

delle città sottoposte ai Greci: se mai si potesse citare qualche

eccezione, essa sarebbe evidentemente una usurpazione, dovuta ai tempi

in cui l'imperatore non aveva la forza di far rispettare le sue

prerogative.

Sino a quest'epoca nessuna prova diretta ci può venire dalle monete,

ma la loro assenza conferma l'opinione esposta poc'anzi, e, benché

debole, reca un raggio di luce. Ora invece entrano in lizza anche le

monete, e al raccoglitore non è difficile di trovare i denari di

Lodovico e di Lotario del peso e della bontà ordinati da Carlo Magno,

perfettamente uguali a quelli di Pavia, di Milano, di Treviso e di

Lucca, nei quali il nome di queste città è sostituto da quello di "V E

N E C I A S".

Ho già riportato più sopra il parere del Conte di San Quintino, che

cioè le monete tutte di Lodovico e di Lotario sieno uscite dalla zecca

Palatina, e che quindi il nome di Venezia impresso su talune di esse

non sia la prova di reale sovranità, ma solo della pretesa degli

imperatori che questa città fosse ad essi legata da vincoli di

sudditanza e di vassallaggio. Due quindi sono le questioni di cui

dobbiamo occuparci, entrambe assai importanti e meritevoli di studio

speciale. La prima è di sapere se effettivamente i denari di questa

epoca sieno coniati tutti in una officina imperiale (_in domo

palatii_) ovvero in varie zecche poste nelle città di cui portano i

nomi: la seconda se il nome di una città come Venezia, che sino a

Carlo Magno era stata considerata non appartenente all'impero

d'occidente, sia stato segnato sulle monete solo per pretensione ossia

per far mostra di un diritto contestato, ovvero, secondo le giuste

regole internazionali, perché Venezia avesse riconosciuto l'alto

dominio imperiale e sovra di essa gli imperatori d'occidente avessero

un diritto accettato da tutti, e dagli stessi Veneziani non impugnato.

Quanto alla prima di queste ricerche, l'opinione sostenuta con tanta

acutezza di critica storica, con tanta delicata circospezione dal San

Quintino, fu oggetto di discussioni fra i numismatici italiani e

forestieri, ebbe difensori valenti, ma fu combattuta da quelli che

desideravano assicurare una origine così illustre alle zecche dei loro

prediletti, e di cui distruggeva i sistemi architettati con tanta

cura. Ora questi naturali avversarî hanno trovato un ajuto tanto

poderoso quanto insperato nel dotto illustratore della zecca di Pavia,

il quale ritiene che i denari di Lodovico e di Lotario sieno battuti

nelle città di cui portano i nomi (36). Sono perfettamente d'accordo

col Cavalier Camillo Brambilla, che il rinvenimento in Francia di

monete carolingie null'altro prova se non che ivi avevano corso e

forse più tardi che in Italia, come oggi si troverebbero più

facilmente in Austria che fra noi quelle monete che furono coniate

nelle zecche di Milano e di Venezia secondo la monetazione austriaca.

Convengo con lui nel ritenere opera di officine italiane, piuttosto

che francesi, i nummi di cui parliamo; ma credo in pari tempo che non

si possano trascurare gli altri argomenti di somma importanza addotti

dal San Quintino.

I capitolari di Carlo Magno dell'805 e dell'808, hanno lo scopo

evidente di impedire gli abusi e le irregolarità nella fabbricazione

della moneta e stabiliscono saggiamente _ut nullo loco percutiatur

nisi ad curtem_, ovvero _nisi in palatio nostro_ (37): nessuna

circostanza ci autorizza a credere che essi sieno rimasti senza

effetto, anzi sono confermati da un altro capitolare emanato da Carlo

il Calvo in Pistes nel 854 (38), il quale dimostra che i sovrani

carolingi, anche in questa materia, seguirono le tradizioni del loro

grande avo. Non si può certo da tali disposizioni trarre la

conseguenza che, per un così vasto regno, una sola fosse la zecca

palatina, e che tutte le monete si coniassero in Francia; si deve anzi

supporre che almeno nella città capitale di Pavia, ove risiedeva di

spesso il sovrano, esistesse un'altra officina che fabbricasse le

monete occorrenti per il regno d'Italia. Non sono lontano

dall'ammettere che più di una zecca esistesse tanto in Francia che in

Italia, ma tutte dove il sovrano aveva corte e palazzo, e solo per

autorità regia. Si può anche supporre che la zecca palatina seguisse

l'imperatore nelle sue peregrinazioni, e di queste officine ambulanti

parlano il nostro autore ed altri del pari autorevolissimi, ma non

credo che il nome di una città posta in questa epoca sulle monete

imperiali sia ragione sufficiente per essere sicuri che in essa sia

stata coniata. La prova più convincente sta nel trovarvi precisamente

il nome di Venezia, città che, a quanto sembra, riconobbe l'alta

sovranità imperiale, ma dove l'imperatore non ebbe mai potere diretto,

né tenne corte o palazzo, di cui sarebbe rimasta traccia o memoria.

Altra conferma di questa opinione si trova nel fatto che Lodovico II,

abolito il nome delle varie città sulle monete, vi sostituì il tempio

tetrastilo coll'iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O".

In ciò si riconosce l'evoluzione storica e naturale: dapprima gli

inconvenienti e gli abusi fecero restringere a poche e sorvegliate

officine il lavoro di tante zecche, conservando il nome delle più

illustri città che vantavano questo diritto per antica consuetudine,

poi si soppresse anche il nome in epoca in cui l'autorità regia non

era maggiore che nei tempi di Carlomagno, e ciò perché l'onore aveva

perduta ogni importanza non corrispondendo più alla realtà delle cose.

Finalmente, quando cominciò la decadenza e diminuì la potestà degli

imperatori, le città chiesero ed ottennero gli antichi privilegi e

misero nuovamente i nomi sulle monete, che da quel giorno non ebbero

più uniformità di tipo, e più tardi nemmeno uguaglianza di intrinseco.

Sono quindi fermo nel ritenere che i denari di Lodovico e di Lotario,

i quali portano il nome di Venezia sieno coniati a Pavia od in altra

zecca imperiale: né la osservazione del cavalier Brambilla (39) sulla

croce patente, che precede il nome di Venezia nelle monete di Lodovico

e non si trova nelle altre di questo principe, basta a farmi credere

che esse sieno lavorate in una zecca particolare differente dalla

palatina. In tali denari troviamo due rovesci affatto diversi: gli uni

rarissimi hanno scritto "V E N E C I A S spazio M O N E T A", gli

altri, più facili a ritrovarsi, hanno semplicemente "V E N E C I A S",

e tutte e due le iscrizioni sono precedute da una croce patente. Io

ritengo le prime più antiche fatte ad imitazione di quelle che portano

l'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", e la croce mi fa

credere, più che a una differenza di zecca, a una differenza di epoca

fra i denari coi nomi di "P A P I A", "M E D I O L A N V M", "L V C

A", "T A R V I S I V M" e quelli portanti per la prima volta il nome

di una città, che si voleva far sapere a tutti aver dovuto riconoscere

l'alta sovranità imperiale.

Resta ora da vedere se il diritto vantato dagli imperatori era

incontestabile e riconosciuto dagli stessi Veneziani, o se era

soltanto una pretesa, come suppone il Conte di San Quintino. Gli

storici che discussero nei tempi passati tale questione erano troppo

occupati della politica del momento per essere imparziali, ed anche i

moderni scrittori veneziani vi dedicano poche parole, accettando con

qualche restrizione la supremazia dell'impero greco, e respingendo o

sottacendo affatto l'alta sovranità degli imperatori d'occidente, che

a me sembra quasi più evidente.

Dal trattato di Aquisgrana (810) in poi la situazione politica dei

Veneziani cambia sensibilmente: mediante gli estesi traffici essi

crescono in ricchezza ed in prosperità, e con una prudente politica

guadagnano di autorità e di forza. Il governo da Malamocco si

trasporta a Rialto, sede più quieta e più sicura, come lo aveva

dimostrato la resistenza ai Franchi condotti da Pipino, per la quale

si erano sviluppati nei Veneziani la confidenza nelle proprie forze ed

il sentimento della dignità nazionale.

Noi non abbiamo il testo del trattato di Aquisgrana, ma è certo che,

dopo il riconoscimento dell'impero d'occidente per parte dei

Bizantini, Venezia fu il principale argomento delle discussioni. A me

sembra che entrambi gli imperî si sieno serviti di questo giovane

stato allo scopo di non aver conflitti e contatti pericolosi fra loro.

Venezia fu posta come un cuscinetto fra l'Oriente e l'Occidente, per

fare quell'ufficio che oggi adempiono le potenze neutrali fra gli

stati belligeri e turbolenti, e si dice che in allora i Greci

inventassero il proverbio (40): _Noi vogliamo il Franco per amico, ma

per vicino non mai in eterno_, proverbio che non manca d'opportunità,

nemmeno al dì d'oggi.

Per le affermazioni concordi dei cronisti più autorevoli (41), sembra

che Venezia rimanesse sotto la protezione dell'impero d'Oriente,

sebbene non manchino quelli che raccontano Venezia esser stata ceduta

all'imperatore carolingio (42). Taluno, per conciliare le opposte

opinioni, credette che Venezia, restando sotto la protezione

dell'impero d'Oriente, riconoscesse l'alto dominio dell'impero latino

per quelle possessioni in terraferma, sul lembo della laguna, ch'erano

di ragione del regno d'Italia. Qualunque però fosse la loro posizione

legale, è chiaro che da quel giorno in poi i Veneziani non ebbero che

una sola idea, un solo scopo, tanto nella loro interna sistemazione,

quanto nella loro politica coi potenti vicini, quello di scuotere ogni

legame di soggezione e diventare indipendenti non solo di fatto, ma

anche di diritto.

Talvolta i dogi per ambizione cercarono l'appoggio dell'uno o

dell'altro impero, ed allo scopo di rendere ereditario il potere nella

loro famiglia fecero dei tentativi di infeudare Venezia; ma i

cittadini e l'aristocrazia dominante opposero ogni sforzo a questi

progetti, limitando l'autorità personale del principe coi consigli.

Come avviene negli stati giovani, i Veneziani sentirono la loro forza,

indovinarono l'avvenire ed approfittarono di tutte le circostanze per

ottenere la completa indipendenza, sapendo talvolta cedere nelle

apparenze, senza abbandonare mai la meta delle loro aspirazioni. La

politica loro in questo periodo fu di appoggiarsi ora all'uno ora

all'altro dei due imperi, traendo profitto dalle difficoltà e dalla

debolezza di entrambi per migliorare la propria posizione; dando

appoggio a chi ne aveva più bisogno per guadagnare terreno,

consolidando i vantaggi ottenuti, senza perdere di vista lo scopo

principale; insomma tenendo quella politica che seguirono sempre tutti

gli Stati, che da piccoli inizî giunsero a grande altezza.

Manca ogni dato per sapere in quale momento i Veneziani abbandonassero

l'impero d'Oriente per legarsi più strettamente a quello d'Occidente;

ma è un fatto che al tempo degli imperatori germanici questo

cambiamento era già avvenuto. Gfrörer crede che, durante gran parte

del tempo in cui regnarono in Italia i Carolingi, Venezia sia rimasta

legata all'impero d'Oriente (43). Il professor G. B. Monticolo, nel

suo pregiato e dotto lavoro sulla cronaca del Diacono Giovanni,

ritiene che la dipendenza dei greci continuasse sino al principio

dell'XI secolo (44), che mutassero soltanto poco a poco le condizioni

politiche di Venezia di fronte a Bisanzio, di mano in mano che i Greci

decadevano e Venezia acquistava nuove forze (45); egli crede però che

l'annuo tributo alla corte di Pavia non rappresentasse alcuna

soggezione nemmeno di forma all'impero d'Occidente, ma che i favori

accordati pel territorio d'Eraclea, pel taglio della legna, per

l'amministrazione della giustizia, pel possesso dei beni e pei

commerci nelle terre imperiali venissero compensati da quella

contribuzione, la quale per nulla limitava la libertà di Venezia (46).

Ciò dimostra che l'illustre storico tedesco ed il dotto critico

italiano non tennero il dovuto conto delle monete, e che nel discutere

e cribrare con sottile analisi le più recondite ragioni di un passo

dubbio o scorretto, non credettero far tesoro delle indicazioni sicure

e contemporanee conservate all'argento monetato, dove non v'è pericolo

di essere ingannati dalla incapacità o dalla negligenza di un

amanuense che in epoche di ignoranza riporta un documento oggi

scomparso.

Gfrörer crede che Giovanni Partecipazio II, mettendo sotto la

protezione dell'imperatore anche i suoi possessi in Venezia nel

trattato con Carlo il Grosso (883), abbia riconosciuto Venezia quale

vassalla dell'impero (47). Lo storico ne trae la conseguenza che il

doge abbia giurato fedeltà all'imperatore (48), notizia che avrebbe

bisogno di essere confermata e che non si può dedurre dalle sole

parole del trattato. Io penso che la protezione dell'imperatore fu

accordata alla proprietà ed alla persona di Giovanni Partecipazio II,

dietro domanda dello stesso doge, che non aveva molta fiducia nei suoi

sudditi; ma del resto il trattato è la solita conferma usata dai suoi

predecessori, e non credo che sieno stati alterati i rapporti che

esistevano fra i due Stati. Si dovrebbe quindi anticipare di alcuni

lustri l'epoca, in cui Venezia fu costretta a cercare il suo appoggio

nell'Occidente, ed esaminando con attenzione la storia di quest'epoca,

e cercando d'indovinare ciò che i cronisti non conoscono interamente,

o non vogliono dire, crederei conforme al vero, l'attribuire i primi

passi di questo nuovo indirizzo della politica veneziana a quel figlio

di Agnello Partecipazio, Giovanni I, innalzato alla ducale dignità nei

primi anni del regno del padre, e poscia deposto per l'influenza dei

Bizantini (49). Da Costantinopoli, ove si trovava quasi in ostaggio,

fu richiamato dal fratello, che, prima di morire, lo associò al

ducato. Tutto l'insieme della sua storia lo dimostra avversario della

politica greca. Rimasto solo principe dopo la morte del fratello e

scacciato per una congiura, cerca rifugio presso l'imperatore franco;

tornato poscia a Venezia, viene nuovamente deposto dal partito avverso

e chiuso in un convento, tagliandoglisi la barba ed i capelli, come

usavano i Franchi, mentre invece a Caruso, che nel frattempo usurpa il

potere e probabilmente rappresenta gli amici dei Greci, vengono tolti

gli occhi, secondo il barbaro costume bizantino.

Oltre a questo abbiamo altri dati che ci confermano nelle nostre idee,

e prima di tutto le monete coi nomi di Lodovico e Lotario, che, sino a

prova contraria, dobbiamo ritenere testimonianze di sovranità

legittima. Abbiamo il tentativo fatto dal concilio di Mantova (827) di

sopprimere il patriarcato di Grado (50), e di far diventare questa

sede suffraganea di quella di Aquileja; ma l'argomento più importante

è quello del concilio di Roma, che diede origine allo scisma

d'Oriente, in cui si scomunicò il patriarca Fozio; concilio al quale

fu invitato ed intervenne il patriarca di Grado (51). Ora è certo che

gl'imperatori d'Oriente, che prendevano tanta parte alle questioni

religiose, non avrebbero mai permesso ai loro sudditi d'intervenire ad

un concilio fatto contro di loro, ed i Veneziani, se fossero stati in

quell'epoca sotto la protezione di Costantinopoli, avrebbero preso

partito coi Greci, come avvenne all'epoca dello scisma dei tre

capitoli. D'altra parte invece non trovasi nei rapporti coll'Oriente

nessun fatto, dall'830 in poi, che dimostri un riconoscimento formale,

e che non possa interpretarsi come inspirato dai rapporti di amicizia

e di relazioni commerciali. Più tardi forse, e precisamente nell'epoca

che segue la caduta di Carlo il Grosso, i Veneziani sembrano avere

rapporti più stretti coll'Oriente, ma questo corrisponde a ciò che più

sopra abbiamo detto sulle alternative della politica veneziana, e non

contraddice punto all'idea che ci siamo fatta di questo periodo.

Lasciando da parte le altre fonti e restringendoci alle sole monete,

abbiamo un documento assai valido, che dà un concetto abbastanza

chiaro della posizione dei Veneziani verso l'impero. La migliore

conferma del nostro assunto sta nel denaro coll'iscrizione "X P E

spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che nessuno ha mai dubitato

sia stato coniato a Venezia (52), e che nella sua piccola mole è assai

eloquente.

Esaminiamolo con un po' di attenzione. Il suo aspetto afferma

apertamente la nazionalità franca, perché ha il titolo, il peso e

l'aspetto dei denari coniati secondo il sistema carolingio da Lodovico

II, ed è talmente simile nella forma ed apparenza alle monete di

questo imperatore, che chi non legge la iscrizione può facilmente

esser tratto in errore come dimostra il disegno delle due monete.

Questa somiglianza non lascia alcun dubbio, che la moneta fosse

coniata in quell'epoca e che l'imitazione avvenisse ad arte, perché in

un secolo in cui il leggere non era comune non lo si distinguesse

facilmente dalle monete dell'imperatore. Nel diritto vi è la croce

accantonata di quattro punti, e l'iscrizione "D S spazio C V N S E R V

A spazio R O M A N O spazio I M P" (53), che somiglia e finisce

esattamente come quella dei denari di Lodovico II. Il rovescio poi

attorno al tempietto carolingio ha le parole "X P E spazio S A L V A

spazio V E N E C I A S", che sono combinate a bella posta per fingere

le parole "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O", introdotte in tale

epoca, a differenza del nome delle varie città che esisteva

precedentemente.

Messo in chiaro che il tipo è _franco_ e che la imitazione è fatta

allo scopo di trarre in errore e non per lucro, avendo la moneta lo

stesso valore di quelle che si vogliono imitare, ne viene per logica

conseguenza, ch'essa è un tentativo d'indipendenza fatto dai Veneziani

nell'epoca fra l'855 e l'880, e tradisce apertamente la politica degli

abitanti delle lagune in quel tempo. Essa porta il nome di Venezia,

mentre sulle altre monete si era soppresso quello delle altre città,

ed invece del nome del sovrano vi è semplicemente una invocazione a

suo favore. Il tentativo, timido come conviene a un primo passo, è

però chiaro, e mostra che i Veneziani non volevano inimicarsi quel

principe, col quale erano in ottimi rapporti, ma nello stesso tempo

non lo temevano, perché troppo occupato in altri affari e non molto

potente nemmeno nel centro del suo Stato.

Se i Veneziani avessero avuto la coscienza del loro diritto, non

avrebbero usato un simile artificio: il tentativo prova che le monete

di Lodovico I e di Lotario non sono state battute per semplice

ostentazione, ma con vera autorità riconosciuta; autorità cui i

Veneziani tentarono di sottrarsi appena fu loro possibile, e che non

ebbe influenza sull'autonomia interna, essendo spesso più di nome che

di fatto.

Nello stesso tempo questa moneta e questo tentativo mi confermano

nell'idea, che da lungo tempo professo in tale materia, che il diritto

di zecca non sia stato in origine conceduto dagli imperatori a

nessuno, e che solo quando essi lo videro usurpato dalle città e dai

principi ne abbiano fatta la concessione per conservare almeno il

diritto astratto; da ciò in origine il passaggio di questo sovrano

privilegio dalle mani dell'imperatore in quelle di coloro, che,

riconoscendone l'autorità suprema, andavano mano mano spogliandolo

della potenza reale.

Gli esemplari di questo bel denaro con "X P E spazio S A L V A spazio

V E N E C I A S" non sono molto comuni nelle raccolte e si trovano

difficilmente in commercio, sebbene se ne conoscano più varietà:

queste però hanno poca importanza, e sono più che altro varietà di

conio, dove l'incisore, per non aver preso bene la misura dello

spazio, dovette fare qualche nesso fra le lettere dell'iscrizione.

Però l'aspetto ed il carattere assai somiglianti dimostrano che

probabilmente furono coniate a breve distanza di tempo. Io inclino a

credere che tali monete appartengano all'epoca che seguì la morte di

Lodovico II (875), ed in cui i suoi successori si disputarono colle

armi alla mano le provincie dello Stato, e siano probabilmente

anteriori all'ultima riunione dell'impero nelle mani di Carlo il

Grosso, il quale avrà forse fatto comprendere che tale velleità

d'indipendenza non gli era gradita. Infatti non troviamo traccia di

moneta veneziana, né autonoma né coi nomi degli imperatori, per lungo

tempo. Anni tristi furono quelli per l'Italia e per tutta l'Europa,

che ripiombò in una nuova barbarie, quasi più completa di quella che

aveva seguìto le invasioni dei Goti e dei Longobardi. Il grande

impero, fondato da Carlo Magno e riunito per breve tempo nelle mani di

Carlo il Grosso, crollava da tutte le parti. In Italia i duchi,

parenti od affini del morto imperatore, si disputavano gli avanzi del

suo Stato, spargendo le stragi e la desolazione per tutta la penisola

e chiamando in aiuto le armi straniere, finché l'Italia tutta intera

cadde nelle mani di Ottone. Anche i Veneziani, sebbene meno legati

agli avvenimenti che turbarono così gravemente il nostro paese, furono

costretti a difendersi colle armi dai pirati e dalle invasioni degli

Slavi, dei Saraceni e degli Ungari; ebbero gravissime divisioni

interne, di cui ci restano memorie nelle lotte fra Morosini e

Caloprini, nella rivolta del figlio di Pietro Candiano contro il

padre, ed in quella contro l'ultimo Candiano, che finì coll'incendio

del palazzo ducale e coll'eccidio del doge e del figlio bambino. Tutte

queste discordie davano tema a ricorsi all'imperatore e

all'intromissione sua negli affari interni della Repubblica, certo con

poco vantaggio della indipendenza di questa. Però il più grave

pericolo per Venezia fu quello di cadere nelle mani dell'una o

dell'altra delle potenti famiglie che tenevano il ducato e si

studiavano di conservarlo nei propri discendenti, cercando di rendere

ereditario il potere coll'appoggio dei sovrani stranieri dominatori

d'Italia.

Salvarono Venezia la maggiore civiltà e la speciale configurazione

delle isole, che mettevano i cittadini al sicuro dalle invasioni delle

orde armate, la potenza e le ricchezze che i principali cittadini

avevano acquistato nei commerci e che davano loro la forza di

resistere ai dogi nei consigli ed anche colle armi alla mano.

Solo verso la fine del secolo X la posizione di Venezia divenne più

stabile e più forte, per opera del doge Pietro Orseolo II. Questo

principe saggio strinse i legami coll'Oriente, ed ottenne grandi

vantaggi commerciali col _crisobolo_ dell'anno 992 (54); né dimenticò

le buone relazioni coll'Occidente, siffattamente che dell'imperatore

Ottone III egli fu amico più che alleato: conquistò la Dalmazia,

aggiungendo, primo, al nome di doge di Venezia quello di duce della

Dalmazia, e preparò con politica sagace e fortunata la grandezza della

Repubblica e il predominio sui mari.

Prima però di proseguire e di varcare il mille, bisogna soffermarsi

alquanto sui celebri trattati tra i dogi di Venezia e gli imperatori,

tanto discussi da tutti coloro che si occuparono della moneta

veneziana. Essi furono tirati in campo dal Liruti, che li trovò in un

manoscritto della biblioteca di San Daniele in Friuli, e largamente

commentati dallo stesso autore (55), da Girolamo Zanetti (56) e dal

conte Carli (57), che vollero con ciò provare, essere il diritto di

zecca pressoché contemporaneo alle origini della Repubblica.

Il più antico di tali documenti è quello attribuito all'imperatore

Lotario I colla data del febbraio 840, nel quale non fa parola del

diritto di zecca, ma si parla dei _denari mancosi_ e della _lira

veneziana_ (58). Questo diploma fu impugnato dal San Quintino (59) che

volle dimostrarlo apocrifo od almeno interpolato; ma l'illustre

numismatico piemontese doveva ignorare che il manoscritto di San

Daniele fosse una copia antica di documenti esistenti nella raccolta

dei _Patti_ e precisamente del _Liber Blancus_, ove sono raccolti i

diplomi che risguardano i rapporti coll'Italia e coll'Occidente (60),

altrimenti egli non avrebbe supposto che quel trattato fosse opera di

un falsario, caldo oltre il bisogno di patrio amore (61).

Il _Liber Blancus_ giaceva quasi dimenticato dagli studiosi nell'I. R.

Archivio di Casa, Corte e Stato a Vienna, ove lo vide e lo studiò

Samuele Romanin, che nel primo volume della sua storia documentata

riporta la bellissima Patente del Doge Andrea Dandolo, con cui ordina

la compilazione della raccolta e lo stesso diploma di Lotario

preceduto da una difesa della autenticità dello stesso documento (62).

Non persuadono completamente le ragioni del San Quintino né quelle del

Romanin, giacché non si può credere che un documento riportato nella

celebre raccolta dei patti compilata dal doge Andrea Dandolo fosse ad

arte alterato e nemmeno sembrano accettabili le ragioni addotte dal

Romanin, che si appoggia principalmente sugli argomenti di Girolamo

Zanetti. Entrambi però sono d'accordo che la data è inesatta e che gli

anni del regno di Lotario non corrispondono al febbraio 840. Trovando

tale convinzione anche nel più strenuo difensore del trattato, mi

occorse il dubbio ch'esso fosse bensì genuino, ma copiato male e messo

fuori di posto. La raccolta ordinata dal Dandolo è del 1344, e perciò

di oltre cinquecento anni posteriore alla data presunta del diploma in

questione, epoca sempre lontana ma per quei tempi lontanissima. La

raccolta fu ordinata per impedire le dispersioni e per conservare quei

documenti che probabilmente cominciavano a deperire. Non è quindi

difficile supporre che alcuno di quei preziosi manoscritti fosse già

guasto e danneggiato dal tempo e dagli incendi del palazzo ducale, e

ciò è tanto più probabile per il documento di cui parliamo, che manca

dell'ultima parte, che è scorretto in tutta la dizione, e che ha gli

errori più importanti nei primi versi: ora ciascuno sa che il

principio ed il fine un foglio sono più facili ad essere guastati.

Vedendo che anche a San Quintino non era sfuggita la somiglianza di

questo diploma con quello di Ottone II (983), studiai, confrontando

tra loro i documenti di quel secolo, se, indipendentemente dalla data,

si potesse argomentare l'epoca col confronto delle diverse diciture.

