ATTRAVERSO L’OLANDA.

Quando il reverendo Lorenzo Sterne, parroco inglese, mettendo nella

valigia mezza dozzina di camicie, un paio di brache di seta nera e

il ritratto di Elisa, si dispose alla traversata da Dover a Calais

per vedere la Francia, non pensava certo al rumore che il suo modesto

viaggio doveva fare nel mondo; viaggio bizzarro nel quale non è

descritta nessuna città, nessun monumento, nessun costume di popolo,

nessun ricordo storico, nessun documento artistico, ma solo impressioni

sentimentali.

Questa grande parola allora molto alla moda, ora decaduta al punto

che una poetessa modernissima ha inveito violentemente contro «gli

esecrabili bisogni sentimentali», mentre spiega il successo del

libro in un tempo e in una società preparati ad accoglierlo, dà pure

la ragione del perchè i libri di viaggio interessano sempre anche

se moltiplicati sullo stesso soggetto. Non siamo più gli ingenui

ascoltatori di Marco Polo che tante cose strabilianti ebbe a narrare

reduce dal suo viaggio intorno al mondo. Le nozioni materiali dei

luoghi anche lontani sono oramai, specialmente coll’aiuto delle

riproduzioni grafiche, alla portata di tutti. Non è che il temperamento

del viaggiatore che può darci ancora delle impressioni inedite. Un

albero è sempre un albero, ma gli alberi di Grubicy non sono quelli

di Gignous e le montagne di Carcano non sono le montagne di Segantini.

Avvertito o no, è il sentimento che guida il giudizio; esso solo trae

dalle cose il riposto significato non eguale per tutti, come non è

eguale il suono di un istrumento toccato da una mano piuttosto che da

un’altra. Gli esecrabili bisogni sentimentali, con buona pace della

poetessa futurista, continueranno ancora per un pezzo a frugare nella

profonda anima umana.

L’italiano che si reca in Olanda ricorre invariabilmente col pensiero

al viaggio di De Amicis, impressionista per eccellenza, e se non

gli scaturisce dal cuore l’ammirazione ad ogni passo rimane un po’

male, dubitando della propria sensibilità, mentre non si tratta

che di sensibilità diverse. Confesso che andando a Rotterdam cercai

ansiosamente le case descritte da De Amicis. «Vi sono le case che pare

caschino dal sonno, quelle che si rovesciano indietro spaventate,

quelle che si inclinano l’una verso l’altra come per confidarsi dei

segreti, quelle che si cascano addosso le une alle altre come ubriache;

alcune che pendono indietro in mezzo a due che pendono avanti come

malfattori trascinati da due guardie; schiere di case che fanno

riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate verso una

nel mezzo che par congiurino contro qualche palazzo». Le cercai, non le

trovai, e dinanzi ad alcune case semplicemente un po’ storte dissi a me

stessa: Una delle due: o che io manco di immaginazione o che De Amicis

ne ha troppa per avere trovato tutto quel diavolìo di scene in alcuni

muri fuori di perpendicolo. Ma è certo che abbiamo ragione tutti e due;

egli di averle viste così, io di non averle viste.

Un’altra cosa che non mi apparve affatto è l’animazione di Amsterdam

paragonata nientemeno che al Trafalgar _square_ di Londra e alla

Maddalena di Parigi, luoghi quanto mai indicati per chi vagheggiasse

un suicidio sotto gli omnibus e le automobili, mentre il _Dam_ della

capitale olandese, come qualunque brava ed onesta piazza di una città

di provincia, mostra di avere il maggior rispetto per la vita dei

passeggieri, i quali non formano più la folla variopinta dei costumi

che dalla Frisia, da Groninga, dal Zuidersee accorrevano ad alimentare

la curiosità del forestiero mezzo secolo fa, ma lisciati ed uguagliati

dal progresso vestono gonne strette e giacche all’inglese come tutti

gli altri, sì che le cuffie a corni ed i caschi dorati sono oramai

l’eccezione.

Gran peccato questo scomparire delle antiche foggie; s’avrebbe ancora

potuto incontrare uno di quei cappelli mirabolanti dei quali un museo

di Frisia conserva il campione: vedere per credere; un gran cerchio di

legno largo come due tavolini da caffè, coperto da una tenda frangiata.

Le eleganti moderne lo potrebbero invocare a giustificazione dei loro

cappelloni a guantiera. Guardate un po’ che cosa portavano le nostre

nonne!....

Ciò che non ha cambiato in Olanda sono quelle case mute e senz’occhi

che possono apparire graziose quando si presentano minuscole e sparse

nel mezzo di una prateria o lungo lo specchio di un canale, ma che

allineate per centinaia e centinaia di metri nelle vie di una città,

tutte simili, tutte piatte, tutte fredde, generano una indicibile

impressione di monotonia e di uggia. Sono case fatte di vetro e

di legno; il vetro delle finestre, il legno delle porte; e porte e

finestre così serrate, così fitte che di muro (quando è muro) vi è

appena quella striscia indispensabile per tenerle insieme. Botteguccie

che seguono a botteguccie, usciolini a usciolini; hanno della gabbia e

della scatola le più semplici; se qualcuna tenta di vincere le compagne

in altezza e in ricchezza assume l’architettura di un croccante.

Nessuna ci dà quel senso di comodità, di riposo, di ampiezza delle

nostre case, dove l’abbondanza del muro è così avvolgente e suggestiva.

Non vi sono linee grandiose, non mistero di portici, non fantasia di

spezzature, non contrasto di ombre e di rilievi. L’assenza di balconi

e di persiane toglie loro ogni apparenza di vita perchè una persiana ha

tre modi almeno di presentarsi: aperta, chiusa e semichiusa; ed ognuna

di queste attitudini ha una fisionomia propria, direi un’anima. Il

balcone poi è così ricco di vita e di cambiamenti che la sua mancanza

dà a noi italiani un senso di incompleto e di monco. Dinanzi a quegli

usciolini piccoli e sempre chiusi, a quelle finestre vetrate e sempre

chiuse colla immancabile esposizione interna di vasetti e di ninnoli,

senza che mai nulla si muova, che si agiti, che adduca un cambiamento

di forma e di colore, si sospetta che anche le persone che abitano

quelle case debbano avere una mentalità e una sensibilità ben diverse

dalle nostre, altri bisogni, altre passioni.

La placidità olandese, oramai passata in proverbio accanto alla furia

francese, alla flemma britannica e alla vendetta côrsa, confermata

dagli ultimi versi del sonetto sull’Olanda

... i larghi letti insidiati invano

su cui l’amore ha scritto a stampatello:

Chi va piano va sano e va lontano,

è forse una leggenda. Le kermesse ad ogni modo vorrebbero dire che la

placidità olandese è una specie di vino imbottigliato; più sta chiuso

e più fermenta, finchè fa saltare il tappo e allora... alla grazia di

Dio!

Volli chiedere informazioni in proposito ad uno dei non molti olandesi

che parlano francese e mi rispose essere davvero una specie di frenesia

dalla quale sono prese specialmente la gente di campagna e le serve.

Le care serve colla cuffietta immacolata e la scopa in mano tutto il

giorno non hanno altro pensiero che quello di accumulare denaro tutto

l’anno per darsi alla pazza gioia nei giorni della kermesse. Ciascuna

si sceglie il suo ciascuno e via per le osterie a bere, mangiare,

ballare, ubriacarsi....

— _La noce enfin!_ — concluse il mio interlocutore.

Io stetti un momento perplessa, poi arrischiai timidamente:

— _Jusque au fond?_

— _Naturellement._

— _Et les conséquences?_

— _Oh! dé-sas-treu-ses!_ — soggiunse l’olandese alzando le mani sopra

la testa.

È per questo che il governo ha proibite le kermesse e, tranne in

qualche remoto villaggio, non si praticano più. In Amsterdam, no

certamente.

Rotterdam, la seconda grande città olandese, è, direi, più mossa, più

varia di Amsterdam. La ferrovia che la attraversa tutta sopra un lungo

e pittoresco viadotto le conferisce un non so quale aspetto cosmopolito

che sembra riallacciarla agli altri paesi che non sono Olanda; tuttavia

le case perdendo le caratteristiche antiche gareggiano anche qui nella

emulazione del piatto, del liscio, dell’eguale. Anche all’edificio

della Borsa, che nelle città commerciali tiene il posto d’onore, non

pare abbiano data soverchia importanza. La Borsa di Londra somiglia

a una fortezza, quella di Bruxelles sta fra il teatro e la chiesa,

quella di Amsterdam fra la chiesa e il manicomio; quella di Rotterdam

è solo una casa un po’ più casa delle gabbie e delle scatole che la

circondano.

Ma che bella improvvisata quando, percorrendo rassegnati una delle

solite vie a botteghe ed a usciolini chiusi, ci appare una galleria

ampia e chiara sopra uno sfondo verde che attrae irresistibilmente

e cedendo all’attrazione ci troviamo in una piazza vastissima che

potrebbe non sembrare olandese se a un lato di essa non si elevasse

alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino

che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa!

Che cosa sieno i mulini a vento in Olanda è difficile dire a chi

non li abbia visti. Per me sono come i _cabs_ a Londra; tale nota

nel paesaggio che, ove sparissero, sparirebbe una rivelazione di

grazia presso quel popolo senza grazia che è l’inglese e una forma di

eleganza in questa Olanda così poco elegante. Io non vidi mai per il

mio desiderio abbastanza _cabs_ a Londra, come non mi stancai mai di

cercare mulini in ogni cantuccio d’Olanda; e il vedermene uno dinanzi,

all’improvviso, dove non mi sarei immaginata certo di trovare un

mulino, cioè sulla grande piazza di una grande città, mi riempì del più

gaio stupore.

Il mulino di Rotterdam è una bellezza per gli occhi e per

l’immaginazione. È linea ed è simbolo. È come la bandiera dell’Olanda,

del suo indefesso lavoro e delle sue conquiste famose, sventolante

colle antenne superbe al vento del nord. Me ne godevo la vista ed il

pensiero seduta fuori di un piccolo caffè, ed era questo un diletto

squisito per l’anima mia, se non che volgendo e rivolgendo il capo a

destra per vederlo sempre meglio vidi pure, seduta alle mie spalle in

un cantuccio ombrato, una gentil coppia di amanti così eterei, così

romantici, così fuori del mondo in quel loro divino assorbimento che

tutti i ricordi d’Italia mi assalirono e non osai più volgere il capo

per non interrompere l’estasi dei due felici. Non potevo tuttavia

impedire a me stessa che un qualche furtivo sguardo non deviasse

ancora nella loro direzione. Dal posto in cui mi trovavo il giovane

mi rimaneva nascosto e poco scorgevo anche del volto di lei sotto le

tese del gran cappello, ma una sua piccola e delicata mano abbandonata

in grembo veniva accarezzata con tanta dolcezza dall’amico e il loro

silenzio rotto appena da sospiri e da flebili accenti aveva una tale

soavità commossa, che fra essi e il mulino e le fantasie suscitate

passai una delle ore più deliziose del mio soggiorno in Olanda.

Sì poco basta talora a improvvisare un’oasi di felicità in questa

nostra deserta esistenza. Passava appunto una signora con un mantello

color cioccolata e quattro bottoni sulla schiena. Ella aveva forse

scelto il mantello in causa di quei quattro bottoni. Doveva aver

pensato: È un ornamento originale e di buon gusto, mi starà bene.

Filando poi per le vie di Rotterdam, la preoccupazione di quei quattro

bottoni e del grazioso effetto che producevano sui riguardanti la

riempiva certo di una piacevole illusione.

Ma Amsterdam e Rotterdam sono città troppo progredite per soddisfare il

gusto di esoticismo che si ha sempre quando si viaggia. Bisogna vedere

le città morte del Zuidersee — suggeriscono le guide stampate e le

guide parlanti. Sette ore di imbarcazione sul mare interno ci mettono a

contatto dell’Olanda genuina. Andiamo.

Ecco dunque per primo Brock, leggiadrissimo villaggio a fior d’acqua,

incappucciato di un verde intenso e così fresco, così silenzioso,

così umido e fragrante e riposante che per tutti i luglio e gli

agosto che ancor mi rimangono di vita nei giorni più torridi mi vedrò

sorgere dinanzi la visione di Brock, sinonimo di paradiso estivo. Le

singolarisime cose che diedero un tempo fama burlesca a questo paese

sono quasi scomparse; solo rimane più che mai rigido il silenzio

assoluto e l’assenza totale degli abitanti. Le gabbiette umane più che

mai minuscole e dipinte hanno qui più che mai porticine e finestrine

inchiodate. Si vedono bensì dietro a certi vetri bazzecole di legno

e di terraglia che vorrebbero essere, forse, da vendere; ma poichè

tutto è chiuso ermeticamente ed anima viva non appare, quelle mostre

platoniche che stanno probabilmente lì da anni ed anni dietro i loro

vetruzzi inviolati sembrano roba imbalsamata.

Monnikendam, che vien dopo, ha l’aspetto più serio e insieme una

tristezza e un malcontento di grande passato distrutto. Due bambine

in costume colle bionde ciocche sfuggenti dalla cuffietta e i piedi

sperduti entro larghi zoccoli di legno a punta offrono meschini

gingilli tratti dal fondo di un paniere. Anche qui tutte le porte e

tutte le finestre e tutte le botteghe chiuse; non un uomo, non una

donna, non un bimbo; nè cani, nè galline; nemmeno una mosca che rompa

col suo breve volo l’immobilità, la solitudine e il silenzio. Si lascia

Monnikendam coll’impressione che le due bambine in costume facciano

parte di una messa in scena di città morta ad uso e consumo dei

forestieri.

Sulle due isolette di Marken e di Vollendam riappare la vita, Marken

protestante, Vollendam cattolica; entrambe ridenti e liete dell’ampio

mare che spumeggia intorno alle loro linde casuccie o, a meglio dire,

cabine — una o due camere al più, di legno, erette su palafitte —

luccicanti all’interno di stuoie distese sul pavimento, di piatti

appesi alle pareti, di tendine bianche, di innumerevoli cianciafruscole

sparse Gli abitatori vivono di pesca. Di uomini non se ne vedono perchè

stanno al largo tutta settimana coi loro battelli e tornano appena alla

domenica; ma le donne sono tutte sulla soglia e le fanciulle bionde

e magre, con quel petto spianato che tanto dispiaceva al De Amicis,

passeggiano in su e in giù sferruzzando calze di grossa lana nera.

Ripensando all’Olanda dopo esserne usciti, con quella visione del

paesaggio fatto di acqua e di erba dove pascolano le belle mucche

bianche a macchie scure, dove le antenne dei mulini girano silenziose

sul cielo pallido, collo sfondo del mare di un colore monotono tra il

giallastro e il bigio — dolce visione non perturbatrice — sentiamo che

la nostra curiosità è paga. Non ci tormenterà la nostalgia dell’Olanda

come sempre tormentano chi le ha avvicinate una volta sola le sacre

pietre di Roma o il golfo di Napoli o la incantatrice Venezia. Abbiamo

visto l’Olanda, siamo contenti di averla veduta e basta.

Forse, quando dopo molti anni i porti, le isole, i prati verdi, le

città silenziose saranno dileguate a poco a poco dalla mia memoria, un

mulino alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco

mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa, mi passerà

ancora dinanzi agli occhi e rivedrò nel piccolo caffè i due innamorati

taciti e sospirosi. Ah! chi sa se si ameranno ancora!

Profili, impressioni e ricordi · 第 42 / 53 题