Le idee che verrò esponendo in questo articolo mi vennero uno degli
scorsi giorni mentre ammiravo dalla Trinità de’ Monti il panorama
superbo di Roma ravvolto nel roseo crepuscolo d’autunno. Standomi così
a contemplare dietro la cupola di San Pietro fin sul lontano Gianicolo
la nobile figura di Garibaldi caracollante in mezzo alle nuvole sul
suo destriero di bronzo, mi noiava un qualche cosa di scuro che vedevo
colla coda dell’occhio ballonzolare intorno a me ed era il cucciolo
bastardo di un mendicante che portava sulle orecchie spelacchiate un
cappello di bersagliere.
Anche a non voler accettare la teoria troppo facile di Dumas padre,
al quale bastava mettersi alla finestra per trovare il soggetto di
un romanzo, è pur vero che talvolta un minimo incidente dà la stura a
tutto un ordine di pensieri e di considerazioni. La vista disgustosa
di quel cane ornato dell’emblema che è per noi italiani uno dei più
cari, e in questo momento sacro, mi ricondusse alla memoria un paio
di giarrettiere tricolori che mi erano apparse il giorno prima nella
bacheca elegante di un negozio di mode. No veramente, non vi è nulla
di sacro per certi sfruttatori, neppure il sentimento augusto della
patria.
Mi riconduco qui a un mio tema prediletto nella fede del quale trovo
ogni giorno conferma, sia guardando le opere dei nostri grandi, sia
inoltrandomi nelle nostre piccole esperienze. Quante volte non abbiamo
udito ripetere in questi ultimi tempi fino alla sazietà, fino alla
nausea, che non si deve dar retta al sentimento e vediamo invece che
in ogni superiorità di uomo, in ogni ascesa di popolo è il sentimento
che porta alle vere altezze. Vi è bensì una scuola che sotto pretesto
di positivismo ha dichiarato guerra al chiaro di luna, ma il chiaro di
luna continuerà a beare le notti quando la scuola sarà morta; esso è
tanto positivo quanto una fiamma a gas ed è infinitamente più bello.
Tutto ciò che si è fatto per distruggere il sentimento lo ha
schiacciato, deformandolo, come una vesciva vuota sulla quale ogni mano
può imprimere una sagoma e del turgido globo che si innalzava prima
nell’aria comporre forme di scherno e di pietà. Alla profanazione del
sentimento portato a fare da richiamo nei cinematografi con figure
di carta che stralunano gli occhi sulle faccie glabre intanto che un
cartellone avverte «in preda alla passione ed alla gelosia» sono venute
ad aggiungersi da un po’ di tempo in qua le cartoline per bimbi. Non
so se qualcuno dei miei lettori le abbia osservate. Per me che ho il
culto delle innocenti anime infantili è uno spettacolo che mi fa male.
Non bastano più le pecorelle, le galline, il mulino per allettare il
fanciullo che vuole anche lui la sua cartolina e si ricorre ad una
grottesca trasformazione di quadri celebri. Ecco l’_Edera_ dove un
soldino di cacio in brache corte si allaccia freneticamente ad una
pupazzetta di quattro anni. Ecco _Vertige_, la scena d’amore perversa
e sottile che i parigini ammirarono in una delle loro esposizioni
mondane, ridotta per marionette vive ad esempio anticipato per quando
saranno uomini e donne. Ed altri ed altri! È in questi fatti una
deformazione assoluta del sentimento educativo.
Nè meno impressionante, senza uscire dall’argomento cartoline che ha
preso nella nostra vita una importanza di primo ordine, sono certe
scenette che vorrebbero mettere in evidenza l’opera buona delle dame
della Croce Rossa. Hanno riunito una dama giovanissima e bella con un
giovane e bellissimo soldato, li hanno posti nella attitudine del più
dolce «flirt», lei sorreggendogli il braccio ferito (oh! lievemente)
lui chinandosi verso la fronte che si offre al bacio in un perfetto
idillio, il quale deve muovere a sdegno i veri feriti spasimanti
nel loro letto di dolore e le vere donne pietose che li curano con
abnegazione completa della loro personalità. Vien voglia di gridare:
Scherzate coi fanti e lasciate stare i santi.