Mi accorsi allora che il documento attribuito a Lotario I somiglia

intieramente, e quasi direi letteralmente, ad altri simili patti del

secolo decimo, e principalmente a quelli stipulati dai Veneziani con

Berengario II nell'anno 953 (63), e con Ottone I nel 967, mentre non

ha alcuna somiglianza coi diplomi firmati dagli imperatori Lotario I,

Lodovico II, Carlo il Grosso, Guido ecc. ecc. sino alla metà del

secolo decimo. Tutti questi documenti, che si seguono dal numero II in

poi della raccolta del _Liber Blancus_, non hanno il carattere d'un

trattato fra potenze uguali, ma bensì quello di una concessione

dell'imperatore, quale supremo monarca, e si copiano letteralmente,

conservando quasi le stesse parole. La parte più importante è la

conferma dei privilegi dei Veneziani convenuti in Aquisgrana da Carlo

Magno coi Greci, aggiungendosi soltanto di tempo in tempo un nuovo

paragrafo, una nuova convenzione, che meno rare eccezioni, si ripete

in tutte le rinnovazioni posteriori.

Berengario II nel 953 (64) stringe un nuovo patto coi Veneziani, che,

nonostante le forme umili dell'introduzione, ha il carattere della

reciprocità e risguarda i rapporti dei popoli del regno d'Italia

confinanti cogli abitanti del territorio veneziano, che vengono

stabiliti d'accordo fra l'imperatore ed il doge. Anche nella

intestazione di questi documenti, che non è sempre contemporanea, ma

che per la maggior parte dev'essere copiata dall'intestazione

dell'epoca, vi è grave diversità, perché i diplomi del primo genere

sono chiamati _privilegium confirmationis imperatoris_, mentre quelli

di Berengario, di Ottone e anche il controverso di Lotario sono

intitolati _pactum inter. . ._ ecc, il che assai bene definisce la

loro diversità essenziale.

I diplomi del primo tipo continuano da Lotario I nell'841, senza

interruzione, sino ad Ugo re, e si ripetono ad ogni cambiamento di

sovrano. L'ultima rinnovazione è di Ottone I nel 964 sul testo

originario del primo Lotario senza tener conto delle aggiunte fatte

posteriormente. Il patto invece di Berengario si riproduce per

un'epoca assai lunga con quelle modificazioni ed aggiunte che vengono

suggerite dalla politica del momento, ma continua per molti sovrani,

anche quando Venezia aveva raggiunto una completa indipendenza ed una

potenza ragguardevole. È dunque assai probabile che il documento in

questione appartenga al tempo dei documenti che gli sono consimili,

piuttosto che a quelli di un secolo prima, e precisamente non più

tardi del 980, perché somiglia interamente ai due trattati del 953 e

967, e non ha quelle modificazioni che furono aggiunte al testo

originario, e particolarmente una specie di proemio che fu introdotto

nel trattato con Ottone II (983) quando vennero sopite le dissensioni

fra i Veneziani e l'impero per causa dell'uccisione di Candiano.

Esaminiamo dunque tranquillamente i punti controversi del trattato

contestato attribuito a Lotario I.

Cominciamo dalla data posta in principio del documento, come in quelli

di Berengario in poi, e non in fine come nei documenti più antichi. Il

documento dice:

"Hlotarius divina ordinante providentia imperator augustus. Anno

imperij ejus vigesimosexto, octavo kalendas Marcij. Papiae

civitatis palatio. Hoc pactum, suggerente ac supplicante pro

gloriosissimo duce veneticorum, inter veneticos et vicinos eorum

constituit ac describere iussit, ut ex utraque parte de

observandis hijs constitutionibus sacramenta dentur, et postea,

per observationem harum constitutionum, pax firma inter illos

perseveret".

Ora San Quintino osserva giustamente che l'anno 840 non può essere il

ventesimosesto, né contando dall'817, in cui Lotario fu associato

all'impero dal padre, né dall'823 quando fu incoronato; di più Lotario

non avrebbe potuto sanzionare questo trattato senza il concorso od

almeno la menzione di Lodovico il Pio suo padre e collega. Inoltre,

afferma San Quintino, Lotario nel febbraio di quell'anno era in

Germania nella Turingia, e non venne in Italia se non dopo la morte

del padre (65).

La seconda osservazione del San Quintino si è, che al doge non

conveniva il titolo di _gloriosissimo_ nel tempo stesso ch'egli

supplicante implorava il favore degli imperatori, e ciò è tanto più

giusto in un'epoca in cui non si faceva abuso di titoli, ed allo

stesso imperatore non si dava altra onorevole qualifica che quella di

_augusto_ (66). D'altronde questo titolo di "gloriosissimo" non fu mai

adoperato dai Veneziani né in epoche più antiche né in quelle più

recenti: io inclinerei a credere che sia piuttosto un nuovo errore del

copista, il quale abbia sostituito con quel titolo, o il nome di

battesimo del doge che si trova nel diploma di Berengario, o meglio

ancora quello di _provinciarum dux_ che esiste in quello di Ottone, e

che probabilmente era guasto ed indecifrabile nell'originale. È da

avvertirsi anche che Pietro Tradonico, doge di Venezia nell'840,

s'intitolava sempre _dux et spatarius_, e che in tal modo viene

nominato nei trattati genuini ed incontrastati; per cui è probabile

che il doge nominato nel trattato in questione sia uno dei tanti

Pietri che coprirono il soglio ducale, ma non Pietro Tradonico.

La terza osservazione poi, per me più importante, sta nel fatto che si

parla del documento sospetto di _soldi mancosi_ e di _lira veneziana_

(67). Ora i soldi mancosi non sono nominati prima del secolo decimo, e

quanto a lire veneziane nessun documento ne fa parola prima del

trattato di Berengario ove esiste lo stesso paragrafo; ma il

contributo dovuto da Venezia all'impero, viene stabilito in denari

pavesi: solo in quello di Ottone II dell'anno 983 anche la

contribuzione è fissata in denari veneziani. Così pure nelle carte

private degli antichi tempi, che esistono nei nostri archivi, si parla

di _libbre d'argento_, di _libbre d'oro_, di _denari imperiali_; ma

solo negli ultimi trenta anni del secolo decimo si comincia a trattare

in _denari veneziani_. In mezzo a tale armonia trovare un documento

solo che parli di moneta veneziana, un secolo prima degli altri, non

sembra dunque un argomento per credere, che tale moneta abbia esistito

più anticamente, ma piuttosto per supporre che il trattato in

questione appartenga a un'epoca più recente, tanto più quando questa

supposizione sia suffragata da altri non ispregevoli argomenti, come

nel caso nostro.

