Ho sempre fatto il sogno di un uomo che viaggiando in terre lontane,
sia nell’elegante scompartimento di un _rapid-express_, sia sulla
tolda di un grande transatlantico, o sotto la tettoia di una di quelle
stazioni mondiali dove una volta almeno nella vita si danno convegno
i rappresentanti di tutte le nazionalità, quest’uomo (nella mia mente
egli è, si capisce, un poeta o un artista) incontra la donna ideale,
colei che in una mirabile fusione indipendente da ogni canone stabilito
di bellezza riunisce tutte le qualità che sono in fondo ad ogni nostro
desiderio di amore.
È il fascino della linea impeccabile? è quello più ardente della
pupilla? è quello più misterioso del sorriso? è quello più profondo
ancora della voce? O è piuttosto il fascino senza nome che risulta da
un ignoto complesso di cose per cui l’anima colpita e presa esclama col
suo grido più semplice e più eloquente: _È Lei!_
Lei! la nostra compagna, la creatura fatta del nostro sangue medesimo
e della nostra carne e dei nostri nervi; che sente, che pensa, che ama
come noi sentiamo, amiamo, pensiamo — solo modo concesso di rivelarci
interamente — perchè chi mai ci comprenderà in modo assoluto se non chi
ci è assolutamente uguale? L’inganno amoroso non parte forse sempre da
questo preconcetto?
Ma nel mio sogno non c’è nè inganno nè disinganno. Il poeta incontra
la sua donna — dove non monta — lontano, in terra straniera, divisi
da usi, da abitudini, da destini; una sola volta i loro sguardi calano
reciprocamente nelle loro anime — ed è tutto — e non si incontreranno
mai più. Che importa? Il poeta ha guardato in faccia il suo ideale.
Basta tale gioia per una vita.
A questo io pensai la prima volta che vidi Londra, or fa un anno, in
una deliziosa giornata di sole; il dolce sole londinese che non irrita,
che dà l’impressione di un leggerissimo velo sopra un bel volto; lo
ripenso ora tornandovi accompagnata da una pioggerella minuta. Chi mai
ha sparso per il primo la voce calunniosa che Londra è malinconica?
Intanto che cosa vuol dire malinconica? Per me è malinconico lo
spettacolo di una miseria che vuol parere grandezza, di una vanità
che vuol parere eleganza. È malinconico il giardino pubblico di
una cittaduzza di provincia, il monumento economico ad un eroe, la
palazzina di carta pesta con fronzoli in stile _liberty_; sì, tutto ciò
è malinconico fino alle lagrime. Ma quando siamo dinanzi alla colonna
di Trafalgar square, quando ci aggiriamo nei viali di Hyde-Park o che
al di sopra delle acque cupe del Tamigi vediamo adergere la sobria
magnificenza del Parlamento inglese, ah! non è malinconia che fa
gonfio il cuore, bensì un’onda di entusiasmo per il forte popolo che sa
estrinsecare sotto tutte le forme il suo grande valore.
Questa di trovarsi in presenza di un valore intrinseco e sincero è
l’impressione confortante che colpisce appena giunti, che accompagna
poi ancora svolgendosi in onde sempre più larghe di ammirazione, quasi
di gratitudine. Non so se annuncio un mio sentimento particolare o se
mi faccio interprete di altri che pure lo provano, ma ogni immagine
di bellezza dà una tale gioia a tutto l’essere nostro che non conosco
invero maggiore benefizio alla tribolata esistenza dei mortali.
E chi dice che il cielo di Londra è brutto si è mai soffermato a
gustare una squisita sinfonia di toni grigi, questa tinta signorile
che si potrebbe chiamare il trionfo definitivo del bianco e nero? In un
solo giorno, in un’ora, nel momento istesso il cielo di Londra, dalla
impressionabilità pensosa di una fronte di poeta, passa dal grigio
argento al grigio perla, al grigio rosato, al grigio azzurrino di certe
pupille di bimbo, al grigio fosco e corruscante di minacciose procelle;
poi, intanto che lo si guarda, fonde tutte queste gradazioni in una
marezzatura cangiante sulla quale vengono a scoppiare all’improvviso,
come squillo di risata birichina, poche battute di sole.
E chi crede ancora che a Londra si può morire in mezzo alla strada
senza che nessuno se ne curi? L’inglese non ha la curiosità facile e
superficiale di altri popoli che appaiono per questo più servizievoli;
ma se ricorrete ad un inglese, al primo che vi capita, pur che vi
riesca di farvi intendere, troverete l’assistenza semplice e pronta;
quando mai se proprio non vi intende apparirà pure in fondo ai suoi
occhi un sentimento benevolo di solidarietà umana. Ma lo scherno, ma il
disprezzo, ma il godimento imbecille di chi ride del vostro imbarazzo,
questo giammai.
Gustavo Flaubert andato una volta a vedere il Righi e ricevutane una
impressione di freddezza scrisse che i paesi senza storia non lo
interessavano affatto. Ecco un giudizio che non si potrebbe certo
ripetere per Londra. Tutta Londra, da Whitehall a Cheapside, da
Westminster alla Torre di Guglielmo il Conquistatore, trasuda da ogni
pietra le lagrime e il sangue delle sue memorie, e la storia di Londra
è la storia dell’Inghilterra. È qui che palpitano ancora le vecchie
tradizioni, in questo paese dall’anima profonda dove i sentimenti hanno
saldezza di roccia.
Io sentii ciò sopratutto in un giorno di festa, nella città parata in
singolare vivezza di colori e i soldati sotto le armi per il passaggio
della famiglia reale. Luceva il bel volto pallido del sole soffuso
del suggestivo incanto del suo velo e brillavano sotto di esso gli
elmi dorati con piume rosse, neri con piume nere, d’argento con piume
bianche, lungo quelle vie senza polvere, silenziose al passo come
se un tappeto di velluto le coprisse, mentre la folla raccolta in
due ali se ne stava dignitosa nell’attesa e centomila piccolissime
bandiere sospese in alto turbinavano al vento dando l’impressione di
centomila mani agitate in segno di gioia. Così, forte e calmo, ardente
e composto è questo popolo presso cui tutte le nobili idee trovano
un’eco di simpatia e le grandi iniziative un appoggio. Mascherata dalle
spalle erculee di un _policeman_ la mia debole voce mormorò con intimo
convincimento: _Rule Britannia!_
Ma vi è a Londra un posto dove tutti coloro che amano gli inglesi e
l’Inghilterra, che si sono occupati della sua letteratura, che hanno
ritenuto i nomi dei suoi poeti, dei suoi re, dei suoi uomini di Stato,
delle sue donne anche, non deve mancare di vedere ed è la Galleria
dei ritratti recentemente annessa alla grande Galleria nazionale.
Appena entrati due poeti sommi ci accolgono: Shelley dalla fronte
pensosa, Byron dal volto passionale; poi Ruskin dagli occhi pieni di
cielo e Bulwer, bellissimo, che seppe far rivivere nella sua nordica
immaginazione gli ultimi giorni di Pompei.
Chi è questo bel vecchio dall’espressione bonaria e astuto insieme? È
Richardson, il romanziere alla moda nel secolo decimottavo; l’autore
di quella ingenua e deliziosa _Pamela_ che qualche nostra attrice
ci regala ancora di tanto in tanto sui teatri di prosa per nostra
consolazione. Ecco Dikens, il grande e troppo dimenticato Dikens, che
assomiglia un poco ad uno dei nostri migliori scrittori di romanzi.
Ecco il patriarcale Walter Scott seduto dinanzi ad un camino antico,
il fido cane accovacciato ai piedi: e par che danzino intorno a lui
con leggiere movenze di silfidi le armoniose creature de’ suoi sogni,
suscitando i malinconici laghi della Scozia coi diruti castelli perduti
sulle scogliere e gli innamorati eroi correnti nella notte a fantastici
convegni.
Si guarda con stupefazione la robustezza erculea di Bacone e di Darwin
trovandola bene appropriata all’uno che dovette reggere il confronto
col più grande uomo dell’Inghilterra e all’altro che capovolse la
concezione del mondo.
Oh! il maraviglioso volto ascetico del cardinale Manning! e lord
Brougham, lord Palmerston, Beniamino Disraeli, i due Walpoole — Orazio
specialmente — sulla cui fisionomia canzonatoria si cerca con un po’
di curiosità il riflesso della grande passione che risentì per lui
l’ottantenne marchesa Du Deffant.
Una certa delusione la si prova dinanzi al ritratto di Giorgio Williers
duca di Bukingham. La storia gli ha assegnato un posto nel cuore di
Anna d’Austria regina di Francia ai piedi della quale, ci insegna
la cronaca galante, egli lasciò cadere un giorno tutte le perle che
ornavano il suo mantello; e ricordiamo i versi che il vecchio poeta
Voiture improvvisò alla regina una sera in cui ella gli domandò a che
cosa pensasse,
Io pensavo che fareste
(Noi poeti siam bizzarri)
Se in mia vece qui vedeste
Bukingham il vostro amor.
Tempi singolari in cui i poeti si permettevano tutte le licenze! Ma
davvero Giorgio Williers duca di Bukingham è troppo florido, troppo ben
pasciuto. I nostri ricordi sentimentali ne soffrono.
C’è una sfilata di attori celebri: Irving, dal rigido profilo puritano,
Kean nella cui faccia si legge tutto il programma della sua vita:
_genio e sregolatezza_: la Vestri, altri ed altre.
Di un interesse speciale, riunite in un gruppo come le gemme più
preziose della corona, cinque donne mi fanno battere il cuore: Giorgio
Eliot, la Browning, Carlotta Brönte, Cristina Rossetti, la signora
Carlyle. Non so perchè Gaetano Negri scrivendo con tanta simpatia
della Eliot la chiamasse brutta. Nei tre ritratti che abbiamo di lei
non risulta tale. Il primo la rappresenta giovane, eretto il bel busto
sotto la testa un po’ grossa ma ricca di biondi capelli, i lineamenti
regolari, gli occhi soavissimi ed azzurri. Anche nell’ultimo, preso
quando aveva sessant’anni, i capelli hanno conservato tutta la loro
opulenza e il volto non dispiace. Carlotta Brönte è veramente la donna
di provincia del secolo decimonono nel cui interno l’anima vigila
sempre accesa e detta romanzi intanto che manipola il pane e che tutto
intorno a lei è freddo, gretto, meschino. Cristina Rossetti pare una
santa staccata dai muri di un antico chiostro italiano. La Browning,
non bella ma strana, ci affascina colla bruna chioma spiovente, cogli
occhi oblunghi, larghissimi, luminosi, pieni di un mistero che la
bocca forse troppo ampia ma fremente di vita lungi dal distruggere
rende più inquietante. Si desidererebbe più limpido, più visibile alle
pupille che vi si figgono ansiose, il ritratto della signora Carlyle,
imperfettamente reso in un piccolo disegno, quasi la tenera donna
volesse anche dopo morta restare nelle tenebre che accompagnarono la
sua vita di eroismi oscuri.
E chi è questa elegante simpaticissima signora dalla bellezza quasi
moderna, che piace subito, che ispira ammirazione e fiducia? Duchessa
Malborough — dice l’iscrizione della ricca cornice dorata — e la
celebre canzonetta ci viene spontanea alle labra: _Malborough s’en va
à la guerre_. Sì, essa è l’impareggiabile sposa del grande Malborough
che gli fu compagna fedele fino alla morte e che, rimasta vedova per
il tragico avvenimento che la canzone rese popolare, ricusò ogni altro
matrimonio rispondendo: «Colei che è stata moglie di lord Malborough
non può appartenere a nessun altro uomo».
Ben diversa è la psiche di lady Hamilton contessa di Gramont che
la guida chiama semplicemente: la bella Hamilton. Abbiamo di lei
due ritratti presi a vent’anni di distanza che fanno riflettere
malinconicamente a ciò che deve essere per una bella donna
l’invecchiare, quando questo grave passaggio fisiologico non sia
sorretto dalle virtù della duchessa di Malborough. Lady Hamilton nel
fiore sbocciato della sua giovinezza si presenta col primo ritratto
in una decente scollatura che non distoglie lo sguardo dal fresco
viso; ma più tardi, quando l’età fatale incalza, colei che nessuno
più chiama la bella Hamilton investita dall’ardore terribile di chi
rischia l’ultima battaglia brucia tutte le sue navi... o per lo meno le
trine che ricoprono gli ultimi avanzi della sua bellezza famosa e ci fa
esclamare: Povera donna!
A chi appartiene quel faccione florido e tranquillo di buona borghese
che rattoppa le sue calze? È Maria Tudor, la feroce nemica dei
protestanti. Si stenta a crederlo e si cerca con interesse il vicino
ritratto della più interessante delle sue vittime: Giovanna Grey,
pallida e gentile.
Strana, orribile faccia è quella di Enrico VIII marito di sei mogli.
Sulle larghe mascelle bestialmente sviluppate, tali che invadono
l’intero volto, gli occhi e la bocca di una impressionante piccolezza
sembrano mostri osceni che si raccolgono un istante per prendere lo
slancio, labbra di sanguisughe, tentacoli di piovre, una cosa mai
vista e che ipnotizza col suo stesso orrore molto più se si pensa alla
dichiarazione che egli faceva col più perfetto cinismo: «Quando amo
desidero, quando desidero voglio e quando voglio prendo».
La figlia di questo mostro, la regina Elisabetta nata da Anna Bolena
e chiamata alternativamente la grande Elisabetta o la regina vergine,
probabilmente con eguale fondo di verità, quantunque brutta volle
lasciarci quattro ritratti e porta in ognuno dei quattro un abito così
ricco di complicazioni che sfido a descriverlo il più esperto cronista
mondano. Di questi quattro ritratti il migliore è opera di un pittore
italiano, Federigo Zuccari, fondatore della romana Accademia di San
Luca.
Ancora dello Zuccari è il ritratto di Roberto Dudley conte di Lancaster
favorito titolare della regina, tanto bello quanto stolto, dissero
i contemporanei e che appare sulla tela più stolto che bello. Ciò
pure torna a lode del pittore poichè seppe dalla vaga scorza estrarre
l’intima volgare essenza, ciò che si direbbe modernamente ritrarre
l’anima.
Qui finiscono questi miei appunti personalissimi, semplici note di
taccuino segnate senza ordine prestabilito, alla ventura, ma ci
vorrebbe ben altro per descrivere tutto quello che si vede nella
Galleria dei ritratti a Londra. Alcuni, molti fra essi, hanno pregi
pittorici non comuni. Tutti — i pochi di cui ho accennato e gli
innumerevoli che non trovarono posto in questo articolo — ci parlano il
linguaggio profondo dei morti così suggestivo quando ci si affacciano
dalle vecchie tele dove l’arte ha saputo immortalarli.