I FRATELLI ZUCCARI.

A chi visita diligentemente il Pantheon di Roma non sarà forse

sfuggita, a sinistra, poco lungi dalla pietra che ricopre gli avanzi

di Raffaello, la tomba di un altro pittore quasi contemporaneo: _Taddeo

Zuccari_, e si sarà forse domandato: Chi era costui? Era infatti, prima

che un libro di Corrado Ricci risuscitasse i disegni della _Divina

Commedia_, quasi totalmente dimenticato il nome dei fratelli Zuccari,

pittori.

Dice di essi il Vasari nella edizione bolognese del 1681: «Essendo

duca di Urbino Francesco Maria, nacque nella terra di Sant’Agnolo in

Vado l’anno 1529 adì primo settembre ad Ottaiano Zuccheri pittore un

figliuolo maschio al quale pose in nome Taddeo; il qual putto avendo

per dieci anni imparato a leggere e scrivere ragionevolmente se lo

tirò il padre appresso e gli insegnò alquanto a disegnare. Ma veggendo

Ottaiano quel suo figliuolo aver bellissimo ingegno e poter divenire

altro uomo nella pittura che a lui non poteva essere, lo mise a stare

con Pompeo da Fano, suo amicissimo e pittore ordinario; le opere

del quale non piacendo a Taddeo e parimenti i costumi, se ne tornò a

Sant’Agnolo.»

Non è questo il principio di una esistenza comune? Tanto comune che

Ottaiano la trovò naturalissima, ed avendo abbandonato la momentanea

velleità di fare di suo figlio altro uomo che egli non fosse, si oppose

con tutte le sue forze quando il fanciullo a quattordici anni dichiarò

di volersi recare a Roma per imparare il disegno, come non gli sarebbe

mai riuscito standosene a casa, sotto la direzione mediocre del padre,

già impacciato di numerosa figliuolanza. La risoluzione di Taddeo era

di quelle che non mutano per ostacoli o per controversie, e per quanto

il padre negasse il suo consentimento, volle partire e partì.

Arrivando nella grande città, solo, così giovinetto ed inesperto, aveva

però in mente di cercare appoggio presso un cugino, pur esso pittore —

ed era forse questa anche l’unica speranza e consolazione del padre —

ma il parente, niente allettato dalla comparsa del piccolo vagabondo,

lo pose senza cerimonia fuori dell’uscio e glielo sbatacchiò in faccia;

per cui eccolo veramente solo e veramente abbandonato in quella Roma

che egli voleva conquistare.

Questo è certo il periodo più interessante della vita di Taddeo. È in

esso che si venne sviluppando la singolare tenacia della sua volontà,

la resistenza alla sventura, la fede nel suo ideale, l’austera dignità

del carattere. Deciso a non ricorrere al padre, mai, per nessun

bisogno, anzi facendogli sapere che stava benissimo, visse randagio,

accomodandosi a tutte le privazioni, girando di bottega in bottega a

macinar colori per guadagnare da sfamarsi, dormendo sotto i porticati

delle chiese, pigionale del lastrico e del cielo.

Credette una volta di potersi mettere a posto presso un Calabrese,

possessore di certi cartoni di Raffaello che a Taddeo facevan gola

assai; ma anche qui naufragò, prima contro la grettezza del maestro

che non gli permetteva nessun lavoro altro che manuale, poi (trascrivo

ancora lo stile ingenuo ed efficace del Vasari) «costui, insieme con

sua moglie, donna fastidiosa, non pure lo facevano macinar colori

giorno e notte, ma lo facevano non ch’altro patire del pane; del quale

acciocchè non potesse neanche averne a bastanza, nè a sua posta, lo

tenevano in un paniere appiccato al palco, con certi campanelli che

ogni poco che il paniere fosse tocco suonavano e facevano la spia.» Di

questo Taddeo non si sarebbe doluto, avvezzo a ben altre contrarietà,

se gli fosse stato possibile di copiare i vagheggiati cartoni; ma

perchè ciò avvenisse in nessun modo, lo mandavano a letto al buio,

togliendo l’olio dalla lucerna. Non ancora però cedeva l’ardente smania

del giovinetto che, ritto contro la finestra, disegnava sui vetri al

lume della luna; così come disegnava durante il giorno con una scheggia

di cristallo sulla macina dei colori, come disegnava quasi fino in

sogno.

Un aneddoto grazioso a proposito di queste visioni, di questa seconda

vita poetica che si soprapponeva alla brutale realtà, lo raccontava

e lo illustrò pure più tardi il fratello Federigo. Essendosi un

giorno Taddeo, stanco e febbricitante, addormentato sulla sponda di

un fiumicello, gli parve di vedere che le pietre e la ghiaia tutto

intorno recassero dipinti di Polidoro e di Raffaello. Colpito dalla

scoperta di un simile tesoro, anche desto non abbandonò l’illusione e

tutto infervorato, caricò più che potè di quelle pietre in un fardello,

recandosi col peso di esse fino a casa, dove solo più tardi riconobbe

la propria allucinazione.

Dove finiva dunque in lui il senso della realtà e dove cominciava il

mondo fantastico? Non aveva egli sempre vissuto più di sogni che di

pane? e durante le innumerevoli notti trascorse sotto le stelle, quali

fili misteriosi lo avevano allacciato alla comprensione della bellezza

invisibile?

Ma nè l’istoriare a lume di luna i vetri della sua cameretta, nè il

disegnare a memoria con un scheggia acuminata sulla macina dei colori

le opere dei grandi appena intraviste, nè il sognare continuamente

di pittura e di pittori portavalo molto innanzi. Egli comprese che

bisognava cercare ancora, lottare ancora.

Lasciò l’inospitale casa del Calabrese e tornò all’alloggio dei

porticati, alle gradinate dei templi, sotto quel cielo fatale di Roma

ricco di splendori e di febbri. Certo la visione poetica doveva essere

molto forte in quell’adolescente e tenergli luogo di tutto. Sotto gli

archi, presso i ruderi di una grandezza che egli pensava di arricchire

di nuova gloria, le memorie della casa paterna, l’affetto della madre,

tutto ciò che era tenerezza e mollezza di nido doveva apparirgli come

una tentazione da cacciare, il solo vero ostacolo per la realizzazione

del suo sogno. Eppure l’ostacolo si impose. Penetrato dalle febbri

miasmatiche che il dormire all’aperto gli aveva appiccicato in modo

invincibile, sopraffatto dalle fatiche fisiche, dagli stenti, dalla

malattia, gli fu triste necessità far ritorno a Sant’Agnolo.

Non ho potuto trovare una data esatta in proposito, ma risulta

chiaramente dai fatti che ben poco tempo rimase in famiglia. Appena

ristabilito nella salute prese per la seconda volta il suo bastone

di pellegrino e si riaffacciò alle porte di Roma, dove lo attirava un

fascino misterioso e potente.

Questa volta almeno fu più fortunato. Allogatosi presso un certo

Giacomone, libero di molestie materiali, tranquillo, fece in breve

tempo rapidissimi progressi. Da questo momento tutta la sua vita

cambia; sembra che una fata lo abbia toccato colla magica verga,

intanto che delirava per febbre nelle ultime notti trascorse a ciel

stellato, e costretta la sventura a partirsi da lui. Fu subito

conosciuto ed apprezzato, per modo che quello stesso parente dal

quale era stato respinto nei giorni del bisogno venne a lui pieno

di cortesia e di promesse, lo indusse a rappatumarsi e s’accordarono

per lavorare insieme «avendo Taddeo che era di buona natura tutte le

ingiurie dimenticate» conclude lo storico contemporaneo. E — senza

nessuna intenzione di menomare la bontà d’animo di Taddeo — si capisce

come un uomo preoccupato di alte mire non volesse perdersi in bizze e

in puntigli da femminuccia. Questo primo trionfo del fanciullo reietto

portava in sè stesso la più nobile e più completa vendetta.

Slegato dal maestro, assunse i freschi per una cappella di Santa Maria

a Vitto, oltre Sora, nel principio degli Abruzzi; poi per commissione

di un gentiluomo romano, e non senza esitazioni da parte di costui

che dubitava per la immatura età del pittore, condusse a termine

la facciata di una casa a chiaroscuro, destando la meraviglia degli

intelligenti. Aveva allora dieciotto anni. Da quel tempo fino al 1550

continuò a lavorare, non ad opere di grande importanza, ma sempre bene

e con profitto.

Intanto papa Giulio III inaugurava il proprio pontificato con un

Giubileo e per tale straordinaria ricorrenza vennero dal paesello di

Sant’Agnolo a Roma il padre e la madre di Taddeo, conducendo uno dei

sette figlioli che eran loro rimasti. Finite poi le feste e la gioia

del rivedersi se ne tornarono a casa «lasciando detto putto chiamato

Federigo» alla custodia del maggiore fratello e coll’intenzione di

fargli imparare belle lettere; intenzione che venne a modificarsi

col tempo perchè Taddeo pur non risparmiando gli studii letterarii al

giovinetto, si persuase che avesse maggior attitudine al disegno, onde

incominciò a farlo addestrare in quest’arte con ben diverso appoggio e

fortuna che egli stesso non avesse avuto.

Seguitò poi i lavori nella chiesa di Sant’Ambrogio dei milanesi, a

Santa Lucia della Tinta, e finalmente chiamato dal duca Guidobaldo a

Urbino vi si recò «lasciando in Roma chi avesse cura di Federico e lo

facesse attendere a imparare.»

A Urbino le cose non andarono perfettamente bene, perchè avendo dovuto

assentarsi il Duca, diede ordine che l’artista fosse provveduto di

quanto occorreva al compimento del lavoro e i suoi incaricati per

contro lo lasciarono mancare di ogni cosa, motivo che determinò Taddeo

a far ritorno in Roma, dopo aver perduto due anni di tempo e però altro

particolare che lumeggia il suo carattere fiero e delicato — trovato il

Duca «si scusò destramente senza dar biasimo a nessuno.»

Lungo cammino sarebbe il voler seguire tutte le opere eseguite da

Taddeo, e quelle di lui con aggiunta di giovani scolari, e quelle

iniziate per aprire la via e dar nome al fratello Federigo; furono

tante e così varie che gli emuli e gli invidiosi non gli risparmiarono

l’accusa di rapacità, della quale parmi si possa facilmente scagionare

riflettendo che egli si era assunta l’educazione di Federigo non solo,

ma anche di un altro fratello e che tutta una famiglia bisognosa gli

stava alle spalle. Il forte fanciullo che aveva lottato corpo a corpo

colla miseria, fatto uomo, non poteva aver scordato i giorni senza pane

e le notti senza letto e se, giunto esclusivamente per i suoi meriti ad

una posizione invidiata, celebre, adulato, la fortuna non lo accieca,

la gloria non lo fa ingrato, la vicinanza dei principi e della reggia

non lo rende egoista, ma modesto e perseverante continua a lavorare non

più per sè, ma per i suoi, trovo tutto questo logico e conseguente non

solo, ma anche bello.

Tuttavia, avendogli il cardinale Alessandro Farnese proposto gli

affreschi del palazzo di Caprarola, ivi si ritirò e stette parecchio

tempo solitario lavorando attorno a quelle splendide sale della

_Solitudine_ e del _Sonno_, alle quali concorse l’ingegno di Annibal

Caro suggerendo allegorie e motti latini.

Ed ecco, vicino alla figura dolcemente austera di Taddeo Zuccari

crescere con espansione propria e carattere affatto differente il

giovinetto Federigo. A lui la fortuna aveva, fin dagli albori, sorriso.

Più bello, di carattere fantasioso, vivace ed anche petulante per

insofferenza di freni, lo pungeva vivamente l’emulazione; e per quanto

affezionato e devoto al fratello niente altro bramava che uscire dalla

sua ombra e fare da sè. L’occasione gli fu porta da Taddeo stesso che

gli cedette gli affreschi di una casa in Roma; ma prudente e timoroso

guardiano del giovane esordiente lo andava sorvegliando in questo primo

lavoro. È naturale che egli sentisse per Federigo una trepida affezione

mista di indulgenza paterna e della severità di maestro.

Così però non la intendeva Federigo, smanioso di misurare le proprie

forze davanti al pubblico; per cui dopo di avere pazientato un po’

di tempo e sofferto con relativa calma le correzioni ed i ritocchi,

un bel giorno ruppe il freno e in un eccesso di rivolta preso il

martello ruppe e buttò a terra tutto quanto Taddeo aveva creduto

bene di aggiungere al suo lavoro. Per fortuna questa bizza non alterò

menomamente l’alleanza dei due fratelli che continuarono a lavorare

insieme nel miglior accordo, dividendosi l’opera; Taddeo fece allora

il ritratto alla figlia del duca d’Urbino e Federigo accudì ai dipinti

nel palazzo d’Aracoeli e nell’appartamento fabbricato da Innocenzo IX;

finchè chiamato dal patriarca Grimani a Venezia per finire la cappella

di San Francesco della Vigna, vi si fermò a dipingere due affreschi

rappresentanti la storia di Lazzaro e la conversione della Maddalena e

si sarebbe assunta ben anche la facciata principale della sala del Gran

Consiglio, se le gare e le contrarietà sorte fra i pittori veneziani

non ne avessero privato e lui ed essi.

Taddeo rimasto solo a Roma e malinconico — che forse gli penetrava

nella sensibile anima il vuoto della vita e della gloria — attendeva

quietamente, con un grande amore raccolto a quello che doveva essere

il suo ultimo lavoro, l’_Assunzione della Vergine_ nella chiesa

della Trinità. Invano gli amici lo sollecitavano a prender moglie;

la potenzialità de’ suoi vincoli terreni era stata esaurita nella sua

stessa famiglia e principalmente in Federigo, al quale sembrava aver

ceduto tutti i vantaggi della sua giovinezza di stenti, legandogli

la parte luminosa di quella duplice esistenza che incominciata collo

scherno e colla miseria doveva finire in una quasi apoteosi.

Il sogno interno che lo aveva sorretto quando lacero e affamato

dipingeva a chiar di luna, trovava una continuazione nella visione

ultima della sua vita. Affatto staccato dalle cure materiali e di lusso

esterno, a cui invece Federigo dava molta importanza, chiuso nella

solitudine morale dove la sua tempra erasi fortificata, la morte lo

colse quasi inavvertitamente. Un lieve malessere che parve cagionato

dal caldo eccessivo di quell’anno 1566 andò crescendo rapidamente fino

al 2 di settembre giorno in cui morì, a trentasette anni appena.

Dice il Vasari che Taddeo ebbe una maniera di dipingere dolce, pastosa

e abbondante, lungi da ogni crudezza, e che faceva specialmente molto

belle le teste, le mani e i nudi in genere; nel quale giudizio concorda

pure l’Orlandi. Di carattere lo definisce altero, sanguigno, subitaneo

e sdegnoso, ma amorevole cogli amici che aiutò sempre in tutti i modi.

Il Lanzi gli è un po’ meno favorevole; trova che il suo stile non è

scelto nè studiato abbastanza, piuttosto facile e popolare che sublime,

pur confermandone l’abilità speciale per le teste.

Quella stessa avidità di fare, nata dalle dure lotte colla miseria

che lo incalzava a crearsi rapidamente una posizione, forse il

presentimento di una morte immatura, furono cause di aiuto alla

ineguaglianza del suo stile, talvolta trascurato se stretto dal tempo

o dal bisogno, finissimo invece quando si abbandonava al lavoro senza

estranee preoccupazioni, come lo dimostra il quadro della _Natività_

passato dal duca d’Urbino alla nobile famiglia Leopardi, dove ignoro se

si trovi ancora.

Ma qualunque sieno i meriti di Taddeo Zuccari, pittore, se troppo

esaltato a’ suoi tempi o se trascurato ai nostri, ho già detto di non

voler cercare, per la ragione semplice ma buona della incompetenza

mia a discorrere di un’arte che ammiro senza conoscere. Io ho voluto

principalmente studiare la psicologia di quest’uomo, un _bel caso di_

rettitudine innata, di anima veramente artistica, un esempio di fede

e di perseveranza dove sarebbe stato così facile lo scetticismo, una

dignità intima che domina tutte le cause esterne.

Dopo la morte di Taddeo, Federigo, già conosciuto e creato cavaliere

della Repubblica di Venezia succedette all’opera ed alla fortuna del

fratello. Terminò i lavori della cupola di Santa Maria del Fiore a

Firenze, rimasti imperfetti per la morte del Vasari; quelli della

cappella Paolina a Roma, ed avendo in seguito a questi provocata la

malevolenza dei cortigiani se ne vendicò con un quadro detto della

_Calunnia_ dove i suoi nemici sono rappresentati con orecchie d’asino.

Questo scherzo gli valse l’esilio.

Riparò in Francia e lasciò dipinti suoi all’antico castello di

Meudon; passò in Inghilterra, dove ritrasse le sembianze delle due

regine rivali: Maria Stuard ed Elisabetta, i quali si ammirano ancora

nella Galleria dei ritratti a Londra; prese dimora in Olanda, in

Fiandra e finalmente in Spagna dipingendo per l’Escuriale; era di

carattere mobile e focoso, facile all’ira, non sembrandogli abbastanza

riconosciuto il suo merito dai Grandi di Spagna, quantunque il Re lo

colmasse di onori e di regali, fece ritorno in Italia soggiornando per

due anni e mezzo a Torino. Qui lasciò molti affreschi nella Galleria

del Palazzo Ducale.

Innumerevoli poi sono i quadri e gli affreschi disseminati da Federigo

nelle città italiane: a Parma, a Mantova, a Pesaro, a Urbino, a

Orvieto, a Pavia nel Collegio Borromeo, a Milano nella Pinacoteca di

Brera, ecc. Illustrò con molti disegni il poema di Dante, finchè potè

tornare a Roma, al suo Monte Pincio prediletto; sul quale eresse dalle

fondamenta la palazzina che tuttora esiste, che egli curò e dipinse con

infinito amore «_il mio Tugurio_ — la chiama in una lettera ad un amico

— _pur fatto con tanto mio diporto_.»

Sorgeva intanto un’altra opera in Roma, alla quale Federigo dedicò le

migliori sue forze, l’accademia di San Luca, cui Gregorio XIII conferì

il Breve circa l’anno 1504. Nel giorno dell’inaugurazione, Federigo

fu per plauso unanime eletto Principe della nuova Accademia e venne

accompagnato a casa in trionfo da professori, letterati e scolari in

gran numero. Egli amò poi sempre questa istituzione della quale fu

zelante, operoso, generoso duce. Nel caso che fosse morto senza figli

voleva anche nominarla sua erede universale.

Quando invece morì, in Ancona nel 1609, era già padre e nonno, avendo

sposata una Francesca Genga da Urbino, dalla quale aveva avuti parecchi

figli.

L’opinione di chi scrisse sui pittori del cinquecento è che Federigo

avesse molto e svariato ingegno, ma molta anche fortuna, dovuta in

parte ai precedenti del fratello e certamente assai all’insieme delle

sue doti personali «aspetto e tratto signorile, coltura, destrezza

a guadagnarsi gli animi, liberalità grandissima che gli assorbì

le cospicue somme guadagnate e profuse in fabbriche, in arredi, in

servitù.»

Fu anche scrittore. Il suo maggior lavoro: _L’idea dei pittori,

scultori e architetti_ è un libro faragginoso e indigesto, nel quale

però (scrive il padre Pungileone nel _Giornale arcadico del 1832_)

si trova tratto tratto molta intelligenza dell’arte e desiderio

dell’utile; e utili insegnamenti vi erano pure nei discorsi da lui

pronunziati essendo principe dell’Accademia di San Luca, per cui si

può dire che ne’ suoi scritti è il letterato che fa torto al pittore,

caso mai; ma come pittore fu giudicato intendente anche da quello

spirito fine e colto del cardinale Federigo Borromeo, che pregiò assai

lo Zuccari e lo tenne in conto di «coloro che sanno vedere e penetrare

nei segreti dell’arte.» È di Federigo Zuccari questa definizione: _il

pittore deve saper rappresentare tutte le cose che si possono dipingere

e rappresentarle non quali sono ma quali dovrebbero essere_: canone

d’arte idealista che potrebbe accontentare anche adesso i più inquieti

cercatori di forme aristocratiche.

Un altro scritto suo: _Il passaggio per l’Italia colla dimora in

Parma_, è un opuscolo di facile e piacevole lettura, anzi sono due

opuscoli in cui si trovano descritte minuziosamente parecchie feste

date in occasione delle nozze fra il duca Francesco Gonzaga di Mantova

e la principessa Margherita di Savoia. Succose e brillanti sono le

pagine dedicate a magnificare la bellezza e l’eleganza delle dame alla

corte di Torino, la loro speciale acconciatura del capo e un certo

ballo chiamato _la Nizzarda_ che noi saremmo ben meravigliati di veder

ballare adesso al Quirinale.

«_Tre quarti detta mia vita e posso ben dire quattro quinti furono

consumati in viaggi, ma mi sentirei di valicare ancora gli Appennini e

le Alpi_» scrive in questo opuscolo, il quale non è alla fine che una

lunga lettera diretta a Pierleone Casella e — pare — collettivamente a

molti de’ suoi amici in Roma, fra cui artisti, preti, discepoli e una

donna, una pittrice, Lavinia Fontana.

Il fasto di una vita passata quasi tutta in viaggi e in soste alle

principali corti d’Europa, accolto e complimentato dovunque dai più

gran signori, circondarono Federigo di uno splendore che per lui

diventò bisogno. Si credette che dovesse lasciare tesori, ma in realtà

la sua famiglia ebbe appena di che vivere onoratamente dopo la sua

morte, e mandando a nozze una figliuola le diedero in conto di dote

parecchi quadri fra i quali _la Calunnia_ stimato più di mille scudi.

Alla tanto amata Accademia di San Luca lasciò invece la palazzina sul

Pincio, per uso degli artisti poveri che venendo in Roma non trovassero

alloggio. Come non credere che egli avesse, con questo atto, pensato

alla dolce memoria di Taddeo e a quei primi anni di lotte oscure e

pertinaci che dovevano preparare a lui tanti trionfi?

Gli storici non si sono pronunciati sul merito relativo dei due

fratelli. Tre secoli li hanno confusi quasi in una sola persona. Si

dice gli Zuccari come si dice i De Goncourt. Può anche darsi che,

discepolo d’uno dell’altro, in un periodo di decadenza dell’arte

quale fu la fine del cinquecento, il loro valore artistico risentisse

degli stessi pregi e degli stessi difetti; ma considerati nella loro

personalità mi pare che non si possa confonderli. Sono due figure

speciali, originali e in diverso modo simpatiche.

Nella sala dell’Accademia di San Luca si vede un ritratto ad olio di

Federigo Zuccari, e un altro se ne trova, un po’ dissimile a dire vero,

negli Uffizi di Firenze; questo ha il volto maschio ed espressivo,

la barba nera cadente sul collare arricciato ed una catena d’oro

che gli fu data a Venezia insieme al titolo di cavaliere e che egli

soleva portare sempre. Ma il ritratto di Taddeo, malamente riprodotto

nella vecchia edizione del Vasari, non riesce a darmi tutta intera

la fisonomia sua, che doveva essere non solo «altera», come dice il

biografo, ma pure soffusa di una intima malinconica dolcezza.

Oh! dove sarà andato a finire il ritratto che ne fece Federigo quando,

fanciullo ancora, stava alzato nelle notti di luna per disegnare sui

vetri della finestra?

Profili, impressioni e ricordi · 第 28 / 53 题