Io voglio anzi esprimere nettamente il mio pensiero e formare un'altra

ipotesi che varrebbe ad appianare tutte le difficoltà. Nel secolo

decimo abbiamo appunto un altro sovrano di nome Lotario, ed è il

figlio di quell'Ugo di Provenza che venne in Italia nel 926 e fu dal

padre associato al potere nel 931. Cacciato da Ottone, Ugo ritorna

fuggiasco in Provenza e lascia in Italia il figlio Lotario, che regna

fino alla sua morte, e cioè fino al 950. Lotario II ebbe assai poca

autorità, ma per ciò appunto non è improbabile che i Veneziani

stringessero con lui un trattato più vantaggioso di quello che avevano

coi suoi predecessori, e siccome egli regnò immediatamente prima di

Berengario II, la somiglianza dei due trattati mi conduce naturalmente

alla supposizione che si tratti di questo Lotario, tanto più che sul

seggio ducale era anche allora un Pietro (Candiano III, 942-59), e che

quindi facilmente il copista poteva far confusione per l'uguaglianza

dei nomi dei due sovrani contraenti, riportando all'imperatore

Lotario, più conosciuto e più antico, quel documento che egli aveva

più difficoltà a decifrare, e che essendo forse più guasto degli

altri, gli sembrò per ciò solo più vecchio.

Romanin suppone che l'amanuense abbia unito le due penultime linee del

XXIII per averne un XXVI, si può invece credere che abbia letto XXVI

dove era scritto XVI, perché l'anno sedicesimo di Lotario II

corrisponderebbe all'anno 947, nel quale egli regnava senza il padre,

tenendo la sua abituale residenza in Pavia (68) e battendo moneta col

solo suo nome in Pavia, Milano e Verona. Aggiungo anche che mentre la

lettura del trattato in questione e di quello di Berengario II fa

subito venire l'idea che i due diplomi sieno di data assai vicina,

quello col nome di Lotario ha la frase: _hoc pactum. . . constituit ac

describere jussit, ut_ etc.; mentre quello di Berengario dice: _hoc

pactum constituit ac renovandum describi et competenter ordinari

jussit_ etc., per cui è evidente che il primo diploma è più antico, e

l'altro non è che una rinnovazione del primo, tanto più probabile che

la distanza fra il 947 e il 953 è di poco maggiore del periodo di

cinque anni convenuto per la durata del trattato.

Gli altri trattati ritrovati dal Liruti (69) e discussi dallo Zanetti

(70) e dal Carli (71) sono quelli di Rodolfo di Borgogna (72) e del

suo successore Ugo di Provenza (73), nei quali si concede a Venezia il

diritto di usare moneta propria. Non ostante le obbiezioni di Vincenzo

Promis (74), non ho dubbio che tali documenti sieno perfettamente

autentici, e che la copia esistente nel _Liber Blancus_ del nostro

archivio sia tratta dall'originale che ora più non esiste. Non saprei

anzi come si potrebbe dubitarne, perché in tal caso converrebbe

rifiutare l'opera del doge Dandolo, e credere la raccolta dei patti

un'invenzione moderna. D'altronde abbiamo un fatto importante che

conferma le parole dei diplomi, e cioè che, mentre nessun documento né

pubblico né privato parla di moneta veneziana prima di quell'epoca,

dalla metà del secolo decimo in poi si comincia a farne menzione e con

una progressione che dimostra il nascere ed il crescere di una novella

istituzione.

Il primo documento in cui si parli di _denari veneziani_ è il trattato

di Berengario II del 953 (75), e precisamente quel passo dove si

tratta del giuramento da prestarsi a seconda della somma che viene

espressa in _soldi mancosi_ od in _lire veneziane_. Questo passo, che

abbiamo già citato (76), si riproduce anche nel trattato di Ottone I

nel 967 ed in quello di Ottone II nel 983, invece il pagamento della

contribuzione dovuta dai Veneziani è fissato in 25 lire di _denari

pavesi_ od _imperiali_ nei due sopradescritti trattati 953 e 967,

mentre in quello del 983 esso tributo è determinato in 50 _lire di

denari veneziani_, variazione che deve interpretarsi nel senso che il

denaro veneziano fosse uguale a metà del denaro imperiale (pavese, o

milanese), e non già che la contribuzione fosse aumentata.

Oltre a ciò nelle carte private dei Veneziani troviamo nominati

_denari nostri_ o _veneziani_ solo verso la fine del secolo decimo, ed

il più antico ricordo sarebbe la locazione fatta nell'anno 972, da

Rodoaldo patriarca d'Aquileja ad Ambrogio vescovo di Bergamo, di

alcune terre fra l'Adda e l'Oglio, pubblicata per la prima volta dal

De Rubeis (77). In essa leggesi: _. . . et persolvere ei inde debeant

singulis annis per omnem missam sancti Martini argenteos denarios

bonos mediolanenses solum quinque, aut de Venecia solum decem_ (78).

Altro documento è la locazione fatta dal vescovo di Treviso Rozo o

Rozone al doge Pietro Orseolo II della terza parte del teloneo e del

ripatico, per cui il doge promette di dare ciaschedun anno quattro

bisanti d'oro, ovvero _libras duas denariorum suorum_ (79). Più

chiaramente ancor si parla di moneta veneziana nel testamento di

Pietro Orseolo II, che lascia al suo popolo _mille ducentarum

quinquaginta librarum nostrae monetae denariorum parvorum_ (80).

Osserva Padovan (81), che la frase del trattato non dà realmente

facoltà ai Veneziani di coniar moneta, ma accorda loro soltanto di

adoprare la moneta di cui sono usi valersi da tempo antico: _. . ._

_simulque eis nummorum monetam concedimus, secundum quod eorum_

_provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt_; ma io

non saprei vedere una moneta ideale che potesse crearsi senza che nei

tempi precedenti o contemporaneamente essa fosse stata realmente in

circolazione. Per solito la moneta ideale è la tradizione di una

moneta che ha veramente esistito ed avuto corso nel paese, ma che poi

è scomparsa per le vicissitudini politiche, od ha cambiato valore per

le circostanze economiche.

Anche Dandolo interpreta il passo del trattato di Rodolfo, che egli

perfettamente conosceva, in questo modo e nella sua cronaca dice (82):

_Hic Rodulfus sui regni anno IV. . . declaravit ducem Venetiarum_

_potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit antiquos duces_

_hoc continuatis temporibus perfecisse_. Per me la cosa non è dubbia; i

Veneziani, visto il momento favorevole, vantarono antichi diritti di

batter moneta, e forse in prova mostrarono i denari col "X P E spazio

S A L V A spazio V E N E C I A S", stampati cinquant'anni prima. La

dimostrazione fatta da noi ora, che essi non avevano questo diritto e

che lo stampo di tali denari era arbitrario, non vale in casi di

questo genere, perché quando il sovrano è deciso o costretto a

concedere, ogni ragione è buona e viene riconosciuto per antico quel

diritto che si è disposti a concedere nel momento.

Anche la tradizione attribuisce a quest'epoca la concessione del

diritto di zecca a Venezia. Sanuto (83) e Sansovino (84) raccontano,

che sotto il ritratto di Pietro Partecipazio si trova l'iscrizione:

_Multa Berengarius mihi privilegia fecit,_

_Is quoque monetam cudere posse dedit._

Non è necessario discutere se Pietro Partecipazio era contemporaneo

di Berengario, e cercare la perfetta concordanza storica, perché non

si tratta di un documento, ma solo di una memoria conservata per

tradizione, e riportata da un dipinto ad un altro dopo un incendio.

Ma abbiamo di più: le monete stesse, cioè coniate a Venezia, coi nomi

di Enrico, di Corrado, e colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P

E R", le quali sono evidentemente quelle chiamate nei documenti

_nostrae monetae denariorum parvorum_ (85), _monetae Venetiarum_ (86),

_libras nostrorum denariorum_. Per monete nostre non bisogna credere

s'intendessero quelle improntate coi nomi e con le effigie dei dogi,

ma bensì quelle coniate nella nostra città e col nome di Venezia e

dell'imperatore, come ne troviamo anche nei tempi posteriori coi nomi

degli imperatori battute in città che si reggevano a comune, con una

completa indipendenza, solo riconoscendo l'alta sovranità imperiale.

In quell'epoca il diritto di moneta si considerava più che altro dal

punto di vista economico e per l'utile che ne poteva ridondare

all'erario; l'imperatore concedeva questo diritto regale a chi glielo

compensava con una conveniente somma di denaro. Né mi conturba l'idea

che queste monete siano posteriori di cinquanta o sessant'anni al

diploma di Rodolfo, perché i Veneziani possono aver tardato a far uso

del loro privilegio, e può essere anche avvenuto che qualche nummo

coniato in questo periodo non sia giunto sino a noi. Un indizio di ciò

sarebbe, che il tipo delle monete sovracitate non è quello usato da

quegli stessi imperatori nelle altre loro zecche, ma bensì uno più

antico. Il rovescio di queste monete ha il tempietto carolingio, nel

quale le colonne sono sostituite dalle lettere "V E N E C I", ed

invece della iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O" vi è

un ornato composto di lettere che non hanno alcun significato.

Ora il primo che abbia abbandonato quell'iscrizione nelle sue monete

fu l'imperatore Ottone, e si può ragionevolmente supporre che i

Veneziani abbiano approfittato della concessione di Rodolfo almeno al

tempo di Ottone, copiando il tipo dei denari imperiali dell'epoca,

colla sola aggiunta del nome di Venezia. In tal modo sarebbe rimasto

per tradizione lo stesso tipo sulle monete coniate dai Veneziani coi

nomi dei successori di Ottone, mentre non sarebbe naturale che ai

tempi di Corrado e di Enrico si scegliesse un tipo già antiquato.

Osservo ancora che in quell'epoca ogni zecca continuò collo stesso suo

tipo le monete degli imperatori che si succedevano, per cui di ogni

sovrano abbiamo tipi diversi secondo le zecche, onde la probabilità

che anche Venezia abbia continuato la propria tradizione nel tipo

delle sue monete.

Le monete coniate in questo periodo, e cioè dalla fine del secolo X

fino a quando Venezia impresse il nome dei dogi sopra i suoi denari,

furono interpretate diversamente da' numismatici; per maggior facilità

di descrizione, li divideremo in due gruppi: il primo composto dei

nummi stampati nell'ultimo quarto del secolo X e nei primi anni

dell'XI, il secondo di quelli che, portando il nome dell'imperatore

Enrico, hanno la effigie di San Marco e si devono giudicare posteriori

al 1094, ma comprendono un tempo più lungo di quello del regno del

terzo Enrico.

Il primo gruppo si compone di tre monete che hanno lo stesso rovescio

e sono talmente somiglianti per il tipo, per il peso e per la forma

delle lettere, che bisogna conchiudere essere state coniate in

un'epoca assai vicina. Quella che porta il nome di Corrado fu per la

prima volta descritta dal Bianchi di Rimini nelle _Novelle letterarie_

del Lami (87) nel 1757, e fu da tutti i numismatici attribuita

all'imperatore Corrado il Salico, che regnò dal 1027 al 1039, perché

il primo Corrado fu solo re di Germania e non si occupò mai delle cose

d'Italia. Quella di Enrico fu attribuita ad Enrico il Santo primo

imperatore di tal nome (88) dal San Quintino (89), dallo Zon (90), dal

Padovan (91), ed anche dal Lazari nelle sue schede. Promis invece

vuole che tali denari appartengano ai tre imperatori dello stesso

nome, che succedettero a Corrado, (92), senza distinguere quali

spettano al II e quali al III ed al IV; ma io non posso convenire con

lui, perché tutti i denari col nome di Enrico hanno fra loro

differenze minime, e somigliano in tal modo al denaro di Corrado, che

non possono appartenere se non ad Enrico I suo predecessore, o ad

Enrico II suo immediato successore. Io crederei che essi possano più

ragionevolmente essere attribuiti ad Enrico II, mentre i denari

coniati da Enrico III, oltre all'effigie di San Marco, hanno qualche

modificazione nella forma delle lettere e peso più scarso.

Quanto poi alle monete colla leggenda "C R I S T V S spazio I M P E

R", molte e svariate furono le opinioni esposte dai diversi autori che

vollero spiegarle; non si può convenire col Liruti (93) e collo

Zanetti Girolamo (94), che le ritengono di un'epoca più antica di

Carlo Magno, e nemmeno col Carli (95), che le riporta ai primi anni

del secolo IX, perché il loro tipo ed i loro caratteri sono quelli

della fine del secolo X e del principio dell'XI, come bene avvertì

l'illustre Muratori (96).

Né posso accordarmi con Vincenzo Promis (97), che crede tali monete

coniate nell'epoca tra la morte di Enrico V e la elevazione al trono

imperiale di Federico I di Svevia, perché in quell'epoca il denaro era

assai diminuito di peso e di valore. La somiglianza poi del tipo e del

peso indica certo che tali monete sono assai vicine per tempo alle due

coi nomi di Corrado e di Enrico, restando solo a decidere se si debba

collocarle prima o dopo di questi imperatori. L'opinione più naturale

sarebbe quella dell'illustre maestro Guidantonio Zanetti (98), e cioè

che sieno state battute posteriormente alle imperiali e non già

anteriormente; e ciò perché è più facile ad immaginare che sia stata

sostituita la divinità al nome dell'imperatore da un popolo che amava

la propria indipendenza, ed anche perché il nome di _Cristus_ è

scritto in modo da confondersi assai facilmente con quello di

_Enricus_. Ma altre circostanze di non lieve importanza mi conducono

ad opposto avviso, e cioè mi fanno credere le monete col nome di

Cristo anteriori a Corrado ed Enrico. La prima è che le monete di

questi due sovrani sono meno pesanti di quelle col nome di Cristo

(99), mentre le prime pesano ordinariamente da 16 a 18 grani e solo

raramente 20 grani; quelle col nome di Cristo pesano invece fra i 19 e

20 grani, e talvolta persino 22: ora in questi tempi, in cui la moneta

andava progressivamente diminuendo di peso e di intrinseco, è da

credersi che le monete più pesanti siano più antiche, e le meno

pesanti più recenti.

La seconda ragione si è, che assegnando alle monete col nome di Cristo

l'epoca precedente al regno di Corrado, si trova facilmente il momento

ove collocarle, quando il potere imperiale aveva perduto quasi ogni

valore in Italia, e si capisce facilmente che negli ultimi anni

dell'imperatore Ottone III e durante le lotte fra Arduino ed Enrico I,

i Veneziani abbiano potuto tentare nuovamente di sopprimere il nome

degli imperatori sulle monete, e che poi sotto il vittorioso Corrado,

tanto avverso agl'Italiani e che non volle nemmeno accordare i soliti

privilegi a Venezia, si conformassero alle prescrizioni ed agli usi

comuni, ponendo sulle monete il nome del temuto sovrano.

Non saprei vedere nella storia fra Enrico II ed Enrico III un'epoca

favorevole ad un ritorno di tal genere, e siccome i denari attribuiti

ad Enrico III gli appartengono indubbiamente, e per le ragioni

anzidette non posso assegnare il denaro con "C R I S T V S" ai tempi

posteriori ad Enrico III, conviene per forza ammettere, che il nome

dell'imperatore fu rimesso sulle monete veneziane dopo di averlo

tolto, e non vi è nessun'altra epoca meglio corrispondente a questa

incertezza, a questo cambiamento repentino, che quella precedente il

regno di Corrado; e l'essere poi ammessa questa ipotesi da uno storico

così acuto come il San Quintino (100), mi fa coraggio a perseverare in

questo convincimento.

Io reputo quindi di assegnare alle monete con "C R I S T V S spazio I

M P E R A T" gli ultimi lustri del secolo X, di collocare poi i denari

di Corrado, e finalmente di attribuire quelli col nome di Enrico

all'epoca dell'imperatore Enrico II. Può essere poi che il tempo

dimostri che il ragionamento di Guidantonio Zanetti era giusto, e che

si trovino delle monete veneziane col nome di Ottone, ed in tal caso

il sospetto che ho già fatto conoscere, si troverebbe completamente

confermato.

Il secondo gruppo comprende le ultime monete veneziane del periodo

imperiale. Queste hanno un solo tipo, sebbene siano coniate durante un

numero abbastanza lungo di anni, perché ce lo accusano le varietà di

conio, le differenti forme di lettere e sopratutto il peso vario e

decrescente. I primi di questi denari furono certamente coniati nel

tempo in cui, trovato il corpo di San Marco, questo santo fu

riconosciuto come protettore della repubblica e l'imperatore Enrico

III si recò a Venezia per venerarne le reliquie. Oltre alle altre

circostanze, lo prova la esistenza di alcuni esemplari nella cassa in

cui fu deposto allora il corpo del santo, i quali furono rinvenuti nel

1811, scoprendosi per la prima volta quella cassa. Infatti è stato

sempre costume in tali occasioni di seppellire monete contemporanee,

per conservare memoria esatta del tempo. Il tipo però fu continuato

anche dopo la morte di Enrico III, e probabilmente durante tutto il

regno di Enrico IV, come crede anche Promis (101).

Non posso invece accettare il parere di San Quintino, che alcuni di

tali pezzi sieno _mezzi denari_, opinione alla quale sembra accostarsi

anche il Promis (102), mentre non credo che collo stesso tipo e

fisonomia possa essere stata coniata una moneta ed il suo spezzato.

Penso invece che la differenza notevole di peso che s'incontra in tali

monetine non sia che la prova del peggioramento della moneta, che è

caratteristica di quest'epoca. Infatti i nummi senza aureola, e colla

croce simile alla croce dei denari di Enrico II, pesano 15 e 16 grani,

ed invece quelli colle leggende scorrette e colla croce ancorata, che

sono i meno antichi, pesano appena 8 a 9 grani, anche bene conservati.

È però da osservarsi che i più gravi pesano meno sempre dei denari di

Enrico II, e che i più leggeri hanno sempre un maggiore intrinseco dei

denari coniati posteriormente coi nomi dei dogi.

Dopo questo tempo non troviamo più monete col nome degli imperatori,

ed è probabile che la zecca veneta rimanesse inoperosa per qualche

anno, sinché il sentimento di indipendenza e di nazionalità,

risvegliato nelle lotte con Federico Barbarossa, e la coscienza della

propria forza persuasero i Veneziani a porre sulle monete i nomi dei

loro dogi, cominciando da Vitale Michiel II.

Queste idee già da qualche anno io aveva esposto in una lettura al

Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, ed il non vederle

combattute finora mi dà a sperare che esse abbiano ottenuto il

consenso degli studiosi, i quali non avrebbero facilmente lasciato

libero il passo ad errori in questione di tanta importanza.

In ogni caso mi conforta il pensiero, che il modo da me adottato per

isciogliere le gravi difficoltà del quesito, concorda assai bene coi

risultati della storia di Venezia e dei paesi vicini sino al secolo

XII. Mentre infatti Venezia era nei suoi primordi debole e piccina, e

le sue aspirazioni erano pur esse modeste, noi non troviamo moneta

veneziana. Dopo la morte di Carlo Magno vengono i tempi più oscuri, e

non ostante le parole dei cronisti, non si riesce a comprendere con

esattezza i rapporti tra Venezia e gli imperatori. Solo le monete ci

avvertono che Lodovico e Lotario avevano pretensioni di sovranità

anche sulle Lagune, e il denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E

N E C I A S" conferma la supremazia degli imperatori latini e

l'aspirazione dei Veneziani a liberarsene.

Dopo vengono le monete coniate a Venezia coi nomi degli imperatori

germanici, ed un nuovo tentativo d'indipendenza non coronato da

completo successo; finalmente all'epoca in cui in Italia si

costituiscono i Comuni, in cui si prepara una lotta giustamente

gloriosa, Venezia si astiene dal porre i nomi degli imperatori, e

soltanto dopo di essersi unita colla Lega lombarda, adotta un sistema

conforme alla sua completa indipendenza. Ma i tempi erano maturi:

Venezia non riconosceva più la supremazia di nessuno, anzi era giunta

a tale grado di potenza e di forza, che dopo aver regolato con onore e

vantaggio le questioni coll'Occidente, ebbe l'ardire di misurarsi

anche coll'impero greco, riuscendo a piantare lo stendardo di San

Marco vittorioso sulle vecchie torri della metropoli bizantina.

[Nuova pagina]

Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 Con disegni di C. Kunz · 第 27 / 324 题