Queste confusioni di sacro e di profano, di cose profonde e di
superficialità volgari indicano un disorientamento psichico che non è
solamente di oggi. Ce lo attesta da oltre un ventennio l’andamento dei
processi criminali, la singolare tendenza dei giurati a commuoversi
per l’assassinio e la stupefacente complicità del pubblico che lo
acclama quando è prosciolto. È il sentimento della compassione che si è
traviato per vie oblique allontanandosi dalla giustizia e dalla verità;
così un’anfora di vino generoso destinato a scaldare i cuori se viene
rovesciata sulla mensa ne imbratta i lini ignobilmente.
Infinite sono le applicazioni che si potrebbero fare alle storture
del sentimento nelle sue diverse forme e gradazioni le quali arrivano
talvolta all’atrofia. Atrofia del sentimento, della dignità e
dell’orgoglio nazionale mi è sempre parsa la supina acquiescienza degli
italiani, specie nelle città settentrionali, alla lenta, continua,
insistente invasione dello spirito tedesco fra noi. Usi, abitudini,
mode, arte, letture, stoviglie e scarpe tutto andava intedescandosi
in un modo irritante, cioè irritante per i sentimentali che non sono
molti; gli altri accettavano con assoluta indifferenza vestita di una
ammirazione che doveva mettere al coperto dai rimorsi. La convinzione
che i tedeschi ci fossero superiori deprimeva intanto ogni iniziativa;
la lingua tedesca diventava quasi obbligatoria nelle famiglie; si
mandavano le fanciulle nei collegi tedeschi per impararla bene. Ma
perchè? — io chiedevo sgomenta e non persuasa. — Mi si rispondeva
vagamente che era necessario per la loro istruzione. Era pure
necessario far venire per i piccoli bambinaie tedesche; i _krapfen_
sostituivano le ciambelle e gli insipidi _zwieback_ i panini freschi.
Tutto ciò era ammesso come cosa naturale, inevitabile.
E calavano i tedeschi; calavano a frotte, essi e le loro mercanzie,
melliflui, insinuanti, così semplici nelle loro faccione tonde, così
innamorati dell’Italia! C’era da tenersene onorati. Ricordo una tedesca
di Kiel la quale volendo ad ogni costo conoscere l’Italia mi scrisse
se potevo trovarle una famiglia disposta ad alloggiarla, nutrirla
e illuminarla dietro il corrispettivo magnifico di farle imparare
la lingua tedesca. Soggiungeva queste testuali parole: «Mi adatto
a qualunque cosa, dormo in qualsiasi posto, mangio qualsiasi cibo,
accetto abitudini, persone, circostanze». C’è in tale dichiarazione uno
scorcio perfetto dell’anima tedesca. Conosco qualcuno che l’ha ammirata
anche in ciò. A me fece ribrezzo.
Non è uno dei minori difetti della scuola positivista l’osservazione
immediata e superficiale che non tiene conto delle molle invisibili e
giudica gli uomini al pari di un tavolino il quale consta di un piano,
di quattro gambe e qualche volta di un tiretto. Ma il tiretto interno
delle anime è chiuso allo sguardo dei mercanti di mobili. Occorre una
sensibilità diversa per penetrarne i delicati congegni. È per questo
che i grandi avvenimenti della storia, le conquiste della scienza,
la riforma dei costumi, prima ancora che appaiono in linee concrete
di fatto sono quasi sempre avvertiti da sottili spiriti di poeti,
di pensatori. Ogni gloriosa assunzione umana ebbe il suo profeta e
il profeta non è altro che un uomo dalla sensibilità sopracuta che
sorpassa l’incidente materiale per figgersi nella luce delle verità
superiori sulle quali unicamente appoggia il progresso del mondo.
Eccomi un po’ allontanata dal cane col cappello di bersagliere; un
poco, non molto, se vogliamo prenderlo come simbolo di ciò che venni
esponendo. E neanche parrà troppo lontana dall’argomento la citazione
che desidero fare di un sonetto quasi inedito dal quale si vede come il
sentimento di un poeta ha saputo precorrere, sotto forma satirica, la
repulsione che oramai è divenuta generale per la sopraffazione tedesca.
Il poeta è Giovanni Rizzi, trentino, che viveva a Milano quarant’anni
fa e del quale forse qualche anima onesta e italiana come la sua si
ricorderà ancora: